È la festa dello Spirito, dono che Gesù risorto ha fatto ai discepoli. Un dono particolare, che la liturgia di oggi cerca di aiutarci a capire cosa rappresenti nella nostra vita e nella vita del mondo.

La liturgia comincia col presentarci “quel” giorno di Pentecoste. Un gruppo rinchiuso in una sala di porte sbarrate. Succede qualcosa, un vento, un fuoco e improvvisamente ritroviamo quella gente sulle strade del mondo annunciando e proclamando quello che prima era stato motivo di imbarazzo e di paura. Le persone si fermano, li ascoltano, si sentono toccati da quello che dicono. Li sentono parlare lingue comprensibili. Non credo che si riferissero a lingue strane perché le lingue veramente comprensibili sono quelle che toccano la vita e riscaldano il cuore. Senti parlare e dici: quelle parole sono state proprio per me. Sta di fatto che, dicono gli Atti, alcuni si coinvolsero, cominciarono a mettersi insieme come se si conoscessero da sempre. In poco tempo, popoli lontani e addirittura nemici si ritrovarono alla stessa tavola come se fossero famiglia.

È cominciato così quel giorno di Pentecoste e con esso un cammino nuovo di cui non si è mai riuscito a vedere con chiarezza tutti i contorni. Gesù aveva cercato di dirlo prima di andarsene, che sarebbe venuto lo Spirito, che avrebbe realizzato cose più grandi di quelle che lui stesso aveva fatto. E avrebbe reso capaci di fare altrettanto. Non avevano capito all’inizio. Solo ora cominciano a comprendere. Si rianimano, ricordano parole e insegnamenti di Gesù, ricostruiscono il percorso fatto con lui. Parole e gesti del Maestro acquisiscono una luce totalmente nuova. Un gruppo, quello dei 12, nato e cresciuto all’interno del mondo ebraico dove tutto girava intorno a Mosé e al suo insegnamento scolpito su pietra. Niente di più importante e di più sacro di quella legge, per secoli e secoli. Chi aveva tentato di metterla in discussione era sempre finito male. Ultimo, proprio Gesù di Nazaret.

Bene, quel gruppo adesso comincia a dire che Gesù, il risorto, è più grande di Mosé e che bisogna seguire un’altra legge, scolpita nel cuore e non più su tavole di pietra. Una legge fatta non di obblighi ma di un incontro di amore.

E viene Pentecoste, festa dello Spirito, festa della chiesa, festa della missione. Alcuni verbi pronunciati da Gesù aiutano a capire la portata dell’evento. Lo Spirito “verrà, annuncerà, guiderà, parlerà”. Tutti verbi declinati al futuro, come se lo Spirito venisse proprio per illuminare il domani. Spinge gli apostoli, spinge me, spinge la chiesa, spinge la storia esattamente a questo. Ci spinge verso il futuro, segnato dalla risurrezione di Gesù. Come se Dio si fosse improvvisamente stancato delle cose sempre uguali, dei recinti chiusi, delle cose piatte, formali, senza creatività né novità. Pentecoste è la festa che spalanca porte, apre strade, sprigiona energie che nessuno pensava esistessero. Come aveva fatto con Maria, con Elisabetta, con quel gruppo spaurito di discepoli. Pentecoste, come dice la liturgia, rinnova il volto della terra.

Le letture bibliche appena proclamate parlano di questo. Raccontano la prima esperienza. La prima porta che lo Spirito abbatte è quella di una casa, il Cenacolo, dove l’aria è diventata pesante e tossica. Gli Apostoli vengono spinti fuori e sono descritti come “ebbri”, ubriachi, fuori di sé, storditi da qualcosa che nemmeno loro sanno cosa sia. È la prima chiesa. È stato bello, ieri, vedere papa Francesco qui a Verona proprio facendo questo: incontrando persone (i preti e religiosi nella chiesa di San Zeno, invitandoli ad avere l’audacia dello Spirito, a essere coraggiosi, ricordando anche la frase di Comboni che voleva i suoi santi a capaci. Diceva che essere santi non basta. Bisogna che la santità diventi energia che cambia il mondo. Santi e capaci. Poi i movimento sociali all’Arena dove ci sono stati gesti bellissimi. Il più forte quell’abbraccio tra due imprenditori, un palestinese che ha avuto i genitori uccisi dall’esercito israeliano e un israeliano che ha avuto un fratello ucciso da milizie palestinesi. Abbracciati per dire che la pace è il vero valore da coltivare e da costruire e lo si può fare solamente se si rischia quello che ancora non c’è ma che non è generato né dall’odio e né dal desiderio di vendetta. Poi i carcerati ai quali ha chiesto di non lasciarsi vincere dalla sfiducia; e i giovani e le famiglia ai quali ha prospettato la bellezza di vivere intensamente, per i valori che contano davvero). Non è stato casuale questo incontro. È stata una grande celebrazione di Pentecoste dove molti hanno sentito proprio la presenza dello Spirito che rinnova, che rianima, che incoraggia, che spinge in avanti e che fa capire che tutti siamo capaci di cambiare il mondo.

Papa Francesco ha certamente scosso la città di Verona ieri, come nella prima Pentecoste era stata scossa dagli apostoli la città di Gerusalemme.

Ha fatto capire che, oltre a quella del cenacolo, c’è un’altra porta da spalancare ed è quella dei cuori. È là che avvengono i cambiamenti veri e più profondi: da cuori mossi dalle legge della carne a quelli mossi dallo Spirito. Cuori che devono essere misericordiosi, ha ricordato ai sacerdoti e ai religiosi il papa; che devono continuare a credere nel futuro, ha detto ai carcerati; che devono essere proiettati in avanti, ha ricordato ai giovani e addirittura ai bambini.

Parlando di questo, la seconda lettura, della lettera di Paolo ai Galati descrive cosa avviene nei cuori che si aprono all’azione dello Spirito: una specie di “sinfonia” di cose che meravigliosamente si intrecciano e producono frutti che tutti vorrebbero assaggiare: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Nove cose speciali, che rendono la vita speciale. E si potrebbe parlare anche di un’altra sinfonia, ancora più straordinaria, di cui Paolo parla nella lettera ai Corinti, la sinfonia della comunità mossa e organizzata dallo Spirito, dove le diversità non si combattono né si ostacolano ma si arricchiscono e si completano, come se fossero tasselli di un grande mosaico o di un puzzle, dove ognuno ha un posto unico e dove, solo quando lo occupa, il mosaico o il puzzle è finalmente compiuto.

Per questo non ci resta che ripetere la bellissima preghiera della sequenza che ha preceduto il vangelo.

“Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.
Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto.
O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.
Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna”. Amen