Vangelo del giorno

Queste due parabole sono sulla piccolezza ed il nascondimento, quindi l’insignificanza, anzi qualcosa che va oltre l’insignificanza: il lievito, perché il lievito per la cultura ebraica è immondo, è farina andata a male e quello che è andato a male è segno di morte.

Martedì della XXX settimana del Tempo Ordinario
Lc 13,18-21: A CHI È SIMILE IL REGNO DI DIO?
Lectio divina di Silvano Fausti

18 Diceva dunque: A chi è simile il regno di Dio a chi lo somiglierò? 19 Simile è un chicco di senape che, preso, un uomo gettò nel suo giardino, e crebbe e divenne albero e gli uccelli dei cielo si attendarono nei suoi rami. 20 E di nuovo disse: A chi somiglierò il regno di Dio? 21 Simile è al lievito che, preso, una donna nascose in tre moggi di farina finché tutta fu lievitata.

Il brano precedente dice che il Regno c’è già ed è all’opera nel mondo. Ora si dice come. Ha un’apparenza trascurabile e insignificante, quasi invisibile, e ci vuole discernimento per riconoscerlo. Agisce nella nostra storia secondo lo stile che fu proprio di Gesù, sotto il segno della povertà, nell’irrilevanza religiosa e politica. Queste parabole illustrano e giustificano, allora come adesso, il suo tipo di messianismo.

Il regno del Padre, aperto agli infanti, agli occhi dei potenti è una realtà piccola e fallimentare: un seme che marcisce! Ma proprio così rivela la sua forza vitale, spontanea e specifica, di diventare pianta. Il regno del Padre, donato ai peccatori, agli occhi dei religiosi è una realtà immonda e disprezzabile: un po’ di farina andata a male! Ma proprio così rivela la sua forza di lievito, capace di trasformare in pane di vita tutta la pasta del mondo.

Per accorgersi della sua presenza e della sua azione, bisogna volgere lo sguardo verso ciò che non conta: Dio realizza il suo disegno con ciò che è piccolo, disprezzato e nulla (1Cor 2,4ss). Lascia libero l’uomo di far la storia; si riserva però di interpretarla. E quel che conta è la sua interpretazione, che ci viene svelata nel mistero del Figlio dell’uomo. Anch’egli fu preso e gettato via. Ma così divenne l’albero della vita offerta a tutti gli uomini. Anch’egli fu preso e nascosto in fretta, come immondo, per celebrare la festa (Gv 19,31s!). Ma così divenne fermento di novità che lievitò la terra aprendone i sepolcri.

Il lievito del Regno ha caratteristiche opposte a quello dei farisei: invece della paura della morte (12,1ss), l’amore del Padre (12,32ss); invece dell’accumulo, il dono (12,13ss; 22ss); invece del ladro che ruba la vita (12,39), lo sposo che bussa (12,35).

Il tempo presente è il momento di grazia in cui siamo chiamati a convertirci (vv. 1-5). Questo è il senso della storia, dilatazione nel tempo dell’eterna misericordia di Dio (vv. 6-9). Con Gesù è giunto il sabato e siamo liberati dal male. Chi si volge a lui, e accetta la sua parola di salvezza, da curvo che era può finalmente alzarsi (vv. 10-17). La conversione consiste nel volgersi a lui che è ancora presente nella nostra storia allo stesso modo di allora. L’annuncio ce lo fa riconoscere nel suo mistero di piccolezza-grandezza, umiltà-esaltazione, morte-risurrezione. La salvezza, finché dura il tempo della pazienza di Dio, avrà sempre i lineamenti del volto del Figlio dell’uomo crocifisso, il più piccolo tra tutti (9,48). Per questo non sembra neanche salvezza. Ma in realtà è come un tappeto persiano finissimo, del quale noi guardiamo solo i nodi dei rovescio. Per vederne il diritto dobbiamo cambiare posizione e vederlo dall’alto.

Queste parabole sono criteri di discernimento per vedere il disegno dall’alto, come lo vede Dio: ciò che capitò a Gesù nella sua storia, capita al suo regno nella nostra storia. Sono quindi parabole cristologiche, che tracciano la storia di Gesù, il seme che produce vita attraverso la morte, il lievito che agisce solo nel nascondimento! Diventano parabole della chiesa, chiamata a seguirlo. Riguardano in ultima analisi anche il rapporto chiesa-mondo, e ci presentano il Regno già di fatto all’opera in tutti. Questo è indicato anche dai verbi, che sono tutti al passato. La verità di queste parabole di Gesù è riscontrabile negli Atti degli apostoli: una sola donna che accoglie Paolo è il piccolo seme, gettato lungo il fiume a Filippi, che crebbe nella chiesa d’Europa (At 16,11-15).
(Silvano Fausti, dal Commento al Vangelo di Luca)


Siamo all’interno del capitolo 13 dove si sta svolgendo, come nei capitoli precedenti, tutta una teologia della storia. Il testo sembra piccolo e va bene, perché parla del seme che è piccolo e del lievito che è nascosto. Sarebbe stato contraddittorio se avesse fatto un lungo discorso per dire che la piccolezza è intensa; è da Dio. È una cosa grande.

Queste parabole ci dicono lo stile di Dio, come Lui agisce nella storia e faccio notare che al primo versetto c’è un verbo al futuro che dice: a che somiglierò il regno di Dio? Sta cercando dei paragoni e poi i due paragoni sono tutti e due al passato: è simile a che cosa? Ad un chicco che è stato preso, gettato, cresciuto, è diventato albero e gli uccelli si attendarono, così ad un po’ di lievito che una donna prese, nascose e fu lievitata la pasta. Non a caso tutti i verbi sono al passato perché è già accaduto così. Il regno di Dio c’è già ed è stato fatto così e si fa ancora così e sarà sempre così.

I due termini del paragone di cui si parla prima (si dice a cosa “assomiglia” e quindi le due parabole) i due termini sono la piccolezza e il nascondimento che sono le due caratteristiche di Dio e li vedremo attraverso queste due parabole.

D’ora in poi tutto il capitolo è un insieme di parabole, qui c’è la parabola del chicco, poi c’è quella del lievito e poi ci sarà quella della porta. Poi ci sarà quella della volpe che è Erode e quella della chioccia che è Gesù e dei pulcini che siamo noi. È tutto un seguito di piccole parabole o metafore che sono il linguaggio più proprio per parlare di Dio.

Queste due parabole sono sulla piccolezza ed il nascondimento, quindi l’insignificanza, anzi qualcosa che va oltre l’insignificanza: il lievito, perché il lievito per la cultura ebraica è immondo, è farina andata a male e quello che è andato a male è segno di morte, tanto è vero che il giorno di Pasqua il lievito va fatto scomparire. Anche Gesù il giorno di Pasqua viene fatto scomparire per il mondo.

18 Diceva dunque: A chi è simile il regno di Dio a chi lo somiglierò?

Allora a cosa lo somiglierò? E racconta le parabole. Parola deriva da parabola e parabola da paraballo cioè che si getta di là, cioè si parla come “di sponda”. Si tira da una parte ma si vuole andare dall’altra. Parlando d’altro si parla dell’Altro perché di Dio non si può parlare direttamente, chi l’ha visto? Però ne puoi parlare, in fondo tutta la storia parla di Dio, per chi sa aprire gli occhi. Dal più piccolo dei semi, dalla cosa più immonda che è la farina andata a male, tutto parla di Dio nella storia per chi sa leggere. Allora un modo per aprire gli occhi è che in fondo il mistero di Dio è che Dio è nascosto in tutte le cose, in quelle che non guardiamo, anche le più quotidiane.

Nelle parabole si usa il linguaggio quotidiano perché è chiaro che il regno di Dio non è un lievito e non è un seme e quindi ti interroga: ma come mai lo paragona al lievito e al seme? A queste cose così banali e quotidiane? Noi possiamo parlare di Dio, perché in fondo tutte le cose parlano di Lui, vengono da Lui. Tutto è stato fatto in Cristo, attraverso Cristo, in vista di Cristo. Dovremmo avere la capacità di saper leggere in tutte le cose più elementari la Sua presenza, mentre noi andiamo a leggerla chissà dove: nelle belle parate, nelle grandi liturgie, nei grandi proclami. Gesù invece usa gli esempi più banali e quotidiani: o quella della pecora, o della dracma, o del lievito, o del seme, o della pesca, o della casa, cioè della vita quotidiana. Penso che davvero le cose, le creature, le persone, gli avvenimenti possano essere delle indicazioni, dei rimandi relativi ecco il punto, relativi, indicativi di qualcosa che è la presenza di Dio e la sua azione.

Penso anche che la parabola, rispetto al discorso diretto che può essere lì per lì accettato o respinto, abbia anche questa funzione o capacità: si sedimenta e resta lì. Ad un certo punto, dipende proprio dal fatto che avvenga la condizione migliore, la parabola esplode nel suo significato positivo e vitale, per cui lo capisci: “ah già, voleva dire così”, come se uno non sintonizzato, poi si sintonizzasse. Per questo che le parabole vengono capite dalle persone come queste accennate che sono più sintonizzate e, più tardi però, anche chi non è, sarà sintonizzato. Comunque dice: “lo assomiglierò a che cosa?” ed ecco la prima parabola:

19 È simile a un chicco di senape che un uomo prese e gettò nel suo giardino; e crebbe e divenne albero e gli uccelli del cielo si attendarono nei suoi rami.

Osservate tutte le parole di questa parabola, sono preziose. Sta parlando di un chicco di senape. Forse nessuno ha mai visto un chicco di senape, per molti motivi tra cui quello che è così piccolo che non si vede. È proprio una capocchia di spillo e Marco dice è il “più piccolissimo” di tutti i semi, proprio piccolissimo. Il micròtero dei semi che sono sulla terra. È il tema della piccolezza, il regno dei piccoli. Quando Gesù è nato si dice voi cercate il Kurios, il Signore, il Re, il Messia. Andate, lo troverete, ecco il segno: un bambino, fasciato, adagiato nella mangiatoia. Il segno del Dio, del Re, del Supremo è il bambino, il piccolo.

Quindi la prima caratteristica è quella della piccolezza. Gesù difatti dice che il più grande tra di voi è l’ultimo, il servo di tutti cioè è Lui che si è fatto ultimo e servo di tutti. La caratteristica dell’amore non è essere ingombrante, il proprio io, il proprio ego che occupa tutti gli spazi e non c’è posto per l’altro. Amare vuol dire restringersi, oppure allargarsi talmente da lasciare tutto il posto all’altro. Allargare dentro il cuore, non restringere il cuore per ferire l’altro, ma ti stringi tu e si allarga all’infinito il cuore. Sì, l’egoismo si allarga, si gonfia, non dà spazio all’altro; l’amore invece si restringe.

Non solo è piccolo, ma è anche escluso, è talmente piccolo che è fuori campo. Non solo è escluso ma, dice ancora il Signore, quando diranno: “ma dov’eri che non ti ho mai visto?”. “Non hai mai visto l’affamato, l’assetato, l’immigrato, il nudo, il carcerato? Sono io!” Cioè quelli che nella società sono gli ultimi, i piccoli, gli insignificanti. Fino alla fine Lui sarà sempre l’ultimo.

Questo seme, Gesù, proprio quando è gettato, messo sotto terra, nella tomba del giardino, cresce. Lì avvenne la resurrezione: e crebbe l’albero. L’albero è l’albero della croce che divenne l’albero della vita che dà frutti dodici mesi l’anno, sempre. Da lì scaturisce un fiume che feconda tutta la terra e dà vita a tutti. In quest’albero “tutti gli uccelli del cielo” (richiama il libro di Daniele 4 ed Ezechiele 31, che parlano del regno di Dio come un albero grande dove tutti gli uccelli trovano il nido); gli uccelli sono simbolo di tutti i popoli. Tutti i popoli, tutti gli uomini trovano in questo albero il loro nido, il luogo dove sono nati. Siamo tutti generati da questo costato trafitto, da questo amore infinito di Dio che è il luogo dove tutti troviamo la tenda. In greco si usa la parola “fecero la tenda”; tenda in greco di dice skené che richiama la scekinà=la gloria di Dio. Quando si dice che Gesù “si fece carne” viene tradotto con “e piantò la tenda” , è la scekinà, è la sua presenza, è la presenza di Dio tra noi.

Praticamente le caratteristiche del Regno di Dio in questo mondo sono le caratteristiche di Gesù:
• piccolezza estrema,
• è stato preso,
• buttato via,
• sepolto nel giardino,
• proprio lì è risorto e
• lì c’è quell’albero grande della vita,
• dove tutti i popoli (gli uccelli del cielo) possono trovare casa e non una casa qualunque, ma
• la scekinà, la gloria stessa di Dio che
• è la nostra casa.

20 E di nuovo disse: A che somiglierò il regno di Dio? 21 È simile a del lievito che una donna prese e nascose in tre misure di farina finché tutta fu lievitata.

Questa seconda parabola invece è casalinga che presenta una donna che prende il lievito. Perché il lievito? Perché Lui è amore e il male dell’egoismo lo porta chi ama, è ovvio. Quindi giustamente è stato disprezzato come il lievito. Nascosto nella farina, questa pasta del mondo, in tre misure e cosa fa? Lievita tutta la pasta. Proprio in quanto nascosto lì dentro lievita di vita.

Dalle catechesi di Silvano Fausti (e di Filippo Clerici)
sul Vangelo di Luca (2004-2010)
www.gesuiti-villapizzone.it
Selezione degli estratti, sottolineature e titoli miei (MJ)