XV del tempo Ordinario (B)
Mc 6,7-13

El Greco, I santi Pietro e Paolo, c.1607 (particolare)

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Il Vangelo di oggi (cfr Mc 6,7-13) narra il momento in cui Gesù invia i Dodici in missione. Dopo averli chiamati per nome ad uno ad uno, «perché stessero con lui» (Mc 3,14) ascoltando le sue parole e osservando i suoi gesti di guarigione, ora li convoca di nuovo per «mandarli a due a due» (6,7) nei villaggi dove Lui stava per recarsi. E’ una sorta di “tirocinio” di quello che saranno chiamati a fare dopo la Risurrezione del Signore con la potenza dello Spirito Santo.

Il brano evangelico si sofferma sullo stile del missionario, che possiamo riassumere in due punti: la missione ha un centro; la missione ha un volto.

Il discepolo missionario ha prima di tutto un suo centro di riferimento, che è la persona di Gesù. Il racconto lo indica usando una serie di verbi che hanno Lui per soggetto – «chiamò a sé», «prese a mandarli», «dava loro potere», «ordinò», «diceva loro» (vv. 7.8.10) –, cosicché l’andare e l’operare dei Dodici appare come l’irradiarsi da un centro, il riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria. Questo manifesta come gli Apostoli non abbiano niente di proprio da annunciare, né proprie capacità da dimostrare, ma parlano e agiscono in quanto “inviati”, in quanto messaggeri di Gesù.

Questo episodio evangelico riguarda anche noi, e non solo i sacerdoti, ma tutti i battezzati, chiamati a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo. E anche per noi questa missione è autentica solo a partire dal suo centro immutabile che è Gesù. Non è un’iniziativa dei singoli fedeli né dei gruppi e nemmeno delle grandi aggregazioni, ma è la missione della Chiesa inseparabilmente unita al suo Signore. Nessun cristiano annuncia il Vangelo “in proprio”, ma solo inviato dalla Chiesa che ha ricevuto il mandato da Cristo stesso. È proprio il Battesimo che ci rende missionari. Un battezzato che non sente il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano.

La seconda caratteristica dello stile del missionario è, per così dire, un volto, che consiste nella povertà dei mezzi. Il suo equipaggiamento risponde a un criterio di sobrietà. I Dodici, infatti, hanno l’ordine di «non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura» (v. 8). Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di Lui che li invia, forti solo della sua parola che vanno ad annunciare. Il bastone e i sandali sono la dotazione dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del regno di Dio, non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée. (…) E a questo “volto” appartiene anche il modo in cui viene accolto il messaggio: può infatti accadere di non essere accolti o ascoltati (cfr v. 11). Anche questo è povertà: l’esperienza del fallimento. La vicenda di Gesù, che fu rifiutato e crocifisso, prefigura il destino del suo messaggero. E solo se siamo uniti a Lui, morto e risorto, riusciamo a trovare il coraggio dell’evangelizzazione.

La Vergine Maria, prima discepola e missionaria della Parola di Dio, ci aiuti a portare nel mondo il messaggio del Vangelo in una esultanza umile e radiosa, oltre ogni rifiuto, incomprensione o tribolazione.

Angelus15/07/298

Poveri per essere liberi e credibili! In sintesi è questo il messaggio di Gesù, che chiama e manda i suoi discepoli al mondo, a due a due (Vangelo), con un messaggio di vita: invitare alla conversione e liberare la gente dagli spiriti impuri e dalle malattie (v. 7.12-13). Il linguaggio di Gesù circa il modo e gli strumenti per l’annuncio è duro ed esigente, fino al paradosso. Lo scopo è chiaro: far capire che l’efficacia della missione (di Gesù e dei discepoli) non dipende dalla quantità di mezzi materiali di cui si dispone né dal favore dei potenti che, eventualmente, la promuovono o la proteggono. Spesso questi poteri umani non fanno che svigorire il messaggio evangelico, privarlo della sua forza interiore e condizionare sia il missionario che i destinatari dell’annuncio.

L’abbondanza di mezzi, l’organizzazione, il favore dei potenti non devono inquinare la trasparenza e la credibilità del messaggio che il profeta-missionario è chiamato ad annunciare con libertà. L’esperienza del profeta Amos è emblematica (I lettura). Amasìa, sacerdote del tempio di Betel nel regno di Samarìa, gode i favori del re Geroboamo II (VIII sec. a.C.), è un alto funzionario di corte, ma ha perso la sua libertà; arriva fino a respingere Amos, profeta di Dio, proveniente dal sud e inviato al regno del nord: “Vattene, veggente, ritirati nella tua terra d’origine” (v. 12). Amasìa, complice della struttura regale, non tollera che Amos, uomo rude, mandriano e contadino (v. 14), abbia il coraggio di attaccare aspramente gli abusi dei dirigenti, re compreso, dei proprietari terrieri, dei commercianti… che sfruttano esosamente i poveri (vedi i cap. 5-6-8). Per di più Amos non ha paura di denunciare la pratica religiosa ormai esteriore e incoerente. All’ostilità di Amasìa, Amos risponde presentando decisamente le sue credenziali: è il Signore che l’ha tirato fuori dalle stalle e dai campi e lo ha mandato lì a fare il profeta. Quindi lui non si muoverà di lì.

Gesù è sulla scia dei profeti più radicali. È forte la sua insistenza sulla povertà (Vangelo), come condizione per la missione: né pane, né bisaccia, né soldi. “È una povertà che è fede, libertà e leggerezza. Anzitutto, libertà e leggerezza: un discepolo appesantito dai bagagli diventa sedentario, conservatore, incapace di cogliere la novità di Dio e abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo per giudicare irrinunciabile la casa nella quale si è accomodato e dalla quale non vuole più uscire (troppe valigie da fare, troppe sicurezze a cui rinunciare). Ma la povertà è anche fede: è segno di chi non confida in se stesso, ma si affida a Dio. Il rifiuto è previsto (v. 11): la Parola di Dio è efficace, ma a modo suo. Il discepolo deve proclamare il messaggio e in esso giocarsi completamente, ma deve lasciare a Dio il risultato. Al discepolo è stato affidato un compito, non garantito un successo” (Bruno Maggioni). Il successo è opera ed è noto allo Spirito, anima della Chiesa. (*)

Viene a proposito la riflessione di domenica scorsa, partendo dalla testimonianza di san Paolo: la vera missione si realizza nella debolezza. Tutti i discepoli – ciascuno di noi – siamo chiamati e mandati a portare il Vangelo di Gesù, ma non come un’impresa personale, bensì come membri della fraternità nuova inaugurata da Gesù (li mandò “a due a due” – “dove due o tre sono riuniti nel mio nome). Andare a due a due era una usanza del popolo ebraico e di altri popoli quando si doveva dare una testimonianza in tribunale o portare un messaggio importante. Gesù sottolinea che la missione si fa con il contributo di varie persone, in un cammino comunitario. Il due non è solo la somma di uno più uno, ma è l’inizio del noi, la prima cellula della comunità. Perché il primo vero miracolo, che rende credibili i messaggeri, sono le relazioni fraterne e sincere nella vita di ogni giorno. A ragione San Francesco ricordava ai suoi frati che “si può predicare anche a parole quando non ci altre vie”.

Per questo ogni discepolo ha ricevuto gratuitamente da Dio il dono meraviglioso di conoscere Gesù Cristo. San Paolo (II lettura) lo conferma con linguaggio altamente teologico: in Cristo il Padre ci ha scelti e benedetti per essere santi, immacolati, figli adottivi, gratificati, redenti, perdonati (v. 3-7), con il sigillo dello Spirito: «In Cristo anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo» (v. 13). In tal modo ci ha abilitati per la missione al servizio del piano di Dio (v. 14), perché la famiglia umana abbia vita in abbondanza. Gesù manda i suoi discepoli a un mondo da convertire al sogno di Dio: cioè per dar vita a una famiglia umana guarita, senza demoni, con una vita di relazioni fraterne e armoniose, con porte aperte e accoglienti. Le mani dei disceopli sui malati annunciano che Dio è qui, vicino a ciascuno, con amore. Perché “Dio è medico ed è anche medicina” (S. Leopoldo Mandic). Sana, conforta, guarisce, si prende cura di ciascuno. Per questo sogno meraviglioso Gesù ci convoca tutti, ci chiama e ci manda. Coinvolge ciascuno di noi.

La vita cristiana
Enzo Bianchi

Quando un profeta è rifiutato a casa sua, dai suoi, dalla sua gente (cf. Mc 6,4), può solo andarsene e cercare altri uditori. Hanno fatto così i profeti dell’Antico Testamento, andando addirittura a soggiornare tra i gojim, le genti non ebree, e rivolgendo loro la parola e l’azione portatrice di bene (si pensi solo a Elia e ad Eliseo; cf., rispettivamente, 1Re 17 e 2Re 5). Lo stesso Gesù non può fare altro, perché comunque la sua missione di “essere voce” della parola di Dio deve essere adempiuta puntualmente, secondo la vocazione ricevuta.

Rifiutato e contestato dai suoi a Nazaret, Gesù percorre i villaggi d’intorno per predicare la buona notizia (cf. Mc 6,6) in modo instancabile, ma a un certo momento decide di allargare questo suo “servizio della parola” anche ai Dodici, alla sua comunità. Per quali motivi? Certamente per coinvolgerli nella sua missione, in modo che siano capaci un giorno di proseguirla da soli; ma anche per prendersi un po’ di tempo in cui non operare, restare in disparte e così poter pensare e rileggere ciò che egli desta con il suo parlare e il suo operare. Per questo li invia in missione nei villaggi della Galilea, con il compito di annunciare il messaggio da lui inaugurato: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete alla buona notizia” (Mc 1,15). Li manda “a due a due”, perché neppure la missione può essere individuale, ma deve sempre essere svolta all’insegna della condivisione, della corresponsabilità, dell’aiuto e della vigilanza reciproca. In particolare, per gli inviati essere in due significa affidarsi alla dimensione della condivisione di tutto ciò che si fa e si ha, perché si condivide tutto ciò che si è in riferimento all’unico mandante, il Signore Gesù Cristo.

Ma se la regola della missione è la condivisione, la comunione visibile, da sperimentarsi e manifestare nel quotidiano, lo stile della missione è molto esigente. Il messaggio, infatti, non è isolato da chi lo dona e dal suo modo di vivere. Come d’altronde sarebbe possibile trasmettere un messaggio, una parola che non è vissuta da chi la pronuncia? Quale autorevolezza avrebbe una parola detta e predicata, anche con abile arte oratoria, se non trovasse coerenza di vita in chi la proclama? L’autorevolezza di un profeta – riconosciuta a Gesù fin dagli inizi della sua vita pubblica (cf. Mc 1,22.27) – dipende dalla sua coerenza tra ciò che dice e ciò che vive: solo così è affidabile, altrimenti proprio chi predica diventa un inciampo, uno scandalo per l’ascoltatore. In questo caso sarebbe meglio tacere e di-missionare, cioè dimettersi dalla missione!

Per queste ragioni Gesù non si attarda sul contenuto del messaggio da predicare, non dà raccomandazioni di tipo dottrinale, mentre entra addirittura nei dettagli sul “come” devono mostrarsi gli inviati e gli annunciatori. Per Gesù la testimonianza della vita è più decisiva della testimonianza della parola, anche se questo non l’abbiamo ancora capito. In questi ultimi trent’anni, poi, abbiamo parlato e parlato di evangelizzazione, di nuova evangelizzazione, di missione – e non c’è convegno ecclesiale che non tratti di queste tematiche! –, mentre abbiamo dedicato poca attenzione al “come” si vive ciò che si predica. Sempre impegnati a cercare come si predica, fermandoci allo stile, al linguaggio, a elementi di comunicazione (quanti libri, articoli e riviste “pastorali” moltiplicati inutilmente!), sempre impegnati a cercare nuovi contenuti della parola, abbiamo trascurato la testimonianza della vita: e i risultati sono leggibili, sotto il segno della sterilità!

Attenzione però: Gesù non dà delle direttive perché le riproduciamo tali e quali. Prova ne sia il fatto che nei vangeli sinottici queste direttive mutano a seconda del luogo geografico, del clima e della cultura in cui i missionari sono immersi. Nessun idealismo romantico, nessun pauperismo leggendario, già troppo applicato al “somigliantissimo a Cristo” Francesco d’Assisi, ma uno stile che permetta di guardare non tanto a se stessi come a modelli che devono sfilare e attirare l’attenzione, bensì che facciano segno all’unico Signore, Gesù. È uno stile che deve esprimere innanzitutto decentramento: non dà testimonianza sul missionario, sulla sua vita, sul suo operare, sulla sua comunità, sul suo movimento, ma testimonia la gratuità del Vangelo, a gloria di Cristo. Uno stile che non si fida dei mezzi che possiede, ma anzi li riduce al minimo, affinché questi, con la loro forza, non oscurino la forza della parola del “Vangelo, potenza di Dio” (Rm 1,16). Uno stile che fa intravedere la volontà di spogliazione, di una missione alleggerita di troppi pesi e bagagli inutili, che vive di povertà come capacità di condivisione di ciò che si ha e di ciò che viene donato, in modo che non appaia come accumulo, riserva previdente, sicurezza. Uno stile che non confida nella propria parola seducente, che attrae e meraviglia ma non converte nessuno, perché soddisfa gli orecchi ma non penetra fino al cuore. Uno stile che accetta quella che forse è la prova più grande per il missionario: il fallimento. Tanta fatica, tanti sforzi, tanta dedizione, tanta convinzione,… e alla fine nulla: il fallimento. È ciò che Gesù ha provato nell’ora della passione: solo, abbandonato, senza più i discepoli e senza nessuno che si prendesse cura di lui. E se la Parola di Dio venuta nel mondo ha conosciuto rifiuto, opposizione e anche fallimento (cf. Gv 1,11), la parola del missionario predicatore potrebbe avere un esito diverso?

Proprio per questa consapevolezza, l’inviato sa che qua e là non sarà accettato ma respinto, così come altrove potrà avere successo. Non c’è da temere; rifiutati ci si rivolge ad altri, si va altrove e si scuote la polvere dai piedi per dire: “Ce ne andiamo, ma non vogliamo neanche portarci via la polvere che si è attaccata ai nostri piedi. Non vogliamo proprio nulla!”. E così si continua a predicare qua e là, fino ai confini del mondo, facendo sì che la chiesa nasca e rinasca sempre. E questo avviene se i cristiani sanno vivere, non se sanno predicare… Ciò che è determinante, oggi più che mai, non è un discorso, anche ben fatto, su Dio, che non interessa più a nessuno; non è la costruzione di una dottrina raffinata ed espressa ragionevolmente; non è uno sforzarsi di rendere cristiana la cultura, come molti si sono illusi.

No, ciò che è determinante è vivere, semplicemente vivere con lo stile di Gesù: semplicemente essere uomini come Gesù è stato uomo tra di noi, dando fiducia e mettendo speranza, aiutando gli uomini e le donne a camminare, a rialzarsi, a guarire dai loro mali, chiedendo a tutti di comprendere che solo l’amore salva. Così Gesù toglieva terreno al demonio (“cacciava i demoni”) e faceva regnare Dio su uomini e donne che grazie a lui conoscevano la straordinaria forza del ricominciare, del vivere e vivere ancora… Noi cristiani viviamo questo Vangelo oppure lo proclamiamo a parole senza renderci conto della nostra schizofrenia tra mente e vita? La vita cristiana è una vita umana conforme alla vita di Gesù, non una dottrina, non un’idea, non una spiritualità terapeutica, non una religione finalizzata alla cura del proprio io!

Lo stile della missione
Massimo Cautero

Ogni volta che sono tentato allo scoraggiamento “pastorale”, per le difficoltà che di volta in volta arrivano a turbare ogni progetto ed ogni iniziativa, cerco di non cedere pensando proprio al brano del vangelo di questa domenica e che, in fondo, il padrone della vigna è Lui e che Lui provvederà a ciò di cui abbiamo bisogno. A noi deve, in fondo, rimanere solo la voglia di fare ciò che Lui ci comanda, nella sostanza, nello stile, nella fede e nell’amore!

Non possiamo però ignorare che oggi la nostra “pastorale” e la nostra “missione” è molto contaminata da vari “superflui” che cerchiamo di giustificare sempre come “moderne necessità” o con la logica perversa del fine a cui sono permessi tutti i mezzi, non rendendo sempre così chiaro cosa è veramente essenziale al nostro lavoro. Certamente non si mettono in discussione le cose buone, quelle che ci aiutano a lavorare meglio, ma sono da mettere in discussione tutti quei mezzi dietro i quali si vanno a nascondere il nostro “efficientismo”, “arrivismo”, voglia di “riuscire primeggiando”, adorazione del superfluo – in primis beni e danaro! – a cui si allargano le braccia e si sospira quasi dispiaciuti: “non se ne può fare proprio a meno!”.

Contro ogni efficientismo, arrivismo e voglia di potere che contamina oggi anche la Chiesa, contro questo “non se ne può fare proprio a meno” accorre oggi la medicina di questo vangelo che Gesù ci propone, senza mezze misure, come stile della missione evangelico-ecclesiale. Vediamo meglio come possiamo accogliere qualche suggerimento:

Andare a due a due, essere cioè – nello stile giuridico ebraico (Mt 18,16) – testimoni credibili di tutto quello che ci accade, testimoni della nostra fede, della nostra salvezza, del nostro comune battesimo; due è il minimo per i fratelli che non debbono e non vogliono rimanere soli, testimoniando quel terzo che è Gesù che rimane sempre in mezzo a loro (dove sono due o tre… Mt 18,20 – Eb 10,28), affermando, nello stesso tempo, che il nostro Dio ha talmente voglia di essere l’altro che è trino, e che nessuno è destinato alla solitudine, costretta o volontaria che sia, perché la salvezza che testimoniamo non è un singolo teorema umano ma comune destino divino.

Il bastone che ogni pellegrino deve portare è più di un semplice aiuto, è la memoria biblica del più grande evento di salvezza che diventa la storia degli uomini, un bastone che può fare la differenza separando le acque di un mare, facendo sgorgare acqua da una roccia, ricordare il legno messo a croce dal quale Dio sigilla la vittoria sulla morte. Simboleggiare la canna od il bastone che è il “canone”, ossia quel bastone dritto che segna i confini, le regole di ciò che è male e ciò che è bene, con cui, ancora oggi, i pope ortodossi battono il terreno ritmando la processione di Pasqua; mezzo semplice ed efficace non per recare offesa ma per dare e ribadire ogni sostegno alla nostra debolezza che è anche la nostra forza (2Cor 12,9-10), ricordarci che tutti abbiamo bisogno, prima o poi, di appoggiarci a quel bastone.

I sandali, calzati sono l’unica difesa di chi molto deve camminare, sono la garanzia che si può attraversare il mondo intero senza riportare danni, sono il simbolo del coraggio dell’uomo di Dio che non teme di andare là dove Dio lo manda. I sandali si devono togliere quando siamo a casa, lasciati fuori la soglia per impedire che l’impuro – tutto ciò che non appartiene alla nostra dignità e santità – che ci si è attaccato addosso entri nel recinto sacro della nostra fede, della nostra salvezza mettendola in pericolo, ma che ci danno coraggio anche quando dobbiamo camminare sui carboni ardenti o meno pericolosamente, andare dove non ci piace. Pur essendo solidi, i sandali, non nascondono la bellezza dei piedi di coloro che annunciano la salvezza, piedi efficacemente missionari, ricordandoci anche che, proprio perché sandali, essi non creano uno scudo impenetrabile, e dicono, allo stesso tempo, che dobbiamo essere pronti a rischiare sempre qualcosa di nostro sicuri che la nostra forza è in Dio e non in noi.

Cosa Gesù ci dice, invece, di non portare perché inutile alla missione che dobbiamo affrontare:

La scorta di pane che non è frutto della sua provvidenza ma della nostra voglia di sicurezza, contro la paura di morire di fame. Pane inutile perché non è per la condivisione ma per il singolo fabbisogno, ovviamente è una prova in preparazione a quell’unico pane che è ben più del semplice pane, ben più del semplice sostentamento, pane che solo dal cielo può venire che è invito a confidare realmente nella Divina Provvidenza, che non toglie la paura di morire ma la morte stessa, il vero pane segno della sua misericordia e unico tesoro che siamo autorizzati sempre a portare ma che, purtroppo, spesso confondiamo con le nostre scorte di pani, nell’illusione che da questi si parta e per questi si arriva. Non possiamo pregare il Padre di darci il nostro pane quotidiano e poi affannarci a fare e portare scorte di pane nostro.

Non portare la seconda tunica! Ovviamente inutile a prescindere, diventa l’immagine del vero superfluo, del vestito che serve solo a soddisfare non più il bisogno primario di coprirsi ma un progetto personale di previsione, di pianificazione, di calcolo delle occasioni in cui indossare per apparire pronti o puliti o forti, illudendo, al tempo stesso, il nostro spirito che esista un giorno, un momento, da noi deciso, in cui saremo pronti e puliti e forti per l’occasione giusta, mentre ci perdiamo l’oggi dono di Dio che è l’occasione giusta, l’oggi in cui il mio Signore mi accoglie con l’unica tunica segno della mia identità da lui donatami nel giorno del mio battesimo e che a Lui non importa se essa è stracciata o lisa perché solo le cose che abbiamo veramente usato raccontano il nostro vero lavoro, la nostra vera dignità.

Se questa singola tunica è la mia singola identità allora c’è da domandarsi: conosco la mia dignità, ho coscienza della mia appartenenza a Colui che mi manda? O confido ancora in una duplice identità che io sono capace di darmi?

Arriviamo all’avversario di Dio, a ciò a cui Gesù stesso mette un “out, out” diretto, senza possibilità di errore: Mammona!

Rinunciare al denaro è una condizione esistenziale più che materiale, anche se ad esso si deve rinunciare anche materialmente per permettere all’essere di venire fuori. Il denaro somma tutte le nostre esigenze di autonomia ed egoismo a cominciare da Dio e dal prossimo, è la principale preoccupazione del povero come del ricco, esso ci deruba possedendoci da dentro, disorientando la nostra anima, confondendo la nostra fede e fiducia nella provvidenza, alimentando la nostra sete di autonoma onnipotenza!

E’ vero che con il denaro si può fare tanto bene, può diventare provvidenza per qualcuno, segno di speranza per altri, ma quale è il prezzo che dobbiamo pagare asservendoci ad esso come potente risorsa?

Il denaro può vanificare la missione ecclesiale, corrompere la santità e la dignità umana, costringere le grandi opere di carità a diventare imprese, società per azioni che, come enormi serpenti dorati ingoiano la propria coda, sostituendo ogni fin di bene con il bene supremo della loro esistenza!

Una delle accuse più grandi che si rivolgono oggi alla Chiesa ed alla sua missione riguarda proprio il connubio Chiesa-ricchezza, ed anche se tante delle accuse sono inopportune di fronte ad uno stoico e concreto impegno ecclesiale a favore dei più deboli, dobbiamo considerare la testimonianza di tanti santi che hanno fatto risplendere la Gloria di Dio in una vita obbediente, casta e povera, e allora domandarsi: sono proprio tutte inopportune, oggi, queste accuse? Possiamo migliorare? Possiamo rinunciare ancora a qualcosa per guadagnare il mondo intero?

Che bello sarebbe prendere veramente sul serio il vangelo di oggi e seguire il suo consiglio alla lettera, chissà che una nuova credibilità ci aiuti ad essere ancora missionari del Regno, portatori di Parola di salvezza e di guarigione; Chissà che qualche povero in mezzi e spirito trovi veramente sollievo nel nostro iper-superfluo, fatto di case, campi, conti bancari che ammuffiscono al sole di nessuno, e qualche missionario, libero dalle preoccupazioni di gestire case, campi e conti, riesca ad essere più attento alla sua missione. Chissà se liberi da ogni sospetto ed accusa perché poveri di nostri mezzi, ma ricchi della forza del Signore, il Regno dei Cieli diventi più vicino!

I discepoli partono due a due, non soli
Ermes Ronchi

Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli… Ogni volta che Dio ti chiama, ti mette in viaggio. L’ha fatto con Abramo da Ur dei Caldei (alzati e va’); con il popolo in Egitto (lo condurrai fuori, nel deserto…); con il profeta Giona (alzati e va’ a Ninive); con Israele ormai installato al sicuro nella terra promessa.

Dio viene a snidarti dalla vita stanca, dalla vita seduta; mette in moto pensieri nuovi, ti fa scoprire orizzonti che non conoscevi. Dio mette in cammino. E camminare è un atto di libertà e di creazione, un atto di speranza e di conoscenza: è andare incontro a se stessi, scoprirsi mentre si scopre il mondo, un viaggio verso un altro mondo possibile.

Partono i discepoli a due a due. E non ad uno ad uno. Il loro primo annuncio non è trasmesso da parole, ma dall’eloquenza del camminare insieme, per la stessa meta.

E ordinò loro di non prendere nient’altro che un bastone. Solo un bastone a sorreggere il passo e un amico a sorreggere il cuore.

Un elogio della leggerezza quanto mai attuale: per camminare bisogna eliminare il superfluo e andare leggeri. Né pane né sacca né denaro, senza cose, senza neppure il necessario, solo pura umanità, contestando radicalmente il mondo delle cose e del denaro, dell’accumulo e dell’apparire.

Per annunciare un mondo altro, in cui la forza risiede nella creatività dell’umano: «l’annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande» (G. Vannucci).

Entrati in una casa lì rimanete. Il punto di approdo è la casa, il luogo dove la vita nasce ed è più vera. Il Vangelo deve essere significativo nella casa, nei giorni delle lacrime e in quelli della festa, quando il figlio se ne va, quando l’anziano perde il senno o la salute… Entrare in casa altrui comporta percepire il mondo con altri colori, profumi, sapori, mettersi nei panni degli altri, mettere al centro non le idee ma le persone, il vivo dei volti, lasciarsi raggiungere dal dolore e dalla gioia contagiosa della carne.

Se in qualche luogo non vi ascoltassero, andatevene, al rifiuto i discepoli non oppongono risentimenti, solo un po’ di polvere scossa dai sandali: c’è un’altra casa poco più avanti, un altro villaggio, un altro cuore.

All’angolo di ogni strada, l’infinito.

Gesù ci vuole tutti nomadi d’amore, gente che non confida nel conto in banca o nel mattone, ma nel tesoro disseminato in tutti i paesi e città: mani e sorrisi che aprono porte e ristorano cuori.

Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Dio chiama e mette in viaggio per guarire la vita, per farti guaritore del disamore, laboratorio di nuova umanità.