Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù.  Gli dissero allora gli altri discepoli: « Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: « Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Giovanni 20,19-31

Questa è la mia domenica di… purgatorio.  La domenica in cui io, Tommaso, continuo a essere posto sotto processo da migliaia di predicatori.  Così, immancabilmente, tutti gli anni.  Una barba, oltre al resto.

Ogni anno devo sorbirmi le solite requisitorie. « Povero Tommaso.  Pretende di vedere e toccare prima di credere.  Comodo, eh!  Facile.  Troppo facile.  Una fede che si basi sul vedere e sul toccare non è più fede… » E ‘ per me, le lezioni di teologia, impartite dalle cattedre più diverse, non finiscono mai.

Qualcuno, addirittura, mi presenta come il simbolo dell’incredulità.  Sarei, secondo certi focosi oratori, il rappresentante tipico di una mentalità moderna, materialista e positivista, che ammette soltanto ciò che cade sotto i sensi, ciò che si può pesare, misurare, analizzare, verificare con gli strumenti scientifici, ed esclude il mistero.

Mi sia consentito, almeno una volta, abbozzare una difesa.  Dissipare- gli equivoci che si sono addensati sulla mia persona e sui miei atteggiamento, fìno a rendermi irriconoscibile ai miei propri occhi.

Dal momento che troppi preti trovano facile ripetere gli stessi schemi e abbandonarsi alle stesse semplificazioni, vorrei invitarli, sommessamente, a usare un po’ di fantasia, a leggere più attentamente il testo evangelico, a riscoprirmi diverso da quel clicbé cui sono tanto affezionati e che permette loro di fare la solita sparata sull’incredulità contemporanea.

Per cominciare, faccio rilevare che la cattiva fama che mi sono guadagnato – ne avrei fatto volentieri a meno! tanto da diventare, nei proverbi popolari, prototipo del dubbio, della diffidenza, e perfino della cocciutaggine è fenomeno piuttosto recente.

Anticamente il mio nome aveva ispirato ben altri accostamenti. « Tommaso, detto Didimo », dice il vangelo.  Didimo è la traduzione greca del termine aramaico « gemello ». Io, secondo una tradizione remotissima, venivo considerato nientemeno che il gemello del Signore, a motivo della mia straordinaria rassomiglianza con Lui.

Si tratta di una tradizione che io stesso respingo, per quanto mi lusinghi.  Voglio soltanto chiarire che, all’inizio, raccoglievo una grossa dose di simpatia.

Ma veniamo al nocciolo della questione.

Io, dunque, avrei avanzato pretese assurde.

Si dimentica che sono stato privato, defraudato di qualcosa che i miei colleghi hanno avuto.  In occasione della prima apparizione del Risorto, loro hanno potuto vedere. « Mostrò loro le mani e il costato.  E i discepoli gioirono al vedere il Signore » (Gv 20, 20).

Perché io no?  Perché proprio io, uno dei Dodici, senza meriti speciali ma anche senza colpe particolarmente gravi, avrei dovuto essere escluso dal vedere?

Io pure, infatti, fino a prova contraria, ero « mandato ». Incaricato di predicare il vangelo in tutto il mondo.  E qualcuno magari mi avrebbe zittito rinfacciandomi il fatto che non avevo visto coi miei occhi il Signore Risorto, a differenza degli altri, e quindi non ero testimone credibile della risurrezione o almeno, lo ero molto meno di Pietro e compagni, e quindi non avevo diritto di parlare.  Pensate un po’ che figuraccia.  Ne andava di mezzo, fra l’altro, la mia missione, non solo la mia faccia.

Ammetto che, successivamente, oltre al vedere ho preteso di « mettere il dito ». Quest’esigenza eccessiva, però, era più che altro una richiesta di risarcimento danni per il torto subìto in precedenza.  Una specie di restituzione (vedere) con gli interessi (toccare).

D’altra parte, non scandalizzatevi… ma quando io ho pronunciato la frase incriminata, avreste dovuto vedere le facce degli altri apostoli… Vi leggevo una tacita approvazione, pur nella disapprovazione ufficiale.  Già.  Anche loro avrebbero desiderato fare la stessa cosa, ma non avevano avuto il coraggio di confessarlo.  E io il dito « nel posto dei chiodi » lo mettevo anche per conto loro.  Magari, dopo, chissà… sarebbe venuto pure il loro turno.

Lo so.  Qualche barbassore, a questo punto, dirà che la mia colpa specifica è stata quella di aver mancato di fiducia nei miei amici.  Di non aver prestato fede al loro racconto.  Poveretti, dovevano andare su tutta la terra a raccontare la storia del Cristo crocifisso e risorto e, tanto per cominciare, nella loro stessa casa c’era qualcuno – io, appunto – che non accettava la loro predicazione.  Un inizio piuttosto deludente, lo riconosco.  L’incredulità cominciava dal Cenacolo, figurarsi cosa sarebbe successo sulle piazze.

A questo punto mi vedo costretto, per difendermi, a dire qualcosa di spiacevole.  Lo faccio senza particolare animosità.

Il fatto si è che il mio « non credo » è esploso quando ho visto le loro facce.  Niente da dire sul loro racconto, sulle parole.  Tutto poteva essere plausibile.  Ma quei volti…

Io avrei voluto indovinare che c’era stato in mezzo a loro Cristo risuscitato dalla luce, dall’atmosfera, dalla gioia incontenibile.  Era indispensabile il « sacramento del volto ». In tal caso, sarebbero state superflue le parole, le spiegazioni.  Mi sarebbe bastata l’espressione delle facce, il tono della voce, il clima di pace.  Invece… Proprio il volto smentiva il racconto.

E allora, soltanto allora, ho preteso dei segni.  I segni li esigevo dal Cristo, Perché mi erano stati negati da quelli che l’avevano visto.

Sì, lo so.  Ho letto anch’io i testi moderni di ecclesiologia.  Si tratta di « vedere nella Chiesa ».
Ma la Chiesa, più che dimostrarmi, avrebbe dovuto mostrarmi.
Più che spiegarmi, avrebbe dovuto lasciarmi intravvedere.
Più che indottrinare, avrebbe dovuto irradiare una presenza.

Soltanto quando ho avvertito, con fastidio, le troppe parole in rapporto alla scarsa luce, quando ho intuito che l’opacità contraddiceva il racconto, ho preteso di vedere e toccare.  Mi erano stati negati i « segni » che mi avrebbero dispensato dal toccare.

Allorché è comparso Lui, mi è bastata la presenza, la, voce.  Ho perfino chiuso gli occhi, ve l’assicuro.  Non soltanto il toccare era diventato superfluo.  Anche il vedere.  Al posto del dito nel posto dei chiodi, mi è parso Più sicuro mettere le ginocchia sul pavimento ed esclamare: « Mio Signore e mio Dio! » E’ stata quella la mia risposta di fede.  La risposta di un uomo trasformato dalla presenza del Signore.

Giovanni ha capito il mio dramma, la mia crisi.  Nel suo vangelo il mio nome compare sette volte.  Ora, è risaputo che il numero sette símbolízza la pienezza, la totalità.  Io, dunque, sarei per Giovanni, non certo il discepolo perfetto (ci mancherebbe altro … ). Semplicemente, il vero discepolo.  Il discepolo tipo.  In carne e ossa, senza nessuna ídealizzazione e gonfiatura apologetica.

Un discepolo che non «arriva» di colpo, ma. segue un itinerario faticato, scandito da lentezze, slanci, incertezze, incomprensione, paure, coraggio, dubbi, proteste, generosità, smarrimenti…

Il mio itinerario è un itinerario « esemplare ». Può essere il tuo itinerario.
Non ho mai preteso di essere un eroe.  Mi accontentavo di essere « uno che cerca ».

E alla fine, e soltanto alla fine della strada, arrivo a quella sorprendente professione di fede « Mio Signore e mio Dio!» che mi sono ritrovato in bocca a mia insaputa, ve l’assicuro, non so chi ce l’abbia messa.  Quella, nella prima stesura del vangelo di Giovanni, era l’ultima parola pronunciata da un discepolo (l’ultimo capitolo è un’aggiunta successiva, che probabilmente non è uscita nemmeno dalla penna di Giovanni).

E adesso, se vi fa comodo continuare a considerarmi un campione dell’incredulità, accomodatevi pure.

Non è che la mia felicità accanto al mio Signore venga intaccata dal fatto che vi ostiniate ad appiccicarmi l’etichetta di « tardo a comprendere » e rispolveriate continuamente le mie gages (Gv 11, 16; Gv 14, 5).  Non dimenticate, però, che in quelle mie uscite, interpretate dai dotti come segno di ottusità, in fondo manifestavo un’intenzione che dovrebbe essere quella di ogni discepolo: seguire Gesù fino al Calvario (« andiamo anche noi a morire con lui! »; Pietro non è riuscito a dire la stessa cosa), e non staccarsi più dal Maestro (« … perché siate anche voi dove sono io »).

Non dimenticate, soprattutto, per favore, che la mia professione di fede finale è la formula della nuova Alleanza.  E l’ho pronunciata anche per voi.

Il mio non è stato un itinerario isolato.  Ci siamo raggruppati in parecchi lungo la strada: peccatori perdonati, cercatori appassionati anche se non immuni da debolezze e « ritardi ».

Eravamo il nuovo popolo di Dio.

Alla fine ci siamo buttati in ginocchio e gli abbiamo dichiarato che intendevamo essere il suo popolo e volevamo che lui fosse il nostro Dio:

– Mio Signore e mio – Dio!
La parola definitiva.
Quella che Lui aspettava con pazienza da me.
Da tutti noi.