Società e Cultura

Per gentile concessione dell’Autore
Prof. Luigi Alici
https://luigialici.blogspot.com

Abbiamo invertito la rotta e navighiamo a ritroso… Sono gli anni della retrotopia“: questa frase, riportata in quarta di copertina, riassume efficacemente il contenuto dell’ultimo libro di Zygmunt Bauman, apparso nel 2017, pochi mesi dopo la sua scomparsa. Il sociologo / filosofo polacco, di origini ebraiche, divenuto cittadino inglese, autore di una produzione sterminata, illuminata da alcune metafore fortunate (e forse un po’ abusate), come quella della liquidità, ci lascia con questo libro il suo ultimo messaggio. Un messaggio messo a fuoco lucidamente nella breve introduzione, seguita da quattro capitoli, molto ricchi sul piano della documentazione bibliografica, anche se un po’ disomogenei e non privi di qualche ripetizione, che avrebbero meritato una revisione, forse resa impossibile dalla morte dell’Autore.

La tesi di fondo è semplice e suggestiva: la nostra epoca ha ormai bruciato da tempo ogni spinta in avanti, che aveva il suo “carburante” ideale nelle utopie moderne della emancipazione collettiva, del progresso illimitato, delle “magnifiche sorti e progressive”, secondo il canto amaro de “La ginestra” di Leopardi. Ecco allora il capovolgimento, per il quale Bauman conia il termine di “retrotopia”: «le speranze di miglioramento, a suo tempo riposte in un futuro incerto e palesemente inaffidabile, sono state nuovamente reinvestite nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità» (p. XVI). Alla base dell’odierna “retrotopia” c’è la speranza di poter finalmente riconciliare sicurezza e libertà: impresa che Bauman ritiene giustamente mai tentata e mai realizzata. A differenza di ogni altra vera utopia, però, teorizzata, voluta, perseguita come una forma di riscatto, questo ritorno all’indietro non assomiglia a un progetto rovesciato, ma ha qualcosa di casuale, come accade nella esplosione delle disuguaglianze: «si tratta di effetto accidentale e inatteso – o, quanto meno, non oggetto di riflessione, né di diagnosi o prognosi – di molteplici forze sguinzagliate e fuori controllo» (p. 89).

Quello che Bauman chiama “l’innamoramento retrotopico per il passato” (e che di solito fa seguito a una rivoluzione mancata) oggi nasce da una convinzione di base: nei paesi ricchi, la maggior parte dei genitori è convinta è i propri figli se la passeranno peggio di loro. Quattro sono le forme fondamentali di questa “retrotopia”. Anzitutto, un ritorno a Hobbes: il processo moderno di civilizzazione, infatti, ha portato solo a una “riforma delle buone maniere”, nascondendo – ma non eliminando – una incancellabile pulsione violenta. Forse per questo “l’animale hobbesiano” che è in noi (homo homini lupus) non vuole coinvolgersi troppo nel rapporto con gli altri, per timore che esploda l’incapacità di controllo sugli istinti sgradevoli. Insomma, «dobbiamo riporre nel cassetto l’idea di un mondo senza violenza, una delle utopie forse più belle – ma anche, purtroppo, più irraggiungibili» (pp. 6-7). Il risultato è che la violenza delle gang di bulli di strada e la smania punitiva dei cittadini cominciano pericolosamente ad assomigliarsi: la violenza, vissuta come un temporaneo sollievo al nostro umiliante senso d’inferiorità, esercita un’attrazione morbosa…

Il “ritorno alle tribù” è un secondo effetto dell’odierna “retrotopia”: la globalizzazione porta a concepire gli Stati come forme di vicinati, afferma Bauman citando Walzer, in cui è la tribù, alla fine, a decidere chi soccorrere e chi uccidere. Anticapitalismo, moralismo e xenofobia sono gli ingredienti di base, secondo Boltanski, di questo tribalismo di ritorno, fondato sul bisogno paradossale di sentirsi parte di una società formata da individui, ossessionati dalla paura di perdere lo status sociale dei genitori. Il crollo della  fiducia in una comunità diversa va di pari passo con un’idea miope e conflittuale di tradizione, vagheggiata solo per proclamare che noi siamo stati i migliori, quindi per celebrare ciò che è nostro ed escludere gli altri, afferma Bauman, citando Lowenthal. La tradizione diventa orgoglio e l’ignoranza impedisce la reciprocità. Si riaffaccia quindi l’idea di uno Stato territorialmente sovrano, che è stata – secondo Bauman – la madre di ogni nazionalismo. Ecco la ricetta del successo dei populismi: «la rabbia degli esclusi e dei reietti è un filone incredibilmente ricco da cui si può attingere senza sosta per rifornirsi di capitale politico» (p. 64).
Bauman inquadra in tale prospettiva il fenomeno delle migrazioni: quando l’imperialismo coloniale era all’apice, circa 60 milioni di europei sono partiti alla volta delle Americhe, dell’Africa o dell’Australia, spesso riconvertiti in coloni o soldati, ma dalla metà del ‘900 il flusso migratorio si è invertito; secondo Michel Augier, nei prossimi 40 anni si prevede un miliardo di sfollati: «una marea montante di persone cacciate di casa dalle decine di guerre civli, etniche e religiose e dal banditismo nei territori che i colonizzatori si sono lasciati alle spalle» (p. 74). Un fenomeno che ci ha colti impreparati, «alla stregua di quelle tribù cui ci sforziamo di fare ritorno» (p. 77).

Al centro degli ultimi due capitoli ci sono altri due ritorni. Anzitutto il ritorno alla disuguaglianza. Il sistema ha dimenticato che bisogna occuparsi degli sconfitti: «A livello globale (secondo l’ultimo resoconto del Credit Suisse) – scrive Bauman – la metà più povera dell’umanità (3,5 miliardi di persone) possiede l’1 per cento di tutta la ricchezza mondiale: come le 85 persone più abbienti sulla Terra» (p. 88). Ormai i linguaggi dell‘élite e quelli del resto del mondosono diventati reciprocamente incomprensibili; dal Medioevo in poi, commenta Bauman, la distanza non è mai stata così profonda. In tale situazione la solidarietà diventa un “lusso costoso” (P. Verhaeghe) e l’unica strategia consiste nel trarre dalla situazione più vantaggi dei propri rivali. 

C’è infine una forma di ritorno al grembo materno: la disgregazione dei legami umani si accompagna infatti a una visione autoreferenziale del dovere morale e a una privatizzazione della speranza. Il mito narcisistico ha le sue manie di grandezza, ma comporta anche un’angoscia permanente, dal momento che «tutta la responsabilità per gli insuccessi dell’esistenza è stata spostata sulle spalle degli individui» (p. 125). Il culto di sé deve continuamente difendersi, però, dal narcisisismo degli altri, e questo smaschera l’illusione di tenere insieme libertà e sicurezza: la crescita della prima è sempre a scapito della seconda, mentre l’amore non offre più garanzie contro questo “esercito crescente di solitari”. Una contraddizione che potrebbe riassumersi con le parole di Tim Jackson: «ci convincono a spendere soldi che non abbiamo per procurarci cose  che non ci servono per fare un’impressione che non durerà su gente di cui non c’importa nulla» (p. 120). 

Queste 4 forme di regressione hanno dunque in comune, secondo Bauman, un vero e proprio “terrore del futuro”, mentre lo Stato nazionale «dimostra la sua assoluta inadeguatezza ad agire efficacemente nell’attuale condizione d’interdipendenza planetaria degli uomini» (p. 161). Abbiamo davanti a noi «un lungo periodo di domande più che di rispostedi problemi più che di soluzioni, in bilico tra il successo e il falllimento», e non dobbiamo dimenticare di essere «come mai prima d’ora, in una situazione di aut aut: possiamo scegliere se prenderci per mano o finire in una fossa comune» (p, 169).
Anche Bauman dichiara, in chiusura, di aver trovato la “risposta più convincente” nell’appello al dialogo di papa Francesco, le cui condizioni «dipendono dal ripetto reciproco e dal presupposto, dalla garanzia e dal mutuo riconoscimento dell’eguaglianza di status» (p. 168). Un messaggio finale che potrebbe essere rivolto a tanti cristiani, vittime e complici anch’essi – spero senza accorgersene – di questa voglia irresponsabile di retrotopia.


IL LIBRO
Z. Bauman, Retrotopia, tr. it. di M. Cupellaro, Laterza, Roma – Bari 2017, pp. 181, € 15

Postato 16th August 2018 da Luigi Alici
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