XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)
Marco 4, 35-41

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XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)


Eugene Delacroix, Gesù sul lago di Genezareth, 1854, Nelson-Atkins Museum of Art, Kansas City, USA

35In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». 41E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

La tempesta sul mare di Galilea
Enzo Bianchi

Dopo aver annunciato ai discepoli e alle folle alcune parabole da una barca appena scostata dalla spiaggia (cf. Mc 4,1-34), Gesù decide di passare all’altra riva del mare di Galilea: si tratta di un’“uscita” dalla terra santa di Israele, per andare verso una terra abitata dai pagani. Perché questa decisione così audace? Perché Gesù, pur sentendosi “inviato prima alle pecore perdute della casa di Israele” (cf. Mt 15,24), vuole annunciare la misericordia di Dio anche alle genti, vuole combattere Satana e togliergli terreno anche in quella terra straniera e non santa. Questa è la ragione che muove Gesù. Giona, chiamato da Dio ad andare a Ninive, città simbolo delle genti pagane, fugge, fa un cammino in direzione opposta (cf. Gn 1,1-3); Gesù invece, inviato da Dio, va tra i pagani.

I discepoli, dunque, iniziano la traversata del lago, “prendendo con sé Gesù” (espressione unica, perché di solito è Gesù che prende con sé i discepoli: cf. Mc 9,2; 10,32; 14,33): egli è stanco per la lunga giornata di predicazione, e sulla barca cerca un pagliericcio su cui distendersi per riposare. Ma alla volontà di Gesù si oppone il mare, che è il luogo dove le forze del male si scatenano in tempesta. Non si dimentichi che per gli ebrei il mare era il grande nemico, vinto dal Signore quando fece uscire il suo popolo dall’Egitto (cf. Es 14,15-31); era la residenza del Leviatan, il mostro marino (cf. Gb 3,8; Sal 74,14); era il grande abisso che, quando scatenava la sua forza, impauriva i naviganti (cf. Sal 107,23-27). Ed ecco che la potenza del demonio si manifesta in una tempesta di vento, che getta le onde nella barca e tenta di affondarla. È notte, è l’ora delle tenebre, e la paura scuote quei discepoli, che non riescono più a governare la barca. Il naufragio sembra ormai inevitabile, eppure Gesù, a poppa, dorme…

I discepoli allora, in preda all’angoscia, al vedere Gesù addormentato si spazientiscono. Decidono dunque di svegliarlo e, con modi non certo reverenziali, gridano: “Maestro, non t’importa nulla che siamo perduti?”. Già questo modo di esprimersi è eloquente: lo chiamano maestro (didáskalos) e con parole brusche contestano la sua inerzia, il suo sonno. Parole che nella versione di Matteo diventeranno una preghiera – “Signore (Kýrios), salvaci, siamo perduti!” (Mt 8,25) – e in quella di Luca una chiamata – “Maestro, maestro (epistátes), siamo perduti!” (Lc 8,24) –. Marco ricorda meglio i rapporti semplici e diretti, finanche poco gentili, dei discepoli verso Gesù…

Di fronte a questa mancanza di fede, Gesù sgrida il vento ed esorcizza il mare, “dicendogli: ‘Taci, calmati!’. E subito il vento cessò e vi fu grande bonaccia”. Questo miracolo operato da Gesù – non sfugge a nessuno – ha soprattutto una grande portata simbolica, perché ognuno di noi nella propria vita conosce ore di tempesta. Anche la chiesa, la comunità dei discepoli, a volte si trova in situazioni di contraddizione tali da sentirsi immersa in acque agitate, in marosi, in un vortice che minaccia la sua esistenza. In queste situazioni, in particolare quando durano a lungo, si ha l’impressione che l’invisibilità di Dio sia in realtà un suo dormire, un non vedere, un non sentire le grida e i gemiti di chi si lamenta. Sì, la poca fede fa gridare ai credenti: “Dio dove sei? Perché dormi? Perché non intervieni?” (cf. Sal 35,23; 44,24; 59,6, ecc.). Dobbiamo confessarlo: anche se magari crediamo di avere una fede matura, di essere cristiani adulti, nella prova interroghiamo Dio sulla sua presenza, arriviamo anche a contestarlo e talvolta a dubitare della sua capacità di essere un Salvatore. La sofferenza, l’angoscia, la paura, la minaccia recata alla nostra esistenza personale o comunitaria ci rendono simili ai discepoli sulla barca della tempesta. Per questo Gesù li deve rimproverare con parole dure. Non solo chiede loro: “Perché siete cosi paurosi?”, ma aggiunge anche: “Non avete ancora la fede?”. Discepoli senza fede, senza adesione a Gesù: lo seguono, lo ascoltano, ma non mettono in lui piena fiducia…

Ed ecco che di fronte a queste parole così critiche di Gesù, ma anche di fronte al prodigio che hanno visto con i loro occhi, affiora nei discepoli una domanda: “Chi è veramente questo rabbi, questo maestro, se anche il vento e il mare gli sono sottomessi?”. Eppure anche da questo evento non sapranno trarre una lezione, perché, quando giungerà per Gesù e per loro la grande tempesta, l’ora della sua passione e morte, verranno meno a causa della loro mancanza di fede. Di fatto, questa prova della tempesta sul mare è annuncio della grande prova che li attende a Gerusalemme; ma allora tutti lo abbandoneranno e fuggiranno (cf. Mc 14,50)…. Poi di fronte a Gesù morto e sepolto, verificheranno un grande fallimento del maestro e del loro gruppo. E solo la tomba vuota e il contemplare Gesù vivente, risorto da morte, genereranno in loro una fede salda, che li porterà a confessare Gesù quale vincitore sul male e sulla morte. Allora, in quanto testimoni del Risorto, diventeranno anche capaci di affrontare, a loro volta, la tempesta che si abbatterà su di loro: la persecuzione a causa del nome di Gesù e della fede in lui.

Quando Marco scriveva il suo vangelo e lo consegnava alla chiesa di Roma, la piccola comunità cristiana nella capitale dell’impero era nella tempesta e regnava in essa una grande paura, tale da impedire a quei cristiani la missione presso i pagani. Così Marco li invita a non temere l’“uscita” missionaria, li invita a conoscere le prove che li attendono come necessarie (cf. Mc 10,30); prove e persecuzioni nelle quali Gesù, il Vivente, non dorme, ma è in mezzo a loro. La tempesta sul mare di Galilea è una metafora della lotta contro le potenze del male, lotta che Gesù Cristo ha vinto. Gesù appare dunque come Giona, ma un Giona al contrario: non riluttante, ma missionario verso i pagani, in obbedienza a Dio. In ogni caso, Giona e Gesù sono due missionari di misericordia, ed entrambi la predicano a caro prezzo: scendendo nel vortice delle acque e affrontando la tempesta (cf. Gn 2,1-11), perché solo attraversandola si vince il male. Ecco perché Gesù dirà che alla sua generazione sarà dato solo il segno di Giona (cf. Mt 12,39-41; 16,4; Lc 11,29-32), ossia la parabola della misericordia annunciata a prezzo della discesa nelle acque di morte, a prezzo dell’andare a fondo.

Quanto è cristiana la frase: “Naufragium feci, bene navigavi”! “Ho fatto naufragio, ma ho navigato bene”, perché sono approdato nel regno di Dio.

Una domanda insistente percorre tutti i 16 capitoli del Vangelo di Marco, dall’inizio alla fine: “Chi è Gesù?” Anche nel brano del Vangelo di oggi, Marco pone sulle labbra dei discepoli la domanda: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?” (v. 41). I numerosi miracoli di guarigioni e la dottrina nuova, insegnata con autorità da un Maestro così sorprendente (1,27), confluiscono nella professione di fede in Gesù da parte di due testimoni oculari coincidenti: Pietro e il centurione. Infatti, a metà del Vangelo di Marco, abbiamo l’affermazione solenne del discepolo Pietro: “Tu sei il Cristo” (8,29); e alla fine, il centurione pagano, ai piedi della croce, dichiara: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (15,39). Una affermazione che riceve conferma immediata nell’avvenimento della risurrezione! (16,6).

Il Vangelo di Marco, pur nella sua brevità e concisione, è una risposta graduale e completa a quella domanda iniziale sull’identità di Gesù, con un messaggio globale e coinvolgente. “Il catecumeno nel Vangelo di Marco – il cristiano oggi, ognuno di noi – è invitato a comprendere che Dio sta per prendere possesso della sua vita e gli va incontro con una misteriosa iniziativa, che egli è chiamato ad accettare” (Carlo M. Martini). Marco, nella sua tematica evangelizzatrice, dedica poco spazio ai discorsi e alle parabole di Gesù, preferendo dare risalto agli episodi della vita e ai miracoli, che egli sa narrare sempre con vivacità di immagini ed emozioni.

Lo si vede chiaramente anche nel miracolo della burrasca sedata (Vangelo): la tempesta grande, la barca ormai piena d’acqua, il grido disperato dei discepoli, Gesù che dorme tranquillamente, sul cuscino, a poppa… Ma a Gesù basta una parola per far cessare il vento. Finisce la paura dei discepoli, ma resta il “grande timore” (v. 41) per aver visto una manifestazione del Signore. La narrazione, ricca di elementi per la catechesi, culmina con la preghiera accorata dei discepoli al Maestro e con la loro professione di fede in Lui, al quale anche il vento e il mare obbediscono (v. 41). In tal modo, gli riconoscono il potere divino, proprio di Colui che ha fissato un limite al mare (I lettura) e ha infranto l’orgoglio delle sue onde (v. 11).

Nella cultura di molti popoli, il mare (con la sua potenza, cetacei, draghi marini…) è visto spesso come antagonista della divinità, simbolo di forze negative, nemiche dell’uomo. Al contrario, il Dio della Bibbia è più potente del mare, lo domina. Per questo, la scena evangelica di oggi conteneva sia un messaggio di consolazione per le prime comunità cristiane che cominciavano a sperimentare la persecuzione, come pure un invito ai catecumeni a fidarsi di Gesù Cristo e della sua nuova proposta di vita. Egli è sempre Emmanuele, Dio con noi, anche nelle prove e burrasche di ogni genere. Anche quando dorme – il sonno del corpo o il sonno della morte – Gesù condivide con noi le situazioni di pericolo, è entrato e resta nella barca dei discepoli. Non sarà mai sopraffatto: ha sempre la parola ultima di vita. Significativamente, Marco usa qui, per due volte, il verbo greco tipico della risurrezione (egheiro), per indicare che Gesù si è svegliato, destato (v. 38.39); è vivo, presente. Però, “il Signore non viene a risolvere le tue difficoltà, ma a vivere con te nelle difficoltà. Questa è la liberazione, il mistero cristiano, il mistero di Dio” (Servo di Dio don Oreste Benzi). Come diceva D. Bonhoeffer: «Dio non mi salva dalla tempesta, ma nella tempesta. Non protegge dal dolore, ma nel dolore. Non salva il Figlio dalla croce, ma nella croce». L’invito è a non fermarsi a guardare le nostre calamità e paure, ma a guardare al Signore, anche se dorme o sembra assente.

La narrazione del miracolo della tempesta sedata è anche una pagina di teologia biblica sul mistero del dolore nel mondo, che fa appello alla presenza provvidente e onnipotente di Dio. Di fronte al dolore, le logiche umane fanno tutte difetto. La figura di Giobbe (I lettura) resta emblematica. L’unica àncora è fidarsi di Dio e gridargli, pur in modo crudo ma fiducioso, la nostra disperazione, come il salmista, come i discepoli: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?” (v. 38). Con la certezza che – come e quando lo sa Lui! – Egli ha sempre in riserva la parola per calmare la tempesta: “Taci, calmati!

L’esperienza del dolore, lo schianto per la morte di innocenti, l’indignazione per le violenze e le ingiustizie, ci spingono ad elevare lo sguardo verso la Croce, verso il Cuore trafitto di Gesù Cristo. L’amore di Gesù che abbiamo ricevuto e l’esperienza di essere salvati da Lui ci spingono ad amarlo sempre di più e a farlo conoscere ad altri, perché tutti lo amino. San Paolo (II lettura), con una espressione forte e di non facile traduzione, afferma che “l’amore del Cristo ci possiede” (v. 14): ci spinge, ci stringe, ci domina, ci spezza il cuore, ci chiama alla conversione e alla missione.

Preghiamo che il Signore renda salda la nostra fede, perché nelle tempeste della vita possiamo scorgere la Sua presenza forte e amorevole e ne rendiamo testimonianza con la vita e la parola.

Nella liturgia di oggi si narra l’episodio della tempesta sedata da Gesù (Mc 4,35-41). La barca su cui i discepoli attraversano il lago è assalita dal vento e dalle onde ed essi temono di affondare. Gesù è con loro sulla barca, eppure se ne sta a poppa sul cuscino e dorme. I discepoli, pieni di paura, gli urlano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38).

E tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”. Soprattutto quando ci sembra di affondare, perché l’amore o il progetto nel quale avevamo riposto grandi speranze svanisce; o quando siamo in balìa delle onde insistenti dell’ansia; oppure quando ci sentiamo sommersi dai problemi o persi in mezzo al mare della vita, senza rotta e senza porto. O ancora, nei momenti in cui viene meno la forza di andare avanti, perché manca il lavoro oppure una diagnosi inaspettata ci fa temere per la salute nostra o di una persona cara. Sono tanti i momenti nei quali ci sentiamo in una tempesta, ci sentiamo quasi finiti.

In queste situazioni e in tante altre, anche noi ci sentiamo soffocare dalla paura e, come i discepoli, rischiamo di perdere di vista la cosa più importante. Sulla barca, infatti, anche se dorme, Gesù c’è, e condivide con i suoi tutto quello che sta succedendo. Il suo sonno, se da una parte ci stupisce, dall’altra ci mette alla prova. Il Signore è lì, presente; infatti, attende – per così dire – che siamo noi a coinvolgerlo, a invocarlo, a metterlo al centro di quello che viviamo. Il suo sonno provoca noi a svegliarci. Perché, per essere discepoli di Gesù, non basta credere che Dio c’è, che esiste, ma bisogna mettersi in gioco con Lui, bisogna anche alzare la voce con Lui. Sentite questo: bisogna gridare a Lui. La preghiera, tante volte, è un grido: “Signore, salvami!”. Stavo vedendo, nel programma “A sua immagine”, oggi, Giorno del Rifugiato, tanti che vengono in barconi e nel momento di annegare gridano: “Salvaci!”. Anche nella nostra vita succede lo stesso: “Signore, salvaci!”, e la preghiera diventa un grido.

Oggi possiamo chiederci: quali sono i venti che si abbattono sulla mia vita, quali sono le onde che ostacolano la mia navigazione e mettono in pericolo la mia vita spirituale, la mia vita di famiglia, la mia vita psichica pure? Diciamo tutto questo a Gesù, raccontiamogli tutto. Egli lo desidera, vuole che ci aggrappiamo a Lui per trovare riparo contro le onde anomale della vita. Il Vangelo racconta che i discepoli si avvicinano a Gesù, lo svegliano e gli parlano (cfr v. 38). Ecco l’inizio della nostra fede: riconoscere che da soli non siamo in grado di stare a galla, che abbiamo bisogno di Gesù come i marinai delle stelle per trovare la rotta. La fede comincia dal credere che non bastiamo a noi stessi, dal sentirci bisognosi di Dio. Quando vinciamo la tentazione di rinchiuderci in noi stessi, quando superiamo la falsa religiosità che non vuole scomodare Dio, quando gridiamo a Lui, Egli può operare in noi meraviglie. È la forza mite e straordinaria della preghiera, che opera miracoli.

Gesù, pregato dai discepoli, calma il vento e le onde. E pone loro una domanda, una domanda che riguarda anche noi: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40). I discepoli si erano fatti catturare dalla paura, perché erano rimasti a fissare le onde più che a guardare a Gesù. E la paura ci porta a guardare le difficoltà, i problemi brutti e non a guardare il Signore, che tante volte dorme. Anche per noi è così: quante volte restiamo a fissare i problemi anziché andare dal Signore e gettare in Lui i nostri affanni! Quante volte lasciamo il Signore in un angolo, in fondo alla barca della vita, per svegliarlo solo nel momento del bisogno! Chiediamo oggi la grazia di una fede che non si stanca di cercare il Signore, di bussare alla porta del suo Cuore. La Vergine Maria, che nella sua vita non ha mai smesso di confidare in Dio, ridesti in noi il bisogno vitale di affidarci a Lui ogni giorno.

20 giugno 202

ALTRE RIVE
Antonio Savone

Passiamo all’altra riva…

Tutto avrebbe sconsigliato una simile proposta. Ne venivano da una giornata intensa. Aveva subito le calunnie da parte degli scribi, l’essere ritenuto fuori di sé da parte dei suoi. La folla era tanta e Gesù aveva addirittura dovuto farsi mettere a disposizione una barca da cui parlare. Poi, ancora, aveva parlato loro in parabole. Era ormai sera e il buon senso avrebbe suggerito di non avventurarsi. Se a questo si aggiunge poi il rischio di un violento temporale che senz’altro stava per annunciarsi e, da ultimo, la non opportunità di frequentare un territorio, quello della Decapoli, da dove qualcuno gli chiederà addirittura di andarsene (si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio, Mc 5,17) il quadro è completo. Di sera attraversare il lago verso un territorio pagano? Significava proprio andarsela a cercare. Che necessità c’era in quell’avventurarsi un po’ maldestro, superficiale e incosciente? E invece, puntuale giunge l’invito di Gesù: passiamo all’altra riva. Invito ripetuto ogni giorno da allora alla comunità dei discepoli di ogni tempo: passiamo all’altra riva. Invito ripetuto anche l’ultimo giorno della nostra avventura terrena quando saremo chiamati a guardare le cose come le guarda Dio.

Immagino la resistenza dei più che senz’altro avrebbero preferito altri lidi. Quello in cui si trovavano e che già conoscevano era senz’altro più sicuro. A quell’ora, dopo una giornata intensa…. Ma cosa ti viene in mente? Non hai altro a cui pensare? Resistenza che emergerà tutta di lì a poco quando si trasformerà in paura prima e rabbia poi tanto da rimproverare chi aveva preso l’iniziativa di quella sciocca e drammatica traversata: non t’importa che moriamo? Della serie: te l’avevamo detto… Dinamiche che ben conosciamo.

Passiamo all’altra riva…

Non è il diversivo proposto da Gesù al gruppo dei discepoli. C’è un ben preciso intento in quell’invito espresso con autorevolezza in un frangente che forse consiglierebbe di rimanersene tranquilli sulla sponda che già conoscono. Appunto, quel passiamo all’altra riva… è l’invito/comando a lasciare la riva di sempre, le sponde fin troppo frequentate. C’è un’altra postazione da guadagnare e non già per fare proseliti ma per provare a guardare le cose di prima e la riva di prima, come passate. Ne sono nate di nuove. C’è una pasqua da vivere.

Passiamo all’altra riva…

Quanta seduzione in queste parole di Gesù! Quali orizzonti potrebbero dischiudere! Quali territori del cuore ancora da esplorare! Parole da accogliere sulla fiducia, quella di sapere che lui è con noi, sulla stessa barca: non avete ancora fede? E, tuttavia, quelle parole ripetute da Gesù nelle nostre sere se da una parte lasciano presagire possibilità inedite dall’altra marcano al contempo tanta resistenza a far sì che le nostre barche si lascino sospingere verso confini mai valicati prima.

Il passare all’altra riva, infatti, non è mai indolore. Si scatena una vera e propria tempesta dinanzi alla quale la reazione prima è la paura, vale a dire l’incapacità di stare nella bufera senza perdere la pace. In più, come se non bastasse, a colui che ha preso l’iniziativa di buttarci a mare sembra non interessi quello che per colpa sua in qualche modo stiamo vivendo: non t’importa che moriamo? La paura della morte: ecco cosa fa capolino tutte le volte che la vita ci mette dinanzi un’altra riva. La paura di lasciare un mondo, un territorio, un’esperienza di cui conosciamo il codice, un’esperienza che abbiamo imparato a gestire. Avventurarsi come Gesù propone verso un territorio a rischio di contaminazione come poteva essere un territorio pagano scatena tutta una serie di eventi che immediatamente ci fanno perdere il controllo. E a noi par di morire. Già. La posta in gioco è proprio accettare di morire alla vecchia riva, al vecchio modo di guardare le cose. Perché siete così paurosi? È l’invito a dare un nome e un volto alle mie paure. Che cosa mi trattiene?

Il vento e il mare infuriati ci parlano spiegandoci nuove visioni della realtà ma il loro è un linguaggio che non conosciamo perché violento e dunque non sappiamo dominarlo. La furia del vento e del mare ci dicono che è con altri strumenti che sarà possibile compiere quella traversata. I soliti modulati sul ritmo dell’ansia e della paura non portano da nessuna parte. Quanto diversa la reazione di Gesù di fronte a quello stesso linguaggio del vento e del mare: egli se ne stava a poppa, su un cuscino, e dormiva. Sarà lui a mettere a tacere vento e mare quando si troverà costretto a misurare che nel nostro cuore fa fatica a germogliare la fede e la disponibilità a lasciarsi condurre. E intimerà al vento e al mare non di arrestarsi ma di non più parlare.

Perché sono così pauroso? Non ho ancora fede?

Due domande da tenere sempre aperte se voglio accogliere l’opportunità di conoscere altre rive. La paura della traversata non ci impedisca di conoscere nuovi approdi.

da acasadicornelio

Dio non interviene al posto mio ma con me
Ermes Ronchi 

Una notte di tempesta e di paura sul lago, e Gesù dorme. Anche il nostro mondo è in piena tempesta, geme di dolore con le vene aperte, e Dio sembra dormire.

Nessuna esistenza sfugge all’assurdo e alla sofferenza, e Dio non parla, rimane muto.

È nella notte che nascono le grandi domande: Non ti importa niente di noi? Perché dormi? Destati e vieni in aiuto! I Salmi traboccano di questo grido, riempie la bocca di Giobbe, lo ripetono profeti e apostoli. Poche cose sono bibliche come questo grido a contestare il silenzio di Dio, poche esperienze sono umane come questa paura di morire o di vivere nell’abbandono.

Perché avete così tanta paura? Dio non è altrove e non dorme. È già qui, sta nelle braccia degli uomini, forti sui remi; sta nella presa sicura del timoniere; è nelle mani che svuotano l’acqua che allaga la barca; negli occhi che scrutano la riva, nell’ansia che anticipa la luce dell’aurora.

Dio è presente, ma a modo suo; vuole salvarmi, ma lo fa chiedendomi di mettere in campo tutte le mie capacità, tutta la forza del cuore e dell’intelligenza. Non interviene al posto mio, ma insieme a me; non mi esenta dalla traversata, ma mi accompagna nell’oscurità. Non mi custodisce dalla paura, ma nella paura. Così come non ha salvato Gesù dalla croce, ma nella croce.

L’intera nostra esistenza può essere descritta come una traversata pericolosa, un passare all’altra riva, quella della vita adulta, responsabile, buona. Una traversata è iniziare un matrimonio; una traversata è il futuro che si apre davanti al bambino; una traversata burrascosa è tentare di ricomporre lacerazioni, ritrovare persone, vincere paure, accogliere poveri e stranieri. C’è tanta paura lungo la traversata, paura anche legittima. Ma le barche non sono state costruite per restare ormeggiate al sicuro nei porti.

Vorrei che il Signore gridasse subito all’uragano: Taci; e alle onde: Calmatevi; e alla mia angoscia ripetesse: è finita. Vorrei essere esentato dalla lotta, invece Dio risponde chiamandomi alla perseveranza, moltiplicandomi le energie; la sua risposta è tanta forza quanta ne serve per il primo colpo di remo. E ad ogni colpo lui la rinnoverà.

Non ti importa che moriamo? La risposta, senza parole, è raccontata dai gesti:

Mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante.
Mi importano i passeri del cielo e tu vali più di molti passeri, mi importano i gigli del campo e tu sei più bello di loro.
Tu mi importi al punto che ti ho contato i capelli in capo e tutta la paura che porti nel cuore. E sono qui. A farmi argine e confine alla tua paura. Sono qui nel riflesso più profondo delle tue lacrime, come mano forte sulla tua, inizio d’approdo sicuro.

L’Assente presente

“In quel medesimo giorno” in cui Gesù “aveva annunciato la Parola alle folle attraverso le parabole, spiegandole in privato ai suoi discepoli” (cfr. Mc 4,33-34), eccolo prolungare la conversazione in disparte con loro, invitandoli a seguirlo sulla riva opposta del mare di Galilea, in pieno territorio pagano: “passiamo all’altra riva!”.

È curioso che Gesù, “venuta la sera” non rimandi i suoi a casa, a riposarsi, ma, prendendo l’iniziativa, li faccia prendere posto con Lui sulle barche per una traversata notturna del lago.

L’invito di Gesù “passiamo all’altra riva!” somiglia all’“andiamocene altrove!” (Mc 1,38) che Lui stesso aveva rivolto ai suoi all’inizio del suo ministero, perché “altri villaggi” potessero conoscere Lui e la sua Parola. Di là dal mare, infatti, Gesù potrà spargere il seme della sua Parola in territorio pagano perché anche lì possa cercare accoglienza nel cuore dell’uomo (cfr. parabola del seminatore, Mc 4,1-9). Ma il passaggio all’altra riva, là dove c’è l’“altro”, implica un attraversamento del mare, un vero e proprio esodo dalla posizione in cui siamo verso un “altrove” che non conosciamo.

Gesù non teme di compiere diversi attraversamenti del lago (Marco nel riporta tre: Mc 4,35-41; 6,45-52; 8,14-21): Egli è la Parola che, attraversando i cieli, raggiunge l’altro che è l’uomo, ogni uomo.

In questo episodio, la barca è sicuramente un elemento importante.

Gesù era già “salito su una barca” all’inizio del discorso in parabole per rivolgere da qui la sua Parola alle folle (cfr. Mc 4,1), per cui all’inizio dell’episodio odierno Egli è già sulla barca. Ma Marco, aggiunge dei piccoli dettagli che occorre cogliere per comprendere qualcosa di più di questa attraversata. Marco infatti dice: “lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui”. Se Gesù era già su una barca, perché sottolineare che i discepoli “lo presero con sé sulla barca”? Sarebbe forse stato più corretto dire che Gesù “li prese con sé sulla barca”! E poi perché aggiungere “così com’era”? E ancora: perché sottolineare che “c’erano anche altre barche con lui”? Marco, sempre così sobrio nel suo linguaggio narrativo, sembra aver collocato qui dei particolari inutili! Ma non è così!

Ora Gesù chiama i suoi a lasciare il luogo dove si trovano, la prospettiva dalla quale guardano le cose, per andare in un “luogo altro”, sull’altra riva.

Gesù li fa imbarcare con Lui. Infatti Marco sottolinea che “lo presero con sé sulla barca, così com’era”. Gesù è con i suoi su una barca precisa (“la barca”), mentre “c’erano altre barche con Lui”, particolare apparentemente superfluo, ma che Marco riporta perché c’è una grande differenza fra l’essere sulla stessa barca di Gesù e l’essere su altre barche.

Inoltre su quella barca, i discepoli lo “prendono così com’era”. Sì, sulla barca c’è Gesù così com’è, e non come vorremmo che fosse. E questo è importante saperlo all’inizio del viaggio.

Gesù è sulla barca, ma è presente “così com’è”, nella sua apparente impotenza (“dormiva”) e non con la forza che vorremmo che avesse in certi momenti tempestosi della vita.

La “barca” è stata interpretata dai padri della Chiesa come la “Chiesa”, quella comunità di uomini che, nella attraversata della vita, è imbarcata con Gesù. “Essere sulla stessa barca” è divenuto infatti quel modo di dire che esprime il condividere il medesimo destino.

Ora, mentre sono in viaggio verso l’altra riva, “ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena”. Sembra quasi che questa tempesta improvvisa, tanto violenta da mettere in pericolo la barca, faccia parte “naturale” dell’attraversata.

Ed effettivamente, il viaggio della vita, il viaggio verso l’altra riva che è il fratello, conosce molte tempeste. Nessun attraversamento ne è esente.

Come affrontare queste tempeste che ci colgono sulla barca della vita?
“Fuori” dalla barca ci sono vento e onde minacciosi, mentre “dentro” Gesù “se ne sta a poppa, sul cuscino, e dorme”. Contrasto fortissimo fra la violenza degli elementi naturali e la pace del sonno di Gesù. Gesù si trova “a poppa, sul cuscino”, nel luogo dove si trova il timone per governare la barca. Ma invece di guidarla attraverso la tempesta, il Timoniere dorme.

Quante volte, in passaggi tempestosi della storia, sembra che Dio dorma!
L’uomo che prega conosce bene questa situazione: “Svégliati! Perché dormi, Signore?” (Sal 44,24). Il fatto che Dio non intervenga subito quando viviamo situazioni che mettono in pericolo la nostra vita, mette in dubbio il suo amore per noi. I discepoli di Gesù infatti gridano “non ti importa che siamo perduti?”. Noi siamo in un pericolo mortale e tu non ti curi di noi? Dove sei quando siamo nella notte e attraversiamo la tempesta e abbiamo bisogno di essere salvati? Non ti preoccupi forse dell’uomo che ami?

Sì, nella barca sbattuta dal vento e dalle onde, Gesù dorme. La Sua presenza è percepita come un’assenza. Il suo sonno come disinteresse.

Ma il sonno di Gesù somiglia molto a quello dell’uomo della parabola di domenica scorsa che si affida alla crescita misteriosa del seme: “dorma o vegli”, il seme cresce da sé.

Gesù dorme, affidato alle mani del Padre, nella certezza che il Suo amore non lo abbandonerà alla morte.

Così come si abbandonerà al “sonno” della morte nell’ora in cui la tempesta degli eventi lo condurrà alla croce; e il Padre non interverrà per evitargli la morte. Sì, arriverà il tempo in cui Gesù stesso vivrà una situazione similare a quella dei discepoli sulla barca sbattuta dal vento e dalle onde. Anche Lui eleverà una preghiera piena di angoscia al Padre che sembrerà “dormire” nell’ora estrema del Figlio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Ma queste parole sono l’ultima invocazione di Colui al quale Gesù avrà rivolto un’altra preghiera, in un’ora altrettanto oscura e tempestosa: “Padre, non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36).

Nella notte, quando l’angoscia per un pericolo mortale assale Gesù, il Figlio si affida al Padre.
Questa è la via per scorgere presente, nel momento del pericolo, Colui che percepiamo assente.

Per questo, a tempesta sedata, Gesù chiederà ai discepoli: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. La paura che assale i discepoli viene dalla mancanza di fede.

Nel momento della tempesta, quando il vento è contrario e le onde sommergono la barca della nostra storia, solo la fede ci può custodire dalla paura, ci può donare la certa speranza che “l’aiuto viene dal Signore, non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele” (Sal 121,2-4).

È presente Colui che percepiamo “dormire”. “Non dorme” l’amore del Custode delle nostre vite.
La mancanza di fede (e la paura che ne consegue) viene forse dal fatto che i discepoli ancora non sanno chi sia Gesù: “si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”.

È necessario attraversare molte tempeste per crescere nella conoscenza di Gesù e nella fede, quella del Figlio che si affida al Padre.

È necessario compiere ogni attraversata della vita continuando a rivolgere a Gesù “che dorme” il nostro grido, per maturare la sua fede nel Padre: “Padre, nelle tue mani consegno la mia vita” (cfr. Lc 23, 46).

E noi stiamo lentamente “imparando” questa fede…

Sorelle Povere di Santa Chiara
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