La morte della mamma diede a Comboni l’occasione di esprimere, scrivendo a suo padre, come il suo cuore di giovane sacerdote era permeato della logica delle Beatitudini. Nelle sue parole possiamo ascoltare senza fatica l’eco della proclamazione delle Beatitudini:

«Siano grazie dunque all’Altissimo che i pensieri di me e di voi felicemente s’accordano! Dio ce la diede quella buona madre e consorte; Dio ce la tolse. Noi dunque facciamo di lei un generoso sacrifizio al Signore, e godiamo sommamente perché Dio volle chiamarla a sé, per darle un premio ben meritato di quei patimenti e sacrifizi che ella sostenne durante la sua vita, e perché volle pietosamente porgere a noi una felice occasione di patire qualche cosa per amor suo. Sì, padre mio carissimo; ella ha finito di piangere su questa terra; ed ora finalmente si trova al possesso della gloria del cielo, a dividere con i suoi sei figli la gioia di un Paradiso che mai finirà, aspettando che noi, vinta la lotta di questo temporale pellegrinaggio, andiamo a congiungerci insieme con essi.

Io esulto di gioia, perché ora ella m’è più vicina che prima; e voi pure rallegratevi, che il Signore vuole esaudire i fervidi voti dei nostri cari, che ora pregano per noi e per la nostra salvezza al trono di Dio. Esultiamo ambedue, e direi quasi gloriamoci a vicenda, perché Iddio per sua infinita misericordia pare che si degni di farci sentire e mostrarci i contrassegni infallibili, ond’egli quali suoi teneri figli ci ama, e ci ha predestinati alla gloria. Noi siamo sommamente avventurati, mentre Dio ci largisce, e benignamente ci porge mezzi ed occasioni di patire per amor suo.

Che sia così, volgete uno sguardo all’ordine della Provvidenza, al modo che tiene Iddio verso dei fedeli suoi servi, cui predestina all’eterna beatitudine. La Chiesa di Cristo cominciò sulla terra, crebbe e si propagò tra le stragi e i sacrifizi dei suoi figli, tra le persecuzioni e tra il sangue dei suoi Martiri e Pontefici. Lo stesso suo Capo e Fondatore Gesù Cristo spirò sopra di un infame patibolo, vittima del furore d’una crudele ed empia nazione: i suoi Apostoli subirono la medesima sorte del Divino Maestro.

Tutte le Missioni, ove si diffuse la Fede, furono piantate, s’accrebbero, e giganteggiarono nel mondo tra il furore dei principi, tra i patiboli, e le persecuzioni che distruggevano i credenti. Non si legge di nessun santo, che non abbia menato una vita tra le spine, i travagli, e le avversità: delle stesse anime giuste che noi pur conosciamo, una non v’ha che non sia tribolata, afflitta, e disprezzata. Oh la palma del cielo non si può acquistare senza pene, afflizioni e sacrifizi; e quelli che si trovano visitati con questa sorta di favori celesti, possono a buon diritto chiamarsi beati su questa terra, mentre godono della beatitudine de santi, pei quali fu somma delizia il patire gran cose per la gloria di Cristo.

E questi speciali favori, queste sublimi prerogative colle quali a Dio piacque di contraddistinguere i suoi servi, per discernerli dalla turba innumerabile dei figliuoli del secolo, che si studiano di erigere su questa terra la piena loro felicità, questi favori e prerogative per sua misericordia Iddio si compiacque di mostrare anche a noi. Ma noi non siamo degni, o padre carissimo, di tanti doni; non siamo degni di patire qualche cosa per amore di Cristo.

Ma Dio, che è Signore di tutte le cose, vuol beneficarci oltre ogni nostro merito. Coraggio dunque, amatissimo padre mio, oggimai siamo nel campo di battaglia in mezzo alla milizia di questa misera terra; oggimai ci troviamo assaliti dai più tremendi e furibondi nostri nemici: l’umana miseria vuole indurci a cercare quaggiù una peritura felicità; e noi combattendo da eroi, abbracciamo con generoso animo le avversità, i patimenti, l’abbandono.

L’umana miseria s’adopera a toglierci la pace del cuore, e la speranza d’una vita migliore; e noi al fianco di Gesù crocifisso che patisce per noi, tripudiamo in mezzo all’avversa fortuna, mantenendo intatta quella pace preziosa, che solo ai piedi della croce e nel pianto può trovare il vero servo di Dio. Siamo nel campo di battaglia, vi ripeto, e bisogna combattere da forti. A grandi premi e trionfi giungere non si può se non per mezzo di grandi fatiche, travagli e patimenti. Ci sia dunque di sprone e ci consoli la grandezza del premio che ci aspetta nel cielo; ma non ci sgomenti e non ci atterrisca la grandezza e la difficoltà della pugna.

Abbiamo al nostro fianco il medesimo Cristo che combatte e patisce per noi e con noi; e noi fiancheggiati ed assistiti da sì generoso e potente Capitano e Signore, non solamente potremo sostenere con gaudio e costanza quei travagli e patimenti che il Signore ci manda, ma sarà nostro perenne esercizio il chiederne di maggiori, perché solo con questi, e col disprezzo di tutto il mondo, si può fare acquisto dei preziosi allori del Cielo.

Coraggio, sempre vi ripeterò, che ancor poco ci resta ancora di vita, che la scena lusinghiera e vana di questo mondo presto dai nostri occhi si dilegua, e siamo per entrare nella interminabil scena dell’eternità che ci aspetta. A corroborare poi quanto ora vi dico, eccovi tre detti dei santi, coi quali io voglio convincervi che noi siamo avventurati su questa terra, allora specialmente che Dio vuole che appressiamo le labbra al calice delle avversità e delle tribolazioni.

S. Agostino afferma, che è indizio d’essere predestinati alla gloria dei Beati, il soffrire uno gran cose per Gesù Cristo, e l’essere tribolato in questa vita: Coniectura est, cum te Deus immensis persecutionibus corripit, te in electorum suorum numerum destinasse.

Il Crisostomo asserisce essere una grazia veramente somma l’essere riputati degni di patire qualche cosa per Cristo; è corona veramente perfetta; è una mercede non inferiore alla mercede del Paradiso: est gratia vere maxima dignum censeri propter Christum aliquid pati: est corona vere perfecta, et merces futura retributione non minor.

S. Pietro d’Alcantara poi, dopo aver passato il corso della sua vita fra i triboli e le spine, pochi giorni dacché era spirato nel bacio del Signore apparve a S. Teresa nella Spagna, e così le parlò: Oh felice penitenza, o soavi patimenti e travagli, che tanta gloria mi hanno meritato: O felix poenitentia, quae tantam mihi promeruit gloriam! Così la discorrono i figliuoli di Dio: così la intendono i veri seguaci di Cristo.

Intendiamola così anche noi; gettiamoci totalmente fra le braccia amorose della Provvidenza divina, e combattiamo valorosamente fino alla morte all’ombra del glorioso vessillo della Croce; e la preziosa corona dell’eterna retribuzione è per noi» (S 418 – 430).