XXIX Domenica del Tempo Ordinario (A)
Mt 22,15-21
- Prima Lettura – Isaìa 45,1.4-6
Ho preso Ciro per la destra per abbattere davanti a lui le nazioni. - Seconda Lettura – Prima lettera ai Tessalonicési 1,1-5b
Mémori della vostra fede, della carità e della speranza. - Vangelo secondo Matteo 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Di chi è l’immagine?
Ogni volta in cui qualcuno vuole tendere un tranello a Gesù per farlo cadere, ciò che deve attrarre la nostra attenzione non è tanto la sua capacità di uscirne “vincitore”, quanto il volto di Dio che emerge dalle sue parole.
Dopo le tre parabole delle scorse domeniche rivolte ai “farisei e i capi del popolo”, troviamo ancora Gesù a confronto con i suoi avversari: in tutto il capitolo 22 l’evangelista Matteo infatti raccoglie una serie di questioni che farisei, sadducei e dottori della legge propongono a Gesù nel Tempio con l’intento di “metterlo alla prova”. Addirittura il quesito di oggi viene bene architettato dai “farisei che tengono consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi” e decidono di inviargli “i propri discepoli”.
Notiamo prima di tutto che la scena si svolge nel Tempio, il luogo della relazione con Dio per eccellenza. E anche luogo dove la parola della Scrittura, posta a confronto con le questioni della vita, ne rivela il volto. Non dimentichiamo che nel mondo ebraico (oggi come allora) lo studio e l’approfondimento della Legge avviene attraverso “discussioni” dove i discepoli interrogano i loro maestri. Oggi tuttavia la scena è paradossale perché troviamo i discepoli dei farisei che non interrogano i loro maestri, ma vanno dal Maestro Gesù. E ci vanno con l’intento di “prenderlo al laccio” con una parola. La parola, che era lo strumento di conoscenza della Parola, viene “sfigurata” e ridotta a laccio per far cadere, catturare ed eliminare.
La questione è molto delicata perché chiama in causa Dio, il potere politico di un popolo dominatore, il denaro utilizzato per le tasse, con il quale si afferma quel potere: “Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”
È una domanda senza via d’uscita. Le due possibilità di risposta rinchiudono entrambe in una sottomissione inaccettabile: affermare che “è lecito pagare il tributo a Cesare” significa proclamare che l’autorità dell’imperatore è “superiore” alla signoria di Dio sul popolo di Israele (non dimentichiamo che la moneta del tributo portava l’immagine dell’imperatore, con l’esplicito intento di alimentarne il culto come a un dio), ponendo così in questione la sottomissione a Dio; affermare che “non è lecito pagare il tributo a Cesare” significa porsi in opposizione al potere romano, con tutto quello che avrebbe comportato. Si tratta insomma di scegliere: o l’imperatore senza Dio, o Dio senza l’imperatore.
La domanda, se guardata più in profondità, va a toccare la relazione con Dio, la libertà che tale relazione alimenta in rapporto a ogni cosa, la possibilità di stare dentro le cose di questo mondo senza esserne dominati.
E Gesù risponde ancora una volta con la libertà del suo essere Figlio. Una libertà che, come proclamerà S. Paolo, Cristo ci ha donato, rendendoci partecipi della sua libertà filiale: “Cristo ci ha liberati per la libertà” (Gal 5,1; ma si veda anche tutto Gal 4).
La risposta di Gesù si sviluppa in due parti: prima di tutto Gesù chiede ai suoi interlocutori di “mostrargli la moneta del tributo” e, coinvolgendoli personalmente con una domanda, li costringe a confrontarsi con se stessi (“Gesù, conoscendo la loro malizia, (…) Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”). In un secondo momento, poi, Gesù offre una risposta con la quale supera i confini angusti della loro domanda iniziale, ponendo i suoi interlocutori a confronto con Dio e con l’autorità delle cose di questo mondo (i vari “Cesari” che accampano diritti sulle nostre vite): “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.
“Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Inizialmente Gesù smaschera la malizia e l’ipocrisia della loro domanda, chiedendo loro di mostrargli la moneta del tributo a Cesare. Non dimentichiamo che ci troviamo a Gerusalemme, nell’area sacra del tempio, dove era proibito introdurre qualsiasi immagine, anche se coniata sulle monete. Per questo c’erano i cambiavalute all’ingresso. Tuttavia, proprio i discepoli dei farisei, con la loro ostentata fedeltà a Dio, hanno con sé la moneta pagana proibita con l’effigie dell’imperatore Tiberio. E il semplice fatto di avere con sé il denaro del tributo, significa che per essi non è un problema pagarlo. Gesù fa’ emergere questa amara verità: la “purezza” della loro sottomissione all’unica signoria di Dio è incrinata dal possesso della moneta “incriminata”.
Ma Gesù non si ferma a smascherare il rapporto ambivalente con Dio e con l’imperatore dei suoi interlocutori. Vuole condurli ad abbracciare un nuovo modo di vivere il rapporto con Dio e con l’autorità dei vari “Cesari” di questo mondo.
Gesù, avendo di fronte la moneta del tributo, li interroga sull’“iscrizione e l’immagine” riportata su di essa. Se “l’iscrizione e l’immagine” della moneta sono “di Cesare”, significa che quella moneta gli appartiene. Quindi, proclama Gesù, occorre restituirgli ciò che è suo: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare”.
Ma se c’è una responsabilità verso le cose di questo mondo, c’è al tempo stesso una responsabilità verso Dio che deve “bilanciare” la prima: “e (rendete) a Dio quello che è di Dio”.
Ma che cosa dobbiamo rendere a Dio perché gli appartiene? Che cosa è “di Dio”?
Se per comprendere che cosa si debba restituire a Cesare Gesù pone l’attenzione sull’immagine inscritta sulla moneta, c’è un’altra “immagine” che dobbiamo considerare per restituire a Dio ciò che è di Dio. Il termine “immagine” utilizzato da Gesù è lo stesso che ritroviamo nel racconto delle origini nel quale Dio crea l’uomo “a sua immagine e somiglianza” (Gen 1,26.27). E’ l’uomo a portare impressa su di sé l’“immagine” di Dio, come la moneta portava impressa l’immagine dell’imperatore. Quindi ciò che appartiene a Dio (e che siamo chiamati a restituirgli) è l’uomo così come è uscito dalle mani di Dio, così come Lui ci ha pensato. “L’uomo deve ridonare a Dio l’uomo secondo Dio” (dom Matteo Ferrari). Proprio perché portiamo inscritta in noi l’immagine di Dio, dobbiamo restituire noi stessi a Lui, così come Lui ci ha desiderato.
Ora, cosa significa questo? Prima di tutto che l’uomo ha un valore inestimabile e che niente può cancellare l’immagine di Dio impressa in noi. E anche se quell’immagine fosse offuscata o sfigurata da eventi o situazioni nelle quali ci venissimo a trovare, quell’immagine rimarrebbe a ricordarci che apparteniamo a Dio e che il suo amore per la sua creatura non viene meno. E poi che possiamo vivere in questo mondo dando alle cose del mondo il loro valore (“dare a Cesare ciò che è di Cesare”), ma che noi non apparteniamo definitivamente a nessuna di esse. In ultima istanza l’uomo appartiene solo al Suo Creatore.
Dio aspetta quindi che gli rendiamo noi stessi nella bellezza che Lui ha impresso in noi, portando a compimento la nostra umanità secondo il suo disegno d’amore. Ecco l’immagine di Dio che oggi Gesù è venuto a rivelare e che la sua risposta vuole mettere in luce per i suoi interlocutori e per noi!
Inoltre Gesù intende mostrare come “rendere a Dio ciò che è di Dio”. Infatti è Gesù l’uomo secondo Dio, l’uomo che ha restituito se stesso al Padre facendo risplendere la Sua immagine in Lui (Gesù è “immagine del Dio invisibile” Col 1,15). Gesù ha vissuto la vita facendone un dono, rendendo la sua vita un dono per tutti.
Ecco l’Uomo che “rende a Dio ciò che è Dio”. Un uomo che, dentro tutto quello che gli accade, non trattiene la vita come possesso geloso, ma la dona “sapendo che da Dio era venuto e a Dio ritornava” (cfr. Gv 13,1).
E noi sapremo restituire a Dio la Sua immagine inscritta in noi? Lasceremo che “Cristo in noi” (cfr. Col 1,27) continui a vivere il Suo dono d’amore al Padre?
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A Cesare ciò che è di Cesare. E noi siamo del Signore
Ermes Ronchi
La trappola è ben congegnata: È lecito o no pagare il tributo a Roma? Stai con gli invasori o con la tua gente? Con qualsiasi risposta Gesù avrebbe rischiato la vita, o per la spada dei Romani, come istigatore alla rivolta, o per il pugnale degli Zeloti, come sostenitore degli occupanti.
Erodiani e farisei, due facce note del pantheon del potere, pur essendo nemici giurati tra loro, in questo caso si accordano contro il giovane rabbi di cui temono le parole e vogliono stroncare la carriera.
Ma Gesù non cade nella trappola, anzi: ipocriti, li chiama, cioè commedianti, la vostra esistenza è una recita. Mostratemi la moneta del tributo. Siamo a Gerusalemme, nell’area sacra del tempio, dove era proibito introdurre qualsiasi figura umana, anche se coniata sulle monete. Per questo c’erano i cambiavalute all’ingresso. I farisei, i puri, con la loro religiosità ostentata, portano dentro il luogo più sacro della nazione, la moneta pagana proibita con l’effigie dell’imperatore Tiberio. I commedianti sono smascherati: sono loro, gli osservanti, a violare la norma, mostrando di seguire la legge del denaro e non quella di Mosè.
Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare. È lecito pagare? avevano chiesto. Gesù risponde impiegando un altro verbo, restituire, come per uno scambio: prima avete avuto, ora restituite. Lungo è l’elenco: ho ricevuto istruzione, sanità, giustizia, coesione sociale, servizi per i più fragili, cultura, assistenza… ora restituisco qualcosa.
Rendete a Cesare, vale a dire pagate tutti le imposte per servizi che raggiungono tutti. Come non applicare questa chiarezza immediata di Gesù ai nostri giorni di faticose riflessioni su manovre finanziarie, tasse, fisco; ai farisei di oggi, per i quali evadere le imposte, cioè non restituire, trattenere, è normale?
E aggiunge: Restituite a Dio quello che è di Dio. Di Dio è la terra e quanto contiene; l’uomo è cosa di Dio. Di Dio è la mia vita, che «lui ha fatto risplendere per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10). Neppure essa mi appartiene.
Ogni uomo e ogni donna vengono al mondo come vite che risplendono, come talenti d’oro su cui è coniata l’immagine di Dio e l’iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto al suo Amore. Restituisci a Dio ciò che è di Dio, cioè te stesso.
A Cesare le cose, a Dio le persone. A Cesare oro e argento, a Dio l’uomo.
A me e ad ogni persona, Gesù ripete: tu non appartieni a nessun potere, resta libero da tutti, ribelle ad ogni tentazione di lasciarti asservire.
Ad ogni potere umano il Vangelo dice: non appropriarti dell’uomo. Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio, Gesù ai nostri giorni di faticose riflessioni su manovre finanziarie, tasse, fisco; ai farisei di oggi, per i quali evadere le imposte, cioè non restituire, trattenere, è normale?
E aggiunge: Restituite a Dio quello che è di Dio. Di Dio è la terra e quanto contiene; l’uomo è cosa di Dio. Di Dio è la mia vita, che «lui ha fatto risplendere per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10). Neppure essa mi appartiene.
Ogni uomo e ogni donna vengono al mondo come vite che risplendono, come talenti d’oro su cui è coniata l’immagine di Dio e l’iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto al suo Amore. Restituisci a Dio ciò che è di Dio, cioè te stesso.
A Cesare le cose, a Dio le persone. A Cesare oro e argento, a Dio l’uomo.
A me e ad ogni persona, Gesù ripete: tu non appartieni a nessun potere, resta libero da tutti, ribelle ad ogni tentazione di lasciarti asservire.
Ad ogni potere umano il Vangelo dice: non appropriarti dell’uomo. Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio, Gesù ai nostri giorni di faticose riflessioni su manovre finanziarie, tasse, fisco; ai farisei di oggi, per i quali evadere le imposte, cioè non restituire, trattenere, è normale?
E aggiunge: Restituite a Dio quello che è di Dio. Di Dio è la terra e quanto contiene; l’uomo è cosa di Dio. Di Dio è la mia vita, che «lui ha fatto risplendere per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10). Neppure essa mi appartiene.
Ogni uomo e ogni donna vengono al mondo come vite che risplendono, come talenti d’oro su cui è coniata l’immagine di Dio e l’iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto al suo Amore. Restituisci a Dio ciò che è di Dio, cioè te stesso.
A Cesare le cose, a Dio le persone. A Cesare oro e argento, a Dio l’uomo.
A me e ad ogni persona, Gesù ripete: tu non appartieni a nessun potere, resta libero da tutti, ribelle ad ogni tentazione di lasciarti asservire.
Ad ogni potere umano il Vangelo dice: non appropriarti dell’uomo. Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio, ogni creatura è prodigio grande che ha il Creatore nel sangue e nel respiro.
Restituire
Don Antonio Savone
Alquanto familiare e proverbiale il detto di Gesù riportato dalla pagina evangelica: date a Cesare…. Mai parole più fortunate. Spesso sulle nostre labbra quando siamo sollecitati a ristabilire le parti di un contenzioso. Ancora sulle nostre labbra quando si tratta di stabilire la totale autonomia di un potere politico completamente disgiunto da tutto ciò che attiene all’ambito spirituale: un conto è l’anima, un conto è la vita con tutto il suo ordinamento.
Una prospettiva troppo angusta e riduttiva quella che si risolve nel definire il tipo di rapporto che deve intercorrere tra realtà profane e sfera del sacro, tra politica e religione, Cesare e Dio. La stessa prospettiva degli interlocutori di Gesù. Ma, come già in quel caso, ancora una volta Gesù allarga l’orizzonte. Gesù non aveva di mira di teorizzare l’autonomia delle realtà mondane, o la separazione dei poteri, ma quella di pervenire alle radici stesse del potere.
Ipocriti… Ipocrisia come atteggiamento di chi ha già deciso di non cambiare, di non volersi misurare con la realtà. Atteggiamento di chi vive di parole, vive di riunioni per accordarsi su come misurarsi con un reale che eccede il proprio modo di vedere le cose. La realtà delle cose, così come si presenta, è ciò che destabilizza l’ipocrisia. L’ipocrisia aborrisce l’evidenza. Ma è proprio a questa evidenza che Gesù riconduce gli ipocriti. La moneta di cui dispongono dice che in qualche modo essi riconoscono già un potere.
Gesù – che insegna la via di Dio, come attestano i suoi stessi accusatori – allarga la prospettiva facendo capire che il problema non è schierarsi pro o contro Cesare. Il problema è riconoscere che tutto di te viene da altrove.
Ecco allora l’invito rivolto ai suoi interlocutori di allora e a quelli di sempre a restituire. Non il semplice: date, ma restituite. Che cos’hai di tuo che tu non abbia ricevuto? Tutto ciò che sei, tutto ciò di cui disponi viene da altrove. Restituire… ovvero riconoscere di essere in debito. Verso la vita, verso Dio. Riconoscere che la nostra vita è una rete di debiti. Perciò restituisci quello che hai ricevuto. Restituisci nella e con la vita.
Cesare non è solo lo stato o il potere o la sfera politica. Cesare impersona tutta la dimensione umano-terrena dell’esistenza a cui sono chiamato a restituire ciò che a mia volta ho ricevuto. Che cosa sono disposto a restituire per l’edificazione di quella casa comune che è il mondo, la vita, la storia, le mie relazioni? Il problema scatta quando al Cesare di turno viene attribuita ogni pretesa di signoria. Ecco allora il criterio introdotto da Gesù: restituire a Dio…
Gesù va oltre la questione posta dai suoi interlocutori: Cesare e Dio non stanno sullo stesso piano. E Dio non è un Cesare più grande degli altri Cesari.
Cosa restituire a Dio? Non già delle cose ma me stesso. In me Dio ha impresso la sua immagine quando all’inizio sono stato formato a sua immagine e somiglianza. Gli appartengo, irreversibilmente. Che io ne sia consapevole o meno, proprio come il pagano Ciro.
Perciò altri signori, altre liturgie sono estranee alla vita dei credenti nell’unico Signore. La fede nell’unico Signore non riguarda qualcosa che ha a che fare con l’anima, anzitutto, ma con la vita, non con una vaga spiritualità ma a contatto con la storia dove siamo chiamati a essere immagine di quel volto di Dio che Gesù è venuto a svelare. Un volto che mai si manifesta con i tratti della forza e della potenza ma in quelli dell’umile servire la causa dell’uomo, ogni uomo.
Lui mi ha fatto segno di lui, indipendentemente da una religione. Anche il pagano Ciro di cui ci ha narrato il brano della prima lettura è segno di lui. Io di cosa e di chi sono segno, sono immagine?
Il mondo varia con le sue forme statali. Come regolarsi da discepoli? Né negando né sacralizzando, ma restituendo ciò che spetta a ciascuno e rifiutando ciò che non gli è dovuto.
I rapporti tra Dio e Cesare non si risolvono né con un sì incondizionato, né con un no pregiudiziale. Il rapporto tra Dio e Cesare non può essere risolto teoricamente, in astratto, una volta per tutte. “Ogni generazione cristiana deve chiedersi se, nella concreta situazione storica in cui si trova, essa può continuare a dire: “Dio e Cesare” o deve imparare a dire: “Dio o Cesare” o addirittura “Dio contro Cesare” (P. Ricca).
Non si tratta di essere ribelli facili o per mestiere, ma resistenti alla sovranità umana quando questa vuole usurpare ambiti e spazi all’unico Signore, cui tutti devono essere sottomessi.
È un invito, quello del Signore Gesù, a vivere con sapienza perché sappiamo stare nella storia capaci di discernimento, lontani al contempo dall’adulazione e dal rigetto emotivo. Lo stesso discernimento che fa riconoscere ad Israele la presenza di Dio in un’autorità, Ciro, che non conosce Dio.
A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio
Enzo Bianchi
In queste domeniche i brani evangelici previsti dalla liturgia ci rendono testimoni delle controversie tra Gesù e i rappresentanti di vari gruppi religiosi dell’epoca, controversie avvenute nel tempio di Gerusalemme in prossimità della sua passione e morte.
Questa volta sono i farisei che tentano di mettere Gesù in contraddizione con la sua fede e la sua predicazione. Per questo gli inviano dei loro discepoli insieme a dei partigiani di Erode. Entrambi i gruppi volevano l’instaurazione di un regno teocratico in Israele: i farisei attraverso il dominio della loro Legge e del Re Messia, gli erodiani attraverso l’estensione del regno di Erode a tutta la terra santa, in autonomia dall’impero romano. Ma l’intenzione profonda degli uni e degli altri è quella di tendere un tranello a Gesù, per questo si avvicinano a lui con l’adulazione: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni con franchezza la via di Dio, senza lasciarti influenzare da nessuno…”. Parole che potrebbero essere una testimonianza della postura veritiera e profetica di Gesù, ma che nelle loro intenzioni sono semplicemente un trabocchetto per indurre Gesù a dichiararsi o idolatra di Cesare o contestatore di Cesare: e così la colpa di Gesù sarà evidente in un caso agli occhi dell’autorità religiosa ebraica, nell’altro a quelli dell’autorità politica romana.
Secondo la volontà di Dio, dal punto di vista della fede, è lecito pagare la tassa imperiale a Cesare? Gesù, dopo aver messo in luce la perversa ipocrisia dei suoi interlocutori – il loro essere persone doppie, che pensano, progettano una cosa e ne dicono un’altra –, si fa portare la moneta del tributo, su cui è scritto: “Tiberio Cesare, figlio del dio Augusto”, iscrizione accompagnata dall’effigie dell’imperatore. A questo punto egli non può esimersi dal rispondere alla domanda rivoltagli, che pure è formulata in modo diabolico. Se infatti affermasse: “Sì, è lecito pagare il tributo”, si mostrerebbe a favore di Cesare, anzi idolatra dell’impero totalitario, e così il popolo che attendeva il Messia liberatore dal giogo romano lo sentirebbe come un traditore. Se, al contrario, rispondesse negativamente, allora gli erodiani avrebbero motivo per denunciarlo come un pericoloso agitatore sociale anti-romano.
Ma ecco che Gesù, tenendo in mano la moneta, ribatte a sorpresa con una domanda: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Al sentirsi rispondere: “Di Cesare”, può dunque concludere con una sentenza divenuta celebre: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Queste parole brevissime sono come un seme, una chiave che richiede di essere decodificata, un’affermazione sapiente che necessita di essere interpretata dai discepoli di Gesù in modo sempre nuovo, a seconda dei tempi e delle situazioni cangianti del mondo. Occorre molta vigilanza per non rendere queste parole uno slogan, come tante volte è successo e succede nei rapporti tra lo stato e la chiesa, tra l’autorità politica e i cristiani.
Cosa significa dunque: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare”? È vero che, secondo le Scritture, il potere esercitato sulla terra viene da Dio. Anche Ciro, il re dei persiani che ha sconfitto Babilonia, era un “unto”, un messia di Dio, il quale, pur senza conoscere il Dio di Israele e senza credere in lui, aveva compiuto azioni volute da Dio stesso, diventando suo strumento (cf. Is 45,1-7). Nel Nuovo Testamento l’Apostolo Paolo applica la medesima convinzione alla situazione dei cristiani nell’impero: occorre prestare obbedienza leale alle autorità dello stato (cf. Rm 13,1-7; Tt 3,1-2). Cosa significa questo? Che lo stato, l’autorità politica è assolutamente necessaria per la vita della polis e dei credenti in essa. La città abitata dagli uomini e dalle donne abbisogna di ordine, di legalità, di giustizia, e dunque la politica non può essere ignorata, né si può vivere in società senza un’autorità cui rispondere lealmente. Gesù ha rifiutato di essere un Messia politico (cf. Mt 4,8-10), non ha accettato di essere fatto re (cf. Gv 6,14-15) e ha rimproverato Pietro per la sua incomprensione della propria identità di Messia mite, umile e anche sofferente (cf. Mt 16,21-23; 11,29). Egli è Re – come dirà a Pilato – ma non di questo mondo (cf. Gv 18,36)! Dare a Cesare ciò che è di Cesare, allora, significa riconoscerne l’autorità, restarvi sottomessi e tenere conto di essa – lo ribadisco – lealmente. Il cristiano non può essere un anarchico che si schiera contro lo stato, contro l’autorità politica.
Ma qui ecco apparire lo specifico della via aperta da Gesù Cristo, dunque del cristianesimo, che può anche sembrare paradossale: il cristiano, obbediente alle leggi dello stato, deve tuttavia riconoscere sempre “ciò che è di Dio”. Ed è di Dio la persona umana, perché l’uomo, non Cesare, è l’effigie, l’immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), dunque è ciò che occorre rendere a Dio. Così il potere nella polis è riconosciuto, ma non in modo assoluto, senza limiti: va obbedito fino a che non opprima, non schiacci la persona nella sua libertà, nella sua dignità, nella sua coscienza. Certamente con questa presa di posizione Gesù introduce nel mondo antico, che concepiva il potere politico in modo teocratico, una distinzione rivoluzionaria, che la chiesa in seguito smentirà, da Costantino fino a pochi decenni fa: la politica è necessaria ma va desacralizzata; quella del potere, di Cesare è una funzione necessaria ma umana, esercitata da esseri umani. E di fronte a Cesare sta il diritto di Dio, del Signore, che è vindice e garante di tutta la grandezza e la libertà dell’essere umano, che mai è lecito conculcare!
A Cesare, dunque, va pagato il tributo, ciò che deriva dal suo potere; ma ciò che appartiene a Dio, la vita umana, va data a Dio. E quando le due autorità entrano in conflitto, occorre ricordare le parole degli apostoli: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29).
http://www.monasterodi bose.it
Missione è annunciare la priorità di Dio e la salvezza in Cristo
Romeo Ballan
Nel Vangelo Gesù smonta la trappola che i farisei e gli erodiani gli stavano tendendo sul tema spinoso delle tasse da pagare all’imperatore di Roma, al quale era assoggettata la Palestina al tempo di Gesù. «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (v. 17). In qualunque modo avesse risposto a quella domanda maliziosa, Gesù sarebbe stato accusato di stare pro o contro Roma. Gesù va oltre i due schieramenti polemici; distingue, anzi capovolge il modo di intendere l’autorità politica-umana e l’autorità suprema di Dio. La “moneta del tributo” in questione (v. 19), d’oro o altro metallo, era coniata dall’imperatore, che ne era il proprietario; il debitore ne era soltanto un proprietario temporaneo, con l’obbligo di resa-restituzione all’imperatore. Un dovere che anche Gesù riconosce (v. 21).
Ma quella moneta portava la scritta “al divino Cesare” o “al dio Cesare”, iscrizione che Gesù rifiuta e ribalta profeticamente: “Rendete a Dio quello che è di Dio” (21). Cesare può avere un certo diritto sulle cose, ma non sulle persone. «Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la loro coscienza, non può impadronirsi della loro libertà. A Cesare non spetta il cuore, la mente, l’anima; spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano è detto: non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio… Per Gesù Dio non è il potere oltre ogni potere, è amore. Non è il padrone delle vite, è il servitore dei viventi. Non un Cesare più grande degli altri cesari, ma un servo sofferente per amore. Tutt’altro modo di essere Dio» (E. Ronchi).
La Parola di Dio in questa domenica getta una luce nuova sui rapporti fra uomo e uomo, fra uomo e Dio, fra l’uomo e le altre creature; fra religione e Stato, fra Vangelo e politica, missione e libertà religiosa, fede e libertà di coscienza, Chiesa e governi, laicità dello Stato e imperativi etici… Sono rapporti delicati e complessi, che toccano da vicino la coscienza individuale delle persone, ma anche il lavoro di chi annuncia il Vangelo a tutto campo. In particolare, la libertà religiosa, valore sancito dal Concilio Vaticano II, non esime, anzi richiede la proposta missionaria del Vangelo di Cristo, in vista di una libera scelta personale e delle ricadute nell’ambito familiare e sociale.
La risposta di Gesù sancisce l’autonomia delle due sfere di azione, umana e divina (v. 21), rivendicando, qui e in altri passi del Vangelo, la priorità di Dio, dal quale tutti gli esseri ricevono vita, destino, senso. Una sana autonomia esige chiarezza di ruoli, rispetto mutuo, collaborazione nella complementarietà e sussidiarietà, evitando sia le intrusioni di un sistema teocratico, come pure le evasioni di uno spiritualismo intimista. Tutti, però, sono chiamati a sostenere le iniziative per la promozione integrale della persona e lo sviluppo solidale dell’umanità. In questa luce, anche l’azione politica del re persiano Ciro (I lettura), definito “eletto” di Dio (v. 1), è vista in chiave di salvezza per il popolo ebraico, schiavo a Babilonia. Così pure, la crescita spirituale dei cristiani (II lettura), con i valori di fede operosa, carità impegnata e speranza ferma (v. 3), ha certamente conseguenze salutari per la convivenza familiare, politica e sociale.
Priorità di Dio, salvezza in Gesù Cristo. conosciuto e amato da tutti, perché tutti trovino in Lui vita, dignità, salvezza piena… Sono questi gli obiettivi dell’opera evangelizzatrice della Chiesa, che oggi celebra la Giornata Missionaria Mondiale. Perché, come afferma ancora Papa Francesco: “Oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo; … l’umanità ha grande bisogno di attingere alla salvezza portata da Cristo”. Di fatto, annunciare il Vangelo è il migliore servizio che la Chiesa può offrire al mondo, perché il Vangelo ha sempre una benefica influenza nella vita della famiglia umana: educazione, economia, lavoro, salute, relazioni famigliari e sociali, politica, pace, libertà e diritti umani… Il Vangelo è contrario all’evasione dalle realtà terrestri; il cristiano è chiamato ad impegnarsi concretamente in esse, a illuminarle, trasformarle, arricchirle con la luce che viene da Dio, bene supremo per una vita degna, libera e felice.

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