La strada che porta a Dio, a quell’Amore infinito di cui tutti siamo bisognosi, passa dall’essenzialità, dalla semplicità, ma anche dallo studio e dal rigore, oltre che dalla povertà, intesa come libertà totale dal possesso dei beni materiali. Questo vuol dire in fondo essere davvero “mendicanti di Dio” come lo fu san Domenico di Guzman, fondatore dei Domenicani che è ricordato oggi nel Martirologio Romano ma celebrato dalla sua famiglia religiosa nel giorno della nascita, il 6 agosto. Nato nel 1170 a Caleruega in Spagna, Domenico decise di adottare fin da giovane uno stile fatto di povertà e austerità. Era convinto, infatti, della urgente necessità per la Chiesa di recuperare la purezza evangelica originaria davanti all’avanzare delle eresie di quel tempo, come quella degli Albigesi. Un orizzonte che pose tra le basi dell’Ordine dei Frati Predicatori, fondato a Tolosa nel 1215. La sua Regola si rifaceva a quella agostiniana e ruotava attorno alla predicazione itinerante (fu il primo ordine clericale mendicante), osservanze di tipo monastico e lo studio approfondito. Nasceva così uno degli ordini religiosi più importanti della storia della Chiesa. Papa Onorio III il 22 dicembre 1216 approvò definitivamente i Frati Predicatori, invitandoli a seguire con coraggio la via dello studio, della contemplazione e della predicazione di Gesù Verità. Domenico morì nel convento di Bologna nel 1221 in una cella non sua, perché, pur essendo il fondatore, non aveva nemmeno una stanza propria. È stato canonizzato da Gregorio IX nel 1234.
Altri santi. Sant’Eusebio di Milano, vescovo (V sec.); santa Maria Elena MacKillop, religiosa (1842-1909)
Matteo Liut
Avvenire

Dalla «Storia dell’Ordine dei Predicatori»
O parlava con Dio, o parlava di Dio

Domenico era dotato di grande santità ed era sostenuto sempre da un intenso impeto di fervore divino. Bastava vederlo per rendersi conto di essere di fronte a un privilegiato della grazia. V’era in lui un’ammirabile inalterabilità di carattere, che si turbava solo per solidarietà col dolore altrui. E poiché il cuore gioioso rende sereno il volto, tradiva la placida compostezza dell’uomo interiore con la bontà esterna e la giovialità dell’aspetto. Si dimostrava dappertutto uomo secondo il Vangelo, nelle parole e nelle opere. Durante il giorno nessuno era più socievole, nessuno più affabile con i fratelli e con gli altri. Di notte nessuno era più assiduo e più impegnato nel vegliare e pregare.
Era assai parco di parole e, se apriva la bocca, era o per parlare con Dio nella preghiera o per parlare di Dio. Questa era la norma che seguiva e questa pure raccomandava ai fratelli. La grazia che più insistentemente chiedeva a Dio era quella di una carità ardente, che lo spingesse a operare efficacemente alla salvezza degli uomini. Riteneva infatti di poter arrivare a essere membro perfetto del corpo di Cristo solo qualora si fosse dedicato totalmente e con tutte le forze a conquistare anime. Voleva imitare in ciò il Salvatore, offertosi tutto per la nostra salvezza.
A questo fine, ispirato da Dio, fondò l’Ordine dei Frati Predicatori, attuando un progetto provvidenziale da lungo accarezzato. Esortava spesso i fratelli, a voce e per lettera, a studiare sempre l’Antico e il Nuovo Testamento. Portava continuamente con sé il vangelo di Matteo e le lettere di san Paolo, e meditava così lungamente queste ultime da arrivare a saperle quasi a memoria. Due o tre volte fu eletto vescovo; ma egli sempre rifiutò, volendo piuttosto vivere con i suoi fratelli in povertà. Conservò illibato sino alla fine lo splendore della sua verginità.
Desiderava di essere flagellato, fatto a pezzi e morire per la fede di Cristo. Gregorio IX ebbe a dire di lui: «Conosco un uomo, che seguì in tutto e per tutto il modo di vivere degli apostoli; non v’é dubbio che egli in cielo sia associato alla loro gloria».
(Libellus de Principiis O.P:; Acta canoniz. sancti Dominici; Monumenta O.P. Mist. 16, Romae 1935, pp. 30 ss., 146-147).


Parlare con Gesù o parlare di Gesù, nient’altro. La quintessenza di un cristiano, si direbbe, quasi un ideale irraggiungibile. No, sapendo che c’è stato un uomo capace di vivere in modo magnifico questo ideale. E forse sì, considerando cosa quest’uomo sia riuscito a fare in 51 anni. Una presenza-spartiacque nelle vicende della Chiesa, Domenico di Guzman, al pari di Francesco d’Assisi. E i due sono contemporanei.

I due predicatori

Caleruega, villaggio di montagna della vecchia Castiglia. È il 1170 quando Domenico inizia la sua storia. In famiglia c’è uno zio prete e il Vangelo diventa per il bimbo e poi l’adolescente come il pane da mangiare. A 24 anni, il sacerdozio è lo sbocco più che naturale. Domenico entra tra i canonici della cattedrale di Osma perché glielo chiede il vescovo Diego, che poi lo porta con sé in missione in Danimarca. Dalle parti di Tolosa assistono al dilagare dell’eresia dei catari, convinti che Gesù sia uomo ma non Dio. L’impellenza di parlare, spiegare, testimoniare la fede accende nei due una certezza: la loro missione non può che essere la predicazione ai pagani e nel 1206 vanno a chiederlo al Papa.

L’uomo dell’incontro

Innocenzo III è ben d’accordo sulla missione ma non sui destinatari. Sono gli albigesi, altro nome dei catari, con cui Diego e Domenico devono misurarsi. Tornano in Francia e poco dopo Diego muore. Domenico resta solo nell’affrontare l’onda dell’eresia e lo fa con passione, incontrando, esortando, dibattendo in pubblico e in privato. È un’attività che consuma, ma Domenico è un entusiasta. E non ha pose da dottore saccente, piuttosto il suo sguardo, i suoi modi costantemente affabili, la coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, suscitano rispetto e simpatia riducendo le distanze dagli avversari. Passano anni di giornate così, poi lo scenario cambia nel 1215.

Tenero come una mamma, forte come un diamante

Quell’anno si svolge a Roma il Concilio Lateranense IV e Domenico vi si reca con Folco, il vescovo di Tolosa. L’occasione è giusta per presentare a Papa Onorio III il progetto che ormai ha preso forma. Da tempo in tanti, affascinati dal suo impegno, si sono affiancati a Domenico da varie parti d’Europa e molti sono giovani di ingegno. Il 22 dicembre 1217 arriva il placet: Onorio III approva la nascita dell’”Ordine dei Frati Predicatori”. È come un’esplosione: rapidamente i “domenicani” si spargono portando ovunque il Vangelo col loro stile incendiario. Per Domenico è l’ultima tappa, che culmina il 6 agosto 1221 quando muore circondato dai suoi frati nell’amatissimo convento di Bologna. Appena 13 anni più tardi, Gregorio IX, che lo aveva conosciuto personalmente, lo proclama Santo. Dalle montagne della Castiglia sale più in alto l’uomo che, come disse il grande confratello Lacordaire, fu “tenero come una mamma, forte come un diamante”.

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