
6 Agosto
Trasfigurazione del Signore (A)
Matteo 17,1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete» […].
(Letture: Deuteronomio 7,9-10.13-14; Salmo 96; 2 Pietro 1,16-19; Matteo 17,1-9)
L’uomo, icona di Cristo dipinta lungo una vita
Ermes Ronchi
«Un fiore di luce nel nostro deserto» (Turoldo), così appare il volto di Cristo sul Tabor. Ed è il volto ultimo e alto dell’uomo. In principio, in ogni uomo è stato posto non un cuore d’ombra, ma un seme di luce, sepolto in noi come nostro volto segreto.
Gesù prende con sé Pietro e Giovanni e Giacomo, i primi chiamati, e li porta con sé, su un alto monte. Li conduce là dove la terra s’innalza nella luce, dove è la nascita delle acque che fecondano ogni vita. Il suo volto brillò come il sole: il volto è come la grafia del cuore, la sua espressione.
Il volto alto dell’uomo è comprensibile solo a partire da Gesù. Ogni uomo abita la terra come un’icona di Cristo incompiuta, che viene dipinta progressivamente lungo l’intera esistenza su un fondo d’oro già presente dall’inizio e che è la somiglianza con Dio. Ogni Adamo è una luce custodita in un guscio di fango. Vivere altro non è che la fatica aspra e gioiosa di liberare tutta la luminosità e la bellezza sepolte in noi.
E le sue vesti divennero bianche come la luce: la gloria è così eccessiva che non si ferma al volto, neppure al corpo intero, ma tracima verso l’esterno e cattura la materia degli abiti e la trasfigura. Se la veste è luminosa sopra ogni possibilità umana, quale sarà la bellezza del corpo?
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia: Mosè sceso dal Sinai con il volto imbevuto di luce e di vento, Elia rapito in un carro di fuoco e di luce. Allora, Pietro, stordito e sedotto da ciò che vede, balbetta: È bello per noi essere qui. Stare qui, davanti a questo volto, che è l’unico luogo dove possiamo vivere e sostare.
Qui siamo di casa, altrove siamo sempre fuori posto. Altrove non è bello, e possiamo solo pellegrinare, non stare. Qui è la nostra identità, abitare anche noi una luce, una luce che è dentro la nostra creta e che è il nostro futuro. Non c’è fede viva e vera che non discenda da uno stupore, da un innamoramento, da un: che bello! Gridato a pieno cuore, come Pietro sul Tabor.
Ma come tutte le cose belle la visione non fu che la freccia di un attimo: e una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Venne una voce: quel Dio che non ha volto, ha invece una voce. Gesù è la Voce diventata Volto. Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro la parola di suo Figlio: ascoltate Lui.
Fede fatta d’ascolto: sali sul monte per vedere, e sei rimandato all’ascolto. Scendi dal monte, e ti rimane nella memoria l’eco dell’ultima parola: Ascoltatelo. La visione del volto cede all’ascolto del volto. Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù. Così come anche il mistero dell’uomo. Quel volto parla, e nell’ascolto diventiamo come lui, anche noi imbevuti di cielo.
Avvenire

“Fu trasfigurato davanti ai discepoli…”
Enzo Bianchi
Ricorre in questa domenica la festa della Trasfigurazione del Signore, particolarmente cara alla tradizione monastica, celebrata in oriente a partire dal IV secolo e in occidente dall’XI. La via per accogliere questo grande mistero e così conoscere meglio l’identità del Signore Gesù, consiste come sempre nel fare obbedienza al vangelo, contemplando per quanto ci è possibile questa pagina luminosa: quest’anno secondo la versione di Matteo, che leggeremo però anche alla luce di Marco e Luca.
L’evento della trasfigurazione è profetizzato da Gesù, che dopo il primo annuncio della sua passione-morte-resurrezione dice ai discepoli: “Vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo Regno” (Mt 16,28). Gesù è il regno di Dio in persona, come ha ben compreso Origene; Gesù, che ha annunciato la venuta del regno di Dio, ora è rivelato dal Padre come Regno veniente con potenza, e di ciò l’evento della trasfigurazione appare come un’anticipazione. Sei giorni dopo queste parole, “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte”. Egli compie un’elezione, e dei dodici prende con sé solo tre, tra i primi chiamati alla sequela (cf. Mt 4,18-22). Sono i tre discepoli più vicini a Gesù, già scelti come testimoni della resurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,37-43), quelli che saranno poi anche i testimoni della sua de-figurazione nell’orto del Getsemani, alla vigilia della passione (cf. Mt 26,36-46). Sono scelti non per particolari meriti ma, nell’imperscrutabile volontà di Dio, perché possano diventare testimoni di Gesù
Presi con sé da Gesù, essi salgono con lui sull’alta montagna, la montagna della rivelazione di Dio che a partire dal II secolo è identificata col Tabor. C’è in questa salita sul monte l’eco di tutti i racconti di teofania, di rivelazione di Dio dell’Antico Testamento: rivelazione sui monti del Sinai e dell’Oreb, che sono un’unica montagna (cf. Es 3,1) salita e discesa da Mosè (cf. Es 19-34) e da Elia (cf. 1Re 19,1-18); rivelazione sulla “montagna della dimora del Signore elevata al di sopra dei monti” (Is 2,2; Mi 4,1)… Dunque questa salita è finalizzata a un evento decisivo, in cui i discepoli beneficeranno di una rivelazione fatta da Dio, di un’epifania che riguarda il loro maestro, confessato poco prima da Pietro come Messia (cf. Mt 16,16). Ed ecco che, mentre Gesù era in preghiera, “fu trasfigurato” (passivo divino), subì un mutamento di forma nei vestiti e nel corpo. Luca, temendo che i lettori comprendano questo evento come un mito, preferisce usare un’espressione più neutra: “L’aspetto del suo volto divenne altro” (Lc 9,29). Qui riscontriamo come l’evento sia in realtà inesprimibile e come il linguaggio degli evangelisti sia inadeguato: Matteo parla di “vesti bianche come la luce”, Marco le descrive “splendenti, bianchissime, quali non le potrebbe rendere nessun lavandaio”, Luca le definisce “sfolgoranti”…
Invece del corpo e del volto umano, quotidiano di Gesù come lo conoscevano i discepoli, il mutamento fornisce la visione di un volto altro, luminoso, trasfigurato da un’azione che poteva solo essere divina. Se Paolo nell’inno della Lettera ai Filippesi confessava: “Colui che era nella forma di Dio … prese la forma di schiavo” (cf. Fil 2,6-7), nella trasfigurazione colui che aveva la forma di schiavo riprende la sua forma di Dio e risplende di luce divina. Qualcosa della gloria, della luce di Dio risplende in Gesù, per quanto è possibile vedere ai discepoli: Gesù appare nella forma di uno dei “giusti splendenti come il sole nel Regno del Padre loro” (cf. Mt 13,43), come lui stesso aveva rivelato; appare come uno dei santi sapienti “splendenti nel firmamento come stelle per sempre” (Dn 12,3). Ciò che accade è dunque una vera “Cristofania”, una rivelazione di chi è il Cristo, il Messia.
In quel momento “si aprono i cieli” (cf. Mt 3,16) e appaiono Mosè ed Elia in dialogo con Gesù. Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti che sintetizzano tutte le Scritture di Israele, l’Antico Testamento, sono accanto a Gesù come testimoni e interpreti. Anzi, in quel loro “parlare insieme” a Gesù mostrano un’autentica interpretazione spirituale in atto: Gesù è l’ermeneuta della Legge e dei Profeti che sempre, “cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui” (cf. Lc 24,27); e Mosè ed Elia, definiti da Luca “due uomini”, sono coloro che, presenti accanto alla tomba vuota, interpreteranno le parole dette da Gesù nella sua vita e lo proclameranno Crocifisso-Risorto (cf. Lc 24,4-7). Proprio in quest’ottica, Luca specifica che Mosè ed Elia “parlavano con Gesù del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (Lc 9,31). Dunque la Legge e i Profeti testificano la necessitas passionis di Gesù, lo indicano come il Servo del Signore che deve passare attraverso l’abbassamento e l’innalzamento, e così mostrano la continuità della fede tra Antica e Nuova Alleanza. Le attese messianiche di Israele sono veramente compiute, e Gesù il Messia appare come l’esegesi vivente e il compimento autentico delle Scritture.
Nella straordinarietà del momento, Pietro dice a Gesù: “Signore (Kýrios), è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Crede forse che sia giunta la fine dei tempi? Pensa alle tende della festa delle Capanne, carica di senso escatologico? Pensa di erigere per Gesù, Mosè ed Elia la tenda dell’incontro fatta da Mosè per incontrare Dio (cf. Es 33,7-11)? In ogni caso, i tre discepoli non sanno rispondere a quell’evento, come nell’ora del Getsemani, e sono presi da spavento per la rivelazione di cui sono destinatari, lo stesso spavento provato dalle donne nell’alba di Pasqua…
Mentre Pietro sta parlando, ecco arrivare “una nube luminosa che li copre con la sua ombra”. Sullo sfondo vi è sempre il racconto della teofania rivolta sul Sinai a Mosè: sull’alta montagna c’era una nube che la copriva (cf. Es 19,16; 20,21; 24,15; ecc.), simbolo della Presenza di Dio, segno del Dio che è sceso, e tuttavia resta nascosto, Santo, separato dal mondo. Questa nube che sul monte indicava la Dimora di Dio passò sul tabernacolo costruito da Mosè nel deserto (cf. Es 40,34-35) e, nell’ora della dedicazione del tempio, riempì il Santo (cf. 1Re 8,10-12). Questa nube è dunque la Shekinah, la Presenza di Dio, letta dalla tradizione rabbinica come Presenza attraverso lo Spirito santo. L’introito della messa latina giustamente dice: “Lo Spirito santo apparve nella nube luminosa e la voce del Padre risuonò”… Questa è dunque la risposta alle parole di Pietro: non tre tende fatte da mano d’uomo, ma una nube, la Shekinah di Dio. Ecco la realtà ultima e definitiva: non più una tenda, non più un tempio, non più un Santo dei santi, ma la Dimora-Presenza di Dio è in Gesù Cristo, lui che è Dimora, Tempio e Presenza!
E dalla nube della Presenza di Dio ecco venire la voce del Padre, la parola di Dio: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!”. Gesù aveva già ascoltato questa parola nel battesimo, nell’immersione ricevuta da Giovanni il Battista; allora i cieli si erano aperti e la voce aveva dichiarato a Gesù solo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te mi sono compiaciuto” (Mt 3,17). Di fatto la voce del Padre allora aveva ripetuto le parole dette sul Servo: “Ecco il mio Servo che io sostengo, in cui si compiace la mia anima” (Is 42,1), attestando che il Figlio di Dio è il Servo del Signore. Ora questo viene annunciato ai tre discepoli: colui che i discepoli avevano seguito, coinvolti nella sua vita, colui che avevano ascoltato e visto agire come Maestro, Profeta, Messia, è rivelato dal Padre come “Figlio amato” e “Servo del Signore”. Sì, attraverso la rivelazione del Padre Gesù appare insieme come il Messia intronizzato del Salmo 2 (“Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato”: Sal 2,7) e come il Servo che Dio stesso presenta a Israele tramite il profeta Isaia (cf. Is 42,1-9).
Vi è qui l’incrociarsi delle diverse attese messianiche di Israele: quella di un Messia regale, di un Messia profetico e di un Messia escatologico. Per questo ormai può risuonare l’invito: “Ascoltatelo!”, che è l’eco della parola di Dio sual profeta escatologico (cf. Dt 18,15) ed è anche l’eco dello Shema‘: “Ascolta, Israele…” (Dt 6,4). Ormai l’ascolto di Dio stesso è ascolto di Gesù, del Figlio, Parola vivente di Dio! Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, cedono il posto a Gesù dopo avergli reso testimonianza, perché ormai è lui l’esegesi del Padre (cf. Gv 1,18); è lui, Gesù, che può dire in verità chi è Dio ed evangelizzarlo, renderlo cioè buona notizia per tutti gli esseri umani; è lui il Lógos, la Parola definitiva…
Ma la visione svanisce, e Gesù è di nuovo contemplato “solo” nella quotidianità umile della natura umana. Poi, mentre scendono dall’alta montagna, Gesù ordina ai discepoli: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”. La rivelazione è stata straordinaria, ma deve restare sotto silenzio, perché non sia svelato il segreto messianico prima dell’ora della resurrezione.
Al termine di questa lettura puntuale, vorrei evidenziare solo alcuni significati della trasfigurazione per la nostra fede cristiana. Innanzitutto contemplare la trasfigurazione significa comprendere in profondità l’evento del battesimo di Gesù. La parola di Dio rivela l’identità di Gesù: egli è il Figlio di Dio che deve fare esodo, cioè patire-morire-risorgere. Nello stesso tempo l’evento della trasfigurazione annuncia ciò che accadrà a Gerusalemme, quando nell’ora della croce il centurione confesserà: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mt 27,54). Sì,l’evento della trasfigurazione è memoriale del battesimo e oracolo della croce, e la posizione centrale assegnatogli dagli evangelisti vuole indicare questa sua qualità di memoriale e di profezia.
La trasfigurazione è anche mistero di luce, che illumina tutto il corpo (Israele e la chiesa; Mosè, Elia e i discepoli) insieme al Capo. Non c’è immagine biblica più efficace per narrare l’unità della fede nei due Testamenti, la centralità di Gesù il Messia, la pienezza della rivelazione in lui, l’essere un solo corpo da parte dei credenti che nell’Antico Testamento attendevano il Messia e nel Nuovo lo confessano e lo annunciano.
E infine la trasfigurazione è mistero di trasformazione: il nostro corpo e questa creazione sono chiamati alla trasfigurazione, a diventare “altro”; il nostro corpo di miseria diventerà un corpo di gloria (cf. Fil 3,21), e “la creazione che geme e soffre nelle doglie del parto” (cf. Rm 8,22) conoscerà il mutamento in “cielo nuovo e terra nuova” (Ap 21,1). Ciò che è avvenuto sul monte Tabor in Gesù avverrà per tutti i credenti e per il cosmo intero alla fine della storia… Nell’attesa di quel giorno a noi non resta che contemplare, per quanto ne siamo capaci, “il volto di Cristo su cui risplende la gloria di Dio” (cf. 2Cor 4,6): così, “riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasfigurati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, attraverso l’azione dello Spirito santo” (cf. 2Cor 3,18). Così nella tua luce vedremo la luce, Signore (cf. Sal 35,10)!
Commento tratto dalla lettera pastorale
«Quale bellezza salverà il mondo?»
del cardinale Carlo Maria Martini
Gli apostoli che Gesù invita a salire con sé sul monte, sei giorni dopo l’annuncio di una prossima misteriosa manifestazione del Figlio dell’uomo (cf. Mt 17,1), portavano con sé le domande sempre più gravi che venivano emergendo nel loro cuore. Stando con Gesù e imparando a confrontare la loro precedente visione della vita e della storia con quanto egli veniva operando e insegnando, si chiedevano: in che modo questo Maestro, che esercita un così grande fascino, corrisponde alle promesse di Dio per la salvezza del suo popolo? come può un uomo così buono e mite mettere ordine in un mondo così cattivo? e che cosa significa il destino di sconfitta e di morte di cui ci sta parlando? (cf. Mt 16,21-23).
Sono le domande che noi cristiani sentiamo riemergere: come può la mite bellezza del Crocifisso risorto portare salvezza a questa umanità cinica e crudele?
E’ l’interrogativo che riecheggia oggi almeno in diverse forme, a esempio:
nella fatica e nella stanchezza che spesso si avverte anche fra i credenti a rendere ragione, con entusiasmo e convinzione, della speranza che è in loro davanti al male del mondo;
nello scoraggiamento che tenta un po’ tutti di fronte alla banalità del quotidiano, alle tante forme di bruttezza del vivere, con l’incapacità a leggervi un richiamo a qualcosa di più grande, per cui valga la pena spendersi. Ciò che sembra imporsi alla meditazione della nostra fede è lo sforzo di coniugare l’oggi del dolore umano all’oggi di Dio Salvatore
E’ quindi urgente ascoltare la parola della vicinanza e della consolazione di Dio, rivelata a Pasqua: è lì che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio unigenito (cf. Gv 3,16); è lì che il Padre si rivela come amore nel gesto supremo del sacrificio di Gesù (cf. 1Gv 4,8ss). E’ davanti a questo amore che ognuno di noi può far sue le parole di Pietro sul monte dinanzi alla rivelazione della Trinità: “E’ bello per noi stare qui”. E’ in questo amore rivelato sulla Croce che è possibile riconoscere e indicare a tutti – credenti e non credenti in ricerca – la bellezza che salva e che si offre come luce e forza anche nel frammento frastornante e dolorante del nostro presente.
Siamo dunque saliti sul monte in compagnia dei tre discepoli accanto a Gesù, portando con noi le loro e le nostre domande. Che cosa ci risponderà ora il Signore? In realtà, sul monte Gesù non ci parla: si trasfigura!….
Il monte è nella Bibbia il luogo della rivelazione, novello Sinai dove Dio parla al Suo popolo. Gesù è la Legge in persona, la Torah fatta carne, che si manifesta nello splendore della luce divina: è la Verità vivente, attestata dai due testimoni per eccellenza, Mosè ed Elia, figure della Legge e dei Profeti. Questa esperienza appare ai discepoli non solo vera e buona, ma anche bella: è il fascino della Verità e del Bene, è la bellezza di Dio che si offre a loro. Tale Bellezza è collegata nel racconto alla misteriosa rivelazione della Trinità: “Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: ‘Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!’”. La nube e l’ombra sono figura dello Spirito di Dio. La voce è quella del Padre e Gesù è indicato come il Figlio, l’Amato: è dunque la Trinità che si sta comunicando ai discepoli. La Bellezza a cui fa riferimento l’esclamazione di Pietro è dunque quella della Trinità divina.
Nel racconto di Luca viene indicato espressamente dove la piena rivelazione della Trinità si compirà: nell’evento pasquale. “Parlavano della sua dipartita, che avrebbe portato a compimento in Gerusalemme” (Lc 9,31). Negli altri sinottici l’allusione a tale evento avviene al momento della discesa: “Mentre scendevano dal monte, (Gesù) ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. E lo interrogarono: ‘Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?’. Egli rispose loro: ‘Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa; ma come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato’” (Mt 17, 9-12).
La morte e resurrezione del Figlio dell’uomo sono dunque il luogo in cui la Trinità si rivela definitivamente al mondo come amore che salva: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).
La Trasfigurazione ci consente allora di riconoscere nella rivelazione della Trinità la rivelazione della “gloria”, e rinvia al pieno compimento di tale rivelazione nella suprema consegna dell’amore che si realizza sulla Croce. E’ lì che “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44,3) si offre – nel segno paradossale del contrario – come “uomo dei dolori… davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,3). La Bellezza è l’Amore crocifisso, rivelazione del cuore divino che ama: del Padre, sorgente di ogni dono, del Figlio, consegnato alla morte per amore nostro, dello Spirito che unisce Padre e Figlio e viene effuso sugli uomini per condurre i lontani da Dio negli abissi della carità divina.
Accompagniamo allora i discepoli nel cammino che Gesù sul monte ha loro mostrato: contempliamo con loro la gloria di Dio, la divina bellezza nella Croce e Resurrezione del Figlio dell’Uomo, dal Venerdì santo – ora delle tenebre in cui la Bellezza è crocifissa – fino allo splendore del giorno di Pasqua. Vorrei che questo cammino rappresentasse come un percorso di fuoco, in cui inoltrarsi con decisione personale e insieme con timore e tremore, lasciandosi bruciare dalla fiamma di Dio.
Essere testimoni della Bellezza che salva nasce dal farne continua e sempre nuova esperienza: ce lo fa capire lo stesso Gesù quando, nel vangelo di Giovanni, si presenta come il “Pastore bello” (così è nell’originale greco, anche se la traduzione normalmente preferita è quella di “buon Pastore”): “Io sono il pastore bello. Il bel pastore offre la vita per le pecore… Io sono il bel pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore” (Gv 10,11. 14s). La bellezza del Pastore sta nell’amore con cui consegna se stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.
La reazione dei discepoli al dono della trasfigurazione è quella di fermare la bellezza di cui hanno fatto esperienza: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Lc 9,33). La bellezza però non è possesso, è dono e come tale va donata, non trattenuta: ai discepoli prostrati in adorazione e presi da grande timore Gesù, avvicinandosi e toccandoli, dice: “Alzatevi e non temete” (Mt 17,7). È l’invito a riprendere il cammino senza paura, a scendere dal monte verso la vita ordinaria e a intraprendere il grande viaggio che porterà il Figlio dell’uomo a Gerusalemme per compiere il proprio destino.
E’ l’invito rivolto anche a noi a proseguire il nostro pellegrinaggio verso la Gerusalemme del cielo senza paura, sapendo che egli è con noi e che perciò la vita è bella ed è bello impegnarsi per il Regno. È l’invito ad accogliere, annunciare e condividere con tutti la Bellezza che salva. Attualizzando per il nostro oggi questa riflessione, potremmo dire che riscoprire la bellezza di Dio significa riscoprire le ragioni della nostra fede davanti al male che devasta la terra e le motivazioni profonde del nostro impegno a servizio di tutti, per la gloria di Dio. Chi fa esperienza della Bellezza apparsa sul Tabor e riconosciuta nel mistero pasquale, chi crede all’annuncio della Parola della fede e si lascia riconciliare col Padre nella comunione della Chiesa, scopre la bellezza d’esistere, a un livello che nulla e nessuno al mondo potrebbe dargli.
da http://www.clarissesantagata.it
Il Volto ‘trasfigurato’ non vuole volti ‘sfigurati’
Romeo Ballan mccj
La Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor (Vangelo) avviene “sei giorni dopo” (v. 1) gli incontri a Cesarea di Filippo (con la professione di fede di Pietro, la promessa del suo primato, il primo annuncio della passione: Mt 16,13-28). Ognuno di questi fatti apporta tasselli significativi per la configurazione del vero volto di Cristo, che si manifesta su “un alto monte” (v. 1), dove Gesù fu trasfigurato davanti a tre discepoli prescelti: “Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (v. 2). La luce non viene dall’esterno, ma emana dal di dentro della persona di Gesù. A ragione, Luca, nel testo parallelo, sottolinea che “Gesù salì sul monte a pregare, e, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto” (Lc 9,28-29). È dal rapporto con il Padre che Gesù esce trasformato interiormente; la piena identificazione con il Padre risplende sul volto di Gesù (cfr. Gv 4,34; 14,11).
Gesù non cerca un momento di gloria per sé; vuole che i suoi discepoli scoprano meglio la sua identità e la sua missione. A tale scopo, sul monte si realizza una manifestazione della Trinità attraverso tre segni: la voce, la luce e la nube. La voce del Padre proclama Gesù suo “Figlio, l’amato. Ascoltatelo” (v. 5); la luce emana dal corpo stesso del Figlio Gesù; la nube è simbolo della presenza dello Spirito Santo. In quel contesto di gloria, anticipazione della sua Pasqua, Gesù parla con Mosè ed Elia della “sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (Lc 9,31). Preghiera e rivelazione della Trinità,passione e glorificazione: ora i discepoli possono capire qualcosa di più circa la personalità del loro Maestro. Anche ciascuno di noi può accogliere un invito: concediamoci un tempo -possibilmente alquanto prolungato- per contemplare il volto di Gesù, fino a poter dire, come Pietro: “Signore, è bello per noi restare qui” (v. 4).
La preghiera vera non è mai evasione. Per Gesù la preghiera era momento forte di identificazione con il Padre e di adesione coerente e fiduciosa al Suo piano di salvezza. La preghiera, vissuta come ascolto-dialogo di fede e di umile abbandono a Dio, ha la capacità di trasformare la vita del cristiano e del missionario. La preghiera ha il suo momento più vero quando sfocia nel servizio al prossimo bisognoso. Era tassativo il B. Oscar A. Romero, vescovo e martire in El Salvador (+24.3.1980) nel dichiarare: “Una religione di messe domenicali, ma di settimane ingiuste, non piace al Signore; una religione piena di preghiere, ma senza denunciare le ingiustizie, non è cristiana”. Papa Benedetto XVI spiega bene questa dimensione missionaria della preghiera: “La vera preghiera non è mai egocentrica, ma sempre centrata sull’altro. Come tale essa esercita l’orante all’estasi della carità, alla capacità di uscire da sé per farsi prossimo all’altro nel servizio umile e disinteressato. La vera preghiera è il motore del mondo, perché lo tiene aperto a Dio… Non è la presenza di Dio ad alienare l’uomo, ma la sua assenza” (Catechesi, Ceneri, 6.2.2008).
La fedeltà al Vangelo di Gesù comporta necessariamente un impegno tenace per la difesa e la promozione delle persone più deboli, la cui dignità umana è spesso deturpata e sfigurata da tante forme di violenza, sfruttamento, abbandono, fame, malattia, ignoranza… I vescovi dell’America Latina invitano ad aprire gli occhi su “volti molto concreti nei quali dovremmo riconoscere i tratti sofferenti di Cristo Signore, che ci questiona e interpella” (documento di Puebla, 1979, n. 31-43). Qualunque deturpazione della dignità umana è contraria al progetto originale di Dio, Padre della Vita! Il volto affascinante di Gesù è un preludio della sua realtà pasquale e definitiva; la stessa che è promessa anche a noi, chiamati e salvati, secondo il progetto e la grazia di Dio.
Su questa vocazione alla vita e alla grazia si fonda la dignità di ogni persona umana, il cui volto, per nessun motivo, deve soffrire deturpazione. Là dove c’è un volto umano deturpato o sfigurato, è imperiosa e urgente la presenza della Chiesa e dei missionari del Vangelo! Gesù, con il suo volto bello e ‘trasfigurato’ non vuole che ci siano fratelli e sorelle con i volti ‘sfigurati’. L’attività missionaria comporta, quindi, vicinanza alle persone che soffrono, cura delle loro piaghe fisiche e morali. Contemplando il volto sfigurato di Cristo nella sua passione e trasfigurato nella gloria pasquale, si trova la forza di prendersi cura delle persone sfigurate da violenze, schiavitù, oppressione; curare le loro ferite, restituire loro dignità, formazione, libertà, gioia di vivere.