I Domenica di Quaresima (Anno B)
Marco 1,12-15
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.
Deserto, luogo della tentazione
E subito lo Spirito lo caccia nel deserto, E rimane quaranta giorni nel deserto, tentato da Satana; stava con gli animali selvatici e gli angeli lo servivano.
Per la prima domenica di Quaresima, la liturgia ci propone poche righe di un Marco più sobrio del solito (che è tutto dire).
La tentazione di Gesù nel deserto. E l’inaugurazione della sua missione pubblica con l’invito alla conversione.
Cominciano le sorprese dello Spirito. Che, posatosi su Cristo al momento del battesimo, invece di proteggerlo, lo scaraventa nel deserto.
« Lo caccia nel deserto… » Letteralmente, lo spinge fuori.
Il verbo impiegato da Marco non indica una dolce pressione, ma una spinta decisa, quasi un’azione violenta.
Occorre tenere presente la scena di Adamo « cacciato fuori » dall’Eden (Gn 3, 24). Il simbolo, allora, risulta abbastanza trasparente: Gesù, nuovo Adamo, affronta il mondo della lontananza da Dio, percorso dalle potenze del male, per avviare il ritorno dell’umanità verso la patria perduta.
Qui il deserto non è più il luogo ideale degli incontri con Dio, ma il luogo della prova, della lotta con Satana. con l’oppositore, colui che ostacola il progetto di Dio.
« Lo Spirito lo caccia… »
Cristo viene cacciato fuori, sospinto nel deserto a sostenere il combattimento.
Lo Spirito non tiene al calduccio il credente, non gli assicura un clima « favorevole », non mette al riparo la sua fede.
Più che aria condizionata, è « soffio » che sospinge verso il mondo, dove le potenze del male intralciano il piano di Dio.
« Caccia fuori » dal tepore di una pietà confortevole, da schemi collaudati che escludono ogni avventura, da strutture in cui il funzionamento tiene il posto della vita, per scaraventare nel deserto dove si vive il rischio della fede e si è schiaffeggiati dai rigori della vita reale.
Lo Spirito non protegge, fa uscire allo scoperto.
Non dispensa dalle difficoltà, ma ci butta proprio dentro.
Dopo l’immersione nell’acqua, lo Spirito ci immerge nelle ambiguità, contraddizioni, pericoli dell’esistenza quotidiana.
E’ il battesimo nell’umanità.
E’ la partecipazione alla lotta degli uomini.
Lo stesso Spirito ci fa diventare figli di Dio e fratelli di tutti gli uomini. Ci unisce verso l’alto e verso il basso.
Il deserto – luogo della prova, della lotta, non dell’evasione diventa così il punto di saldatura tra le due dimensioni, divina e umana.
La vita nello Spirito non produce « anime belle », ma dei cristiani che imparano il mestiere di uomini in mezzo ad altri uomini.
La vita nello Spirito non è sosta, non è nido, ma cammino, itinerario da inventare giorno per giorno.
Un cristiano che sta « al riparo » non è uno che sta al sicuro. È uno che è sfuggito allo Spirito, si è sottratto al « soffio ».
« Rimase quaranta giorni nel deserto, tentato da Satana ». Marco, a differenza di Matteo e Luca, non precisa il contenuto e la forma delle tentazioni.
Ritengo che il lasciare nell’indeterminatezza la tentazione sia intenzionale da parte dell’evangelista. In realtà, lungo tutto il vangelo Cristo subisce la tentazione. Durante l’intero svolgimento della sua missione, Cristo deve affrontare chi cerca di distoglierlo, « dividerlo » dalla strada intrapresa: quella dei servizio, della debolezza, della oscurità, della sconfitta, della sofferenza. Ci sarà sempre qualcuno che gli suggerirà un’altra strada, lo inviterà a farsi servire, a comportarsi da padrone e non da servo, gli proporrà di essere Messia « in altro modo », lo solleciterà ad essere Dio adeguandosi ai desideri degli uomini.
Che Cristo abbia superato la prova nel deserto, Marco, più che affermarlo esplicitamente, lo suggerisce con due immagini: quella degli « animali selvatici » e l’altra degli angeli che lo servono.
La prima immagine indica sia la vittoria di Cristo sulle potenze del male, sia un riferimento ad Adamo che, circondato dagli animali, aveva imposto loro un nome, segno di dominio (Gn 2, 20).
L’armonia ristabilita con gli animali sarebbe segno della comunione ristabilita tra l’uomo e Dio. Insomma, la riconciliazione tra le creature e il Creatore.
« Stava con gli animali selvatici… » Abbiamo accennato all’armonia ritrovata.
Quest’armonia, però, la dobbiamo ricomporre prima di tutto dentro di noi. Soltanto recuperando la fedeltà alla nostra vocazione cristiana, riscoprendone le linee fondamentali in coincidenza col progetto di Dio, abbiamo la possibilità di rimettere un po’ di ordine anche attorno a noi.
La pace, dunque, come pienezza, unità ritrovata. Come rapporto con Dio che, lungi dall’impoverire, arricchisce e potenzia i rapporti con gli uomini.
L’altro tema del vangelo di oggi è rappresentato dalla prima predicazione di Gesù attraverso la Galilea.
Il suo programma-annuncio viene espresso con quattro formule brevissime:
- – Il tempo è compiuto
- – Il Regno di Dio si è fatto vicino
- – E’ necessario convertirsi
- – Bisogna credere al vangelo.
Le prime due formule costituiscono la rivelazione da parte di Dio. Le ultime due comprendono la decisione da parte dell’uomo. Una decisione che si esprime in due esigenze: conversione e fede.
Tema della predicazione è il vangelo, ossia l’annuncio gioioso che ci proviene da Dio. E’ importante rendersi conto che la buona notizia è data da parte di Dio. E’ Dio il fornitore di buone notizie per l’uomo.
« Il tempo è compiuto ». E’ l’annuncio del compimento. Il kairos vuol dire tempo determinato. circostanza favorevole, ma anche « giusta misura ». Nota uno studioso prestigioso: « Marco usa questa metafora per indicare che, essendo piena la misura, non c’è nulla da aggiungere al tempo trascorso prima dell’avvento atteso » (G. Nolli). Quindi Gesù non rimanda al futuro. Questo è il tempo stabilito da Dio, questa è la stagione favorevole. L’attenzione viene indirizzata verso il presente.
« Marco intende mettere in luce il “giorno” in cui, attraverso la parola di Gesù, risuona la proclamazione del regno di Dio. E’ in questo giorno che comincia ciò che è nuovo, dal fatto stesso della sua proclamazione. Il suo ‘compimento’ ha la risonanza dell’adesso, oggi, qui ».
« Si è fatto vicino il Regno di Dio ». Ossia, si tratta di una realtà presente, o per lo meno imminente. Qualcosa che è giunto a scadenza.
Questa realtà del Regno è offerta, dono. E’ qualcosa fatto da Dio che l’uomo può semplicemente ricercare, ricevere.
Di fronte a questa realtà, scocca l’esigenza della «conversione», ossia di un mutamento radicale di atteggiamento.
La conversione richiesta, più che un tornare indietro, è un guardare avanti, verso il « nuovo », verso l’inaudito evento. Non si tratta di una conoscenza di sé di tipo psicologico, o di una esagerata introspezione in senso esistenziale. Convertirsi, qui, significa collocarsi di fronte alla buona Novella annunciata da Gesù e prendere posizione dinanzi alla persona stessa di Gesù.
Infine, occorre « credere al vangelo ». E credere al vangelo significa credere al messaggio di Cristo – parole e azioni -.
E’ una frase, comunque, che sprigiona una forza misteriosa: essere credenti nel vangelo. E hai l’impressione che la tua vita sia come afferrata e portata a una decisione.
Una vita che si gioca precisamente nel prendere sul serio o rifiutare – accogliere o respingere – una notizia.
Il momento decisivo per me, anche in questa Quaresima, è quello in cui « decido » se la cosa mi interessa oppure non mi riguarda…
Alessandro Pronzato
Dai sassi emerge la vita, crediamo nell’amore
Ermes Ronchi
Nel giardino di pietre che è il deserto, nuovo spettrale giardino dell’Eden, Gesù vince il vecchio, spento sguardo sulle cose (le tentazioni) e ci aiuta a seminare occhi nuovi sulla vita. Que sueno el de la vita: sobre aquel abiso petreo! Che sogno quello della vita e sopra quale abisso di pietre (Miguel de Unamuno).
Il deserto e il regno, la sterilità e la fioritura, la morte e la vita: i versetti di Marco dipingono nella prima pagina del suo vangelo i paesaggi del cuore dell’uomo. Gesù inizia dal deserto: dalla sete, dalla solitudine, dall’angoscia delle interminabili notti. Sceglie di entrare da subito nel paesaggio della nostra fatica di vivere. Ci sta quaranta giorni, un tempo lungo e simbolico. Si fa umanità lungo le piste aride delle mie faticose traversate.
In questo luogo di morte Gesù gioca la partita decisiva, questione di vita o di morte. Il Messia è tentato di tradire la sua missione per l’uomo: preferire il suo successo personale alla mia guarigione. Resiste, e in quei quaranta giorni la pietraia intorno a lui si popola. Dai sassi emerge la vita. Una fioritura di creature selvatiche, sbucate da chissà dove, e presenze lucenti di angeli a rischiarare le notti. Da quando Gesù lo ha abitato, non c’è più deserto che non sia benedetto da Dio, dove non lampeggino frammenti scintillanti di regno.
Il regno di Dio è simile a un deserto che germoglia la vita, un rimettere al mondo persone disgregate e ferite. Un’energia trasformativa risanante cova tra le pietre di ogni nostra tristezza, come una buona notizia: Dio è vicino convertitevi e credete nel Vangelo. Credete nell’amore.
All’inizio di Quaresima, come ai tornanti della vita, queste parole non sono una ingiunzione, ma una promessa. Perché ciò che converte il cuore dell’uomo è sempre una promessa di più gioia, un sogno di più vita. Che Gesù racchiude dentro la primavera di una parola nuova, la parola generatrice di tutto il suo messaggio: il regno di Dio è vicino. Il Regno di Dio è il mondo nuovo come Dio lo sogna, e si è fatto vicino da quando Dio è venuto ad abitare, con amore, il nostro deserto.
Gesù non viene per denunciare, ma per annunciare, viene come il messaggero di una novità straordinariamente promettente. Il suo annuncio è un ‘sì’, e non un ‘no’: è possibile per tutti vivere meglio, vivere una vita buona bella beata come la sua. Per raggiungerla non basta lo sforzo, devi prima conoscere la bellezza di ciò che sta succedendo, la grandezza di un dono che viene da fuori di noi. E questo dono è Dio stesso, che è vicino, che è dentro di te, mite e possente energia, dentro il mondo come seme in grembo di donna. E il suo scopo è farti diventare il meglio di ciò che puoi diventare. (Letture: Genesi 9,8-15; Salmo 24; 1 Pietro 3,18-22; Marco 1,12-15).
Avvenire
Gesù nel deserto, costantemente tentato
Enzo Bianchi
Il vangelo di questa I domenica di Quaresima è breve: quattro versetti, anche se in realtà mi concentrerò quasi esclusivamente sui primi due, avendo commentato i vv. 14-15 poche domeniche fa (III domenica del tempo Ordinario). I vv. 12-13 sono molto intensi, capaci di comunicarci l’essenziale sulle tentazioni di Gesù, anche se nel nostro immaginario è impressa, dunque da noi memorizzata, la narrazione più drammatica e più precisa dei vangeli secondo Matteo e Luca (cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13).
Concentriamoci dunque sul racconto di Marco. Gesù è stato battezzato nel fiume Giordano da Giovanni, il suo maestro, e nell’uscire dall’acqua ha visto i cieli aprirsi, lo Spirito di Dio scendere su di lui con la dolcezza di una colomba (cf. Mc 1,9-10) e, soprattutto, ha sentito una dichiarazione rivolta a lui solo. Dal cielo, infatti, dal luogo dimora di Dio, lo raggiunge una voce che proclama: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho messo tutta la mia gioia” (Mc 1,11; cf. Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1). È la voce del Padre, che gli conferma il proprio amore e la sua identità di Figlio amato; è la voce che lo abilita, con la forza dello Spirito, “compagno inseparabile di Cristo” (Basilio di Cesarea), alla missione pubblica tra i figli di Israele.
Ma appena questo è avvenuto, “subito” (euthýs) lo Spirito disceso su di lui lo spinge dove i cieli non sono aperti, bensì chiusi; lo spinge nel deserto, dove è presente più che mai il diavolo, Satana, il tentatore, la cui missione è dividere e separare, soprattutto da Dio. Gesù entra così in una zona d’ombra, entra nella prova, perché il deserto è terra di prova, di tentazione. Lo era stato per Israele, “battezzato” e uscito dalle acque del mar Rosso; lo era stato per Mosè e per Elia; lo era stato per quanti erano andati nel deserto per preparare una strada al Signore (cf. Is 40,3), combattendo da “figli della luce” contro il demonio e la sua tenebra; lo era stato per Giovanni il Battista. Gesù dunque sta camminando sulle tracce lasciate dagli inviati di Dio, e in tal modo sa che deve prepararsi a quella che sarà la prova, la lotta quotidiana, fino alla morte.
In quel deserto di Giuda, accanto al mar Morto, tra quelle rocce aride, Gesù “dimora quaranta giorni, continuamente tentato da Satana”. La sua è una lotta corpo a corpo, della quale nessuno è spettatore; è una lotta interiore attraverso la quale deve imparare l’obbedienza del Figlio – “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8), legge con intelligenza l’autore della Lettera agli Ebrei – e vincere il tentatore che si oppone alla venuta del Regno nel modo in cui Dio lo vuole e che Gesù deve assumere e fare suo, fino a rivestirsene. Marco non ci dice nulla di preciso su queste tentazioni che gli altri evangelisti, in una sorta di midrash, racconteranno come lotta contro le tre libidines dell’eros, della ricchezza e del potere, insomma lotta contro una manifestazione mondana, prepotente e arrogante del Regno.
L’evangelista più antico mette invece l’accento sul fatto che Gesù è costantemente tentato, per quaranta giorni, senza mai cedere a una visione trionfalistica della venuta del Regno. Pienamente sottomesso al Padre, creatura tra le creature non umane del deserto (rocce, pietre, arbusti, rettili, volatili, bestie selvagge), Gesù è in profonda comunione con tutta la creazione. È come collocato al centro di essa, è il vero Adamo come Dio l’ha voluto, capace di vivere riconciliato e in pace con tutte le creature e con tutta la terra. Gesù appare come l’uomo mite, armonioso, rappacificato con il cielo e la terra, così da inaugurare l’era messianica profetizzata da Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme … Il leone si ciberà di paglia come il bue, il lattante si trastullerà sulla buca della vipera, il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso” (Is 11,6-8). Sì, è il Regno messianico promesso da Dio a tutta la terra, che certamente è veniente. Gesù lo inaugura nel deserto, per questo subito dopo può proclamare: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è fatto vicino”.
Ma occorre ricordare che questa “armonia” e questa “pace” sono a caro prezzo: il prezzo della kénosis, dello svuotamento e dell’abbassamento di colui che “era in condizione di Dio e svuotò se stesso (heautòn ekénosen)”, diventando uomo e spogliandosi delle sue prerogative divine, invece di tenerle gelosamente per se stesso e di considerarle un privilegio (cf. Fil 2,6-7). Proprio in questa profonda umiliazione, che è testimonianza della sua tentazione vera, reale (non un teatrino esemplare per noi!), Gesù fa pace tra cielo e terra, sicché le creature del cielo, gli angeli, nel deserto gli si accostano e lo servono. Lo riconoscono quale Dio nella carne di un uomo: Gesù da Nazaret, il figlio di Maria.
Gesù, amato in pienezza dell’amore del Padre dichiaratogli nell’ora del battesimo e accompagnato dallo Spirito santo, è ormai operante quale vincitore su Satana, sul male, sulla malattia, sulla morte. È il Messia veniente che porta la vita; basta dunque seguirlo, accogliendo il suo invito pressante che riassume in sé tutto il vangelo appena iniziato: “Convertitevi e credete nel Vangelo!”.
“Nel deserto l’uomo sperimenta quanto vale”
Romeo Ballan, mccj
“Nel deserto l’uomo fa esperienza di quanto vale: vale quanto valgono i suoi dèi”. Cioè i suoi ideali, le sue risorse interiori. Lo scrive Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del Piccolo Principe. Nel deserto, anche Gesù dimostrò quanto valeva! Entrò nel deserto con la sua realtà di Dio-in-carne-umana: là si scontrò con Satana e le sue tentazioni, ne uscì vittorioso, pur dovendo, più tardi, nella passione, pagare le conseguenze delle sue sconvolgenti e impopolari scelte umano-divine. Il momentaneo fallimento della croce, però, è stato superato definitivamente nella risurrezione, con la quale Gesù dimostrò la validità e la bontà delle sue scelte. Gesù ci ha preceduti nel deserto e, come cristiani, siamo chiamati a fare lo stesso percorso. È l’unico cammino che ci porta alla Vita!
La celebrazione della Quaresima, “segno sacramentale della nostra conversione” (orazione colletta), ripropone i temi fondamentali della salvezza e della missione: il primato di Dio e il suo piano d’amore per l’uomo, la redenzione che ci viene offerta in modo gratuito nel sacrificio di Cristo, la lotta permanente fra peccato e vita di grazia, i rapporti di fraternità e rispetto da mantenere con i propri simili e con la creazione… Le tentazioni (Vangelo) non sono state per Gesù un gioco-finzione: sono state tentazioni vere, come lo sono per il cristiano e per la Chiesa. “Se Cristo non avesse vissuto la tentazione come vera tentazione, se la tentazione non avesse significato nulla per lui, uomo e Messia, la sua vittoria non potrebbe essere un esempio per noi, poiché non avrebbe a che vedere con la nostra” (C. Duquoc). E poiché è stato messo alla prova, Egli è in grado di venire in aiuto a chi è nella prova (cfr. Eb 2,18; 4,15). Gesù ‘tentato’ è solidale con noi, rappresenta ognuno di noi che siamo continuamente tentati e in lotta con lo stesso ‘spirito del male’ che opera in noi e attorno a noi.
Gesù si scontrò veramente con Satana (v. 13) sulle possibili scelte di metodo e di cammino per realizzare la Sua missione di Messia. Ognuna delle tre tentazioni – riportate negli altri due Vangeli sinottici di Matteo e Luca – rappresenta un modello di Messia, e quindi un modello di missione. Le tentazioni erano “tre scorciatoie per non passare attraverso la croce” (Fulton Sheen). La tentazione di diventare: 1°. un “riformatore sociale” (convertire le pietre in pane per sé e per tutti avrebbe garantito un successo popolare); 2°. un “messia miracolistico” (un gesto appariscente avrebbe assicurato fama e spettacolarità); 3°. un “messia del potere” (un potere basato sul dominio del mondo avrebbe soddisfatto l’orgoglio personale e di gruppo). Gesù supera le tentazioni: sceglie di rispettare il primato di Dio, si fida del Padre e fa suo il piano divino per la salvezza del mondo. Accetta la croce per amore e muore perdonando: solo così, spezza la spirale della violenza e toglie alla morte il veleno. Da quel momento, una vita nuova è possibile, in umiltà, verità, fraternità, solidarietà. Con la forza dello Spirito.
Gesù affronta le tentazioni nella forza dello Spirito (v. 12), del quale è ripieno fin dal grembo di sua Madre e per il Battesimo appena ricevuto (Mc 1,10). È lo Spirito della Pasqua, di Pentecoste e della missione, sempre necessario per l’evangelizzatore. A volte si è creduto che denaro, potere, dominio, presunta superiorità, super attivismo, ecc., fossero vie apostoliche di evangelizzazione. Il missionario è tentato da queste illusioni; ha bisogno, quindi, dello Spirito, l’agente principale dell’evangelizzazione (EN 75) e il protagonista della missione (RMi 21). Lo Spirito fa capire che il deserto quaresimale non è un ‘luogo’ geografico, ma uno spazio ideale, un tempo di grazia (kairós): tempo delle cose essenziali, tempo da riempire con i valori che permangono, dono da vivere nel silenzio, lungi dagli inquinamenti del chiasso, vanità, denaro, mondanità, evasioni, menzogne… Più che una imposizione penosa, il “convertitevi” programmatico di Gesù è un invito a cambiare strada; è il percorso vero che porta alla vita: “credete nel Vangelo”, cioè in Gesù stesso (v. 15). È Lui la bella notizia da vivere e da portare ad altri. Credere nel Vangelo vuol dire imparare ad affidarsi a un Dio che è “Abbà-Padre”, Dio di tenerezza e misericordia, che vuole solo il nostro bene.
Nel cammino verso la Pasqua, i temi della conversione e del battesimo sono già presenti nelle letture di oggi. San Pietro (II lettura) è esplicito nel vincolare alla conversione battesimale anche l’esperienza di Noè e dei suoi, salvati per mezzo dell’acqua, divenuta “immagine del battesimo, (che) ora salva anche voi” (v. 20-21), in virtù di Gesù Cristo, morto e risorto (v. 18.21).
Noè non era né israelita, né cristiano, né musulmano, ma “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio” (Gen 6,9). In lui, Dio stabilì la prima alleanza con l’umanità (I lettura), prima ancora che con Abramo: un’alleanza universale, con tutti i popoli. Un’alleanza non su base etnica o religiosa, ma semplicemente sulla base della comune natura umana. Un’alleanza mai revocata, vigente oggi e per sempre. Un’alleanza che è per tutti noi la base di un dialogo sempre possibile con tutte le tradizioni religiose e culturali. L’alleanza riguarda le persone – “con voi e con i vostri discendenti” (v. 9) – ma anche “con ogni essere vivente… con tutti gli animali” (v. 10). Dio è il primo ecologista: è geloso di ogni sua creatura! Il segno di tale alleanza, scelto da Dio stesso, è l’arcobaleno sulle nubi (v. 13), che assurge a simbolo della volontà di salvezza da parte di un Dio che non si stanca mai dell’umanità. Nessuna malvagità umana potrà mai indurlo a distruggere le sue creature. L’arcobaleno è, quindi, un simbolo biblico, segno di vita e di pace; non lo si può travisare con ideologie di qualunque tipo. L’arco delle frecce di morte è divenuto, per iniziativa di Dio, arco di buoni auspici: di pace e prosperità, dialogo e condivisione, verità e fraternità. Preghiamo che lo Spirito sospinga e sostenga anche noi nel deserto quaresimale (cfr. Mc 1,12).
STARE
Antonio Savone
Sosta nel deserto quella odierna, tanto per il Figlio di Dio quanto per la comunità dei suoi discepoli. Si direbbe, addirittura, tappa obbligata se a condurre Gesù nel deserto è lo stesso Spirito. Ne viene dal battesimo Gesù, con ancora nelle orecchie la voce rassicurante del Padre: Tu sei mio figlio! Sulle rive del Giordano la voce del Padre ha convalidato la sua scelta di Messia in fila con l’ultimo dei peccatori. Quale migliore garanzia per camminare spediti sul sentiero intrapreso?! E invece no.
Anche il Figlio condotto nel luogo della prova, in una esperienza di radicale solitudine. Anch’egli nel luogo e nell’esperienza del fraintendimento e di possibili sbagli. Come era accaduto al suo popolo, come era accaduto ai padri nella fede, ai profeti stessi. Non esente il Figlio di Dio. Senza sconti il suo percorso, uomo fino in fondo: per questo la sua parola non è come quella degli scribi. Parola autorevole la sua proprio per aver subito la prova egli stesso, proprio per aver conosciuto sulla sua pelle che esiste un’alternativa. Non è scontato servire Dio. E non è l’unica possibilità. E non è scritto una volta per tutte cosa significhi servirlo.
Se persino il Figlio di Dio ne sente il fascino, se anche lui deve scegliere, crediamo proprio che qualche uomo, una comunità cristiana, passi su questa terra senza tentazioni? Anche il Figlio ha avuto bisogno di un apprendistato di umanizzazione. Quasi un paradigma la vicenda della tentazione nel deserto: non è dato annunciare la prossimità di Dio (il regno di Dio è vicino) se non dopo l’esperienza tutta umana dell’aver attraversato il deserto della prova.
Anche il Figlio chiamato a verificare ciò che c’era nel suo cuore (secondo la splendida immagine di Dt 8,2). Il deserto era il luogo in cui Israele era stato costituito popolo di Dio. Era, inoltre, il luogo in cui aveva fatto esperienza di libertà ma anche il luogo in cui aveva imparato a riconoscere che la libertà ha un prezzo.
Anche il Figlio sedotto da chi contrasta lo stile di Dio.
Anche il Figlio tentato di prescindere da Dio, fare come se non. Il deserto e quei quaranta giorni dicono sì un tempo circoscritto, ma il vangelo non ricusa di annoverare una dopo l’altra pagine in cui il Figlio sarà di nuovo tentato:
- tentato dal potere, egli che era venuto per servire,
- tentato dal successo che fa seguito ai primi segni compiuti,
- tentato di abbassare il tiro della sua proposta quando gli verrà rimproverato che il suo è un linguaggio duro che non ottiene facili consensi,
- tentato, inoltre, di costringere gli uomini a credergli,
- tentato persino dalla fuga quando l’abbandono, il tradimento e il fallimento faranno capolino nella sua esistenza.
Continuamente sollecitato a ridire in che modo vorrà vivere da Figlio affidato alle mani del Padre. Come il Figlio, così i figli, i suoi discepoli: chiamati, come lui, ad esprimere in che modo dare credito al Vangelo, in che modo esprimere un itinerario di conversione.
Nel deserto, accettando di entrarci, il Figlio impara a stare a contatto con le bestie selvatiche. Le fiere ci sono, non vengono annientate, ma il Figlio impara a starci accanto. Senza fuggire da nulla. Immagine di un male riconosciuto e dominato. Un’armonia riscoperta grazie alla quale persino il deserto può diventare giardino. Come quello degli inizi, dove a regnare non era certo la paura. “’Le fiere’ non ci sono nemiche perché ‘angeli’ ci indicano sentieri che travalicano la terra e fanno assaporare lo stesso Dio… fanno diventare brillante persino il buio” (F. Scalia)
Forte dell’esperienza del deserto, il Figlio accetta di misurarsi con la storia, quella che è, non ricercando tempi e luoghi protetti ma i luoghi e i tempi della storia. Ha scelto di abitare un tempo laico, percorrendo le strade di una regione spuria. E proprio quando tutto sembra smentire un regno di Dio che si fa vicino all’uomo – quando più forte sarebbe la tentazione di battere in ritirata e aderire alla realtà – proprio allora il Figlio osa annunciare che il tempo è compiuto e Dio si è avvicinato a te. La presenza e la vicinanza di Dio viene annunciata da chi, avendo imparato a stare a contatto con le bestie selvatiche, sceglie di stare nelle contraddizioni della storia, rinunciando a tane e a nidi di sicurezza. Troppa la storia criticata dalla comunità cristiana ma – ahimè – troppa storia non assunta dalla stessa comunità cristiana.
Mc riporta un verbo che è tutto un programma per il Figlio di Dio come per i suoi discepoli: stare. La tentazione è legata proprio a questo verbo, verbo che viene prima di ogni fare e di ogni dire. È difficile stare, semplicemente stare, senza pretendere di essere qualcuno, solo accettando di entrare in una ben precisa situazione storica.
Quale il nostro stare come singoli e come comunità? In che modo declinarlo?
