Dalla missione alla formazione
P. Piergiorgio Prandina
1. Premessa
Comboni non è un Don Bosco. Non ha fondato un Istituto educativo. Non ha scritto trattati di pedagogia… È chiaro pero che ha qualcosa da dire sulla formazione del missionario comboniano.
Tre possibili piste:
1.1 La sua vita (esperienza, attività, scritti, ecc.). Si educa più con l’esempio che con le chiacchiere.
Necessità di un approccio serio al Fondatore, evitando i due scogli del modernismo (ritorno superficiale, come risposta alla moda del momento) e dell’archeologismo (atteggiamento mentale di chi ignora il cammino della storia e della Chiesa): cf. PC 2 e l’attualizzazione del Comboni operata dalla RV. Molti arrivano alla fine della formazione di base con una conoscenza insufficiente e quindi non-influente del Comboni.
Importanza fondamentale delle biografie del Comboni e delle riflessioni sull’itinerario spirituale del Comboni, tipo quella di PP. Pierli, Chiocchetta, ecc.
1.2 I suoi Scritti ad hoc, soprattutto le “Regole dell’Istituto delle Missioni per la Nigrizia” del 1871, rivalutate soltanto ultimamente.
1.3 Gli elogi che fa ai suoi missionari e ad altri che incontra, elogi che sono altrettante indicazioni per la formazione del missionario comboniano “ideale”. Questa pista non è ancora stata sufficientemente battuta, ma è promettente. Ci sono due esempi:
Don Alesando Dal Bosco (un formatore): “Nominai Superiore del Collegio il pio e dotto D. Alessandro Dal Bosco, che era stato prima con me attivo missionario in Africa Centrale. Non si poteva pensare ad una persona più indicata per questo compito. Un uomo austero di costumi, profondo conoscitore dello spirito umano e de1le difficoltà dell’attività missionaria in Africa Centrale, amabile nel tratto, convincente nei suoi argomenti, profondo conoscitore della dogmatica, della morale, del diritto canonico, della legislazione orientale in fatto di fede, della storia dei costumi orientali, delle tribù nere, della lingua araba, italiana, tedesca, francese, inglese, nubana e greca….” (MDC 265).
Don Francesco Pimazzoni (un missionario): “All’ora in cui le scrivo mi ha chiesto già ultimi sacramenti D. Francesco Pimazzoni, che per pietà e santità vera esenza dubbio il primo soggetto della Missione, e mi congiunge un criterio e talento ammirabili. Avendo dovuto interrompere gli studi per aver dovuto andare soldato, santificò la caserma e mantenne nella sua Compagnia la fede, la religione e indusse molti compagni a frequentare la Chiesa e i sacramenti: abbastanza perito nell’arabo cominciava già a produrre buoni frutti qui….” (Karthoum, 3/10/81).
In questo intervento si rifa principalmente (ma non esclusivamente) alle Regole del 71, dove “la proposta comboniana si scopre meno condizionata, più spontanea e genuina” (CEA, p. 174). Oltre che dalla collana “Studi Comboniani”, attingendoanche dall’articolo di P. Salvi (apparso sul Bollettino n. 132) e da alcuni “appunti” di Mons. Vittorino Girardi.
2. Realismo e concretezza
2.1 Dalla missione alla formazione, non viceversa.
“Il Capo delle Missioni Africane comunicherà all’Istituto Fondamentale il Regolamento di ciascun Istituto delle sue Missioni, come pure tutte le innovazioni che l’esperienza pratica sulla faccia del luogo gli suggerisce di introdurvi, perché serva questo di norma al Rettore, per preparare i candidati all’apostolato africano” (Reg. Cap. IV, CEA p. 258).
Così P. Chiocchetta riassume il Cap. IV delle Regole del 71: “II rapporto fra l’Istituto di Verona e le Missioni dell’Africa Centrale è un rapporto di vita: dalla missione derivano i segni dei tempi apostolici; e questi, accolti e fatti responsabilmente oggetto di studio e di riflessione nell’Istituto, s’elevano a norma di maturazione per una identità e diakonia aggiornata dei candidati” (CEA p. 192).
Due conseguenze:
- “La prima casa del Vicariato Apostolico dell’Africa Centrale è l’Istituto africano di Verona” (Lett. al Sembianti del 1879, cf. MDC p. 268).
- Tutti, sia quelli che operano in Europa come quelli che lavorano in Africa, “sono realmente consacrati alla Rigenerazione della Nigrizia” (Reg. Cap. II, CEA, p. 253).
Necessita di guardare continuamente alla missione per impostare programmi educativi che abbiano un senso.
2.2 Principi generali, non dettagli inutili.
“Le Regole di un Istituto che deve formare Apostoli per nazioni barbare e infedeli, perché siano durevoli, debbono basare sopra principi generali… (che) debbono informare la sua mente e il suo cuore in guisa da sapersi regolare da sé, applicandoli con accorgimento e giudizio nei tempi, luoghi e circostanze svariatissime, in cui lo pone la sua vocazione… (che) costituiscono il vero carattere dell’Istituto e che servono agli alunni di norma per esaminare con piena uniformità e con quella uguaglianza di spirito e di condotta esteriore, che fa riconoscere i membri di una stessa famiglia” (Reg. Prefazione, CEA p. 251).
È chiaro che questo testo parte da una duplice esperienza:
- la necessita da un lato della “stabilità” nella consacrazione missionaria e
- dall’altro la costatazione della “versatilità” delle situazioni in Africa.
Di qui la proposta di principi base come unità di misura e termine di riferimento (“elasticità” e “flessibilità” del Diritto), e la conseguente responsabilizzazione durante la formazione (CEA, p. 185). In altre parole, il Comboni supera la tensione (propria di ogni raggruppamento umano) tra persona e istituzione fondando la comunità non sulla realizzazione personale, non sulle strutture, ma sui valori (principi generali).
Purtroppo questa prefazione fu ignorata completamente nelle Regole del 72, certamente sotto la pressione delle esigenze del Diritto Canonico più che della vita. Nel 78 il Canossa si rifarà soltanto all’edizione del ’72… a cui aggiunse una “seconda parte” ancora più estranea alla Missione (CEA p. 168 e ss). A questo proposito è interessante la lettera scritta dal Comboni al Sembianti (che domandava a Virginia cose inutili): “Secondo il mio parere non baderei a certe piccolezze… Per me sono cose ridicole che non valgono un fico… Se ella avesse fatto il missionario in Africa come l’ho fatto io, a questo ci baderebbe poco. Scusi la mia sincerità” (CEA, p. 168).
- Necessità di chiarire a se e ai candidati i valori su cui poggia l’identità cristiano-comboniana e su questi impostare ogni tipo di azione e valutazione.
- Necessità di calare i “principi generali” contenuti nella Regola di Vita in Direttori Provinciali e carte della comunità… senza pero perderli di vista!
2.3 Concretezza di indicazioni
Si prenda, ad esempio, le norme sulla “prova della vocazione” (Reg. Cap. IV, CEA p. 258 e seg.).
- Punto di partenza: “La prima e più importante missione dell’Istituto è la buona scelta degli operai assunti alle funzioni apostoliche per la Nigrizia. Da ciò dipende il suo felice avviamento, la sua prosperità, la sua durata”; interrogazioni e informazioni, ai postulanti da quelli che li conoscono; consulta per aver consiglio e arrivare al giudizio.
- “Massime generali di aversi sempre presenti”: volontà costante e generosa, disposizione fondata nel sentimento della fede e nella carità di dedicarsi alla conversione delle anime, sanità… non si escluderanno i mediocri, atteso che… (CEA, p. 261).
- Necessità di impostare qualsiasi iniziativa (di promozione vocazionale, di formazione, ecc.) con chiarezza e concretezza, altrimenti si perde tempo e non si raggiunge lo scopo.
3. Elementi essenziali alla formazione comboniana
3.1 Senso di Dio e spirito di fede
Nel Capitolo X delle Regole del ’71 si legge: “La vita di un uomo che in modo assoluto e perentorio viene a rompere tutte le relazioni col mondo e colle cose più care secondo natura, deve essere una vita di spirito e di fede… Il missionario della Nigrizia spoglio affatto di tutto se stesso, lavora unicamente pel suo Dio, per le anime più abbandonate della terra, per l’eternità….” (CEA, pp. 264-267).
Importanza dell’educazione alla preghiera personale (oltre che a quella comunitaria), alla meditazione regolare, alla presenza di Dio. Necessita di ritrovare il valore della “abitudine” alla preghiera (certe pratiche di pietà che ritmano la giornata non dovrebbero mai essere tralasciate). Spesso all’abitudine si preferisce la “spontaneità” che, in realtà, non sostiene la fragilità umana e crea dei vuoti spaventosi (per es. durante le vacanze e non solo).
Le nostre case di formazione dovrebbero distinguersi per un’atmosfera di fede e di preghiera ricca e stimolante. Capita che talvolta i nostri giovani trovano pane per i loro denti soltanto nell’ambito di gruppi esterni (neo-catecumenali, carismatici, ecc.). Non so che cosa direbbe il Comboni a questo riguardo, lui che ha scritto: “La pietà è il pane quotidiano del missionario” (MDC, p. 338).
Al senso di Dio e allo spirito di fede si educa anche con la “abitudine di giudicare le cose col lume che al cattolico piove dall’alto…. non attraverso il miserabile prisma degli umani interessi” (MDC, p. 215). Ricordo una nota di P. Tiboni in margine a un documento sulla formazione: “Qui si parla di tutto e di tutti…. fuorché del Vangelo, di Cristo e di Dio!”.
3.2 Spirito di sacrificio
“Non verrà ammesso all’Istituto nessun ecclesiastico o secolare il quale non si giudichi disposto a consacrare tutto se stesso fino alla morte per l’opera della Rigenerazione della Nigrizia” (CEA, p. 253).
“Morire assolutamente alla propria volontà e sacrificare interamente se stessi fino alla morte per mezzo di una perfetta obbedienza ai legittimi superiori sarà la prima istruzione da farsi ai postulanti” (Ib,, p.260).
“II distacco che han già fatto dalla famiglia e dal mondo non è che il primo passo: essi cercheranno di andare sempre più consumando il loro olocausto, rinunciando ad ogni affetto terreno, abituandosi a non far caso delle loro comodità, dei loro piccoli interessi, della loro opinione e di ogni cosa che li riguarda; perché anche un tenue filo che rimanga può impedire un’anima generosa d’elevarsi a Dio. Sarà perciò continua la pratica dell’abnegazione di se stessi, anche nelle piccole cose…” (Ib.,p.270).
Necessità di ritrovare tutto il senso e l’intensità di queste norme, tanto più che l’odierna civiltà permissiva e del benessere costituisce una autentica contro-catechesi. I tempi sono cambiati, ma le esigenze della missione sono quelle di sempre. Chi è stato in missione sa che oggi non occorre meno spirito di sacrificio di una volta. Il P. Generale ha insistito su questo punto e ha affermato che si vanno moltiplicando i casi di “padri giovani” che di fronte alle difficoltà “crollano”. I fattori socio-ambientali di oggi, di cui occorre tener conto come punto di partenza, non possono quindi “far abbassare l’asta per facilitare il salto!” Anche perché, nonostante i limiti precedenti, psicologi e sociologi sono concordi nel riconoscere alle generazioni odierne una sete di autenticità e radicalità sorprendenti” (P. Salvi).
Particolarmente importante, in questo contesto, è l’educazione degli istinti (otopatia) (educazione alla sobrietà, educazione sessuale, ecc.) con il ricupero dell’ascetica tradizionale. A questo proposito si leggano le riflessioni di P. Salvi (Boll. no. 132, pp. 27-28).
3.3 Collaborazione nel lavoro
Nelle Regole del ’72 il Comboni parla del suo Istituto come di un “piccolo Cenacolo di Apostoli per l’Africa” (CEA, p. 252), i cui membri devono avere “la relazione che hanno tra loro le membra di un medesimo corpo” (Ib., p. 257).
Sappiamo che tutto questo per il Comboni rimase a livello di “sogno” (direi piuttosto come ideale), un sogno pero che costituisce e rimane una indicazione precisa per noi suoi missionari oggi.
In missione le difficoltà più grosse sono dovute alla incapacità di fare vita comunitaria e di collaborare nell’apostolato. Di qui la necessità di educare a questi valori attraverso i consigli di comunità, il lavoro in equipe, lo studio partecipato, l’apostolato fatto in gruppo, rapporti corretti e fattivi con la donna consacrata… E tutto questo per far crescere nella convinzione che l’individualismo è sterile, che è nella complementarietà dei doni e dei ruoli che si costruisce per il Regno (cf. osservazioni dei PP. Tiboni e Serra sulla necessità del lavoro in equipe negli scolasticati – Roma EUR 1980, pp. 52-53).
3.4 “Buon governo della persona”
Nel Capitolo XII delle Regole del ’71, il Comboni elenca alcune “norme di disciplina per tener cura della sanità e delle forze corporali degli alunni”. Dopo aver parlato della “prontezza ed esattezza alle osservanze dell’Istituto”, raccomanda “quella civiltà, pulitezza e buon contegno che tanto potran servire a conciliare loro la benevolenza nel commercio colle persone d’ogni nazione e d’ogni religione, con cui dovranno trovarsi in futuro. Questo continuo buon governo della persona, nei modi, dei discorsi, dell’abito, e della stanza, costerà loro una serie non interrotta di piccoli sacrifici, e di piccole vittorie contro l’accidia insita nell’umana natura” (CEA, p. 275).
Alcune domande molto semplici:
- Perché nella nostra formazione non c’è più spazio per un po’ di galateo?
- Che cosa c’è sotto il linguaggio scanzonato, l’abito trasandato, il comportamento scortese… di certi nostri giovani?
Secondo il Comboni sono frutti dell’accidia. In ogni caso rivelano una “disattenzione all’altro” che non faciliterà certamente il processo di inculturazione e l’annuncio del Vangelo!
Sempre a proposito del “buon governo della persona” il Comboni suggerisce qualche lavoro manuale, qualche passeggiata, un po’ di sport, ecc. (Ib.). E il richiamo a una sana fatica fisica sempre più in ribasso nei nostri ambienti educativi, a scapito delle persone…. e della missione.
3.5 Importanza dello studio
Nel capitolo XI il Comboni parla della necessita di “coltivare l’intelletto” (ortodossia) e da alcune indicazioni molto pratiche (cf. CEA, pp. 271-274).
Premesso che “la somma scienza, anzi l’unica veramente necessaria è quella di Gesù Crocifisso”, il Comboni dice: “attenderanno gli alunni a studiare con ogni sollecitudine e faranno innanzi a Dio anche sull’importanza di esso la dovuta considerazione… Niente crederanno inutile….”.
Scopo dello studio:
- difesa della fede,
- credito che dà la cultura,
- necessita di pronte risoluzioni…
e tutto per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
Metodo:
- seguire “con diligenza e assiduità tutte le materie” che si insegnano nelle scuole teologiche frequentate;
- condurre gli studi “senza frastagliarli dividendo l’applicazione sopra materie disparate, ma si esauriranno a mano a mano i trattati principali dedicando ad essi uno studio continuato e completo”;
- “quotidiane conferenze” in cui ciascun studente porta “il frutto dei suoi studi individuali a comune erudizione e vantaggio”;
- esercizi pratici di addestramento e verifica: catechismo, “tanto ai fanciulli come agli adulti, che è l’esercizio principalissimo e più importante del Missionario degli infedeli” e “devote esortazioni fatte anche all’improvviso….”.
Sembrano le norme stabilite (e spesso disattese) del Direttorio degli Scolasticati e della Ratio Studiorum! “L’allergia allo studio” ha caratterizzato i giovani degli anni “70 (almeno in Europa).
P. Piergiorgio Prandina