XVI Domenica del Tempo ordinario (A)
Matteo 13,24-43
- Libro della Sapienza 12,13.16-19
Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose… il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. - Lettera ai Romani 8,26-27
Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili. - Vangelo di Matteo 13,24-43
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania…
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo…
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata»…
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo»…

Contro il demone della divisione
Joseph Ndoum
Continua questa domenica la lettura del discorso di Gesù in parabole del Vangelo di Matteo. La parabola del grano e della zizzania occupa il primo posto. Essa viene raccontata alla folla e poi spiegata ai discepoli in casa. Tra questo racconto e la sua spiegazione sono inserite due altre parabole: quella del granello di senapa e del lievito. L’accento viene messo sullo stile dell’agire di Dio nel mondo e nella storia. Questo tema è presente anche nella prima lettura dal libro della Sapienza: Dio agisce con pazienza, mitezza e misericordia verso tutti. Egli ci governa con molta indulgenza, proprio perché onnipotente .
Questo modo di agire di Dio viene ripreso nel ritornello del salmo responsoriale: “Tu sei buono, Signore, e ci perdoni”. Il brano della lettera di Paolo ai Romani, nella seconda lettura, sembra non inserirsi in questa tematica. Esso presenta piuttosto l’azione dello Spirito Santo che ispira e sostiene la preghiera dei credenti. Egli è realmente in noi, prega dentro di noi e ci suggerisce le intenzioni giuste nella preghiera. Infatti, l’intercessione interiore ed efficace dello Spirito ci mette in sintonia con il progetto salvifico universale di Dio.
La parabola del grano e della zizzania è tutta costruita sui contrasti: di personaggi, di gesti e di mentalità. Solo lo sfondo è unico: un campo. Il padrone vi semina il grano. Ma il nemico approfitta delle tenebre, del sonno dei contadini, per spandere zizzania in mezzo al grano, e poi sparisce. I servi del padrone del campo vorrebbero sradicare immediatamente la zizzania, ed egli non si lascia afferrare dalla impazienza. Oltre ad essere padrone del campo, è padrone anche del tempo: Dio dà tempo, ha bisogno di tempo e sa aspettare. Non è che la vista della zizzania in mezzo al campo gli faccia piacere, ma giudica prematuro raccogliere ora la zizzania. Si corre soprattutto il rischio di sradicare anche il buon seme. Quindi il padrone, che ci tiene troppo al grano, rimanda la separazione dei due al tempo della mietitura. I mietitori devono raccogliere prima a zizzania e legarla in fastelli per bruciarla; il grano invece deve essere riposto nel granaio. Le immagini di questa parabola sono assai trasparenti nella loro valenza pedagogica. L’agire di Dio nella storia è rappresentato dal padrone che semina del buon seme nel suo campo. Nella parabola, colui che semina il buon grano (con l’annuncio della Parola di Dio) è il Figlio dell’uomo; e nello stesso contesto l’azione del Maligno impedisce al Vangelo di portare frutto. Però, il problema fondamentale è l’atteggiamento da tenere di fronte alla presenza del male nella storia umana. La presenza del male non sembra rappresentare un fatto eccezionale. Non c’è da meravigliarsi che il male sia mescolato insieme al bene, e che i due crescano insieme nello stesso campo. Dio non interviene subito clamorosamente nella storia dell’uomo. Egli è paziente, misericordioso ed aspetta. Ma alla fine il male sarà strappato ed eliminato. Il regno di Dio non va concepito come un avvenimento invadente, che subito si impone. Il Vangelo, che si identifica con questo regno, cresce poco a poco silenziosamente ma efficacemente nei cuori. Solo alla fine Dio interviene per attuare il suo giudizio che porta allo scoperto il male e lo condanna in modo irreversibile.
da comboninsieme
Nel mondo per essere fecondi non perfetti
Ermes Ronchi
Il bene e il male, buon seme ed erbe cattive si sono radicati nella mia zolla di terra: il mite padrone della vita e il nemico dell’uomo si disputano, in una contesa infinita, il mio cuore. E allora il Signore Gesù inventa una delle sue parabole più belle per guidarmi nel cammino interiore, con lo stile di Dio.
La mia prima reazione di fronte alle male erbe è sempre: vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania? L’istinto mi suggerisce di agire così: strappa via, sradica subito ciò che in te è puerile, sbagliato, immaturo. Strappa e starai bene e produrrai frutto. Ma in me c’è anche uno sguardo consapevole e adulto, più sereno, seminato dal Dio dalla pazienza contadina: non strappare le erbacce, rischi di sradicare anche il buon grano. La tua maturità non dipende da grandi reazioni immediate, ma da grandi pensieri positivi, da grandi valori buoni.
Che cosa cerca in me il Signore? La presenza di quella profezia di pane che sono le spighe, e non l’assenza, irraggiungibile, di difetti o di problemi. Ancora una volta il mite Signore delle coltivazioni abbraccia l’imperfezione del suo campo. Nel suo sguardo traspare la prospettiva serena di un Dio seminatore, che guarda non alla fragilità presente ma al buon grano futuro, anche solo possibile. Lo sguardo liberante di un Dio che ci fa coincidere non con i peccati, ma con bontà e grazia, pur se in frammenti, con generosità e bellezza, almeno in germogli. Io non sono i miei difetti, ma le mie maturazioni; non sono creato ad immagine del Nemico e della sua notte, ma a somiglianza del Padre e del suo pane buono.
Tutto il Vangelo propone, come nostra atmosfera vitale, il respiro della fecondità, della fruttificazione generosa e paziente, di grappoli che maturano lentamente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita, e non un illusorio sistema di vita perfetta. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma incamminati; non per essere perfetti, ma fecondi. Il bene è più importante del male, la luce conta più del buio, una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo.
Questa la positività del Vangelo. Che ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dal quantificare ombre e fragilità. La nostra coscienza chiara, illuminata, sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio continua a seminare in noi, e poi curarlo e custodirlo come nostro Eden. Veneriamo le forze di bontà, di generosità, di tenerezza di accoglienza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e bellezza, e vedremo la zizzania scomparire, perché non troverà più terreno.
Avvenire
Il discepolo e l’incompiuto
Antonio Savone
Portiamo tutti nel nostro cuore il desiderio recondito di un tempo e di un luogo in cui fiorisca soltanto del buon grano, un tempo e un luogo in cui, finalmente, cessi quella strana mescolanza di bene e di male che è la nostra vita.
Se solo potessimo ritornare a un agognato paradiso terrestre… che nel nostro immaginario suona come il tempo e il luogo in cui non c’erano inconvenienti e magagne di ogni genere. Lo desideriamo a livello sociale, in ambito ecclesiale, lo desideriamo sul piano relazionale e – perché no? – anche su quello più strettamente personale. E, invece, è come se giorno dopo giorno vedessimo svanire ogni prospettiva di miglioramento e quei brevi tentativi di tregua che talvolta abbiamo assaporato, sfumano come una bolla di sapone.
Perché tutto deve essere così complicato e difficile quando – a nostro dire – le nostre intenzioni attingono alla migliore rettitudine? Che cos’è quel mio continuo sbagliare quando con onestà mi sembra di voler realizzare il meglio per me e per chi mi sta attorno? Come giustificare quella continua incoerenza nella quale cado ogni volta di nuovo senza neppure accorgermene? E perché quella malignità che traspare anche nelle buone intenzioni o quelle distorsioni interpretative che non poche volte finiscono per accendere conflitti relazionali che altrimenti non conosceremmo? Perché sono fatto così male? Ci sarà mai un tempo in cui vedere trionfare il bene sul male?
Come stare di fronte all’incompiuto? È a questa domanda che risponde la pagina della parabola del grano e della zizzania.
Come stare di fronte all’incompiuto? Così come fa Dio: con pazienza. La pazienza, infatti, è la capacità di vivere l’incompiuto nella fiducia che si tratta di un non-ancora-compiuto, è la disponibilità a rispettare e attendere i tempi dell’altro. La pazienza è un frutto di quella fede che è capace di rimettersi completamente nelle mani di Dio e perciò riconosce che non spetta a noi decidere tempi e modi.
Non poche volte ci scopriamo abitati da uno zelo non equilibrato che indica un rapporto malsano con il tempo: il tempo che ci è donato, infatti, è segno dell’amore di Dio e perciò va vissuto come occasione per esercitare la sua stessa misericordia nei rapporti con gli uomini.
Corriamo tutti il rischio di stare di fronte alla realtà in modo superficiale e sbrigativo, proprio come pretenderebbero i servi della parabola: quanta fretta nel giudicare le scelte altrui, quanta fretta nel vagliare il loro operato, quanta fretta nel decidere cosa accettare e cosa rifiutare, quanta fretta nell’eliminare tutto ciò che non corrisponde alle nostre aspettative!
Che cosa c’è alle radici della mia fretta? Essa, infatti, non è per nulla una dimostrazione di forza: è piuttosto indice di un nostro malessere personale. L’impazienza finisce per allearsi ben presto con l’insipienza di chi sradica tutto. Siamo convinti di conquistare l’onnipotenza mediante delle prove di forza: ma questa è soltanto un’illusione. Troppi nostri metodi sommari finiscono per diventare eccessivamente determinati e per nulla riguardosi. Non poca nostra irruenza, infatti, finisce per celare mali segreti che continuiamo a portarci dentro senza volerli riconoscere.
C’è un nemico dentro e fuori di noi che può essere vinto non già con un odio più intenso bensì con un amore più grande. È necessario, perciò, guardare all’atteggiamento del Padre il quale non ha fretta perché è consapevole che il grano, malgrado tutto, può crescere comunque rigoglioso.
Dio manifesta la sua forza attraverso l’esercizio della pazienza: è la moderazione la prova della sua onnipotenza, consapevole che non c’è peccato che possa tagliare irrimediabilmente i ponti con la misericordia di Dio. La zizzania può diventare buon grano: questo crede Dio e per questo sa attendere. L’Incarnazione del Figlio di Dio non ha provocato come per incanto la trasformazione del mondo. Gesù ha vinto il male proprio riconoscendolo, assumendolo e attraversandolo.
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A Dio solo il giudizio
Enzo Bianchi

Gesù continua a parlare attraverso parabole, ama parlare attraverso parabole, perché in questo modo non rinchiude il messaggio in formule, non deve ricorrere ad affermazioni apodittiche, non consegna verità munite di uno splendore che abbaglia chi le ascolta… Le parabole sono frutto di un attento vedere da parte di Gesù, di un profondo pensare, di un puntuale discernimento, di un vero esercizio di intelligenza delle realtà più umili, semplici e quotidiane. Solo una grande attenzione alle cose e ai fatti forniva a Gesù la sapienza delle parabole.
Per questo chi le ascolta giunge a discernere realtà che gli sono abitualmente nascoste, le quali causano in lui una semplice constatazione: ciò che Gesù dice è così umano, così terreno, eppure io non ci avevo mai pensato! Ma se questa comprensione delle parabole da parte dell’ascoltatore è così facile, ascoltando Gesù è altrettanto facile, forse per la semplicità intrinseca alle parabole, lasciar cadere le sue parole e non tenerne conto. Ne è un caso esemplare la parabola più lunga tra quelle contenute nel brano evangelico odierno, una parabola che conosciamo a memoria e che facilmente smentiamo con il nostro comportamento. Accade per il regno dei cieli come per un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ora, mentre egli stesso e tutti dormivano, “venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.
Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania”. Terribile sorpresa: se era stato seminato del buon grano, come mai accanto agli steli del grano ci sono quelli della zizzania, un’erba malefica infestante che sottrae alimento al grano, rischia di farlo deperire e rende il raccolto non puro? Forse bisogna passare nel campo e strapparla via, in modo che il grano possa crescere meglio: questo è il ragionevole pensiero dei servi, che lo manifestano al padrone. Quest’ultimo, però, la pensa diversamente.
Dice loro di lasciare che grano e zizzania crescano insieme, “perché non accada che, raccogliendo la zizzania, con essa si sradichi anche il grano”. Sì, è accaduto così, il male ormai è stato fatto, ma non si deve causare un male peggiore. Verrà l’ora della mietitura, e allora si farà la cernita: da una parte la zizzania, per essere bruciata; dall’altra il grano, per essere deposto nei granai. Che cosa comprendiamo come ascoltatori? Che c’è un contadino, Gesù, che semina la sua parola, il buon seme, ma che c’è contemporaneamente l’avversario, il nemico, il diavolo, che di nascosto, quando regnano le tenebre, semina il male. Quel campo è ognuno di noi, è il nostro cuore; quel campo è la comunità cristiana; quel campo è la chiesa…
Se i cristiani sono stati chiamati e distinti dal mondo (cf. 1Pt 1,15-16; Lv 19,2), com’è possibile che annoverino in loro e tra di loro la zizzania? La presenza della zizzania significa debilitazione del grano, significa scandalo per chi guarda il campo, significa insidia per chi fatica a vivere nella perseveranza, cercando di dare frutto buono. E poi la chiesa non è forse minacciata nella sua vita da questa presenza, a volte così folta che non si sa più se il campo è un campo di grano o di erba infestante? Ne va di mezzo la vita il futuro della comunità cristiana, sovente già fragile di per sé… Questi ragionamenti sono tutti razionali e umani, ma non sono i ragionamenti, i pensieri di Dio (cf. Is 55,8-9).
Il Signore non fa di ogni erba un fascio: vede e giudica che la zizzania è zizzania e che il grano è buon grano, e lo stesso devono fare i credenti in lui. Ma il giudizio appartiene a Dio, perché qui sulla terra il male e il bene si intrecciano in un modo tale che solo Dio, nell’ultimo giorno, potrà districare e distinguere. La separazione tra giusti e ingiusti, tra credenti e non credenti esiste, ma è visibile solo agli occhi di Dio, non ai nostri occhi. Solo “il Signore conosce i suoi” (2Tm 2,19; Nm 16,5), solo lui può operare il giudizio. Dunque Gesù ci chiede pazienza, virtù che è attesa e che impedisce di operare prima ciò che deve avvenire dopo; virtù che non permette che siamo noi a operare ciò che spetta a Dio.
Purtroppo tutta la storia delle chiese e della comunità cristiane è costellata di proclami da parte di concili, papi, vescovi che si sentono in dovere di strappare la zizzania che minaccia le chiese stesse: quale fraintendimento delle parole di Gesù! Occorre certamente criticare, denunciare, anche minacciare – come hanno fatto i profeti – di fronte al crescere della zizzania, e tacere è vigliaccheria, comodo, irresponsabilità: ma poi si lasci a Dio e a lui solo il giudizio! Troppa gente ha amato più la teologia e le idee che le persone, ma oggi troppa gente non ama né la fede né le persone: ama il quieto vivere. È così che la barca della chiesa se ne va per mari diversi e attraverso stagioni differenti…
Il frumento, alla fine, avrà la meglio sulla zizzania
Romeo Ballan mccj
Proibito mettere steccati e fare separazioni fra buoni e cattivi, fra santi e malvagi! Perché c’è il male nel mondo? Da dove viene la zizzania? Ce lo insegna Gesù. Nelle tre parabole del Vangelo (zizzania, granello di sènape e lievito), emergono gli insegnamenti della parabola del seminatore (vedi domenica XV): l’insignificante piccolezza del seme a confronto con la sua intima forza prorompente; il padrone che sparge nel campo grano buono, mentre il nemico vi semina zizzania; l’impazienza vendicativa dei servi e la tollerante pazienza del padrone… (v. 25.28-29). Il ‘nemico’ fa concorrenza, opera di notte, semina discordia e divisioni; ha un nome: è il diavolo. Alla fine, al tempo della mietitura, arriva il momento del bilancio definitivo: i risultati sono vagliati, con il conseguente premio o castigo (v. 30). Ancora una volta, Gesù ci da la chiave di interpretazione della sua parabola, applicata ora alla vita di ciascuno (siamo un po’ buono e un po’ meno), alla vita e alla storia della Chiesa, chiamata a vivere immersa in un mondo di violenze e ingiustizie, ma sempre animata dalla speranza e dalla pazienza di Dio. In ogni tempo e luogo la Chiesa missionaria “deve proseguire il suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (S. Agostino, De civitate Dei).
Il Santo Papa Karol Wojtyla, in uno dei suoi ultimi libri, ci ha lasciato un commento autorevole sul mysterium iniquitatis che imperversa nel mondo e nella storia, e sulla coesistenza del bene e del male, con un riferimento esplicito alla parabola odierna: “Il modo in cui il male cresce e si sviluppa sul terreno sano del bene costituisce un mistero. Mistero è anche quella parte di bene che il male non è riuscito a distruggere e che si propaga nonostante il male, avanzando anzi sullo stesso terreno. È immediato il richiamo alla parabola evangelica del buon grano e della zizzania… In effetti, questa parabola può essere assunta a chiave di lettura di tutta la storia dell’uomo. Nelle varie epoche e in varia misura il grano cresce insieme alla zizzania, e la zizzania insieme al grano. La storia dell’umanità è il teatro della coesistenza del bene e del male. Questo vuol dire che, se il male esiste accanto al bene, il bene però persevera accanto al male e cresce, per così dire, sullo stesso terreno, che è la natura umana” (cfr. Memoria e Identità, p. 14).
La ricaduta di questo messaggio sul mondo missionario è immediata. Davanti al male che dilaga o alla chiusura e cattiveria di tante persone, il missionario e l’educatore sono tentati con frequenza di assumere il ruolo dei servi della parabola, che vorrebbero sradicare subito la zizzania (v. 28). Spesso ostentano il coltello dello ‘zelo’ per applicare l’aut-aut (o-o). Gesù, il divino seminatore del buon grano, invita ad aver pazienza e misericordia, concede tempo per la maturazione, rispettando i tempi di Dio, l’unico giudice che sa che cosa c’è nel cuore umano. I servi vorrebbero eliminare subito il male, cioè sopprimere le persone malvagie, ma il padrone li invita alla sopportazione; il male sarà eliminato, a suo tempo, ma i malvagi sono persone con le quali bisogna usare pazienza, attendere l’intervento finale di Dio e la Sua giustizia mitigata dalla misericordia.
La missione, pur avendo la forza incontenibile del Vangelo (v. 31-32), inizia sempre in situazioni di piccolezza e di fragilità rispetto ai dinamismi poderosi del maligno. Il missionario è certamente portatore di un lievito che è capace di rinnovare il mondo dal di dentro (v. 33), ma che opera sui tempi lunghi della pazienza, della scarsa rilevanza, della momentanea sconfitta e della tolleranza. Lo aveva già prefigurato il libro della Sapienza (I lettura): o Dio, “il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti” (v. 16). A differenza dei potenti della terra, che spesso eccedono e abusano del potere, Dio è sempre “padrone della forza”, giudica “con mitezza”, ci governa “con molta indulgenza” (v. 18). Anzi il Dio cristiano manifesta la sua onnipotenza soprattutto perdonando e usando misericordia. Infatti, Egli dà ai suoi figli “la buona speranza” che, dopo i peccati, concede il pentimento (v. 19). Tale è lo stile di Gesù, che il discepolo e il missionario assumono come programma di vita e di azione. (*)
Il cuore umano è un campo di buon grano misto a zizzania, sotto la pressione del maligno e i furori dell’intolleranza. Proprio come dice una canzone, “dentro a tutti quanti c’è del bene e c’è del mal; ma in fondo ad ogni cuor è nascosto un capital”. C’è bisogno che lo Spirito (II lettura) venga in aiuto alla nostra debolezza (v. 26), ci sostenga nel tempo della coesistenza del bene e del male, dia animo alla nostra speranza, e ci educhi secondo il cuore misericordioso di Dio(v. 27).
(*) “Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini”.
Benedetto XVI
Omelia nell’inizio solenne del Pontificato, Roma, 24 aprile 2005
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