30 Settembre
Girolamo.
Nella sua traduzione una Bibbia «di popolo»

I misteri di Dio sono accessibili a tutti, soprattutto a coloro che hanno il cuore semplice e sanno mettersi in ascolto, perché la fede è un’esperienza “di popolo”, condivisa, che crea comunità. Per questo la Bibbia è un testo che deve essere accessibile a tutti e che parli il linguaggio del “popolo”: un obiettivo a cui si dedicò san Girolamo, a cui si deve la “Vulgata”, la traduzione latina della Bibbia che fu a lungo la più usata nella Chiesa. Era nato in Dalmazia nel 347 e aveva studiato ad Aquileia, dove coltivò anche l’ideale della vita comunitaria. Battezzato nel 366, fu eremita in Oriente. Dopo un periodo a Roma e poi in Egitto, si stabilì a Betlemme nel 285 e diede vita a un monastero femminile, vero e proprio laboratorio che lo affiancò nell’opera di traduzione della Bibbia. Morì nel 419 o 420; è dottore della Chiesa.
Altri santi. San Francesco Borgia, sacerdote (1510-1572); beato Federico Albert, sacerdote (1820-1876).
Matteo Liut
Avvenire
San Girolamo, sacerdote e dottore della Chiesa
Il suo nome completo è Sofronio Eusebio Girolamo. La sua città natale è Stridone, nell’attuale Croazia. Non si conosce esattamente la sua data di nascita, ma viene collocata intorno al 347. Di famiglia cristiana e benestante, riceve una solida formazione e, sostenuto dai genitori, perfeziona gli studi a Roma. Nell’Urbe si dà alla vita mondana, lasciandosi andare ai piaceri; se ne ravvede però presto, riceve il battesimo e si orienta alla vita contemplativa. Si trasferisce per questo ad Aquileia ed entra a far parte di una comunità di asceti. Se ne allontana tempo dopo, deluso dalle inimicizie sorte in quell’ambiente. Parte per l’Oriente, si ferma a Treviri, torna a Stridone e riparte ancora. Resta per qualche anno ad Antiochia, dove perfeziona la sua conoscenza del greco, poi si ritira da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo. Per quattro anni si dedica pienamente allo studio, impara l’ebraico e trascrive codici e scritti dei Padri della Chiesa. Sono anni di meditazione, solitudine e di intensa lettura della Parola di Dio, che lo portano anche a riflettere sul divario fra la mentalità pagana e la vita cristiana. Amareggiato dalle diatribe degli anacoreti provocate dalla dottrina ariana, torna ad Antiochia. Nel 379 viene ordinato sacerdote, poi si sposta a Costantinopoli dove continua a studiare il greco sotto la guida di Gregorio Nazianzeno.
A fianco di Papa Damaso
Nel 382 Girolamo torna a Roma per partecipare a un incontro indetto da Papa Damaso sullo scisma di Antiochia. Essendo nota la sua fama di asceta e di erudito, il Pontefice lo sceglie come proprio segretario e consigliere e lo invita a intraprendere una nuova traduzione in latino dei testi biblici. Nella capitale Girolamo dà vita anche a un circolo biblico e avvia allo studio della Scrittura donne della nobiltà romana che, volendo intraprendere la via della perfezione cristiana e desiderose di approfondire la conoscenza della Parola di Dio, lo designano come loro maestro e guida spirituale. Ma il suo rigore morale non è condiviso dal clero e le severe regole da lui suggerite alle sue discepole sono ritenute troppo dure. Scontroso e dal carattere difficile, condannando vizi e ipocrisie e polemizzando spesso anche con dotti e sapienti, Girolamo non è ben visto da molti. Sicché, morto Damaso, decide di tornare in Oriente e nell’agosto del 385 si imbarca a Ostia per raggiungere la Terra Santa, seguito poi da alcuni monaci suoi fedeli e da un gruppo di sue seguaci, fra cui la nobildonna Paola con la figlia Eustochio. Intraprende un pellegrinaggio, raggiunge l’Egitto poi si ferma a Betlemme, dove apre una scuola offrendo il suo insegnamento gratuitamente. Grazie alla generosità di Paola, vengono poi costruiti un monastero maschile, uno femminile e un ospizio per i viaggiatori in visita ai luoghi santi.
Il ritiro a Betlemme
Girolamo trascorre a Betlemme tutto il resto della sua vita, dedicandosi sempre alla Parola di Dio, alla difesa della fede, all’insegnamento della cultura classica e cristiana e all’accoglienza dei pellegrini. Muore nella sua cella, nei pressi della grotta della Natività, il 30 settembre probabilmente del 420. Uomo irruento, spesso polemico e litigioso, era detestato ma anche amato. Non era facile dialogare con lui, eppure ha dato tanto alla cristianità con la sua testimonianza di vita e i suoi scritti. A lui si deve la prima traduzione in latino della Bibbia, la cosiddetta Vulgata – con i Vangeli tradotti dal greco e l’Antico Testamento dall’ebraico – che ancora oggi, pur se revisionata, è il testo ufficiale della Chiesa di lingua latina. Quella Parola, così tanto studiata e commentata, si è pure “impegnato a viverla concretamente”, ha detto Benedetto XVI, che a Girolamo ha dedicato due catechesi alle udienze generali del 7 e del 14 novembre 2007.
I suoi insegnamenti e le sue opere
“Che cosa possiamo imparare noi da San Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura – ha suggerito Benedetto XVI – è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura … è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva”. Girolamo è uno dei quattro Padri della Chiesa d’Occidente (insieme ad Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno), proclamato dottore della Chiesa nel 1567 da Pio V. Di lui ci restano commentari, omelie, epistole, trattati, opere storiografiche e agiografiche; assai noto il suo De Viris Illustribus, con le biografie di 135 autori per lo più cristiani, ma anche ebrei e pagani, per dimostrare quanto la cultura cristiana fosse “una vera cultura ormai degna di essere messa a confronto con quella classica”. Da non dimenticare il suo Chronicon – la traduzione e rielaborazione in latino di quello in greco di Eusebio di Cesarea andato perduto – con la narrazione della storia universale, tra dati certi e miti, a partire dalla nascita di Abramo fino all’anno 325. Infine, ricche di insegnamenti e accorati consigli, molte epistole che lasciano trasparire la sua profonda spiritualità.
Dal «Prologo al commento del Profeta Isaia» di san Girolamo, sacerdote
L’ignoranza delle Scritture é ignoranza di Cristo
Adempio al mio dovere, ubbidendo al comando di Cristo: «Scrutate le Scritture» (Gv 5, 39), e: «Cercate e troverete» (Mt 7, 7), per non sentirmi dire come ai Giudei: «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture, né la potenza di Dio» (Mt 22, 29). Se, infatti, al dire dell’apostolo Paolo, Cristo é potenza di Dio e sapienza di Dio, colui che nin conosce le Scritture, non conosce la potenza di Dio, né la sua sapienza. Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo. Perciò voglio imitare il padre di famiglia, che dal suo tesoro sa trarre cose nuove e vecchie, e così anche la Sposa, che nel Cantico dei Cantici dice: O mio diletto, ho serbato per te il nuovo e il vecchio (cfr. Ct 7, 14 volg.). Intendo perciò esporre il profeta Isaia in modo da presentarlo non solo come profeta, ma anche come evangelista e apostolo. Egli infatti ha detto anche di sé quello che dice degli altri evangelisti: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annunzia la pace» (Is 52, 7). E Dio rivolge a lui, come a un apostolo, la domanda: Chi manderò, e chi andrà da questo popolo? Ed egli risponde: Eccomi, manda me (cfr. Is 6, 8).
Ma nessuno creda che io voglia esaurire in poche parole l’argomento di questo libro della Scrittura che contiene tutti i misteri del Signore. Effettivamente nel libro di Isaia troviamo che il Signore viene predetto come l’Emmanuele nato dalla Vergine, come autore di miracoli e di segni grandiosi, come morto e sepolto, risorto dagli inferi e salvatore di tutte le genti. Che dirò della sua dottrina sulla fisica, sull’etica e sulla logica? Tutto ciò che riguarda le Sacre Scritture, tutto ciò che la lingua può esprimere e l’intelligenza dei mortali può comprendere, si trova racchiuso in questo volume. Della profondità di tali ministeri dà testimonianza lo stesso autore quando scrive: «Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere, dicendogli: Léggilo.
Ma quegli risponde: Non posso, perché é sigillato. Oppure si dà il libro a chi non sa leggere, dicendogli: Léggilo, ma quegli risponde: Non so leggere» (Is 29, 11-12). (Si tratta dunque di misteri che, come tali, restano chiusi e incomprensibili ai profani, ma aperti e chiari ai profeti. Se perciò dai il libro di Isaia ai pagani, ignari dei libri ispirati, ti diranno: Non so leggerlo, perché non ho imparato a leggere i testi delle Scritture. I profeti però sapevano quello che dicevano e lo comprendevano). Leggiamo infatti in san Paolo: «Le ispirazioni dei profeti devono essere sottomesse ai profeti» (1 Cor 14, 32), perché sia in loro facoltà di tacere o di parlare secondo l’occorrenza. I profeti, dunque, comprendevano quello che dicevano, per questo tutte le loro parole sono piene di sapienza e di ragionevolezza. Alle loro orecchie non arrivavano soltanto le vibrazioni della voce, ma la stessa parola di Dio che parlava nel loro animo. Lo afferma qualcuno di loro con espressioni come queste: L’angelo parlava in me (cfr. Zc 1, 9), e: (lo Spirito) «grida nei nostri cuori: Abbà, Padre» (Gal 4, 6), e ancora: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore» (Sal 84, 9)