Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani.
Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».
E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Recuperare il motivo
Luigi Maria Epicoco
Essere cristiani significa trasgredire le regole? Sentirci al di sopra della Legge? Non potremmo forse convincerci che il messaggio di Gesù sia un pericoloso “fai da te” morale? È a partire da questa preoccupazione che va letta la richiesta dei farisei nel Vangelo di oggi:
«Perché fate ciò che non è permesso di sabato?».
Effettivamente a una lettura superficiale potrebbe sembrare che l’insegnamento di Cristo abbia simpatia a trasgredire i confini della tradizione religiosa, ma ciò che Gesù contesta non è il sabato, ma l’idolatria del sabato. Infatti possiamo attaccarci in maniera malata a una regola dimenticandoci il motivo per cui una regola esiste. Essa è lì come una grande indicazione, come un segnale, come una bussola, ma non è il viaggio, non è la meta, non è il fine. Stare alle regole solo per stare alle regole, significa aver perso di vista il motivo per cui vale la pena una regola. Il sabato serve a ricordarsi che il primato della nostra vita è di Dio, e se è di Dio allora noi siamo liberi, per questo almeno un giorno alla settimana bisogna astenersi dal lavoro, per ricordarci che non siamo nati per lavorare, ma che lavoriamo per vivere… Pensare che un mezzo sia più importante del fine significa aver pervertito alla base il principio stesso della morale. La conversione che ci chiede il Vangelo di oggi non consiste nella trasgressione delle regole, ma nel recuperare il motivo per cui una regola vale la pena. Solo davanti a questa consapevolezza potremmo anche stare certi che siamo davvero attaccati a un bene. Chi si attacca troppo alle regole è perché forse ha perso di vista il vero Bene, ma non si accorge che la cieca obbedienza a una regola non è in sostituzione dell’attività della propria coscienza. La fede cristiana ha bisogno di credenti non di fanatici.
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Dio vuole dei figli liberi
Paolo Curtaz
Ci sono persone appiccicate alle regole, che vivono alla luce della propria autostima, che confondono la fede con un regolamento condominiale. Certo: la norma esplicita e incarna l’amore, è difficile credere nell’amore di una persona che non concretizza le proprie emozioni in scelte coerenti e verificabili. Ma la norma, vestito dell’affetto, può essere svuotata di contenuto e diventare un inutile orpello, specie quando ha a che fare con la fede! I farisei sono molto attenti al fatto che i discepoli di Gesù, oltre ad essere poco mistici (non digiunano!) passeggiando fra i campi colgono alcune spighe di sabato, quindi lavorando trasgrediscono il precetto del riposo! Hanno fatto delle regola la loro religione e Gesù cerca di convincerli (inutilmente) citando la Scrittura: l’episodio in cui Davide, fuggendo da Saul, giunge con i suoi compagni a Nord e chiede ed ottiene di cibarsi del pane delle offerte. Gesù, così facendo, oltre a dimostrare una sconfinata pazienza manifesta una grande conoscenza della Parola e della sua interpretazione e, soprattutto, ci insegna che ogni norma va inserita nel suo contesto: Dio vuole dei figli liberi non dei sudditi ossessionati dalle regole!

Non so se anche a voi… a me – qualche volta – capita di svegliarmi con un’energia “positiva”, come se tutta l’angoscia del giorno precedente si fosse dileguata nella notte. Allora riesco a immedesimarmi in questa “liturgia di lode”, che mi dona una strana leggerezza e serenità: “È bello dar lode al Signore e cantare al tuo nome, …annunziare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte,… mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie, esulto per l’opera delle tue mani. Come sono grandi le tue opere, Signore, quanto profondi i tuoi pensieri!…” (salmo 91).
All’improvviso, mi ritrovo a guardare me stessa e il mondo con occhi diversi, a “ricercare” il “bello”, nonostante sia immerso nel buio. “Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra… Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi?… ”(salmo 8). E così, “carica” di un vigore nuovo, posso rispecchiarmi – sorridendo – nell’espressione del salmista “Tu mi doni la forza di un bufalo”… (salmo 91).
Le immagini, ritrovate nei salmi, esprimono uno spessore di saggezza, maturato, confermato da intere generazioni; sono analogie di una tenerezza incredibile… In Dt 32, 11 ne ritroviamo una: “Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, Egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali…”. E’ pura commozione, l’ascolto di queste parole!… E’ una “ricarica” di benedizioni, da ricevere e da dare (Rm 12, 14-16a).

Teresa Monaco