3 Novembre
Martino de Porres.
La voce degli emarginati può cambiare la storia 


È lì dove il mondo vede solo emarginazione e insignificanza che Dio si rende presente: con la voce dei piccoli Egli parla a tutta l’umanità, senza distinzione di razza, cultura, cittadinanza. La storia di san Martino de Porres ci ricorda che gli ultimi possono cambiare la storia. Era nato nel 1579 a Lima da Juan de Porres, che venne poi nominato governatore di Panama e lasciò il figlio alla madre, una ex schiava di origine africana. Martino avrebbe voluto entrare tra i Domenicani, che però all’inizio lo accolsero solo come terziario perché era mulatto. Ben presto, però, il futuro santo mostrò la sua saggezza e la capacità di vivere il carisma domenicano: per questo divenne un ricercato consigliere per i “potenti”. Lui, però, preferiva dedicarsi ai poveri, ai malati, ai giovani, per i quali fondò un collegio. Morì nel 1639.
Altri santi. Santa Silvia, madre di san Gregorio Magno (VI sec.); beato Simone Ballacchi, domenicano (1240-1319).

Matteo Liut
Avvenire


Dall’Omelia di Giovanni XXIII
per la canonizzazione di san Martino de Porres
«Martino della carità»

La via che Gesù ha insegnato é questa: Prima di tutto: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». E poi: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39). San Martino con l’esempio della sua vita ci dimostra che noi possiamo raggiungere la salvezza e la santità per questa via. Avendo egli conosciuto che Cristo Gesù patì per noi e portò i nostri peccati nel suo corpo fin sul legno (cfr. 1 Pt 2, 24), percorse con particolare amore la via del Crocifisso. E quando contemplava i suoi orribili tormenti, non poteva trattenersi dal piangere assai diffusamente. Amò pure con speciale affetto l’augustissimo sacramento dell’Eucaristia. Per questo, standosene in luogo nascosto della chiesa, sostava per molte ore in adorazione dinanzi al tabernacolo. Dell’Eucaristia poi bramava nutrirsi con quanto più amore gli era possibile.

San Martino praticava con molto impegno e diligenza il comandamento dell’amore, dato dal divino Maestro. Perciò trattava i fratelli con quella viva carità che gli nasceva da una fede incrollabile e da una profonda umiltà. Amava gli uomini, perché li stimava sinceramente come figli di Dio e fratelli suoi; anzi li amava più di se stesso, poiché, con l’umiltà che aveva, riteneva tutti più onesti e migliori di sé. Scusava i difetti degli altri, e perdonava le offese più aspre, essendo persuaso che, per i peccati commessi, era degno di pene molto più gravi. Con ogni zelo si sforzava di ricondurre i colpevoli sulla buona via. Assisteva gli ammalati con affabilità. Ai più poveri procurava cibo, vestiti, medicine. Sosteneva, per quanto era in suo potere, i contadini, i negri e i mulatti, allora considerati cosa spregevole. Dava loro ogni aiuto e si prodigava per essi con premura, tanto da meritare di essere chiamato dal popolo «Martino della carità».

Questo santo uomo, che con l’esortazione, con l’esempio e con la sua virtù contribuì così efficacemente ad attirare gli altri alla religione, anche oggi ha il potere di innalzare mirabilmente le nostre menti alle cose celesti. Non tutti, purtroppo, comprendono questi superni doni, come è necessario, non tutti li tengono in onore, che anzi molti, protesi verso le seduzioni del male, o li stimano da poco o li hanno in antipatia o non se ne curano affatto. Voglia il cielo che l’esempio di Martino insegni salutarmente a molti quanto dolce e quanto felice cosa sia il seguire le orme di Gesù Cristo e conformarsi ai suoi divini comandi.
(6 maggio 1962; AAS 54 [1962] 306-309).