III Domenica di Pasqua (B)
Luca 24, 35-48
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
La religione del Dio fantasma
Gaetano Piccolo
Realtà o fantasia
Un fantasma è una presenza inefficace, che può colpire sì la nostra fantasia (la radice è la stessa), ma che non è reale. Probabilmente anche per noi Gesù è diventato talvolta un fantasma, un ricordo, un’immagine, presente ma inefficace. Pensiamo che il Signore sia solo il frutto della speranza: vorremmo che ci fosse nella nostra vita, ma in realtà non c’è nulla.
Il Nemico ci persuade che in realtà è solo la nostra speranza che ci fa credere che Gesù sia realmente presente nella nostra vita. Credere che Gesù sia un fantasma vuol dire pensare che Egli non può veramente cambiare la nostra vita. Il Signore diventa un simbolo, un’icona culturale, un elemento di identità, forse anche uno a cui rivolgere preghiere e lamenti, ma nel fondo del cuore sappiamo che tutto questo è inutile, perché è solo un fantasma.
Discernere tra i sentimenti
Il cuore dei discepoli è attraversato da molteplici sentimenti. Il testo di Luca dice che sono sconvolti, pieni di paura, turbati, dubbiosi, provano gioia e stupore. Si tratta di sentimenti anche molto diversi tra loro, ma che si combinano insieme, creando una tempesta affettiva. Come non riconoscerci in questa varietà di sentimenti!
Anche il nostro cuore è spesso attraversato da sentimenti diversi, anche nei confronti di Dio. Sant’Ignazio chiamava questi sentimenti mozioni, perché ci spingono in qualche direzione. È importante fermarsi a leggere quello che si muove dentro di noi, è importante riconoscere quali pensieri ci sono dietro questi sentimenti, e discernere così se quei sentimenti vengono da Dio o se vengono dallo spirito cattivo, dal Nemico, che approfitta delle nostre paure per portarci lontano dal nostro bene.
Le ferite e la condivisione
Il Signore sa che abbiamo bisogno di sentire la sua presenza e di essere aiutati a riconoscerlo. Anche con i discepoli fa così, si fa riconoscere e lo fa attraverso due modalità molto significative: le ferite e la condivisione. Gesù mostra le sue ferite perché esse raccontano l’amore che ha avuto per noi. Quelle ferite, come anche le nostre, non sono inutili. Sono il segno di una storia d’amore. Gesù si fa riconoscere come colui che ha sofferto per me.
Il secondo gesto è la condivisione, mangiare insieme. È il segno della familiarità, ma soprattutto è un gesto che rimanda al Cenacolo, al luogo dove abbiamo vissuto insieme e al luogo in cui Egli ha consegnato il suo corpo e il suo sangue.
Quei due segni gettano luce sulla storia, aprono la mente, invitano a rileggere quello che è accaduto. Certo, ci vuole tempo. Gesù invita i discepoli a ricordare le parole che hanno ascoltato, il cammino che hanno fatto insieme. Soprattutto i discepoli di ogni tempo sono invitati a rileggere la passione di Gesù, la sua morte in croce e la sua risurrezione.
Abbiamo bisogno di tempo, ma solo attraverso questo cammino, che richiede tempo, possiamo diventare testimoni. Ed è proprio questo il compito che Gesù vuole affidarci: raccontare quello che abbiamo vissuto.
Leggersi dentro
- Dubbio, riconoscimento, testimonianza: a che punto è il mio cammino di fede?
- Sento che la presenza di Gesù è efficace nella mia vita o lo considero solo una fantasia
Missione pasquale è: annuncio del Perdono dei peccati
Romeo Ballan mccj
La storia dei due di Emmaus finì in modo sorprendente. La presenza di Gesù, che accompagnava i due discepoli in cammino verso Emmaus (Lc 24,13s), si concluse con la scoperta di quel misterioso viandante, che spiegava loro così bene le Scritture, che riscaldava il loro cuore e che ha spezzato il pane… “Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista… Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme” (Lc 24,31.33). A questo punto inizia il brano odierno di Luca (Vangelo) con gli Undici apostoli e i Due di Emmaus che si scambiano le esperienze circa le apparizioni di Gesù Risorto (v. 34-35). Finalmente, alla fine di quel giorno – il primo del nuovo calendario della storia umana – Gesù in persona appare a tutto il gruppo, “in mezzo a loro” e dice: “Pace a voi!” (v. 36). Appare in mezzo, vicinoa tutti loro, perché è Luil’unico centro di riferimento. E la sua prima parola è “pace”, la pace è qui, con Lui.
L’esperienza pasquale dei discepoli, che vedono e riconoscono il Signore risorto, diventa annuncio, anzi si trasforma nel fondamento stesso della missione degli apostoli e della Chiesa di ogni tempo e luogo. Il testo lucano di oggi è tutto un annuncio pasquale e missionario: i Due di Emmaus parlano del loro incontro con il Risorto e gli Undici sono mandati da Gesù a predicare “a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati” (v. 47).
Gli apostoli non erano dei creduloni, fecero difficoltà ad accettare che Gesù fosse risorto. San Luca cerca di provarlo con insistenza: dapprima dicendo che erano sconvolti, spaventati, turbati, dubbiosi, lo credevano un fantasma (v. 37-38); e poi, ci tiene a fornire prove concrete della corporeità del Risorto. Da parte sua, Gesù insiste nel dire: “Sono proprio io!” (v. 39). Sì, è il medesimo ed è trasformato; è quello di prima ma non è più come prima. Ha un corpo fisico diverso: passa attraverso muri e porte chiuse, però mangia del pesce arrostito davanti ai loro occhi attoniti (cfr. Atti 10,41). L’evangelista Luca fornisce prove palpabili che è proprio Lui, lo stesso Gesù in “carne e ossa”: mangia davanti a loro una porzione di pesce arrostito (v. 42), li invita a guardare e toccare mani, piedi, costato (v. 39). Alla fine i discepoli si arrendono e credono: le ferite della passione sono ormai i segni visibili e tangibili che c’è identità e continuità fra il Cristo crocifisso e il Cristo risorto.Gli apostoli non erano dei creduloni, hanno fatto fatica a credere; e la loro difficoltà ci consola: vuol dire che quella storia non se l’erano inventata loro, ma un fatto che li ha spiazzati.
Gesù invita gli apostoli a riconoscerlo e a credere: guardare, toccare, mangiare assieme. Sono verbi dell’amore, dell’amicizia, della convivialità. Normalmente, salvo circostanze o esami speciali, le persone sono identificate dal volto. Gesù invece vuole che i discepoli – Tommaso, in particolare- lo riconoscano dalle mani, dai piedi e dal costato. “Il richiamo è alle ferite impresse dai chiodi e dalla croce, apice di una vita spesa per amore. Anche da risorto, il corpo di Gesù conserva i segni del dono totale di sé… Anche il cristiano sarà riconosciuto dalle mani e dai piedi… L’annuncio della risurrezione di Cristo è efficace e credibile solo se i discepoli possono, come il Maestro, mostrare agli uomini le loro mani e i loro piedi segnati da opere di amore” (F. Armellini). L’amore e l’annuncio si fanno con la parola e soprattutto con i fatti! Il buon samaritano guarda, tocca e cura le ferite, si fa carico di quel poveraccio sulla strada. E ancor più: Gesù crea e invita tutti al Suo banchetto eucaristico per donare se stesso, vivere la comunione piena, dare a tutti vita abbondante.
Le tre letture neotestamentarie di questa domenica pasquale hanno un filo conduttore comune: la conversione e il perdono dei peccati. Ambedue – conversione e perdono – hanno la loro radice nella Pasqua di Gesù e sono parte essenziale dell’annuncio missionario della Chiesa. Pietro (I lettura) lo dichiara nella piazza pubblica il giorno di Pentecoste: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (v. 19). E Giovanni (II lettura) esorta amorevolmente i ‘figlioli’ a non peccare, ma se ciò capitasse, c’è sempre una tavola di salvezza: “abbiamo un avvocato… Gesù Cristo il giusto… vittima di espiazione per i peccati di tutto il mondo” (v. 1-2).
Questa bella notizia della salvezza ci è offerta come dono dello Spirito Santo, il quale, per Luca e per Giovanni, è collegato al perdono dei peccati. Tale connessione è messa in evidenza anche nella nuova formula dell’assoluzione sacramentale, come pure in una orazione della Messa, dove si invoca lo Spirito Santo, perché “Egli è la remissione di tutti i peccati” (cfr. preghiera sulle offerte, sabato prima di Pentecoste).
Nel Vangelo di Giovanni, l’istituzione del sacramento della riconciliazione per il perdono dei peccati avviene proprio nel giorno di Pasqua: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi” (Gv 20,23). Il perdono dei peccati è, quindi, un regalo pasquale di Gesù. Per san Luca “la conversione e il perdono dei peccati” sono la bella notizia che i discepoli dovranno predicare “a tutti i popoli”, nel nome, cioè per mandato di Gesù (Lc 24,47). Sono i doni del Crocifisso-Risorto, sono i veri segni della Missione. Perché “Gesù Cristo è il volto della Misericordia del Padre”, come ha spiegato più volte Papa Francesco in occasione del recente Giubileo Straordinario della Misericordia (2015-2016). Il Papa ritorna con frequenza sul tema della misericordia: invita tutti a praticare le opere di misericordia, affinché “non viviamo una fede a metà, che riceve ma non dà, che accoglie il dono ma non si fa dono”. Egli esorta caldamente ad “abbracciare il Sacramento del perdono”, perché “è il Sacramento della risurrezione, è misericordia pura” (11.4.2021). A ragione, quindi, il grande teologo moralista Bernardo Häring chiama la confessione il sacramento dell’allegria pasquale. E Gesù conclude: “Di questo voi siete testimoni” (v. 48). Noi tutti, sacerdoti e fedeli laici, siamo testimoni gioiosi della misericordia e del perdono che riceviamo nel sacramento. Facciamo esperienza che Gesù è vivo e ci vuole vivi nella Sua grazia.
È pace la prima parola pronunciata da Cristo Risorto
Commento di Ermes Ronchi
Lo conoscevano bene, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono.
Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro. Perché la Risurrezione non è semplicemente un ritornare alla vita di prima: è andare avanti, è trasfigurazione, è acquisire un di più. Energia in movimento che Gesù non tiene per sé, ma che estende all’intera creazione, tutta presa, e da noi compresa, dentro il suo risorgere e trascinata in alto verso più luminose forme.
Pace, è la prima parola del Risorto. E la ripete ad ogni incontro: entro in chiesa, apro il Vangelo, scendo nel silenzio del cuore, spezzo il pane con l’affamato. Sono molte le strade che l’Incamminato percorre, ma ogni volta, sempre, ad ogni incontro ci accoglie come un amico sorridente, a braccia aperte, con parole che offrono benessere, pace, pienezza, armonia. Credere in lui fa bene alla vita. Vuole contagiarci di luce e contaminarci di pace.
Lui sa bene che sono gli incontri che cambiano la vita degli esseri umani. Infatti viene dai suoi, maestro di incontri, con la sua pedagogia regale che non prevede richieste o ingiunzioni, ma comunione. Viene e condivide pane, sguardi, amicizia, parola, pace.
Il ruolo dei discepoli è non difendersi, non vergognarsi, ma ridestare dal sonno dell’abitudine mani, occhi, orecchie, bocca: toccate, guardate, mangiamo insieme. Aprirsi con tutti «i sensi divine tastiere» (Turoldo), strumenti di una musica suonata da Dio.
«Toccatemi, guardate». Ma come toccarlo oggi, dove vederlo? Lui è nel grido vittorioso del bambino che nasce e nell’ultimo respiro del morente, che raccoglie con un bacio. È nella gioia improvvisa dentro una preghiera fatta di abitudini, nello stupore davanti all’alleluja pasquale del primo ciliegio in fiore. Quando in me riprende a scorrere amore; quando tocco, con emozione e venerazione, le piaghe della terra: «ecco io carezzo la vita perché profuma di Te» (Rumi)…
«Non sono un fantasma» è il lamento di Gesù, e vi risuona il desiderio di essere abbracciato forte come un amico che torna da lontano, di essere stretto con lo slancio di chi ti vuole bene. Non si ama un fantasma.
«Mangiamo insieme». Questo piccolo segno del pesce arrostito, gli apostoli lo daranno come prova decisiva: abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At 10,41). Perché mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno più eloquente di una comunione ritrovata, il gesto che lega, custodisce e accresce le vite. Il cibo è una realtà santa. Santa perché fa vivere. E che l’uomo viva è la prima di tutte le leggi, della legge di Dio e delle leggi umane.
Credere alla parola del Signore
Commento di Enzo Bianchi
Il vangelo di questa domenica racconta un altro evento, dopo la visita all’alba delle donne alla tomba vuota (cf. Lc 24,1-11), la corsa di Pietro al sepolcro (cf. Lc 24,12), la manifestazione del Risorto “come un forestiero” (Lc 24,18) ai due discepoli in cammino verso Emmaus (cf. Lc 24,13-35).
Sempre nel medesimo giorno, “il primo della settimana” (Lc 24,1), il giorno unico della resurrezione, ma alla sera, i due discepoli tornati a Gerusalemme sono nella camera alta (cf. Lc 22,12; Mc 14,15), a raccontare agli Undici e agli altri “come hanno riconosciuto Gesù nello spezzare il pane” (cf. Lc 24,25). Ed ecco che, improvvisamente, si accorgono che Gesù è in mezzo a loro e fa udire la sua parola: “Pace a voi!”. Non consegna loro parole di rimprovero per la loro fuga al momento del suo arresto, non redarguisce Pietro per il rinnegamento, non dice nulla sul fatto che essi non sono più Dodici, come li aveva chiamati e costituiti in comunità (cf. Lc 6,13; 9,1), ma solo Undici, perché il traditore se n’è andato. No, dice loro: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, saluto abituale per i giudei, ma che quella sera risuona con una forza particolare: “La pace sia con voi! Non abbiate paura!”.
La resurrezione ha radicalmente trasformato Gesù, l’ha trasfigurato, perché egli ormai “è entrato nella sua gloria” (cf. Lc 24,26), e può solo essere riconosciuto dai discepoli attraverso un atto di fede. Quest’atto di fede è difficile, faticoso: gli Undici stentano a viverlo, a metterlo in pratica… Non a caso Luca annota che i discepoli “sconvolti e pieni di paura, credono di vedere uno spirito”. Allora Gesù li interroga: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. Nel dire questo, mostra loro le mani e i piedi con i segni della crocifissione. Sì, il Risorto non è altro che colui che è stato crocifisso!
Eppure, nonostante queste parole e questo gesto, i discepoli non arrivano a credere, malgrado un’emozione gioiosa non giungono alla fede. È vero, noi umani approdiamo facilmente alla religione, ma difficilmente arriviamo alla fede; viviamo facilmente emozioni “sacre” o religiose, ma difficilmente aderiamo a Gesù Cristo e alla sua parola. Ma il Risorto ha grande pazienza, per questo offre alla sua comunità una seconda parola e un secondo gesto. Chiede loro se hanno qualcosa da mangiare, ed essi gli offrono del pesce arrostito, il cibo che abitualmente mangiavano insieme, quando vivevano l’avventura della vita comune in Galilea. Ricevutolo, Gesù lo mangia davanti a loro! Siamo persino stupiti di fronte a questi gesti di Gesù, ma stiamo attenti: sono solo “segni” per dire che la resurrezione di Gesù non è immortalità dell’anima e perdita totale del corpo, non è “la continuazione della sua causa” anche se egli è morto, non è una memoria che si conserva senza che colui che è morto sia vivente. Gesù dà ai discepoli questi segni, che in verità contengono verità indicibili, affinché credano che il Crocifisso ha vinto realmente la morte.
Ma i discepoli restano in silenzio: l’evangelista attesta che nemmeno da quei segni e da quelle parole di Gesù è scaturita la loro fede… Infatti Gesù, per renderli finalmente credenti, deve riprendere la sua predicazione, l’annuncio del Vangelo da lui fatto fino alla morte. Chiede di ricordare le parole dette mentre era con loro, perché quelle parole erano profezia e parola di Dio che si doveva avverare, così come doveva trovare compimento tutto ciò che era stato scritto su di lui, il Messia, nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Ed ecco che, mentre il Risorto ricorda e spiega la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, opera il vero miracolo: “aprì loro la mente (diénoixen autôn tòn noûn) per comprendere le Scritture”. Il verbo qui utilizzato (dianoígo) nei vangeli ha sempre un senso terapeutico: designa l’apertura degli orecchi dei sordi e della bocca dei muti (cf. Mc 7,34), degli occhi ai ciechi (cf. Lc 24,31). Qui indica l’operazione compiuta nella potenza dello Spirito santo, l’apertura della mente alla comprensione delle Scritture. I discepoli, così “aperti”, possono ora ricevere il mandato per la loro testimonianza e la loro missione. Hanno capito che il cuore del Vangelo è la passione, morte e resurrezione del Signore, e che questo è il fondamento della fede cristiana, dal quale scaturisce l’annuncio del perdono dei peccati, della misericordia di Dio per tutte le genti della terra: non solo per il popolo di Israele, ma per tutti…
Con tanta fatica Gesù ha rifatto credenti quei discepoli che erano venuti meno durante la sua passione, li ha resi testimoni della sua morte e resurrezione, li ha resi capaci di comprendere cosa sia il perdono dei peccati che essi devono annunciare, in virtù del loro essere stati i primi a ricevere il perdono dal Risorto. C’è un detto di un padre del deserto che mi sembra commentare mirabilmente questa pagina evangelica: “Credere alla parola del Signore è molto più difficile che credere ai miracoli. Ciò che si vede solo con gli occhi del corpo, abbaglia; ciò che si vede con gli occhi della mente che crede, illumina”.
Di questo voi siete testimoni
Commento di Antonio Savone
Mai rassegnato il nostro Dio, mai ridotto alla constatazione risentita e amara che tanto non ne vale la pena. Ne vale sempre la pena. Comunque. Di questo voi siete testimoni. Testimoni, cioè, di una vita che riparte, ha nuovi inizi, accoglie possibilità inedite.
Occasioni ne aveva offerte: alle donne, ai due di Emmaus, a Pietro e a Giovanni, ai dieci, a Tommaso. Eppure… nessuno esente dalla fatica a credere: sconvolti e pieni di paura si ritrovano ancora i discepoli. Son lì che parlano di ciò che era accaduto lungo la via e stentano ad aprirsi alla fede. Brucia ancora tanto la ferita di quella fine ignominiosa. Quando poi Gesù mostra loro le mani e i piedi la gioia che pure ha la meglio, li trattiene. È difficile essere generati alla fede. Altro che tombe scoperchiate all’improvviso. Qui nessuna evidenza schiacciante.
E poi quel suo venire in mezzo a loro a offrire ancora una ennesima possibilità nel gesto di chi dice: pace a voi. Pace data non come la dà il mondo, frutto di accordi bilaterali. No. Quella di Gesù è possibilità di riprendere a sperare senza permettere che il male radichi nel proprio cuore. Offerta unilaterale, anzitutto.
Poi ancora quel suo avere a cuore le ragioni del turbamento dei discepoli e dei loro dubbi: perché? Chiede loro Gesù.
Forse si sarebbero aspettati ben altre parole – come era logico, d’altronde -, tanto era stato il peso di quel loro fuggire. E invece no. Deve essere rimasto impresso indelebilmente nel cuore di Giovanni questo modo altro di presentarsi di Gesù se arriverà a scrivere nella sua prima lettera: se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre. Di questo voi siete testimoni. Testimoni di un Dio che accoglie chi ha tradito.
Che siano ancora accolti lo attesta quel suo mangiare davanti ai suoi discepoli. Il mangiare insieme è il segno di una comunità ricostituita, di un legame riannodato. Quanto altro c’è dietro l’annotazione riportata da Lc circa quel pesce arrostito che Gesù chiede! Chiede, cioè, di ridiventare partecipe del loro quotidiano. E così si ritrovano commensali di colui che solo pochi giorni prima avevano abbandonato e non riconosciuto. Di questo voi siete testimoni.
Ai discepoli impauriti Gesù dice: Sono proprio io… Mostra cioè che vale la pena dare la vita per gli altri. La risurrezione, infatti, non è la vittoria dei forti, non è la possibilità di scampare un pericolo ma la vita che sperimentano coloro che pure hanno conosciuto il dramma del rifiuto e della morte. Gv dirà che sappiamo di essere passati dalla morte alla vita se amiamo i fratelli. Non è un miraggio quello di cui siamo testimoni, ma qualcosa di tangibile. È l’amore per l’altro che ci permette di dire che non siamo discepoli di un fantasma.
La comunità cristiana costituita segno di una vita che mai viene annientata anche quando tutto dovesse portare i segni tangibili di una sconfitta. Vita ricomincia da altrove, altrimenti, non evitando la riprovazione ma attraversandola, qualora dovesse fare capolino nella nostra esistenza. Di questo voi siete testimoni.
E poi la capacità di rileggere il passato non come pura successione di eventi ma come realtà all’interno della quale riconoscere che la vita passa solo attraverso un morire a quell’istinto di preservarsi che tanto abita le nostre giornate. Di questo voi siete testimoni.
Quanto avremmo bisogno di essere aiutati in una diversa lettura del reale! Invito all’intelligenza, quello rivolto dal Signore Gesù il quale, se di una cosa rimprovererà i suoi, sarà proprio per questa mancanza di collocare le cose nel loro insieme, senza fermarsi ad una lettura cronachistica dei fatti. Il frammento nel tutto. “La necessità e il bisogno non come luogo di costrizione, ma come luogo di trasformazione e di offerta di sé”. Di questo voi siete testimoni.
Quel giorno – dopo aver loro partecipato il dono della pace – Gesù abilitava i discepoli ad annunciare ad ogni uomo la conversione: gli uomini sono in grado di vivere diversamente, con amore e gratuità. A chi vorrebbe lasciare le cose come stanno, fuori e dentro la Chiesa, i discepoli annunciano che un mondo nuovo è possibile: di questo voi siete testimoni. Testimoni perché noi per primi siamo il segno che l’ultima parola sulla nostra vita non è il limite, la fragilità, la propria chiusura. L’ultima parola è il perdono dei peccati. Dio ama l’uomo così com’è, senza imporgli nulla: anche al peccatore Dio fa del bene, lui che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Di questo voi siete testimoni. Noi il segno che siamo stati accolti quando – dirà Paolo – eravamo per natura meritevoli d’ira.
Di questo voi siete testimoni, di accoglienza incondizionata. Per tutti.
