XXI Domenica del Tempo Ordinario (A)
Matteo 16,13-20


XXIAA

(Letture: Isaia 22,19-23; Salmo 137; Romani 11,33-36; Matteo 16,13-20)

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

«Chi sono io per te?».
Se Gesù ci interroga nel profondo
 Ermes  Ronchi

Oggi il Vangelo propone due delle centinaia di domande che intessono il testo biblico: Cosa dice la gente? E voi che cosa dite? Gesù, riferiscono gli evangelisti, «non parlava alla gente se non con parabole» (Mt 13,34) e con domande. Gesù ha scelto queste due forme particolari di linguaggio perché esse compongono un metodo di comunicazione generativo e coinvolgente, che non lascia spettatori passivi. Lui era un maestro dell’esistenza, e voleva i suoi pensatori e poeti della vita: «Le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, le domande invece, ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare» (Pier Luigi Ricci).
Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d’opinione: La gente, chi dice che io sia?. La risposta della gente è univoca, bella e sbagliata insieme: Dicono che sei un profeta! Una creatura di fuoco e di luce, come Elia o il Battista; sei bocca di Dio e bocca dei poveri. Ma Gesù non è un uomo del passato, fosse pure il più grande di tutti, che ritorna.
A questo punto la domanda, arriva esplicita, diretta: Ma voi, chi dite che io sia? Prima di tutto c’è un ma, una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente. Come se dicesse: non si crede per sentito dire. Ma voi, voi con le barche abbandonate, voi che siete con me da anni, voi amici che ho scelto a uno a uno, che cosa sono io per voi?
In questa domanda è il cuore pulsante della fede: chi sono io per te? Gesù non cerca formule o parole, cerca relazioni (io per te). Non vuole definizioni ma coinvolgimenti: che cosa ti è successo, quando mi hai incontrato? La sua domanda assomiglia a quelle degli innamorati: quanto conto per te? Che importanza ho nella tua vita? Gesù non ha bisogno della risposta di Pietro per avere informazioni o conferme, per sapere se è più bravo degli altri maestri, ma per sapere se Pietro è innamorato, se gli ha aperto il cuore. Cristo è vivo, solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio. Cristo non è le mie parole, ma ciò che di Lui arde in me.
La risposta di Pietro è a due livelli: Tu sei il Messia, Dio che agisce nella storia; e poi, bellissimo: sei il figlio del Dio vivente.
Figlio nella Bibbia è un termine tecnico: è colui che fa ciò che il padre fa, che gli assomiglia in tutto, che ne prolunga la vita. Tu sei Figlio del Dio vivente, equivale a: Tu sei il Vivente. Sei grembo gravido di vita, fontana da cui la vita sgorga potente, inesauribile e illimitata, sorgente della vita. Se cerchiamo oltre le parole, se scendiamo al loro momento sorgivo, possiamo ancora ascoltare la dichiarazione d’amore di Pietro: tu sei la mia vita! Trovando te ho trovato la vita.

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La crisi
Quando in una relazione si comincia a dire “non ti riconosco più” è il segnale ormai evidente che da tempo la relazione si è usurata ed è arrivato il momento della crisi. Succede all’interno della coppia, anche dopo molti anni di matrimonio, succede tra amici che sono sempre liberi di scegliere vie nuove e imprevedibili, succede anche quando facciamo parte di un movimento, gruppo, famiglia religiosa, realtà cioè che possono cambiare nel tempo e in cui a un certo punto possiamo fare fatica a riconoscere quegli ideali che all’inizio ci hanno attirato.

Il cambiamento
Per quanto una relazione possa essere profonda, le persone al suo interno cambiano. Non possiamo pretendere di trattare l’altro come un oggetto immutabile. Noi stessi talvolta non ci sentiamo più capiti, abbiamo la percezione che l’altro sia lontano e non sia più capace di intendere in modo adeguato quello che stiamo vivendo. Questa incomprensione risiede anche nel fatto che molto spesso, per evitare un dispendio di energia, applichiamo all’altro degli schemi già noti: pretendiamo di conoscere bene l’altro, possiamo prevedere i suoi comportamenti, gli mettiamo addosso delle etichette che ci aiutano a non perdere tempo nel chiederci che cosa stia veramente attraversando il suo cuore.

Un Dio scontato?
Il Vangelo di questa domenica ci ricorda che probabilmente applichiamo questo stesso meccanismo anche a Dio: lo diamo per scontato, presumiamo di conoscerlo già, non ci aspettiamo niente di nuovo nella relazione con Lui, non ci interroghiamo su eventuali percorsi nuovi che forse ci sta suggerendo. Ripetiamo la stessa narrazione di Dio, come se si trattasse di un libro ormai già letto tante volte.

Un Dio già visto?
Anche Gesù aveva avvertito probabilmente dei segnali di crisi nella relazione con la gente, forse aveva avuto il sentore che il suo messaggio non fosse stato compreso adeguatamente. Possiamo dire in altre parole che Gesù non si è sentito capito. Per questo motivo ha il coraggio di fermarsi e di verificare quello che sta accadendo dentro questa relazione fondamentale per la sua vita. Attraverso i discepoli si informa innanzitutto sulla percezione che la gente ha avuto di lui. Le risposte certificano questa incomprensione: la gente ha interpretato Gesù alla luce di vecchi schemi. Conoscevano altri profeti, Giovanni Battista o Elia, e Gesù non sembra così diverso dagli altri. Ha qualcosa dell’uno e dell’altro. Ricorda esperienze passate, ma non c’è nulla di nuovo nel suo messaggio.

Verificare
La preoccupazione di Gesù ha un volto ancora più drammatico, perché teme di non essere stato capito neppure da coloro che gli sono stati più vicino. Per questo non ha paura di tirare fuori quella domanda rischiosa: “e voi, chi dite che io sia?”. È la domanda che il discepolo di ogni tempo non può evitare: dopo aver camminato insieme, dopo tanti anni che ci frequentiamo…chi sono io per te? Forse ci accorgeremo che Gesù è diventato una presenza nella nostra vita che non ci parla più, come quelle Bibbie aperte in bella mostra nell’ingresso delle case di giovani famiglie credenti, ma che nessuno legge più. Gesù è lì, ma nessuno lo interroga né lo ascolta.

Riprendere il cammino
Chi è Gesù per me in questo momento della mia storia? La risposta a questa domanda non è mai il frutto dell’intelligenza, ma solo dell’azione dello Spirito dentro di noi: “né sangue né carne te lo hanno rivelato”. La conoscenza vera di Gesù è un dono dello Spirito dentro di noi.
Nonostante queste dimenticanze e incomprensioni, Gesù non smette di affidarsi alle mediazioni umane per continuare a essere presente nella Chiesa: Pietro con tutti i suoi limiti diventa la roccia su cui Dio si appoggia per continuare a parlare all’umanità di ogni tempo. Dio ci rende degni di essere la voce attraverso cui continua a diffondere la sua Parola.

Fino in fondo
Per conoscere Gesù bisogna anche camminare insieme a Lui, fino in fondo, percorrendo anche il cammino del Calvario e sostando sotto la croce, accogliendo la gioia della risurrezione. Per questo Gesù ordina ai discepoli di non dire a nessuno che egli è il Cristo, perché non si tratta di ricevere un’informazione o una conoscenza, ma di fare un’esperienza. In quel momento del percorso nel Vangelo, la gente non potrebbe comprendere il significato di questa parola. E forse in questo modo torniamo alla domanda iniziale: conosciamo una persona se accettiamo di camminare insieme fino in fondo, rinunciando a visioni parziali o affrettate, ma soprattutto Gesù ci insegna a non considerare mai l’altro come un oggetto immobile e scontato nella nostra vita.

Leggersi dentro

  • – Chi è Gesù per te in questo momento della tua vita?
  • – In che modo potresti rinnovare la tua relazione con il Signore?

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Chi sei, chi sono
Paolo Curtaz

Penso che succeda a tutti. Anche a te, amico lettore.
A me succede spesso. Nonostante e forse a causa degli anni che passano e le esperienze che si accumulano, ci sono momenti in cui, con onestà, devi fare i conti con ciò che sei e con ciò che fai.
In quei momenti ti chiedi chi sei veramente. Ti pesi. Ti misuri.
Non chi pensi di essere o come gli altri ti vedono.
Ma come sei tu sul serio, senza esaltarti e senza abbatterti.
E in quei momenti le altre persone ci fanno da specchio, ci aiutano, ci sostengono, ci svelano a noi stessi.
Non parlo delle persone che si avvicinano a noi e ci identificano con un ruolo.
Ma di quelli che frequentiamo, che amiamo, che ci amano. E che, spesso, si fanno un’idea di noi più convincente e precisa di quanto noi stessi riusciamo a fare.
Così, sul finire di questo rovente mese agostano, ritroviamo la bellissima pagina del dialogo di Cesarea di Filippo.
Là dove, dopo alcuni anni di discepolato, Gesù chiede ai suoi, e a noi, di scoprire le carte.
Di dire cosa pensano veramente di lui.
Di non giocare a fare i devoti, ma di aprire il proprio cuore alla verità.
Per passare dal si dice al ti dico.

Bravo Gesù
Pensateci seriamente: non è incredibile che si parli ancora di un ebreo marginale vissuto duemila anni fa? Che milioni di uomini e donne, ogni settimana, si radunino per ascoltare le sue parole? E altri, addirittura, giungano a morire nel suo nome?
Diamo per scontato, forse troppo, che Gesù faccia parte del nostro orizzonte.
Che faccia parte del paesaggio immutabile delle cose.
Ma non è così. Non è detto che la sua presenza permanga per sempre.
Bisogna riconoscerlo, però: ancora si parla di Gesù.
Si spettegola.
E ciò che si dice di lui, a grandi linee, è ciò che riportano gli apostoli.
È un grande uomo, un profeta, un innovatore, un idealista…
Salvo rare eccezioni di Gesù ci si ostina a parlare bene, a difenderlo.
Ad amarlo. Anche chi non si professa suo discepolo.
Per la sua vita, la sua coerenza, la sua forza interiore, la sua spiritualità.
Poi, certo, i cristiani sono un altro paio di maniche. Scucite.

Next level
Solo che, ad un certo punto, se abbiamo il coraggio di lasciarci interrogare, proprio il Signore ci chiede di cambiare livello, di osare, di metterci in gioco.
Non importa cosa gli altri dicono di lui.
A lui importa cosa ne penso io. Proprio io.
Possiamo vivere tutta la vita frequentando messe e sgranando rosario. Senza mai lasciarci scuotere, smuovere, interrogare.
Perché altro è dire di essere credenti, altro credere.
Altro discutere di donne e di uomini, di affetti e conquiste. Altro innamorarsi.
Chi è per me Gesù? Oggi, ora. Qui.
State attenti a non rispondere in fretta. Regalatevi dieci minuti seri.

Cortesie
«Chi sono io, per te?».
Simone il pescatore osa, si schiera.
Gesù è uomo pieno di fascino e di mistero.
Di più. È un profeta.
Di più. È il Messia.
Facile dirlo, per noi. Ma per chi stava lì con lui, con il falegname di Nazareth, è un’affermazione sconcertante. Gesù non era un uomo di cultura, e neppure religioso. E non era neanche tanto devoto, permettendosi di interpretare liberamente la Legge (riportandola all’essenziale, in verità).
Per Simone, dire che Gesù è il Cristo è un salto mortale.
E Gesù gli restituisce il favore.
Simone dice a Gesù: “Tu sei il Cristo”, che significa: “Tu sei il Messia che aspettavamo”, una professione di fede bella e buona e, decisamente, ardita.
Pietro, riconoscendo nel falegname l’inviato di Dio, fa un salto di qualità determinante nella sua storia, un riconoscimento che gli cambierà la vita.
Gesù gli risponde: “Tu sei Pietro”.
Simone non sa di essere Pietro. Sa di essere cocciuto e irruente. Ma, riconoscendo in Gesù il Cristo, scopre il suo nuovo volto, una dimensione a lui sconosciuta, che lo porterà a garantire la saldezza della fede dei suoi fratelli.
Pietro rivela che Gesù è il Cristo, Gesù rivela a Simone che egli è Pietro. Scambio di cortesie.
Quando ci avviciniamo al mistero di Dio, scopriamo il nostro volto; quando ci accostiamo alla Verità di Dio riceviamo in contraccambio la verità su noi stessi.
Confessare l’identità di Cristo ci restituisce la nostra profonda identità.
Il Dio di Gesù non è un concorrente alla mia umanità.
Se volete scoprire chi siete veramente, specchiatevi nello sguardo di Dio.

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“Tu sei il Cristo”, “tu sei Pietro”
Enzo Bianchi

Nella nostra lettura contemplativa del vangelo secondo Matteo, siamo giunti a una svolta nella vita di Gesù: ormai i discepoli, dopo averlo seguito, ascoltato e osservato come maestro e venerato come profeta, giungono a comprendere per grazia che la sua identità va al di là della loro comprensione e della loro esperienza umana. Gesù, infatti, ha un legame unico con Dio, che lo ha inviato nel mondo: è il Figlio di Dio. Proprio da quel momento Gesù rivela ai discepoli la necessità della sua passione, morte e resurrezione, e lo fa in modo continuo nel viaggio che ha come meta Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22; 20,17-19), la città santa che uccide i profeti (cf. Mt 23,37).

Il racconto è denso, frutto della testimonianza sull’evento, ma anche della meditazione della chiesa di Matteo, che approfondisce sempre di più il mistero di Cristo. Gesù va con i discepoli nei territori di Cesarea, la città fondata trent’anni prima dal tetrarca Filippo, figlio di Erode il grande, ai piedi del monte Hermon. E proprio là dove Cesare è venerato come divino, proprio in una città edificata in un suo onore, ecco l’occasione per la domanda su Gesù: chi è veramente Gesù? È lui stesso a porre questa domanda ai suoi discepoli: “Gli uomini chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?”. Gesù amava chiamare se stesso “Figlio dell’uomo”, espressione oscura e forse anche ambigua agli orecchi dei giudei, espressione che indicava un uomo terrestre, figlio d’uomo, e nello stesso tempo un veniente da Dio.

I discepoli riferiscono che la gente pensa che Gesù sia un profeta, uno dei grandi profeti presenti nella memoria collettiva d’Israele: forse Elia che era atteso, forse il Battista, ucciso da Erode ma tornato in vita (cf. Mt 14,1-12), o forse Geremia, visto che, come lui (cf. Ger 7), Gesù pronunciava parole contro il tempio di Gerusalemme. Allora Gesù interroga direttamente i discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?”. In realtà, poco prima, alla fine della traversata notturna e tempestosa del lago di Galilea, quando Gesù era andato verso di loro camminando sulle acque, i discepoli avevano confessato: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!” (Mt 14,33). Ma ora la risposta viene da Simon Pietro, il discepolo chiamato per primo (cf. Mt 4,18-19).

La domanda di Gesù non mirava affatto a ottenere in risposta una formula dottrinale, tanto meno dogmatica, ma chiedeva ai discepoli di manifestare il loro rapporto con lui, il loro coinvolgimento con la sua vita, la fiducia che riponevano nel loro rabbi. Sì, chi è Gesù? È una domanda che dobbiamo farci e rifarci nel passare dei giorni. Perché la nostra adesione a Gesù dipende proprio da ciò che viviamo nella conoscenza o sovraconoscenza (epígnosis) della sua persona. Chi è Gesù per me?, è la domanda incessante del cristiano, che cerca di non fare di Gesù il prodotto dei suoi desideri o delle sue proiezioni, ma di accogliere la conoscenza di lui da Dio stesso, contemplando il Vangelo e ascoltando lo Spirito santo. La nostra fede sarà sempre parziale e fragile, ma se è “fede” che “nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), è fede vera, non illusione né ideologia.

Secondo Matteo qui i discepoli restano muti, ed è solo Pietro che proclama, con una risposta personale: “Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente”. Egli dice che Gesù non solo un maestro, non è solo un profeta, ma è il Figlio di Dio, in un rapporto intensissimo con Dio, che possiamo esprimere con la metafora padre-figlio. In Gesù c’è ben più di un uomo chiamato da Dio come un profeta: c’è il mistero di colui che la chiesa, approfondendo la propria fede, chiamerà Signore (Kýrios), chiamerà Dio (Theós). È vero che in ebraico l’espressione figlio di Dio (ben Elohim) era un titolo applicato al Messia, l’Unto del Signore (cf. 2Sam 7,14; Sal 2,7; 88,27-28), applicato al popolo di Israele (cf. Es 4,22), ma qui Pietro confessa chiaramente in Gesù l’unicità del Figlio di Dio vivente. E si noti che, se in Marco e in Luca Pietro esprime la fede dell’intero gruppo dei discepoli (cf. Mc 8,29; Lc 9,20), qui invece parla a nome proprio, e per questo la risposta di Gesù è rivolta a lui solo: “Beato sei tu, Simone, figlio di Jonà, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.

Colui che si chiamava Simone, il pescatore di Galilea figlio di Jonà, è definito da Gesù “beato”, non per se stesso, ma per la rivelazione gratuita che il Padre gli ha fatto. Se Simone proclama questa confessione di fede, è per rivelazione di Dio, non come frutto di ragionamenti ed esperienze umane (carne e sangue). Per volontà amorosa di Dio, Pietro ha avuto accesso a tale rivelazione, e per questo Gesù, constatando l’azione del Padre, lo definisce beato. Del resto Gesù lo aveva detto: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (cf Mt 11,27), e qui non fa che ribadirlo, discernendo che attraverso Pietro è il Padre stesso che ha parlato.

Proprio in obbedienza a tale rivelazione, Gesù continua, dichiarando a Simone: “Tu sei Pietro (Pétros) e su questa pietra (pétra) edificherò la mia chiesa”. Gesù sta costruendo la chiesa, e certo sarà lui “la pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (1Pt 2,4), ma di questa costruzione Pietro è la prima pietra. Per fare una costruzione occorre che ci sia qualcuno capace di essere la prima pietra, e Pietro mostra di essere tale, perciò Gesù gli cambia il nome da Simone in Kefâs, Pietro (cf. Gv 1,42). Così egli parteciperà per grazia alla saldezza della Roccia che è Dio (cf. Sal 17,3.32; 18,15; 27,1, ecc.), saldezza nel confessare la fede, anche se soggettivamente potrà venire meno nella sua sequela, cadere in peccato, manifestandosi con le sue debolezze e i suoi comportamenti contraddittori. La beatitudine di Gesù non costituisce Pietro nella santità morale ma nella saldezza della fede confessata. E non saranno forse proprio la fragilità e la debolezza nella sua sequela di Gesù che permetteranno a Pietro, autorità suprema tra i Dodici, di essere esperto della misericordia del Signore? Pietro sa di aver conosciuto su di sé la misericordia del Signore, di aver conosciuto veramente il Signore, e perciò può annunciarlo e testimoniarlo in modo credibile. Pietro ha avuto per grazia il dono del discernimento, ha visto bene chi era Gesù, e per questo può essere la prima pietra, quella che segna la saldezza di tutta la costruzione, un uomo capace di rafforzare e confermare i fratelli, anche perché a sua volta sostenuto e confermato dalla preghiera di Gesù (cf. Lc 22,32).

In questo passo appare la parola “chiesa”, che ritornerà solo un’altra volta in tutti i vangeli, ancora in Matteo (cf. Mt 18,17). Chiesa, ekklesía, significa assemblea dei chiamati-da (ek-kletoí): questo è il nome dato dagli elleno-cristiani alle loro comunità, anche per differenziarsi dalla sinagoga (assemblea) degli ebrei non cristiani. Ebbene, la chiesa ha Gesù come costruttore – “Io edificherò la mia chiesa” – ed essa gli appartiene per sempre: non sarà mai né di Pietro, né di altri, ma di proprietà del Signore (Kýrios). In questa costruzione di Cristo, Pietro sulla terra sarà l’intendente, colui che apre e chiude con le chiavi affidategli da Cristo stesso: si tratta di immagini semitiche, di cui troviamo traccia nell’Antico Testamento (cf. per esempio Is 22,22), che significano che Pietro sarà abilitato interpretare la Legge e i Profeti, quale testimone e servo di Gesù Cristo.

Ecco dunque un grande dono di Gesù ai discepoli: Pietro, l’umile pescatore di Galilea, che ha ricevuto una rivelazione da parte di Dio e l’ha confessata. È innegabile che qui Pietro riceva un primato, quello dell’uomo dell’inizio, il primo chiamato, il “primo” nella comunità (cf. Mt 10,2), l’uomo capace di essere la prima pietra nell’edificazione della comunità cristiana (cf. Is 28,14-18). Potremmo dire che in quel giorno a Cesarea è abbozzata la chiesa, è posta la sua prima pietra. Poi nella storia farà la sua corsa, conoscendo contraddizioni, inimicizie e persecuzioni; ma pur nella sua povertà e nella fragilità dei suoi membri, deboli e peccatori, compirà il suo cammino verso il Regno, perché la volontà del Signore e la sua promessa non verranno mai meno, e anche la potenza della morte non riuscirà a vincerla, ad annientare il “piccolo gregge” (Lc 12,32) del Signore. Un gregge che è piccolo, sì, ma che ha come pastore Gesù risorto e come recinto una chiesa la cui prima pietra, per volontà del Signore, resta salda.

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Gesù fa un sondaggio d’opinione sulla sua Persona, ma va oltre i risultati del sondaggio (Vangelo). Chi è Gesù? Qual è la sua identità vera? Che ne pensa la gente? Ma voi, chi dite che io sia? Sono domande che ci rimbalzano dal passato e sono sempre attuali. L’affermazione centrale di questa domenica è la risposta di Simon Pietro, a nome anche degli altri, sull’identità di Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (v. 16). L’opinione della gente (v. 14) colloca Gesù al livello dei grandi profeti d’Israele (Elia, Geremia, Giovanni il Battista); il che è già una buona approssimazione, ma ancora a livello spettacolare. La gente coglie la grandezza di Gesù (miracoli, dottrina…), ma non arriva a conoscere pienamente la sua identità.

E Gesù va oltre: “Ma voi chi dite…? G. non cerca definizioni, cerca rapporti personali, una risposta di innamorati: Chi sono io per voi, quanto conto io per te, che importanza ho io nella tua vita?

Per arrivarci, occorrono criteri interpretativi nuovi. Ci vuole un supplemento di fede. La risposta di Pietro, infatti, è frutto di una luce superiore, che viene dal Padre (v. 17); per questo va oltre l’intendere umano (da carne e sangue). Ma nonostante questa luce nuova, Pietro comprende solo parzialmente l’identità e la missione di Gesù: ne dà prova il testo del Vangelo di Matteo che segue riguardo alla croce. (Vedi Vangelo di domenica prossima). Questo dimostra la fatica del credere; è difficile per tutti. Cristiani non si nasce, ma si diventa. Credere in Gesù vuol dire “seguirlo”, cioè mettersi in cammino e ogni giorno cercare di assumere i suoi ‘sentimenti’ di totale fiducia nel Padre, “imitare” il suo stesso stile di vita attraverso gesti di bontà, misericordia, accoglienza, condivisione…

In uno scambio di confidenze reciproche, Pietro riconosce l’identità di Gesù (Tu sei il Cristo…), e Gesù rivela l’identità di Pietro (Tu sei Pietro…) e lo rende partecipe del Suo progetto per una nuova comunità: la sua Chiesa, che durerà nei secoli (v. 18). Nonostante le difficoltà e le resistenze storiche, opposte a questo testo di Matteo, il piano di Gesù riguardo alla sua Chiesa sussiste nel tempo. Secondo la tradizionale interpretazione cattolica, le tre metafore della pietra (v. 18), delle chiavi (v. 19) e il binomio legare-sciogliere (v. 19) si completano nel conferimento post-pasquale a Pietro del servizio di pascere, nell’amore, il popolo della nuova alleanza (cfr. Gv 21,15s). La fede di Pietro – e dei successori – è prioritaria e fondamentale: solo così nasce, si fonda, cresce la Chiesa. “Nell’umile testimonianza dell’apostolo Pietro” il Signore ha “posto il fondamento della nostra fede”, perché anche noi diventiamo pietre vive per l’edificazione della Chiesa (Orazione colletta).

Non qualunque modo di esercitare l’autorità è accetto a Dio e fa bene al popolo, come lo conferma la rimozione di Sebna, funzionario intrigante del palazzo (I lettura, v. 19), perché il Signore vuole “un padre per gli abitanti di Gerusalemme” (v. 21). Secondo Gesù, che è “il Signore e il Maestro” (Gv 13,14), che “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita” (Mt 20,28), l’autorità (le chiavi) è data a Pietro e alla Chiesa per un servizio al popolo di Dio in una diaconia senza fine. Quanto più ampia è l’autorità tanto più intenso deve essere l’amore e generoso il servizio. Perché nel mondo tutti abbiano vita e la famiglia umana viva unita! È questo l’obiettivo della missione che Papa Francesco ripropone ogni volta che parla della Chiesa. (*)

Il Concilio ci dà la dimensione teologica e missionaria del progetto di Gesù: “La Chiesa pellegrinante è missionaria per sua natura” (AG 2). Perché “essa esiste per evangelizzare” (Paolo VI, in EN 14). È significativo il fatto che Gesù parli del suo progetto di Chiesa trovandosi in un territorio pagano (v. 13: regione di Cesarèa di Filippo), in un contesto geografico ed etnico simile a quello della donna cananea (vedi il Vangelo di domenica scorsa). Questi due fatti (la cananea e Pietro), narrati da Matteo, mettono in luce due valori importanti per capire l’identità di Gesù: la fede e la missione. Due valori necessari! Anzitutto, Gesù elogia la fede di ambedue, anche se diversa nel modo di esprimersi. Inoltre, i due fatti rivelano il carattere universale della missione di Cristo e della Chiesa. Una missione di salvezza aperta a tutti i popoli, vicini e lontani!

Un sondaggio d’opinione circa l’identità di Gesù, fatto ai nostri giorni, ci darebbe risultati approssimativi e riduttivi. È un fatto che una elevata proporzione di fedeli battezzati si sono allontanati dalla Chiesa, dal Vangelo e da Cristo, anche se non si può mai misurare il livello della fede di una persona. Per essi è necessaria una nuova evangelizzazione, con i contenuti e i metodi della missione ad gentes, cioè la prima evangelizzazione (cfr. RMi 33). Per molti occorre ripartire dai fondamenti della fede cristiana e far uso di ogni buon metodo pedagogico.

Il Vangelo odierno ed altre ricorrenze di questo periodo estivo ripropongono tre elementi tipici dell’identikit del cattolico. Tali valori sono: Eucaristia-Madonna-Papa, tutti e tre insieme. I molti anni di vita missionaria in vari continenti mi hanno portato a questa ferma convinzione. Sono valori che sostengono e rafforzano la fede del cristiano, illuminano il senso di appartenenza alla Chiesa, chiariscono la sua identità, lo aiutano ad essere sale e luce in seno al confuso universo religioso del nostro tempo. In particolare, di fronte a non cristiani, o protestanti, ortodossi, evangelici e altri gruppi. Non si tratta di fare polemiche o confronti odiosi. Per il cattolico, questi sono tre amori irrinunciabili, da condividere e da proporre ad altri con umiltà e rispetto; sono valori che riempiono di gioia la vita e la missione dei cristiani in qualunque parte del mondo.

Nel professare la nostra fede, diciamo: Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica; potremmo anche aggiungere una quinta nota: perseguitata, perché questa è una realtà costante nella storia, fino ai nostri giorni in varie parti del mondo. “Essere uomini-donne di Chiesa vuol dire essere donne-uomini di comunione”, ci ricorda Papa Francesco. Appartenere alla Chiesa è un valore grande, un dono prezioso del Signore, che postula il nostro ringraziamento costante e l’impegno a custodirlo e condividerlo con umiltà e rispetto. Preghiamo che il Signore ci conceda, come a santa Teresa di Ávila, la gioia di vivere e di “morire, come figli-figlie della Chiesa”.

Parola del Papa
(*) “Devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova». Siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale”.
Papa Francesco
Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013), 32