Meditazione

Abbiamo fatto argomento delle nostre meditazioni sulla festa di oggi, inizialmente, il rapporto che vi era fra la prima e la terza lettura; poi, il Cantico di Simeone, e infine, questa sera, i personaggi: un Bambino e due vecchi. E ora il posto di ciascuno di noi nello stesso avvenimento. È una presentazione, ma c’è un riscatto, e lo dice chiaramente proprio il testo dell’Esodo che si è letto nell’Ufficio delle Letture. Tutti i primogeniti sono di Dio. In che modo Dio può prendere possesso del primogenito? Facendoli morire: li sottrae a questa vita, li sottrae all’esistenza puramente terrestre e li porta nella sua. Se allora Israele non vuol perdere i primogeniti, deve pagarli, deve riscattarli; siccome appartengono a Dio, Israele deve dare per ogni primogenito, due agnelli o due tortore, secondo il libro dell’Esodo.

Ed ecco una grandissima cosa dell’evento di oggi: gli uomini hanno riscattato Gesù, ora Gesù appartiene agli uomini. Il Padre, ecco, ci dona il Figlio suo, «primogenito di ogni creatura», al prezzo di due tortorelle. Quello che Maria e Giuseppe offrono nel Tempio è perché Gesù divenga veramente possesso, proprietà di Maria e di Giuseppe, ma anche del popolo di Israele. Non è riscattato soltanto per Maria e per Giuseppe. Infatti, chi è che lo prende fra le braccia come fosse sua proprietà? Simeone che, nel caso, è rappresentante del popolo di Israele. Tutta l’umanità, dunque, acquista Gesù come sua proprietà; è il suo primogenito che ha riscattato a prezzo delle due tortorelle. Dio non dà nulla per nulla: sa fare i suoi conti. A modo suo però, intendiamoci, perché, in fondo, ci dà suo Figlio e prende due tortorelle! Però le tortorelle le vuole. Non è che Egli aspetti qualche cosa da te per donarsi, ma è vero che tu non entri in possesso di quello che Egli ti dona se tu a tua volta non doni qualcosa. Egli ti dà tutto, tu gli dai quello che hai. Maria e Giuseppe gli danno la loro povertà, gli offrono soltanto due tortore, ma devono offrirgli due tortore. E Dio dà in cambio il suo Figlio!

…è la nostra povertà

Ecco, in fondo, l’argomento della nostra ultima meditazione. È la nostra povertà che noi possiamo offrire al Signore ed è la sua infinita ricchezza quella che Egli ci dona. Ma si noti bene quello che dice anche L’imitazione di Cristo: «Totum pro toto». Tu non hai che la tua povertà: dagli questa! Egli che è infinita ricchezza, ti darà tutto quello che Egli possiede: suo Figlio. Che cosa vuol dire per noi dare a Dio la nostra povertà? Vuol dire dargli quello che crediamo di avere, perché anche quello che diciamo di avere, probabilmente non è nostro; ma quello che crediamo di avere, tutto quello che siamo, tutto dobbiamo donare. E noi dobbiamo veramente conoscere la privazione di qualche cosa di nostro per ricevere il suo. Riceviamo realmente qualcosa nel ricevere un Bambino, che in fondo ancora non lavora per noi, un Bambino che ancora ha bisogno di essere educato, custodito, difeso, protetto? Ma sono parole vane: ogni padre quando riceve un bimbo sente di ricevere qualche cosa di grande. Figuriamoci poi quando questo Bambino è il Figlio di Dio, anche se questo dono si fa presente a noi sotto il segno della debolezza. Indubbiamente, le due tortore, avrebbero potuto venderle, ma il Bambino no, non aveva prezzo.

Che cosa dunque noi doniamo? Che cosa Egli ci dona? Noi doniamo quello che in realtà non è nostro, Egli ci dà quello che in realtà è suo. Le cose che doniamo, anche quando sono nostra proprietà, sono qualche cosa di estraneo a noi, qualche cosa di cui possiamo realmente privarci e che ha un prezzo precisamente per questo, valutabile in denaro. Mentre non è valutabile in denaro già la mia stessa vita. Dio ci dà quello che è propriamente suo, il Figlio.

Ma che cosa vuol dire tutto questo, concretamente? Vuol dire che in fondo noi non potremmo nemmeno donare qualche cosa di nostro. Quello che possiamo dare è qualche cosa che ci è stato dato già prima, perché nulla abbiamo di nostro; noi stessi non possiamo far altro che riscattarci da Dio, perché siamo suoi prima di essere nostri. «Domini est terra et plenitudo eius orbis terrarum»: figuriamoci se non erano sue quelle tortorelle! E poi, figuriamoci se Dio avrebbe saputo cosa farsene di queste due tortorelle! Però era quello che essi credevano di avere: dovevano spogliarsi di tutto. In cambio di quello che dai e che non è tuo, tu ricevi quello che non possiedi. Ma il dare le tortorelle è soltanto condizione per ricevere. Guardiamo piuttosto quello che noi riceviamo. Viene riscattato Gesù e Gesù diviene davvero un dono, una ricchezza che Dio ci lascia. Tutti i primogeniti appartengono a Dio. In forza di quello che è avvenuto nell’Esodo, tutti i primogeniti dovevano morire e non dovevano appartenere alla famiglia. Guardate che questo è un uso particolare di molti popoli primitivi. In generale si sacrificavano a Dio; è quello che manifesta anche Abramo col figlio Isacco. In Israele questo non era avvenuto, ma non era avvenuto perché Dio gli concedeva il riscatto. Di fatto, l’uomo come può vivere un suo rapporto con Dio se non donando quello cui maggiormente egli tiene? E come può l’uomo riconoscere Dio come Dio e adorarLo, se non precisamente in questa offerta di quello da cui egli è più preso, cioè il suo figlio primogenito? E Dio non rinuncia a tutto questo né può rinunciarvi: tu devi riscattare il tuo figlio se vuoi che Egli non ti strappi via quello che sembrava essere più tuo di ogni altra cosa, il tuo medesimo figlio.

Gesù è nostro per sempre

Vuol dire che il prezzo delle tue tortore è la condizione perché il Cristo divenga proprietà dell’uomo. È come un contratto: il cambio che avviene lascia ormai proprietà dell’umanità il Figlio di Dio; Egli è nostro per sempre. Certo, prima è di Maria Santissima, ma nel Vangelo di oggi chi ha nelle sue braccia il Bambino – ed è il segno del possesso – è il vecchio Simeone, il simbolo del popolo di Israele e di tutta l’umanità. Attraverso quelle due tortore, dunque, Gesù è nostro, nostro per sempre. Nemmeno Dio ce Io toglie più. Vi sembra che sia poco quello che dice la festa di oggi? Maria presenta il Figlio al Padre, è la sua offerta più grande, ma il Padre, ecco, glielo concede: «Sì, è mio, però se mi dai in cambio due tortore, te lo lascio». Le due tortore sono state date, Gesù rimane proprietà dell’uomo e non gli sarà tolto mai più. Attraverso il rito del Tempio, veramente l’umanità ha ricevuto Gesù; non più Maria soltanto ma tutta l’umanità in Simeone. Che cosa è più nostro di un nostro figlio? Che cosa forma la gioia di un padre più del figlio? Noi da questo momento sentiamo Gesù per sempre nostro e nessuno ce lo potrà rapire: di qui nasce la nostra gioia. Ed ecco allora il perché del canto di Simeone: lui vecchio, prorompe nel canto. Certo, il canto c’è anche all’inizio del Vangelo, quando nasce Giovanni il Battista, ma è sempre l’annuncio dell’imminenza della salvezza, non è ancora la salvezza. C’è il Cantico della Vergine che si sente Madre di Dio. Ma ora c’è il canto di un vecchio e, in lui, il canto di tutta l’umanità, perché nel vecchio, dicevo, è tutta l’umanità che riceve Gesù, per possederlo per sempre. Ed è giusto che proprio in questo giorno noi veramente viviamo la gioia di questo riconoscimento che tutto è nostro perché Gesù è definitivamente nostro, nostro per sempre.

Però, come Dio ci dona se stesso? Nel segno dell’umiltà, della povertà, del bisogno. Quaggiù noi entriamo in possesso di Dio precisamente attraverso il dono di un Bimbo che ha bisogno di noi, che deve essere protetto da noi; è la salvezza di Israele, ma l’uomo non sperimenta questa salvezza. Non la sperimenta Simeone, perché deve morire: non la sperimenta Maria perché tutta la sua vita si consumerà nella povertà, nel bisogno, anche nella sofferenza.

Ma Ella sa che Dio si fa presente per Lei, e allora tutte le pene non potranno mai soffocare il canto che sale dal profondo del suo cuore, canto di ringraziamento e di lode, canto in cui si esprime la gioia di un divino possesso. Anche se Simeone le aveva detto: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima», Ella non poteva conoscere che la gioia: il Bambino era suo ed era suo per sempre. Che attraverso la maternità la donna viva sempre anche una sua sofferenza è cosa comune, ma la sofferenza, le pene, le tribolazioni e le preoccupazioni dei figli, non impediscono mai alla madre di godere di essere madre, di gioire di avere un figlio. Così per noi: tutte le tribolazioni della vita, le difficoltà della nostra esistenza, non potranno mai nasconderci la grandezza di questo dono che Dio ci ha fatto del Figlio suo, che ora rimane ed è la nostra più vera ricchezza. Oh, possiamo anche vivere nella pena e nella sofferenza, nell’umiliazione e nello scoramento. Ma se noi, come Simeone, avremo gli occhi per saper vedere Dio, se noi, come Maria, sapremo riconoscere il dono che Dio ci ha fatto, noi, nella Presenza del Cristo, nel possedere il Cristo, non potremo mai non conoscere la gioia.

Ecco quello che mi sembra possa dirci il Vangelo di oggi, anche per quanto riguarda il contenuto dell’evento che noi celebriamo: l’offerta che noi facciamo a Dio di tutto quello che abbiamo di meglio, ma anche il riscatto delle sole due tortore, perché Gesù sia nostra proprietà. E nel possedere il Cristo, nel possedere in Lui la nostra salvezza, viviamo la gioia pura dell’anima anche se nei tormenti; il canto del cuore anche nell’annuncio, nella previsione di tante sofferenze e dolori, come per Maria. La profezia di Simeone non impedisce affatto che il mistero che celebriamo oggi sia un mistero gioioso: è un mistero di gaudio anche se viene vissuto nell’annuncio di una sofferenza e di una passione. Nessuna passione può mai impedire alla Madre di conoscere la gioia di avere suo Figlio e di conoscere che questo suo Figlio è il Figlio di Dio.

https://kairosterzomillennio.blogspot.com