Io sono il buon Pastore

Io sono il buon pastore. Non un buon pastore, come se Gesù si paragonasse ad altri buoni pastori e imparasse da loro che cosa sia un buon pastore (cf. nel testo originale il doppio articolo: il pastore, il buono!). Cosa sia un buon pastore lo si può apprendere solo dal buon pastore, accanto al quale non ve ne sono altri, vale a dire da questo ‘io’, da Gesù. Ogni altro ministero di pastore nella Chiesa di Gesù Cristo non pone accanto al buon pastore un secondo o un terzo pastore, e non impedisce a Gesù di essere il buon pastore, l’unico della comunità. Egli è il pastore supremo (1Pt 5.4) ed è alla sua funzione di pastore che i pastori prendono parte; se così non fosse, essi snaturerebbero sia la funzione che il gregge. Il fatto che si tratti del buon pastore semplicemente, e non di un pastore tra gli altri, lo si arguisce subito dall’attività insolita che egli si attribuisce. Non si parla di pascolare, di abbeverare, di aiutare il gregge, ma è detto che il buon pastore offre la vita per le pecore. Ora, proprio per questo Gesù si definisce buon pastore, perché muore per le sue pecore. (…)Fa parte della missione del buon pastore condurre anche quelle altre pecore: il testo… dice che le deve condurre, vale a dire: salvarle dalla loro esistenza di solitudine, dal loro essere senza guida. Bisogna che il pastore conduca tutte le sue pecore, perché conoscano il giusto cammino e siano protette da ogni pericolo e danno. La comunità di Gesù troverà la sua pienezza quando tutti ascolteranno la sua voce… Tutte le divisioni tra i cristiani avranno termine quando tutti ascolteranno la sua voce e quella soltanto, quando infine cadrà tutto quello che accanto a quest’unica voce vuole ancora essere ascoltato e reclama attenzione.

(D. Bonhoeffer, Memoria e fedeltà pp. 159-60,165-6).

Riuniti dalla la voce del Pastore

(cf. D. Bonhoeffer, da Memoria e fedeltà, pp. 165-6)

La comunità di Gesù troverà la sua pienezza quando tutti ascolteranno la sua voce. Nessun altra voce allora avrà autorevolezza, nessuno più potrà indurre in errore le pecore. A nessuna di esse resterà nascosta la voce del buon pastore: tutte vivranno del suo comando, del suo insegnamento, della sua consolazione. La voce del buon pastore sarà l’unica che tutte unirà. La parola di Dio sarà l’unita della chiesa sulla terra. A creare questa unità non saranno le organizzazioni, non saranno i dogmi, non saranno le liturgie, non saranno i cuori pii, ma sarà la parola di Dio, sarà la voce di Gesù Cristo, il buon pastore delle pecore. Così troverà compimento la speranza di tutti i credenti. Tutte le divisioni tra i cristiani avranno termine, quando tutti ascolteranno la sua voce e quella soltanto, quando infine cadrà tutto ciò che accanto a quest’unica voce vuole ancora essere ascoltato e reclama attenzione. Così saranno tutti un solo gregge sotto un solo pastore. Allora l’opera del buon pastore sulla terra sarà giunta a pieno compimento.

(cf. D. Bonhoeffer, da Memoria e fedeltà, pp. 165-6).

Il Pastore conosce le sue pecore

La seconda cosa che Gesù, il buon pastore, dice di sé, è che conosce i suoi. Sembra una cosa da niente, e invece è la più grande. Ne abbiamo la misura se pensiamo a cosa significherebbe se Gesù non ci conoscesse, se dicesse: “Non vi ho mai conosciuti”(Mt 7,23; 25,41). Sarebbe la fine per noi, la nostra perdizione, la nostra separazione da lui per l’eternità. Perciò essere conosciuti da Gesù significa la nostra beatitudine, la nostra comunione con lui. Gesù conosce solo coloro che ama, coloro che gli appartengono, i suoi (2Tim 2,19). Ci conosce nella nostra qualità di perduti, di peccatori, che hanno bisogno della sua grazia e la ricevono, e al tempo stesso ci conosce come sue pecore. Nella misura in cui ci sappiamo da lui conosciuti e da lui soltanto, egli si dà a conoscere a noi e noi lo conosciamo come colui a cui solo apparteniamo per l’eternità. (…) Conoscere Cristo significa conoscere la sua volontà per noi e con noi, e farla; significa amare Dio e i fratelli (lGv 4,7-8 4,20). É la beatitudine del Padre riconoscere il Figlio come figlio, ed è la beatitudine del Figlio riconoscere il Padre come padre. Questo riconoscersi reciprocamente è amore, è comunione. Ugualmente, è la beatitudine del Salvatore riconoscere il peccatore quale sua proprietà acquistata, ed è la beatitudine del peccatore riconoscere Gesù quale suo Salvatore. Poiché. Gesù è legato al Padre (e ai suoi) da una tale comunione di amore e di conoscenza reciproca, per questo il buon pastore può deporre la propria vita per le pecore e acquistarsi cosi tutto il gregge quale sua proprietà per tutta l’eternità. “Mediante l’amore con cui muoio per le pecore io mostro quanto amo il Padre” (Gregorio).

(D. Bonohoeffer, Memoria e fedeltà, pp.163-4)