XXXI Domenica del tempo ordinario (A)
Matteo 23,1-12

In quel tempo Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli 2dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente. 8Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 11Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Non fatevi chiamare “rabbì”, perché́ uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

La Parola di Dio mi mette con le spalle al muro: sono anch’io, come scriba o fariseo, uno che dice ma non fa? Cristiano di sostanza oppure di facciata? Una “domanda del cuore”, di quelle che fanno vivere: sono uno falso che non è ciò che dice e non dice ciò che è, oppure persona vera, compiuta, in cui annuncio e annunciatore coincidono?

Ci sono colpi duri, oggi, nelle parole di Gesù; ma ogni volta che ciò accade lo scopo non è ferire, ma spezzare la conchiglia affinché appaia la perla. La conchiglia non è la fragilità, ma l’ipocrisia. Nel Vangelo Gesù non sopporta due categorie di persone: gli ipocriti e quelli dal cuore duro, due tipi umani che spesso si identificano. Legano pesi enormi sulle spalle delle persone, ma loro non li toccano con un dito, Ipocrita è il moralista che impone leggi rigide, ma solo agli altri, e più è severo con loro più si sente vicino a Dio! Gesù è rigoroso, ma mai rigido.

Paolo oggi nella seconda lettura: «Avrei voluto darvi la mia vita» (1Ts 2,8). L’ipocrita invece dice: «Vi ho dato la legge, sono a posto». Sono funzionari delle regole e analfabeti del cuore. E perfino analfabeti di Dio. Cioè, nel loro intimo, sono strutturalmente atei. Ipocrita è termine greco che significa attore, il teatrante che recita una parte e indossa una maschera: tutte le opere le fanno per essere ammirati dalla gente, si compiacciono dei primi posti, dei saluti sulle piazze, degli applausi… Ma il cuore è assente, il cuore è altrove. Fanno finta: sono personaggi e non più persone. E questa è la peggior sventura che possa capitare, la dissociazione dell’anima, lo sdoppiamento della persona, quando ami ciò che va dalla pelle in fuori (l’apparenza e il superfluo) e non ti curi di ciò che va dalla pelle in dentro (la sostanza e l’essenziale).

Sono così rare le persone autentiche, tutte d’un pezzo, quelle che sono se stesse in pubblico come in privato, senza maschere. Quando ne incontriamo una, non lasciamola andare via senza aver tentato di farcela amica. È tra quelli che aprono una fessura sulla verità, una feritoia su Dio.

Gesù poi evidenzia un altro errore che sgretola e avvelena dal di dentro la vita: l’amore del potere. Non fatevi chiamare maestro, o dottore, o padre, come se foste superiori agli altri. Voi siete tutti fratelli. Ma noi siamo sempre impreparati ad essere fratelli e sorelle. La fraternità ha fatto naufragio nella storia umana, è trauma e sogno, sempre ferita, sempre minacciata, sempre a rischio. Eppure disegna un mondo buono che si regge su legami d’affetto gioioso, dove il più grande è colui che serve. Perché un mondo fondato sul concetto di potere e di nemico, non è una civiltà, ma una barbarie.

Avvenire

Il brano evangelico di questa domenica registra una serie di invettive contro scribi e farisei, e risulta quindi una critica contro i capi religiosi del giudaismo. Questo tono di denuncia è preparato dal testo di Malachia, nella prima lettura, che si rivolge ai sacerdoti del tempio che non sono fedeli alla legge e fanno un cattivo uso dell’autorità. Dalla loro fedeltà alla trasmissione della legge dipende l’efficacia della loro benedizione promessa da Dio a chi osserva l’alleanza.

Può rientrare in questa prospettiva anche il brano della seconda lettura, dalla lettera di Paolo ai Tessalonicesi. Paolo dice tutta la sua gioia perché essi hanno accolto in pienezza il vangelo da lui annunciato. Egli ha nel cuore sentimenti di tenerezza materna per questa giovane comunità. E nella sua disponibilità a dare la propria vita per loro, si mostra modello di quell’autorità intesa come servizio, che è proposta da Gesù alla comunità cristiana del vangelo.

E’ tutto il capitolo 23 di Matteo che comporta alcune verità brucianti contro i nemici di Gesù e gli oppositori fanatici alla sua missione. Bisognava forse che una buona volta il maestro “mite” esplodesse e dicesse apertamente che cosa pensava di questi scribi e farisei. Infatti, in questa energica tirata di orecchi, Gesù non mette in discussione l’autorità di questi maestri o la legittimità del loro insegnamento, né invita alla loro disobbedienza. Avverte soltanto di non imitare la loro condotta. Ciò che viene loro rinfacciato non è la dottrina, ma l’ipocrisia. Egli intende colpire il formalismo o il “fariseismo” come malattia contagiosa che aggredisce spesso persone ed istituzioni di tutti i tempi. Quindi, l’intenzione di Gesù non è tanto di denigrare proprio i maestri della sinagoga, ma di mettere in guardia i responsabili della comunità cristiana di fronte a riprodurre le stesse deviazioni e deformazioni.

I singoli capi di imputazione sono: l’incoerenza, la doppia misura, l’ipocrisia, l’ostentazione religiosa, le ambizioni e vanità.

Per prima cosa, Gesù li rimprovera l’incoerenza nei confronti dei principi che insegnano: “Dicono e non fanno”. Come diceva qualcuno: predicano l’acqua e bevono il vino. Invece, belle sono le parole nella bocca di chi le pratica. Gesù condanna qui un insegnamento sostanzialmente ortodosso, ma che non è accompagnato ed illustrato da una prassi ugualmente ortodossa.

Il secondo rimprovero riguarda la doppia misura:“Impongono pesi sulle spalle della gente, ma non li smuovono neanche con un dito”. Si tratta di un legalismo oppressivo e puntiglioso nei confronti degli altri, ed una indulgenza o delle abili scappatoie per sé. Tutto si fa come diceva con umorismo un autore: “A me piace tanto il lavoro: passerei ore e ore seduto a vedere gli altri lavorare”.

Gli altri rimproveri portano sull’ipocrisia, l’ostentazione, la vanità e le ambizioni. Tutte queste espressioni sferzanti servono soprattutto per individuare il fariseo e lo scriba (di ogni tempo) nascosti nel segreto dei nostri cuori. Gesù dice in effetti: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini; allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano i posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche farsi chiamare “rabbi” dalla gente”.

L’accusa iniziale (“Fanno tutto per essere ammirati dagli uomini”) viene specificata con diversi esempi. Mentre gli scribi e i farisei mancano ai loro doveri fondamentali, si mostrano grandi osservanti delle esteriorità della legge con gesti spettacolari di pietà. La religione diventa così un vestito che copre interessi personali e vani; e la pratica religiosa viene utilizzata a fini egoistici; e Dio, soprattutto, viene strumentalizzato allo scopo di esibirsi e di costruire il proprio monumento idolatrico.

Dette queste cose, Gesù si rivolse ai discepoli per istruirli: “Ma voi, non comportatevi così”. Cioè, devono fare l’esatto contrario di ciò che è stato condannato prima (una religiosità vuota, formalista, caratterizzata dall’esteriorità e da un legalismo inutilmente crudele, dominata da uomini avidi di potere, onori e successi personali), adottando la coerenza, la modestia e la discrezione, il disinteresse, la dimenticanza di sé, una vera sconfessione inesorabile di tutte le piccole e grandi vanità.

Gesù sistema poi la faccenda dei titoli onorifici: niente rabbi (maestri), niente padri tra voi, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo (l’unico interprete autorevole e definitivo della volontà del Padre), e uno solo il vostro padre, quello del cielo, e voi siete fratelli. Al seguito di Gesù i discepoli non diventano maestri; essi rimangono sempre discepoli e servi che si ispirano al modello del loro maestro e Signore.

Gesù non intende mettere fine ai ruoli sociali, ma vorrebbe che i rapporti tra i cristiani fossero sempre ispirati da questo principio basilare: “Voi siete tutti fratelli”. Di conseguenza, nelle comunità o famiglie cristiane, non può esserci altro che una relazione fraterna. Ciò che veramente importa è avere un cuore di fratello…

Alla fine del brano, Gesù va al nocciolo del problema, e presenta la sua nozione di autorità, che i discepoli devono incarnare: “Il più grande tra voi sia vostro servo”. Si tratta di vivere l’autorità come servizio. Questa parola (auctoritas) deriva da un verbo latino (augere) che vuol dire promuovere, fare crescere. Ecco: la vera autorità è persona che fa crescere gli altri, li aiuta a svilupparsi, a espandere la loro personalità. Fuori di questa prospettiva tutta cristiana, c’è solo l’autoritarismo, il dominio, la dittatura, il disagio. L’autorità non deve avere la pretesa di sostituire la presenza dell’unico capo, Dio, ma la dovrebbe rendere visibile con la sua umiltà e capacità di scomparire. “Chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.

Comboninsieme

Nel vangelo secondo Matteo, dopo diversi scontri e controversie tra Gesù e scribi, sacerdoti, farisei (cf. Mt 21,23-22,46), durante il suo ultimo soggiorno a Gerusalemme, egli pronuncia un lungo discorso, il penultimo, prima di quello escatologico. Si tratta di una raccolta di invettive e di ammonizioni indirizzate da Gesù proprio a quei suoi avversari che tante volte lo avevano contraddetto, gli avevano teso tranelli, lo avevano messo alla prova, lo avevano calunniato e insidiato con giudizi e complotti. Questo discorso, registrato al capitolo 23, è duro, e può meravigliarci di trovarlo sulla bocca di chi con misericordia perdonava i peccatori, mangiava con loro e li faceva sentire amati da Dio, anche se non meritavano tale amore. Gesù – possiamo dire – attacca i legittimi pastori del suo popolo, i dirigenti, quelli che erano riconosciuti esperti delle sante Scritture, che erano ritenuti maestri e modelli esemplari per i credenti. Sia però chiaro che queste sue parole vanno a colpire vizi religiosi non solo giudaici ma anche cristiani!

E si faccia attenzione: Gesù non fa di tutta l’erba un fascio, non si scaglia contro i tutti i farisei, tutti i sacerdoti, tutti i maestri, ma contro coloro che in quel preciso tempo dominavano, erano al comando; contro quelli che lo accuseranno, lo perseguiteranno e, dopo averlo condannato, lo consegneranno ai pagani per l’esecuzione capitale. Dunque, questi rimproveri non vanno applicati generalizzando, ma vanno ripetuti per noi cristiani, noi che nella chiesa svolgiamo una funzione e sovente siamo ritenuti “uomini e donne di Dio”, secondo il linguaggio corrente.

Ma ascoltiamo con piena obbedienza le parole di Gesù, che così apre il suo discorso: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro azioni, perché parlano ma non realizzano ciò che predica”. C’è una cattedra del popolo di Dio, c’è un ministero, un servizio reso ai credenti, ossia il compito di proclamare la parola di Dio contenuta nella Torah data da Mosè a Israele nel deserto, dopo la liberazione dall’Egitto. Il Dio che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù ha anche dato al suo popolo la Torah, l’insegnamento, affinché conoscesse la sua volontà e fosse dunque un popolo di testimoni capaci di proclamarla a tutte le genti.

Dopo Mosè, molti e diversi sono stati i maestri, dotati di un magistero per il popolo, ma quanti in quel momento storico (30 d.C.) erano i dirigenti e le guide religiose, abitualmente insegnavano in modo conforme alla tradizione ma in loro non c’era coerenza di comportamento, perciò mancavano di autorità (exousía). Predicavano ai fedeli ma in realtà non osservavano quanto dicevano. Erano persone divise, che con le labbra dicevano una cosa ma con il cuore ne pensavano altre (cf. Mt 15,8; Is 29,13). Fare e osservare sono le espressioni con cui il popolo ha scelto il Signore, ha ripudiato gli idoli e ha sancito con lui l’alleanza: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo” (Es 24,7), ovvero “lo comprenderemo nella misura in cui lo metteremo in pratica”.

Tale promessa doveva valere tanto più per i capi del popolo del Signore, e invece costoro esaurivano la realtà nella sua proclamazione verbale. In profondità non ascoltavano, perché chi ascolta il Signore obbedisce. Ma essi preferivano sentire la parola del Signore per predicarla senza invece ascoltarla, senza fare l’esperienza della faticosa realizzazione della volontà di Dio attraverso un intelligente discernimento e un’azione piena di carità. Succede anche a noi di dire e poi di non agire conseguentemente, ma lo dobbiamo confessare ai fratelli e alle sorelle, senza pretendere di essere esemplari se non siamo coerenti nel nostro comportamento reale e quotidiano: siamo peccatori e ciò non va nascosto! Gesù definisce questo comportamento “ipocrisia” e lo condanna, perché di fatto favorisce una cecità su se stessi, fino a credere di vedere e addirittura a giudicare gli altri come ciechi (cf. Gv 9,41). Costoro fingono, recitano una parte senza essere né convinti né conseguenti. 

Segue un’altra accusa: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li impongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. Qui Gesù intravede la funzione assunta da scribi e farisei: spiegare la Legge, determinare il comportamento, interpretare il comando emanando precetti. E così la parola di Dio, data come Torah, insegnamento, diventava gravida di prescrizioni legali minuziosissime: in partenza lo scopo era quello di porre una siepe attorno alla Legge per custodirla, ma di fatto questi precetti umani finivano per essere pesi imposti sulle spalle soprattutto dei piccoli e dei semplici, pesi e fatiche che loro, i pretesi legislatori, non conoscevano e certamente non portavano. Di fatto, in tal modo si annullava la parola di Dio, la si eludeva con abilità, si svuotava il comando dato dal Signore (cf. Mc 7,8-13; Mt 15,3-6)…

Ma la lettura di Gesù va più a fondo: “Tutte le loro azioni le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange”. Questo è il vizio di chi pensa di avere un potere sugli altri e vuole dunque mostrarlo, per essere riconosciuto dalla gente: farsi vedere per testimoniare la fede, a fin di bene, per educare gli altri e dare il buon esempio… Quante volte questi atteggiamenti coprono intenzioni squallide e menzognere! Le testimonianze devono essere lette da chi vede e ascolta, non date da chi dovrebbe solo vivere, senza fare narrazioni di sé e delle proprie azioni: saranno gli altri, con il loro discernimento, a giudicare la verità o la falsità di chi deve parlare solo del Signore, non di se stesso. Questo esibizionismo religioso purtroppo è tanto presente, ancora oggi, nelle nostre chiese!

Di seguito Gesù menziona alcuni status symbol, tanto amati perché utili a creare consenso. Quelli che il Signore aveva chiesto come segni (’ot), diventati filatteri (tephillin, da tephillah, “preghiera”), anziché ricordare a chi li portava il Dio liberatore (cf. Es 13,9.16; Dt 6,8; 11,18), finivano per essere sempre più vistosi perché gli altri li ammirassero (come quelli che tirano fuori dalle tasche in mezzo agli altri un rosario, per essere considerati uomini o donne di preghiera!). Non solo, costoro allargavano anche le frange, cioè i fiocchi (tzitzit) nel loro mantello di preghiera, non per ricordarsi di Dio (cf. Nm 15,37-41), ma per farsi ammirare come uomini di preghiera. È la perversione di strumenti dati da Dio per confermare la fede e l’ascolto la sua parola e invece divenuti, attraverso un meccanismo perfido, strumenti per ricevere applausi e onori!

E così ecco la conseguenza: “Amano i posti d’onore nei banchetti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati ‘maestri’ dalla gente”. Quando si esercita l’autorità, si è facilmente preda di queste tentazioni: si è ossessionati dalle vesti, si è abbigliati come quelli che stanno nei palazzi del potere (cf. Mt 11,8; Lc 7,25), e magari si afferma di comportarsi così solo per dare gloria a Dio e prestigio alla chiesa, professando una falsa umiltà. Sappiamo che sotto vestiti ricercati e orpelli sontuosi si nascondono ecclesiastici umilissimi o poveri: non si tratta dunque di dare giudizi sulle persone, ma di indicare dati oggettivamente in contraddizione con il modo di vivere di Gesù, richiesto a chi fa riferimento al suo Nome. D’altra parte, è sempre valida l’osservazione di Yves Congar:

Si può beneficiare ordinariamente di privilegi senza arrivare a pensare che sono dovuti? O vivere in un certo lusso esteriore senza contrarre certe abitudini? E essere onorati, adulati, trattati in forme solenni e prestigiose, senza  mettersi moralmente su un piedistallo? È possibile comandare e giudicare, ricevere uomini in atteggiamento di richiesta, pronti a complimentarci, senza prendere l’abitudine di non più veramente ascoltar interrogativo si può trovare davanti a sé dei turiferari senza prendere un po’ il gusto dell’incenso?

E qual è il luogo migliore per apparire se non i pranzi e le cene con quelli che in questo mondo contano? Cene e ricevimenti che forniscono un autocompiacimento egocentrico, occasioni nelle quali risuonano grandi e altisonanti titoli onorifici, svolazzanti fasce colorate… Allora il titolo era “rabbi”, “maestro” (non ancora termine tecnico per indicare gli attuali rabbini); oggi ce ne sono molti di più, mediati dalla mondanità più banale: si pensi per esempio a “eccellenza”, titolo estraneo nella chiesa fino al secolo scorso e poi mutuato dal fascismo, che chiamava “eccellenza” i prefetti…

Dobbiamo dirlo: sovente siamo caduti nel ridicolo, e oggi molti leggono tante ostentazioni ecclesiastiche come vuote e controproducenti; ma la cecità è tale che tutto sembra continuare come nelle corti bizantine o rinascimentali, se si esclude qualche eccezione. E invece nella comunità cristiana ogni titolo deve significare ciò che viene realmente vissuto, non deve essere un orpello onorifico. Per questo Gesù avverte i suoi discepoli: “Ma voi non così, non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro (didáskalos) e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre (patér) vostro, quello nei cieli. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida (katheghétes), il Cristo”. Il discepolo di Gesù è avvertito: rabbi e guida sono titoli che vanno applicati solo a lui, il Cristo di Dio, così come solo Dio va invocato quale Padre. Parole nette, chiare, alle quali però raramente si è rimasti fedeli, perché già nella chiesa antica si sono definiti padri quelli che hanno generato a Cristo nella fede fratelli e sorelle e sono stati chiamati maestri e guide quanti erano incaricati dell’insegnamento e del discernimento spirituale nella comunità cristiana. 

Ciò che è decisivo in questo avvertimento di Gesù si trova alla fine del nostro brano: chi è più grande o chi è il primo della comunità cristiana – e ci deve essere chi è più grande, chi presiede i fratelli e le sorelle – sia servo di tutti, si abbassi e si spogli di ogni potere e arroganza, sull’esempio di Gesù, il Servo del Signore, e così sarà innalzato (cf. Fil 2,5-11). Altrimenti sarà abbassato, deposto dal trono, retrocesso nel banchetto celeste. A questo punto Gesù continua ad ammonire scribi e farisei fino alla fine di questo capitolo, pronunciando i sette “guai”, che non sono maledizioni ma avvertimenti, aspri richiami in vista della conversione, invettive e lamenti pronunciati da chi continua a sperare che i destinatari di queste parole possano fare ritorno a Dio. In ogni caso, dovremmo leggerli facendo memoria del commento di Girolamo: “Guai a noi, miserabili, che abbiamo ereditato i vizi degli uomini religiosi!”.

http://www.ilblogdienzobianchi.it

La tensione crescente tra scribi e farisei alleati contro Gesù sta arrivando al punto di frattura, che culminerà nella passione e morte del Messia. Ne danno prova i brani di Vangelo di oggi e delle domeniche precedenti, con i ripetuti scontri e le domande insidiose per farlo cadere. Dopo molteplici richiami al culto autentico, alla conversione del cuore e dei costumi, Gesù (Vangelo) smaschera l’ipocrisia degli scribi e dei farisei “perché dicono e non fanno” (v. 3). Pur riconoscendone l’autorità (“quanto vi dicono, fatelo e osservatelo…”), Gesù denuncia la loro brama di potere (impongono pesanti fardelli sulle spalle della gente, v. 4) e mette in evidenza la loro vanità nel ricercare i primi posti, saluti ed elogi speciali (v. 5-7). Gesù insegna ai suoi discepoli che il titolo di Padre compete solo al Padre del cielo, e che il titolo di Maestro corrisponde soltanto a Cristo. Gli unici titoli d’onore che si addicono ai discepoli sono quelli di figlio, fratello, servo: “voi siete tutti fratelli” (v. 8); “il più grande tra voi sia vostro servo” (v. 11).

Solo Dio è grande, noi siamo tutti figlie/figli di un unico Padre e Creatore, come insegna oggi anche il profeta Malachia (I lettura): “Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio?Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro?” (v. 10). Dio ci affida una responsabilità sui fratelli (‘dov’è Abele, tuo fratello?’) e rifiuta la perfidia di chi risponde: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gn 4,9). La vera grandezza di una persona consiste nel riconoscersi figlio del Padre celeste, fratello/sorella di tutti, servo degli altri, per amore. Come Gesù, che si è fatto fratello e servo. Ricordo la convinzione e la gioia profonda di un compagno di missione che soleva dire: ‘Mai mi sono sentito così grande come quando mi sono sentito fratello’.

Chi fa esperienza di fraternità sente una responsabilità missionaria specifica e ha uno stile peculiare di fare evangelizzazione: sente l’urgenza di comunicare ad altri la bella notizia di Cristo, condivide i beni spirituali e materiali, valorizza la diversità di doni che il Padre distribuisce a ciascuno, aiuta tutti a superare frontiere, ideologie, divisioni di razza, casta, classi sociali… Per questo, San Giovanni Paolo II definisce il missionario come il fratello universale, sottolineando questa caratteristica della spiritualità missionaria. Data la frequenza di conflitti in molti territori, è quanto mai necessario e urgente vivere la fraternità verso tutti. Il Beato Carlo De Foucauld (1858-1916) è un esempio di testimonianza missionaria vissuta all’insegna della fraternità universale. Egli decise di vivere gli ultimi anni nel deserto algerino del Sahara, prima a Beni Abbès e poi a Tamanrasset con i Tuaregs dell’Hoggar. Una vita di preghiera, meditazione della Sacra Scrittura, adorazione eucaristica, accoglienza e ascolto dei beduini di passaggio, nell’incessante desiderio di essere, per ogni persona, il fratello universale, viva immagine dell’Amore di Gesù. “Vorrei essere buono perché si possa dire: Se tale è il servo, come sarà il Maestro?” Volle gridare il Vangelo con la sua vita. La sera del 1° dicembre 1916 fu ucciso da una banda di predoni di passaggio.

Nelle domeniche del mese di ottobre, abbiamo ricordato che l’annuncio del Vangelo costituisce il primo e il più eccellente servizio che la Chiesa può offrire all’umanità. I missionari sono servi e portatori di questo messaggio. Che ha come destinatari tutti i popoli! San Paolo (II lettura) indica lo stile della missione: con umiltà e la consapevolezza che il messaggio è più grande di noi, “quale parola di Dio” (v. 13); con dedizione totale e la tenerezza di una madre (v. 7-8); lavorando notte e giorno (v. 9); annunciando il Vangelo con gioia e libertà di cuore. Coinvolgendo tutti a prendere parte attiva nella più nobile avventura per Cristo. Con spirito di collaborazione fraterna, come lo suggerisce anche un proverbio africano del Burkina Faso: “Se le formiche si mettono insieme, riusciranno a trasportare un elefante”. L’impresa è esigente ma possibile e doverosa.