Cari amici della nostra comunità comboniana di Castel d’Azzano, condividiamo con voi la riflessione proposta alla comunità nell’Eucaristia di questa domenica.
Solennità del Corpo e Sangre di Cristo
Dopo il grande periodo di feste pasquali, celebriamo oggi il Corpo e Sangue di Cristo, una festa molto popolare, alla quale aderiscono – pensiamo alle grandi processioni che avvengono un po’ dappertutto – anche persone che frequentano poco le normali celebrazioni eucaristiche. Questa apparente contraddizione tra le grandi manifestazioni religiose e le sempre più scarne file della comunione, mi fa venire il dubbio che ci sia, in questa festa, qualcosa che forse non abbiamo capito del tutto. Cerco di vederci un po’ più chiaro.
L’origine dell’eucaristia la conosciamo: ce ne parlano in modo diverso tutti i vangeli. Il testo più antico del Nuovo Testamento, che è la lettera di san Paolo ai Corinti, scritta con tutta probabilità attorno alla Pasqua dell’anno 54, cioè appena 20 anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, e che è di una ventina di anni anteriore al vangelo di Marco, il primo dei 4 a essere scritto. Nel cap. 11 di questa lettera, Paolo si riferisce agli incontri che le prime comunità cristiane avevano nelle case dove mangiavano insieme ricordando l’ultima cena di Gesù. Scrive: “Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto. Che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese il pane…”. Ci fa capire che questo ricordo sia stata la cosa più antica e più importante della prima tradizione cristiana.
Paolo scrisse quella lettera perché a Corinto c’erano dei problemi: le persone si trovavano, ma, diceva lui, profanavano l’Eucaristia. E credo che lo facessero con le più belle intenzioni. Questo mi fa ricordare che anche Giovanni nel suo vangelo parla lungamente dell’eucaristia come di un elemento problematico nell’esperienza di Gesù. Lo racconta nel capitolo 6, che comincia con la moltiplicazione dei pani, che fu il miracolo più spettacolare, tanto straordinario che la gente, entusiasmata, cominciò a rumoreggiare perché voleva farlo re. Difatti, chi non vorrebbe un re così? Che dà da mangiare senza che ci si debba preoccupare del cibo? Ma Gesù se ne andò, dice il vangelo, da solo sul monte. Scappò via. La mattina dopo gli apostoli lo cercarono e, trovatolo, gli dissero: ma cosa fai qui? Tutti ti cercano. E qui comincia un lungo ragionamento di Gesù su quello che era successo e quello che la gente aveva capito, che non era quello che lui aveva voluto trasmettere. Cominciò a dire: voi mi cercate non perché avete visto dei segni ma perché vi siete riempiti la pancia. Cioè: non avete capito cosa nascondeva quel segno, quel gesto. E il discorso poi continua e va a finire nella sinagoga di Cafarnao, dove l’argomento viene ripreso e finisce in polemica e confusione. Il cap. 6 di Giovanni termina dicendo che “da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”.
Questo mi fa pensare e dire una cosa: attenti perché, quando parliamo di eucaristia forse c’è qualcosa che non è così semplice e scontato come possiamo immaginare. Domandiamoci, allora: che festa è questa? Non è la festa dei tabernacoli con quei lumini sempre accesi a ricordarci che là dentro c’è Gesù? O degli ostensori spesso dorati che portiamo in processione in modo trionfale? No, non è questo. Non è nemmeno la festa fatta per esaltare quelli che vanno a fare la comunione. No, è la festa di Gesù che viene a mettersi nelle nostre mani e nella nostra bocca, per essere nostro alimento. È lui che dobbiamo capire, non la nostra pietà o la nostra devozione.
Non dimentichiamo il contesto in cui è nata l’eucaristia. È il contesto della passione. Gesù percepisce quello che sta avvenendo attorno a lui. Sente l’opposizione delle autorità che, in occasione della grande festa di Pasqua che riuniva decine di migliaia di persone da tutto il paese e anche da fuori, hanno paura che lui possa fare qualcuno dei suoi gesti mirabolanti creando confusione e qualche movimento poi difficile da controllare. Gesù si accorge di questo clima ostile nei suoi confronti. È preoccupato? In parte sì. Nessuno vive alla leggera un momento simile. Ma, più che preoccupato per sé stesso, sembrava preoccupato per quel gruppo che lui aveva messo insieme e che sentiva che avrebbe avuto una grande sbandata generale: Pietro, lui stesso aveva annunciato che lo avrebbe rinnegato proprio quel giorno. Giuda? Sa che si sta muovendo contro di lui. Gli altri? Peggio ancora: non stavano comprendendo la gravità della situazione. Questo era il contesto. Un momento di grande difficoltà che avrebbe sfaldato un gruppo ancora molto fragile e incapace di far fronte a situazioni di quel tipo. Ecco. Gesù decide di passare le sue ultime ore insieme con loro. E mentre è a cena, a un certo punto, prende del pane, lo distribuisce dicendo: non abbiate paura. Questo sono io. Prendete, mangiate, sarò io il vostro alimento. Prendete, bevete. Il mio sangue sarà la vostra forza.
Sappiamo cosa successe in seguito. Tra i 12 c’era Giuda, una figura controversa e, per certi aspetti, inquietante. Anche lui è presente quella sera. Anche lui riceve quel pane che dà forza, quel vino che salva. Eppure, appena mangiato, dice il vangelo che esce per andare a incontrare le autorità per decidere come consegnarlo loro. Viene da dire: almeno nel suo caso di Giuda, quel pane non ha funzionato! Non è riuscito a fermarlo. Quindi Gesù si sbagliava quando esaltava la forza di quel cibo. Non lo so.
Nella chiesa primitiva e negli stessi testi sacri Giuda viene sempre presentato come il traditore. Ma c’è una cosa che forse ci sfugge. Dopo la sua morte, dov’è andato Gesù? Il credo, che proclama la nostra fede, dice una cosa apparentemente incomprensibile: che Gesù è disceso agli inferi, nella regione dei morti. Cosa è andato a fare nella regione dei morti? Io credo che sia andato a fare una cosa molto importante: forse è andato proprio a cercare Giuda per dirgli: Giuda, amico mio, sono venuto a prenderti perché tu possa stare con me. Io ti ho scelto, ti ho promesso che non ti avrei mai lasciato solo. Sono venuto a riprenderti e portarti con me. Tu mi appartieni.
Io non so se sia andata così ma mi piace pensare che sia andata così perché questo è quello che Gesù diceva dell’eucaristia. Chi mangia di questo pane vivrà eternamente. L’ha detto lui. Vivrà per sempre e farà cose che resteranno per sempre.
Allora mangiare e bere. Cristo è molto più che fare la comunione, è Dio in me, il mio cuore che assorbe il suo, lui che assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola. A che servirebbe un Dio come pane chiuso nel tabernacolo, da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso delle nostre cerimonie? E poi: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue “ha” la vita eterna”. Notate il verbo. Non “avrà” ma “ha” la vita eterna. La sua è già vita eterna, cioè vita libera, autentica, dove vengono costruite cose che meritano di non morire. Eucaristia è prendere un pezzetto di Dio in me per diventare un pezzetto di Dio nel mondo.
Bellissima festa, quindi, che però pone domande impegnative. Una fra tutte: ma noi cristiani, che ci accostiamo con frequenza all’eucaristia, queste cose le capiamo? E soprattutto le viviamo? Chiediamo al Signore che ci aiuti a diventare eucaristia, cioè pane spezzato, per i nostri fratelli.