XXX domenica del tempo Ordinario (A)
Mt 22,34-40
Il grande comandamento

- Dal libro dell’Èsodo 22,20-26
Se maltratterete la vedova e l’orfano, la mia ira si accenderà contro di voi.
- Dalla prima lettera di san Paolo ai Tessalonicési 1,5c-10
Vi siete convertiti dagli idoli, per servire Dio e attendere il suo Figlio.
- Dal Vangelo secondo Matteo 22,34-40
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Amare con tutto noi stessi è necessario per vivere
Ermes Ronchi
Qual è, nella Legge, il grande comandamento? Lo sapevano tutti qual era: il terzo, quello del Sabato, perché anche Dio lo osserva. La risposta di Gesù, come al solito, sorprende e va oltre: non cita nessuno dei Dieci Comandamenti, mette invece al cuore del suo annuncio la stessa cosa che sta al cuore della vita di tutti: tu amerai, desiderio, sogno, profezia di felicità per ognuno. E allora sono certo che il Vangelo resterà fino a che resterà la vita, non si spegnerà fino a che non si spegnerà la vita stessa.
Amerai, dice Gesù: un verbo al futuro, non all’imperativo, perché si tratta di una azione mai conclusa. Non un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare. Cosa devo fare domani per essere vivo? Tu amerai. Cosa farò l’anno che verrà, e poi dopo? Tu amerai. E l’umanità, il suo destino, la sua storia? Solo questo: l’uomo amerà.
Un verbo al futuro, perché racconta la nostra storia infinita.
Qui gettiamo uno sguardo sulla fede ultima di Gesù: lui crede nell’amore come nella cosa più grande. Come lui, i cristiani sono quelli che credono non a una serie di nozioni, verità, dottrine, comandamenti, ma quelli che credono all’amore (cfr 1 Gv 4,16) come forza determinante della storia.
Amerai Dio con tutto, con tutto, con tutto. Per tre volte Gesù ripete che l’unica misura dell’amore è amare senza misura.
Ama Dio con tutto il cuore. Non significa ama Dio solamente, riservando a lui tutto il cuore, ma amalo senza mezze misure. E vedrai che resta del cuore, anzi cresce, per amare il marito, il figlio, la moglie, l’amico, il povero. Dio non è geloso, non ruba il cuore: lo moltiplica.
Ama con tutta la mente. L’amore è intelligente: se ami, capisci prima, vai più a fondo e più lontano. Ama con tutte le forze. L’amore arma e disarma, ti fa debole davanti al tuo amato, ma poi capace di spostare le montagne.
Gli avevano domandato il comandamento grande e lui invece di uno ne elenca due, e il secondo è una sorpresa ancora più grande. La novità di Gesù sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, l’unico comandamento. E dice: il secondo è simile al primo. Amerai l’uomo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio, è la rivoluzione di Gesù: il prossimo ha volto e voce e cuore simili a Dio, è terra sacra davanti alla quale togliersi i calzari, come Mosè al Roveto ardente.
Per Gesù non ci può essere un amore verso Dio che non si traduca in amore concreto verso il prossimo.
Ma perché amare, e con tutto me stesso? Perché una scheggia di Dio, infuocata, è l’amore. Perché Dio-Amore è l’energia fondamentale del cosmo, amor che muove il sole e l’altre stelle, e amando entri nel motore caldo della vita, a fare le cose che Dio fa.
Avvenire 2014
L’amore alla prova dei fatti
Gaetano Piccolo
L’imbarazzo della scelta
La domanda del dottore della Legge, in questa pagina del Vangelo, fa leva sulla difficoltà di fare sintesi: cosa sceglierà Gesù? Quale sarà per lui il criterio da seguire per essere felici, quella condizione che per un ebreo coincide con l’obbedienza piena alla Legge del Signore. Come si può obbedire a tutta la Legge? E se non si può obbedire a tutta la Legge, allora non si può essere felici.
Quando uno sceglie, esclude sempre qualcos’altro. Il dottore della Legge vorrebbe costringere Gesù nella situazione dell’asino di Buridano, che non sapendo decidere in quale sacco di biada mangiare, alla fine muore di fame.
La Legge infatti comprendeva molti precetti e tutti sembravano ugualmente importanti. È una situazione che si presenta anche nella nostra vita: tutto ci sembra importante e urgente e così finiamo con il rimanere bloccati, incapaci di trovare un punto di partenza.
Una chiave
Gesù invece ha le idee chiare e riparte proprio dalla Legge: c’è una parola infatti che rappresenta la chiave per comprendere tutto il resto, c’è un fondamento, un punto di partenza. Gesù trova questa chiave in Dt 6,4-9 ovvero la preghiera dello Shema (ascolta!) che ogni ebreo recita due volte al giorno. Una preghiera che al contempo è anche un comando, come se dicessimo: fa’, o Signore, che io sai capace di compiere quello che tu desideri da me!
Il grande comandamento dunque è l’amore: possiamo fare tante chiacchiere, possiamo raggiungere tanti obiettivi, possiamo fare anche tante cose buone, ma se non c’è l’amore per Dio, abbiamo sprecato il nostro tempo e non arriveremo a essere veramente felici.
L’amore per Dio
Sì, l’amore per Dio, perché questo amore mi decentra, mi solleva dal ripiegamento su di me. L’amore per Dio mi ricorda innanzitutto che non sono io il fondamento della mia vita: questa vita l’ho ricevuta e sono chiamato ogni giorno a riconsegnarla. Io non mi do la vita, ma la ricevo come dono.
Amare Dio vuol dire anche ritrovarmi come persona: a lui appartiene tutto ciò che sono. Per questo Egli mi chiede di amarlo con tutto il mio essere: cuore, anima, mente. Il cuore è il centro della persona, dove sentimenti e pensieri si incontrano, proprio cioè dove anima e mente trovano la loro sintesi. L’anima è il luogo dei bisogni, dei desideri e quindi dei sentimenti, la mia affettività. La mente è il luogo dei pensieri.
Sappiamo bene come possa essere lacerante quando questi aspetti della nostra vita non sono in armonia, quando pur riconoscendo che qualcosa è sbagliato, non riusciamo a fare a meno di desiderarlo. L’amore per Dio lo riconosciamo quando ci sentiamo centrati, quando sentiamo interiormente di essere laddove avremmo voluto essere. Non si può amare Dio ed essere divisi.
Amore totale
Sebbene il dottore della Legge abbia chiesto a Gesù solo quale sia il grande comandamento, Gesù ritiene che l’amore per Dio sia non solo il grande comandamento, ma anche il primo, cioè da esso, inevitabilmente ne scaturisce un altro, che non è solo amore per il prossimo, ma un appello innanzitutto ad amare me stesso.
Sì, perché se non mi amo, se non amo alcuni aspetti di me, se non accolgo anche le mie ferite e i miei lati oscuri, se non accetto la mia storia, difficilmente sarò proteso serenamente verso un’altra persona. Se non amo me stesso, tenderò a odiare negli altri quello che non apprezzo in me. Se non mi amo come sono, tenderò a invidiare quello che negli altri mi ricorda la mia povertà.
Come dunque sono chiamato ad amare me nella mia totalità, quella stessa totalità con cui prima desideravo amare Dio, così adesso sono chiamato ad amare l’altro così com’è, con i suoi difetti, le sue fragilità, le sue ombre. Allora potremmo dire di amare veramente. Le parole di Gesù sono inequivocabilmente un appello alla totalità: non esiste l’amore a metà, l’amore parziale, l’amore a ore alterne.
E saperlo non basta: il dottore della Legge conosceva già tutte queste parole, eppure non le viveva. Così, tante volte anche noi, pretendiamo di sapere Dio, di conoscerlo, eppure non lo amiamo. E dunque non siamo felici. Conoscere qualcosa su Dio e amarlo non sono la stessa cosa: l’amore si vede nei fatti, non nelle intenzioni.
Leggersi dentro
- Dove si vede nella tua vita il tuo amore per Dio?
- Quali aspetti fai più fatica ad amare negli altri?
Il grande comandamento
Enzo Bianchi
Continuano le controversie tra Gesù e i suoi oppositori, che a turno tentano di coglierlo in contraddizione con la fede di Israele, con l’insegnamento della tradizione, deposito da essi custodito gelosamente. I sadducei, cioè i sacerdoti (cf. Mt 22,23); i farisei (cf. Mt 22,15), un movimento laicale estremamente legato alla Torah, alla Legge; gli erodiani, partigiani di Erode (cf. ibid.); gli interpreti delle Scritture: tutti vanno da Gesù, mentre egli si trova nel tempio, per porgli domande, per “fargli l’esame” e coglierlo in fallo nelle sue parole. Vogliono che la sua voce taccia, che le sue parole non siano ascoltate, che i suoi gesti siano puniti, e per questo saranno disposti a condannarlo e a procurargli la morte.
Sono gli ultimi giorni di Gesù nella città santa di Gerusalemme, prima dell’arresto e della passione, ed egli sa che il cerchio intorno a sé si stringe sempre più. Ed ecco che nella nostra pagina del vangelo entrano di nuovo in scena i farisei, e tra loro un dottore della Legge, un teologo diremmo noi, un esperto delle sante Scritture, “lo interroga per metterlo alla prova: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?’”. La domanda è pertinente, perché nel giudaismo rabbinico la Legge aveva assunto un posto centrale all’interno della rivelazione scritta: e così i primi cinque libri biblici erano i più studiati e meditati, con un primato su tutti gli altri, quelli dei profeti e dei sapienti. In questo studio della Torah i rabbini avevano individuato, oltre alle dieci parole date da Dio a Mosè (cf. Es 20,2-17; Dt 5,6-22), 613 precetti, come spiega un testo della tradizione ebraica:
Rabbi Simlaj disse: “Sul monte Sinai a Mosè sono stati enunciati 613 comandamenti: 365 negativi, corrispondenti al numero dei giorni dell’anno solare, e 248 positivi, corrispondenti al numero degli organi del corpo umano … Poi venne David, che ridusse questi comandamenti a 11, come sta scritto [nel Sal 15] … Poi venne Isaia che li ridusse a 6, come sta scritto [in Is 33,15-16] … Poi venne Michea che li ridusse a 3, come sta scritto: ‘Che cosa ti chiede il Signore, se di non praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio?’ (Mi 6,8) … Poi venne ancora Isaia e li ridusse a 2, come sta scritto: ‘Così dice il Signore: Osservate il diritto e praticate la giustizia’ (Is 56,1) … Infine venne Abacuc e ridusse i comandamenti a uno solo, come sta scritto: ‘Il giusto vivrà per la sua fede’ (Ab 2,4; cf. Rm 1,17; Gal 3,11)” (Talmud babilonese, Makkot 24a).
Questa la risposta rabbinica alla questione su come semplificare i precetti della Legge, su quale comandamento meritasse il primato. Gesù non si pone all’interno di questa casistica, ma va al fondamento della vita del credente. Innanzitutto cita lo Shema‘ Jisra’el, il comandamento che il credente ebreo ripeteva e ripete tre volte al giorno: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). Poi chiosa: “Questo è il grande e primo comandamento”.
Ma subito va oltre, accostando al comandamento dell’amore per Dio quello dell’amore per il prossimo, dato senza paralleli nella letteratura giudaica antica: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Risalendo alla volontà del Legislatore, Gesù discerne che amore di Dio e del prossimo sono in una relazione inscindibile tra loro: la Legge e i Profeti sono riassunti e dipendono dall’amore di Dio e del prossimo, non l’uno senza l’altro. Non a caso nel nostro testo il secondo comandamento è definito pari al primo, con la stessa importanza, lo stesso peso, mentre l’evangelista Luca li unisce addirittura in un solo grande comandamento: “Amerai il Signore Dio tuo … e il prossimo tuo” (Lc 10,27). Sì, Gesù compie un’audace e decisiva innovazione, e lo fa con l’autorità di chi sa che non si può amare Dio senza amare il fratello, la sorella. Lo esprimerà un suo discepolo, Giovanni, riprendendo l’insegnamento di Gesù: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,20-21).
Ecco come si può rispondere all’amore di Dio per noi, al “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16) e che “ci ha amati per primo” (1Gv 4,19): credendo a questo amore (cf. 1Gv 4,16), e di conseguenza amando Dio e gli altri. Noi parliamo troppo facilmente di amore per Dio, perché ci infiammiamo nel pensarci quali amanti: allora accresciamo il nostro desiderio di Dio, aneliamo a lui, cantiamo la nostra sete di lui (si veda, in proposito, l’inizio degli splendidi salmi 42 e 63), godiamo di stare nella sua intimità, pratichiamo anche un’assiduità con Dio nella preghiera, negli affetti, nei sentimenti, nelle emozioni. Ma occorre sempre discernere se in tale amore Dio è ascoltato o no, se la sua volontà è realizzata o no: in sintesi, se in questa relazione ci accontentiamo di un amore di desiderio, senza che vi sia in noi anche l’amore di ascolto e di obbedienza.
Va detto con chiarezza: il rapporto con Dio è esposto al rischio dell’idolatria, perché se Dio è ridotto a un oggetto del nostro amore, se amiamo un’immagine di Dio che noi abbiamo plasmato, allora Dio è un idolo, non il Dio vivente che si è rivelato a noi! Certo, in quanto esseri umani abbiamo bisogno di esprimere l’amore per Dio anche con il linguaggio del desiderio che ci abita e che ci spinge fuori di noi stessi. Dobbiamo però sempre ricordare l’essenziale: noi aneliamo all’abbraccio con il Signore, con il Dio vivente, ma egli entra in una relazione intima, penetrante, conoscitiva con noi, nella misura in cui lo ascoltiamo, e dunque facciamo il suo desiderio, la sua volontà.
Insomma, Dio va amato amando gli altri come lui li ama. L’amore per gli altri è ciò che rende vero il nostro amore per Dio, è l’unico luogo rivelativo, l’unico segno oggettivo che noi siamo discepoli di Gesù, e dunque amiamo Gesù e amiamo Dio. Gesù stesso lo ha affermato in modo netto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35); l’amore che mette in pratica “il comandamento nuovo”, cioè ultimo e definitivo, lasciatoci da Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12). La verità dell’amore di desiderio per Dio sta dunque nell’amore di chi realizza concretamente la sua volontà: “Dio nessuno l’ha mai contemplato: se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (1Gv 4,12).
Missione è amore di Dio e del prossimo, e accoglienza degli stranieri
Romeo Ballan mccj
L’ottobre missionario e l’attività evangelizzatrice della Chiesa nel mondo attingono nuova ispirazione ed energia dall’odierna Parola di Dio: il libro dell’Esodo (I lettura) rivendica con forza l’attenzione ai forestieri, ai deboli e agli indigenti; e nel Vangelo Gesù unisce indissolubilmente l’amore di Dio e l’amore del prossimo, che sono la sintesi del messaggio di tutta la Bibbia. Tutta la Legge si riassume in un comandamento: ‘amerai’, un verbo al futuro che indica un’azione mai conclusa e sempre possibile. Più che un dovere, amare è una necessità per vivere. Rispetto ai testi biblici Gesù porta una originalità; aggiunge una piccola parola: “simile”. I “due amori” per Dio e per il prossimo, sono posti sullo stesso piano. L’apostolo Giovanni lo dirà con chiarezza: “Chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20). Il prossimo, l’altro, è “simile” a Dio; l’altro è “sacro” come Dio. Gli altri sono “tabernacoli” viventi di Dio. La vera adorazione di Dio è anche fermarmi ad asciugare le lacrime di chi è ferito. Geniale l’immagine che ci offre il teologo protestante tedesco D. Bonhoeffer: l’amore del cristiano è un amore polifonico. Un canto a tre voci. Una melodia che sa coniugare Dio, l’altro e se stessi. E un altro autore: «Ho cercato la mia anima, e non l’ho trovata. – Ho cercato Dio, e non l’ho trovato. Ho cercato mio fratello, e li ho trovati tutti e tre» (William Blake, poeta e artista inglese (1757-1827)
Gesù si trova davanti un altro tranello, oltre a quello di domenica scorsa sul tributo al Cesare. La questione posta adesso a Gesù non è la domanda innocente di un bambino del catechismo, ma una nuova trappola farisaica, che affonda le radici nel labirinto dei 613 precetti estratti dalla Bibbia, tra grandi e minimi; 365 negativi –non fare…- e 248 positivi –fa questo…, sulla cui gerarchia cavillavano i dottori della legge. Gesù smonta tutto questo apparato e semplifica le norme morali andando al cuore dei comandamenti: l’amore riassume tutta la Legge (v. 40). Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore (Dt 6,5) e amerai il tuo prossimo come te stesso (Lv 19,18): per Gesù sono comandamenti simili (v. 37.39), complementari; sono come due rami di una stessa pianta, che hanno una radice comune e un’identica linfa: l’amore. Lo spiega bene S. Agostino: “L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo però che si deve praticare… Amando il prossimo, rendi puro il tuo occhio per poter vedere Dio”.
Nel contesto dell’ottobre missionario e dell’attività evangelizzatrice della Chiesa, questo insegnamento trova applicazioni immediate, perché la missione è espressione d’amore. L’annuncio del Vangelo è la forma più alta di amore verso Dio e verso il prossimo: è il servizio più efficace, il migliore che la Chiesa può offrire ai popoli per il rinnovamento delle persone e della società. Per questo, la missione della Chiesa offre – da sempre – un’ampia gamma di servizi materiali soprattutto alle persone più bisognose, grazie alla generosa collaborazione dei fedeli cristiani.
L’amore del prossimo ha destinatari concreti e quotidiani (I lettura): la vedova, l’orfano, l’indigente, il forestiero, l’ultimo arrivato, il fragile… Dio si è impegnato solennemente ad ascoltare il loro grido di aiuto (v. 22.26), e punirà chi li maltratta (v. 22.23). Egli è un Dio pietoso e concreto, che si preoccupa di come il povero potrebbe coprirsi di notte, senza il mantello (v. 26). Il nostro Dio è grande, ma non è lontano, è vicino; ha preoccupazioni concrete per chi è nel bisogno. Per questo Gesù (Vangelo) eleva l’amore per il prossimo al rango dell’amore per Dio. “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (v. 39) significa che il prossimo è uno dei tuoi, uno di casa tua, della tua famiglia, ti appartiene; quindi più nessuno è estraneo o straniero. Il prossimo è come te, è simile a Dio, è come Dio. Nel giudizio finale Gesù ci dirà – in bene o in male, secondo le nostre opere – “l’avete fatto a me!” (Mt 25,40). Ancora una volta, nella recente lettera enciclica “Fratelli Tutti”, Papa Francesco ci stimola tutti ad aprirci alle dimensioni universali della fraternità.
Il monito di Dio è tassativo riguardo all’accoglienza degli stranieri (I lettura): “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto” (v. 20). L’accoglienza dei migranti e stranieri è oggi un tema sensibile, urgente e conflittuale qui e in molti paesi e situazioni sociali. Purtroppo, i migranti sono spesso vittime di ingiuste generalizzazioni ed equivalenze fra migranti = clandestini = criminali. Non si tratta di fare un’accoglienza massiva e indiscriminata, ma un’accoglienza fraterna e oculata che mira a proteggere, promuovere e integrare i migranti, profughi, sfollati, come insegna con insistenza Papa Francesco.
Va crescendo anche l’impegno della società civile, di molti giovani e di vari gruppi che proclamano con determinazione: “Nella mia città nessuno è straniero!” – “Apri la tua casa al mondo e il mondo sarà la tua casa”. In generale i giovani, soprattutto, sono molto sensibili e disponibili all’impegno su questi temi. La nostra società e la missione nel mondo hanno bisogno di loro! E loro hanno bisogno della missione, perché la missione li rigenera. L’apertura e l’accoglienza degli altri – lontani e diversi – hanno una stretta relazione con l’attività missionaria, in quanto questa comporta una educazione alla mondialità e una benefica apertura di orizzonti umani e spirituali.
