
Sono arrivato in via S. Giovanni di Verdara nel settembre 1964. Provenivo dall’Istituto Antonio Provolo di Verona: mi ci avevano portato i miei genitori, quando avevo loro espresso il desiderio di diventare prete. Avevo dieci anni, leggevo il Piccolo Missionario, volevo andare in Africa e pensavo che un istituto valesse l’altro, purché portasse in Africa.
A 14 anni capii che non era così: l’Istituto Provolo non guardava all’Africa. Il Piccolo Missionario continuava ad essere la mia lettura extrascolastica preferita, cosa che i miei diretti superiori, incomprensibilmente, mal tolleravano.
Anch’io non li tolleravo più; non ne percepivo a fondo le ragioni: era, il mio, un sentire di pelle. L’avrei capito anni dopo, allorché esplose lo scandalo pedofilia: dentro le pareti dell’Istituto i bambini sordi venivano abusati. “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” diceva Cristo.
Presa la mia decisione, entrai nello studio di don Slaghenaufi, il Direttore Generale. Egli era già al corrente della mia intenzione.
(Dal mio libro Le scarpe dimenticate. Acqua Santa e Brigate Rosse)
“Resta pure in piedi” mi disse, “non ho tempo da perdere per uno come te. Dunque, vuoi andartene? Che t’ abbiamo fatto di così esecrabile per decidere di voltarci le spalle?”
“Nulla” risposi, “è che io voglio diventare missionario.”
“Anche noi siamo missionari, la nostra è una missione, siamo presenti anche in Argentina.” “Io voglio andare in Africa, con i comboniani” balbettai.
“Ho capito, vuoi cambiare famiglia” commentò il Direttore Generale con sarcasmo. “Tu hai la faccia tosta di sputare nel piatto in cui hai mangiato per anni, osi tradire questa famiglia dopo tutto quello che ha fatto per te. Bella riconoscenza! Ingrato!”
A quelle parole avrei voluto scomparire, ma raccolsi tutte le mie forze e riuscii a dire: “Ormai ho deciso.” Il prete, scattando in piedi, urlò: “Impudente! Sciagurato!”
Abbassai la testa e, guardando il pavimento di piastrelle antiche, riandai con la mente a quella volta in cui – ero di corvée – scivolai mandando in frantumi una pila di piatti. Per punizione dovetti andare nel refettorio dei preti, inginocchiarmi ai piedi del Direttore Generale e, tra le risate di scherno dei reverendi, chiedere perdono. La pena inflittami fu crudele: “Non vedrai film per un mese e durante le proiezioni dovrai recarti in chiesa a recitare il Santo Rosario.” Ora mi trovavo di nuovo alla sua presenza, ma questa volta per mia volontà.
“I comboniani…” borbottò poi, rimettendosi seduto, “immagino che li avrai già interpellati, vero?” “No” risposi.” Io speravo d’essere aiutato in questo.
“Incosciente! Non sai se ti prendono, ma hai già deciso! Tu rischi di restare in mezzo alla strada! Sappi che come esci da questo Istituto, la porta per te si chiuderà per sempre!”
Don Slaghenaufi era furioso; credevo volesse farmi mangiare dai cani. Tuttavia osai ancora: “Chiedo che mi sia concesso almeno di poter terminare l’anno scolastico.”
“Non lo meriteresti” ringhiò, “ma se te lo concedo è solo perché ho pietà per i tuoi poveri genitori, e perché penso a tutto il male che stai arrecando loro!”
Le sue ultime parole mi ferirono terribilmente. Passai un’ estate infernale, ma non per il caldo.
Mio padre, tutte le volte che mi incontrava, mi lanciava occhiate di fuoco. Mia madre non faceva che piangere: “Comboniano?! che roba è?…Tu non ci vuoi più bene, tu vuoi soltanto andare via dai tuoi genitori.”…“Ci sono più preti nella diocesi di Trento che missionari in tutta l’Africa” dicevo loro citando Daniele Comboni. Per tutta risposta mio padre mi rivolgeva una caterva di improperi. Nel frattempo nessuno si prendeva la briga di contattare l’istituto dei missionari ed io non sapevo come fare, né a chi rivolgermi. In attesa che succedesse qualcosa, andavo in parrocchia tutti i giorni, stavo con i seminaristi diocesani e partecipavo alle loro pratiche religiose…poi aiutavo Marco campanar nei suoi lavori. Il sacrestano mi allungava una mancia, che spendevo per un libro o al cinema parrocchiale. Comperai Espulsi dal Sudan : raccontava l’oppressione militare e razzista del nord arabo nei confronti del Sud Sudan nero e l’espulsione dei comboniani sgraditi al governo. La loro colpa era quella di stare dalla parte della povera gente, contro la dittatura. Tra questi c’era padre Xillo, che poco dopo avrei conosciuto a Padova quale direttore dell’Istituto: questi missionari rischiavano la vita tra guerre, violenza e fame. Tutto questo sembrava non importare a nessuno, né in casa né in parrocchia.
Marco campanar sapeva dei miei progetti e commentava: “Li conosco bene i preti nostrani io, sono una brutta razza, fascisti dalla testa ai piedi, viziati… vogliono essere serviti e riveriti, sono loro che ti fanno perdere la fede, ma andranno tutti all’inferno, non se ne salverà uno.” Diceva così e si faceva il segno della croce e domandava perdono a Dio. “I missionari sono altra cosa” aggiungeva, “sono diversi. Poi un giorno annunciò: “Per il tuo problema, ci penso io: farò venire uno di loro, uno di quelli con la barba e ti porterà via.” Intanto si avvicinava il nuovo anno scolastico e i seminaristi se n’erano già andati. Finché una mattina… Stavo aiutando Marco a sistemare delle panche, quand’egli lanciò un’occhiata verso la canonica ed esclamò: “C’è uno con la barba che ti vuole!” Si avvicinò un prete alto e magro con barba lunga e bianca, una veste nera e una fascia stretta alla cintola. “Sono venuto a prenderti” disse soltanto. …Arrivammo in tarda mattinata. Ero ancora impolverato dal lavoro delle panche e con gli indumenti sdruciti: gli altri compagni mi guardavano con l’espressione di chi si domanda: “Da dove è uscito quello lì?” …Nel primo pomeriggio preti e ragazzi si diedero appuntamento in cortile per disputare una partita a pallone, tutti in braghe corte e canottiera. Al Provolo una tale “nudità” sarebbe stata scandalosa. Osservavo sorpreso, incredulo…ero rimasto ai tempi di Carlo codega.
Formate le squadre, alcuni giocatori mi si avvicinarono e con fare compassionevole, mi dissero: “Se vuoi giocare, scegli con chi stare.” Giocai forte e segnai 6 goal: avevo tanta tensione dascaricare. …Dopo la partita, volle vedermi il Direttore. Padre Xillo! Era proprio lui, quello del libro Espulsi dal Sudan, pizzetto bianco, naso a spatola ed occhi piccoli e sorridenti.
“Sei arrivato oggi, dobbiamo fare la conoscenza” cominciò. “So che vieni da un’ altra congregazione. Che cosa ti ha fatto decidere di cambiare famiglia ?”
“Voglio andare in Africa” risposi.
Padre Xillo accese una sigaretta – fumava le nazionali – tirò una boccata lunga, andò alla finestra e soffiò il fumo, quindi esclamò: “Vuoi andare in Africa! A chi lo dici, ragazzo mio…” Si interruppe, perché prese a tossire con tale veemenza da restare con il fiato strozzato in gola. “Ecco, il mio male si chiama mal d’ Africa” riprese a dire con voce rauca, “e non vedo l’ora di tornarci, là smetterei anche di fumare.
Comunque, sono sicuro che come sei bravo con il pallone così potrai esserlo come missionario.” Ciò detto, tirò fuori di tasca dei soldi e mi ordinò: “Vai! Appena fuori, sulla strada principale, c’è una tabaccheria: comprami quattro pacchetti di nazionali e …torna subito.” …Dall’Africa, noi ragazzi, avevamo testimonianze dirette, ce le portavano gli stessi missionari, come fratel Mosca, un omone con una grande barba nera, sopravvissuto alla fucilazione. Era stato condotto con altri due comboniani, padre Piazza e padre Migotti, sul greto di un fiume. Colpiti alle spalle, i suoi compagni morirono sul colpo e, buttati in acqua, furono portati via dalla corrente, mentre lui, ferito in modo non grave, si finse morto… Mentre raccontava, fratel Mosca ci mostrava la spalla con i segni di entrata e uscita del proiettile…
Padre Colombo, altro comboniano, vide morire suore e preti massacrati con spranghe di ferro e raccontò di villaggi dati alle fiamme, di cataste di mani e cadaveri orrendamente mutilati.
L’istituto missionario era anche un osservatorio sulle cause della povertà e delle guerre. I giornali venivano letti e commentati. Così imparai che dietro ogni conflitto etnico c’era la politica neocoloniale dei Paesi occidentali…“Quando andrete in terra di missione dovrete stare dalla parte degli oppressi. Andrete come persone che da loro hanno tutto da imparare…” Era questo l’insegnamento datoci…
Dal Sudan un giorno arrivò la notizia che un seminarista, al quale avevano sterminato la famiglia, aveva massacrato, con un gruppo di ribelli, un drappello di militari. Nel commentare il fatto approvai l’azione come legittima risposta alla repressione militare. Ebbi una tirata d’orecchi dai Superiori: “Con queste idee non puoi fare il missionario.”
“Se la beneficenza, l’elemosina, le poche scuole gratuite, i pochi piani edilizi, ciò che viene chiamato “la carità”, non riesce a sfamare la stragrande maggioranza degli affamati, né a vestire la maggioranza degli ignudi, né ad insegnare alla maggioranza di coloro che non sanno, bisogna cercare mezzi efficaci per dare tale benessere al popolo intero” scriveva don Camilo Torres, prete colombiano, guerrigliero, precursore della Teologia della Liberazione, che durante la sua vita promosse il dialogo tra il marxismo e il cristianesimo.
Quando lasciai Padova, don Camilo Torres (morto nel febbraio 1966) era a me già noto; nell’ottobre dell’anno dopo veniva assassinato in Bolivia Ernesto Che Guevara. Il 68 era alle porte: aderii al movimento portando Camilo ed Ernesto nel cuore. L’impegno da studente tra gli studenti, da insegnate tra gli insegnanti, da operaio e sindacalista tra i lavoratori, lo portai avanti sempre con spirito missionario. “Tu sei sempre stato comboniano, anche nelle Brigate Rosse” mi commentò un padre comboniano, dopo aver letto il mio libro. Sì, anche quando sembrava mi fossi allontanato anni luce dagli anni di Padova, il mio essere comboniano agiva come fiume carsico nel profondo del mio cuore: l’affetto e la riconoscenza per i valori umani e spirituali avuti in dono dai Comboniani delle Missioni Africane di via San Giovanni di Verdara non erano mai venuti meno.
Negli Atti del Apostoli possiamo leggere: “Ad ognuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità”. Un filo rosso lega cristianesimo e marxismo. Ancora oggi un filo rosso mi lega a voi. “Salvare l’Africa con l’Africa”
Armando Lanza
Comboninsieme, archivio 2021
l libro racconta in prima persona la vita di Armando dentro la storia sociale, politica e culturale dell’epoca che va dagli anni 50 ai giorni nostri. Il racconto è intervallato da parentesi divertenti, come i viaggi intrapresi con amici e da quella meno piacevole del servizio militare, ricordando la militanza clandestina contro l’autoritarismo e l’assurda vita quotidiana nelle caserme. Dopo anni di militanza nella sinistra rivoluzionaria e un viaggio in Centro America, egli matura la scelta di aderire alla lotta armata,in seguito alla decisione delle Brigate Rosse di intraprendere iniziative anti NATO. Si ipotizza il rapimento di un alto ufficiale americano: il Gen. James Lee Dozier…