XV Domenica
Tempo ordinario – Anno A
Matteo 13, 1-23

Dal libro del profeta Isaìa 55,10-11
Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Salmo 64
Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,18-23
Fratelli, io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà. Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli...

Dal Vangelo secondo Matteo 13,1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti»…


Catechesi di Silvano Fausti

Iniziamo il capitolo 13 del vangelo di Matteo. Ci introduciamo in questo capitolo nuovo che sostanzialmente, se non esclusivamente, è composto da parabole; sono sette parabole per l’esattezza. In Matteo si alternano sezioni di discorsi, di parabole e sezioni di racconti, di fatti e miracoli.

Gesù racconta questa parabola che è una tra le più note per chiarire a se stesso e comunicare anche ad altri quello che è l’enigma, o la spiegazione del mistero della sua vita, della sua vicenda. E di riflesso allora, anche quello che può essere il fatto enigmatico, misterioso della nostra vicenda, della nostra vita.

Che cos’è una parabola? La parabola è un racconto verosimile, cioè che è successo, può succedere: dice una cosa che è abbastanza nota, abbastanza conosciuta che però, attraverso ciò che è noto e conosciuto allude, fa riferimento a contenuti che sono più profondi, misteriosi anche.

In un certo senso tutto quanto è parabola, cioè parabola che, dapprima può avere un aspetto un po’ enigmatico, misterioso e però dentro porta un significato. Nel caso di Gesù, tutto quello che succede è davvero una parabola; la parabola di Gesù il Figlio che muore e risorge. È segno anche del Figlio dell’uomo che entra nel cuore della terra che è ogni uomo; terra e uomo in ebraico hanno le stesse lettere.

Sembra che il male vinca, sembra che il bene perda. Ci si può domandare: finiscono proprio così le cose? Gesù attraverso la parabola raccontata, legge in profondità quello che succede e concluderà che non così finisce. In questo piccolo discorso della speranza, lo stile di Gesù vince il male, ma non dribblandolo, cioè evitandolo, trovando scorciatoie, bensì attraversandolo, attraversando la debolezza, la difficoltà, attraversando la morte stessa Noi istintivamente, come anche per Gesù in un certo senso, vorremmo che le cose si svolgessero in un modo lineare, una storia lineare bella, una specie di novella. Invece no, occorre attraversare le difficoltà.

Ci sono da prima quattro parabole che hanno come destinatario il popolo o come diceva la traduzione, le folle. Sono le parabole del seminatore, della zizzania, della senape, del lievito. Poi, ci sono tre parabole, dal versetto 35 al 53, che hanno come destinatari i discepoli e sono le parabole del tesoro scoperto nel campo; della perla di grande valore che un commerciante trova e poi della rete che è gettata in mare.

Una seconda cosa. Queste parabole sono chiamate di contrasto tra il bene e il male; il contrasto tra il terreno buono e il terreno cattivo; tra il seme buono e il seme cattivo; tra la piccolezza e la grandezza. Però parabole anche di speranza, contro ogni speranza. Cioè l’immediata lettura della vicenda e come si mettono le cose indurrebbe a pessimismo. Invece, la lettura profonda che ne fa Gesù, l’interpretazione di questo enigma porta a speranza. Cioè hanno una soluzione positiva, una soluzione incredibilmente positiva, quasi assurda: il mistero della croce, l’umiltà, la debolezza, la sconfitta di Dio per riferirci alla vita, alla vicenda di Gesù, sono la sua forza, la sua gloria, la sua vittoria.

Questa parabola dice delle difficoltà, ma soprattutto della sorpresa di uno frutto insperato in contrasto con difficoltà pesanti, perché su quattro situazioni presentate tre sono di fallimento. Gesù dice che nella sua situazione, come nella nostra si può avere fiducia, si può avere speranza, anzi certezza a tutta prova.

Il seminatore uscì a seminare. Il seminatore è Gesù che è uscito dal Padre per seminare: il fatto e l’annuncio della paternità di Dio, il fatto e l’annuncio della fraternità tra gli uomini. Ma Gesù come è il seminatore, così è anche il seme; la Parola di Dio ci fa figli. Eppure Gesù è anche il raccolto.

Alcuni semi caddero sulla strada e vennero gli uccelli e li divorarono. Qui comincia l’avventura o la sventura del seme, perché in ben tre situazioni finisce male.

Questo seminatore che è Gesù non sceglie il terreno, non fa discriminazioni. Gesù parla a tutti, non sta a ipotecare il risultato, butta abbondantemente il seme. È una cosa che costa sacrificio: uno butta via quello che potrebbe servirgli anche immediatamente come cibo, lo butta via però, in una speranza. Il Signore è così butta via nella speranza, nella certezza che qualcosa verrà.

Altri caddero in luogo sassoso, dove non c’era molta terra... La seconda situazione: anche essa è con un finale negativo. Nel primo caso si diceva che il seme scompare prima di attecchire; in questo secondo caso è che i semi attecchiscono, però seccano subito.

Ora altri caddero sulle spine e le spine crebbero e li soffocarono. Si presenta la terza situazione negativa. Però Gesù sa e lo dice, che non è questa l’ultima parola. Cioè il fallimento, fin qui realizzato e qui prospettato proprio come soluzione finale, non è l’ultima parola. Il campo ha sentieri, sassi, rovi, ma è il suo campo, è il campo di Dio.

Ora altri caddero sulla terra buona e davano frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Il seme, il Figlio dell’uomo, che scende nel cuore della terra, nel cuore dell’uomo, trova a un certo punto una terra che è propizia, una terra che è buona, che è bella. In noi anche in ciascuno di noi, ogni cuore ha una zona almeno di terra buona, di terra bella per accogliere il seme. Allora, davvero ogni cuore ha almeno una zona di terra bella, in cui si produce questo frutto che è prospettato in termini veramente esagerati. Perché normalmente in Palestina la corrispondenza fosse questa sette o otto per uno, massimo dieci o dodici per uno; con fertilizzanti, o altro si arriva al trenta per uno. Qui Gesù spara grosso trenta, sessanta, cento per uno; un frutto insperato, prodigioso.
Estratti da una catechesi di Silvano Fausti

Il seminatore, colui che avvia la primavera del mondo
Ermes Ronchi

Egli parlò loro di molte cose con parabole. Magia delle parabole: un linguaggio che contiene di più di quel che dice. Un racconto minimo, che funziona come un carburante: lo leggi e accende idee, suscita emozioni, avvia un viaggio tutto personale.
Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo. Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole
Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio. Il seminatore uscì a seminare. Non ‘un’, ma ‘il’ seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fa che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita. Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore, il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana di vita.
Abbiamo tutti negli occhi l’immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui. Il seguito è spiazzante: il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi. Non è distratto o maldestro, è invece uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io.
Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento. Un’iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi.
Tuttavia, per quanto il seme sia buono, se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono. Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio. Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d’amore. Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza.
Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore. Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto. Che cosa vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell’uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù.

“Il seminatore uscì a seminare…”
 Enzo  Bianchi

L’ordo liturgico ci fa ascoltare per tre domeniche alcune parabole raccolte in Matteo 13, il terzo lungo discorso di Gesù in questo vangelo, detto appunto “discorso parabolico”. Il tempo dell’ascolto entusiasta di Gesù da parte delle folle sembra esaurito e ormai si è palesata l’ostilità dei capi religiosi giudaici, che sono giunti alla decisione di “farlo fuori” (cf. Mt 12,14).

Sì, è accaduto così e accade così anche oggi nei confronti di chi predica e annuncia veramente il Vangelo. E noi possiamo essere non solo perplessi, ma a volte sgomenti: ogni domenica nella nostra terra d’Italia più di dieci milioni di uomini e donne che credono, o dicono di credere, in Gesù Cristo si radunano nelle chiese per ascoltare la parola di Dio e diventare eucaristicamente un solo corpo in Cristo. Eppure constatiamo che a questa partecipazione alla liturgia non consegue un mutamento: non accade qualcosa che manifesti il regno di Dio veniente. Perché succede questo? La parola di Dio è inefficace? Chi la predica, predica in realtà parole sue? E chi ascolta, ascolta veramente e accoglie la parola di Dio? E chi l’accoglie, è poi conseguente, fino a realizzarla nella propria vita?

Quando Matteo scrive questa pagina che presenta Gesù sulla barca intento ad annunciare le parabole, interrogativi simili risuonano anche nella sua comunità cristiana. I cristiani, infatti, sanno che la parola di Dio è dabar, è evento che si realizza; sanno che, uscita da Dio, produce sempre il suo effetto (cf. Is 55,10-11): e allora perché tanta Parola predicata, a fronte di un risultato così scarso? Ma le parabole di Gesù, racconti che vogliono rivelare un senso nascosto, ci possono illuminare. Gesù fa ricorso alla realtà, al mondo contadino di Galilea, a ciò che ha visto, contemplato e pensato, perché si dava del tempo per osservare e trovare ispirazione per le sue parole, che raggiungevano non gli intellettuali, ma gente semplice, disposta ad ascoltare. Avendo visto più volte il lavoro dei contadini, così Gesù inizia a raccontare, con parole molto note, che per questo vanno ascoltate con ancor più attenzione:

Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti!

In questa parabola stupisce la quantità di seme gettato dal seminatore, e chi non sa che in Palestina prima si seminava e poi si arava per seppellire il seme, potrebbe pensare a un contadino sbadato… Invece il seme è abbondante perché abbondante è la parola di Dio, che deve essere seminata, gettata come un seme, senza parsimonia. Ma il predicatore che la annuncia sa che ci sono innanzitutto ascoltatori i quali la sentono risuonare ma in verità non l’ascoltano. Superficiali, senza grande interesse né passione per la Parola, la sentono ma non le fanno spazio nel loro cuore, e così essa è subito sottratta, portata via. Ci sono poi ascoltatori che hanno un cuore capace di accogliere la Parola, possono addirittura entusiasmarsi per essa, ma non hanno vita interiore, il loro cuore non è profondo, non offre condizioni per farla crescere, e allora quella predicazione appare sterile: qualcosa germoglia per un po’ ma, non nutrito, subito si secca e muore. Altri ascoltatori avrebbero tutte le possibilità di essere fecondi; accolgono la Parola, la custodiscono, sentono che ferisce il loro cuore, ma hanno nel cuore altre presenze potenti, dominanti: la ricchezza, il successo e il potere. Questi sono gli idoli che sempre si affacciano, con volti nuovi e diversi, nel cuore del credente. Queste presenze non lasciano posto alla presenza della Parola, che viene contrastata e dunque muore per mancanza di spazio. Ma c’è anche qualcuno che accoglie la Parola, la pensa, la interpreta, la medita, la prega e la realizza nella propria vita. Certo, il risultato di una semina così abbondante può sembrare deludente: tanto seme, tanto lavoro, piccolo il risultato… Ma la piccolezza non va temuta: ciò che conta è che il frutto venga generato!

Questi racconti in parabole non erano comuni tra i rabbini del tempo di Gesù, e anche per questo i discepoli gli chiedono conto del suo stile particolare nell’annunciare il Regno che viene. Gesù risponde loro con parole che ci stupiscono, ci intrigano e ci chiedono grande responsabilità: “A voi è stata consegnata la conoscenza dei misteri del regno dei cieli”. Nel passo parallelo di Marco, a cui Matteo si ispira, queste parole di Gesù sono ancora più forti: “A voi è stato consegnato il mistero del regno di Dio” (Mc 4,11). Sì, proprio ai poveri discepoli è stato affidato e consegnato, da Dio (passivo divino), ciò che riguarda il suo regno. Per dono di Dio essi hanno accesso a una conoscenza che li rende capaci di vedere il velo alzato sul mistero, su ciò che era stato nascosto per essere svelato. Non è un privilegio per i discepoli, ma una grande responsabilità: a loro è stata data la conoscenza di come Dio agisce nella storia di salvezza!

Ecco però, subito dopo, l’annuncio di una contrapposizione: vi sono invece altri che vedendo non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono, restando chiusi nella loro autosufficienza, nella loro autoreferenzialità religiosa. E si badi bene ai semitismi di queste parole di Gesù, ispirate al profeta Isaia (cf. Is 6,9-10): esse non vogliono indicare arbitrio da parte di Dio, il quale consegnerebbe il Regno ad alcuni e lo negherebbe ad altri. Si deve invece comprendere che chi è destinatario della parola predicata da Dio e non l’ascolta, ma la lascia cadere, non resta nella situazione di partenza. La “parola di Dio”, sempre “viva ed efficace” (Eb 4,12), quando è accolta, salva, guarisce e vivifica; al contrario, quando è rifiutata, causa la malattia della sclerocardia, della durezza del cuore, che diventa sempre più insensibile alla Parola, sempre più incapace di sentirsi toccato e ferita da essa. È così, ma non per volontà di Dio, bensì per il rifiuto da parte dell’essere umano: gli viene offerta la vita, ma non la accoglie, e di conseguenza va verso la morte…

Sovente il popolo di Israele, ma anche il popolo dei discepoli di Gesù, ha un cuore indurito, ha orecchi chiusi, ha occhi accecati, e così non solo non comprende ma neppure discerne la parola del Signore e non fa nessun tentativo di conversione, di ritorno a Dio, il quale sempre ci attende per guarire i nostri orecchi e i nostri occhi. Basterebbe riconoscere e affermare: “Siamo ciechi, siamo sordi, parlaci Signore!”. Eppure quella dei giorni terreni di Gesù era “un’ora favorevole” (2Cor 6,2), l’ora della visita di Dio (cf. Lc 19,44), l’ora della misericordia del Signore (cf. Lc 4,19). Perciò Gesù dice ai discepoli che lo circondano: “Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti dell’antica alleanza hanno desiderato di essere presenti nei giorni del Messia, hanno sognato di vederlo in azione e di ascoltare le sue parole, ma a loro non è stato possibile. Voi invece, voi che ho chiamato e che mi avete seguito, avete potuto vedere con i vostri occhi e ascoltare con i vostri orecchi”. Addirittura il discepolo amato potrà aggiungere, con audacia: “Avete potuto palpare con le vostre mani la Parola della vita” (cf. 1Gv 1,1). Non un’idea, non un’ideologia, non una dottrina, non un’etica, ma un uomo, Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, venuto da Dio! “Voi lo avete incontrato e ne avete fatto esperienza con i vostri sensi. Sì, beati voi!”.

Dunque, a noi che ogni domenica ascoltiamo la Parola e accogliamo la sua semina nel nostro cuore, non resta che vigilare e stare attenti: la Parola viene a noi e noi dobbiamo anzitutto interiorizzarla, custodirla, meditarla e lasciarci da lei ispirare; dobbiamo perseverare in questo ascolto e in questa custodia nel nostro cuore; dobbiamo infine predisporci alla lotta spirituale per custodirla, farle spazio, difenderla da quelle presenze che ce la vorrebbero rubare. In breve, basta avere fede in essa: la Parola, “il Vangelo è potenza di Dio” (Rm 1,16).

http://www.monasterodibose.it

Missione con la speranza di Dio,
seminatore prodigo e ostinato
Romeo Ballan mccj

Poche cose nella natura sono così piccole, quasi invisibili, eppure così potenti e sorprendenti come i semi delle piante. Ce ne sono a miriadi e di ogni specie, entrano dappertutto, li calpestiamo o si attaccano ai vestiti senza che ce ne accorgiamo; sembrano insignificanti, eppure sono forti, resistenti, con capacità enormi di sviluppo. Tutte le piante del bosco, orto, frutteto o giardino hanno origine da un pugno di semi: in essi la Natura ha concentrato potenzialità di sviluppo quasi infinite. Nella parabola odierna – detta del seminatore – (Vangelo), Gesù, da bravo Maestro e attento osservatore della natura, tesse il suo noto e straordinario insegnamento partendo proprio dai semi. Tre sono le angolature sotto cui si può studiare questa parabola: il seminatore, il seme e i terreni; tutti e tre con una proiezione di universalità.

Anzitutto, il seminatore sorprende per la sua prodigalità. Agisce da sprovveduto, ‘inesperto’, ‘sprecone’, getta il seme dappertutto, quasi senza voler accorgersi dove finisce: sulla strada, tra i sassi, le spine, e finalmente sul terreno buono. Il seminatore è simbolo di speranza: spes in semine (la speranza è nel seme) si dice. Il seminatore è immagine del Dio di vita, di speranza e misericordia; un Dio contadino prodigo e ostinato nella distribuzione dei suoi doni, capace di trasformare un cuore di pietra in cuore di carne e di far fiorire un seme dalla roccia. Un Dio che ama tutti, vuole che la sua parola arrivi a tutti, “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tim 2,4). Nessuno è discriminati, nessuno escluso dalla semina divina. Il nostro Dio è come il contadino: paziente, tenace, fiducioso, spera sempre, sa aspettare, rispetta i tempi di maturazione di ciascuno. E così nella vita e nelle culture di tutti i popoli, anche se non ancora evangelizzati, si trovano doni e valori che hanno la loro origine e pienezza nel Dio che è Padre di tutti e datore di ogni bene.

Il seme è la Parola di Dio, è Gesù stesso, Verbo e dono del Padre, Dio in carne umana, Cristo, che è la pienezza del Regno. L’annuncio missionario del Vangelo di Gesù fa crescere i valori presenti nelle culture, li purifica e li porta alla perfezione. A ragione, già San Giustino (+ 165) chiamava tali valori i ‘semi del Verbo’. Parola efficace del Padre, il Verbo è come la pioggia (I lettura) che scende dal cielo per irrigare la terra, fecondarla e far germogliare nuovi frutti (v. 10). Questo Seme divino ha una potenzialità infinita: offre a tutti salvezza; non vi sono barriere capaci di impedire che la salvezza arrivi ovunque, a chiunque, compresi i più disperati. Nel mondo, che è il campo del Padre – sempre bello da contemplare! – (Salmo responsoriale), non vi sono persone o realtà irrecuperabili. Questo è il fondamento dell’ottimismo cristiano: tenace, al di sopra di ogni resistenza. Questa è la speranza che sostiene il missionario: egli crede alle sorprendenti potenzialità della Parola che va seminando, spera sempre che il seme produca frutti, mette in gioco la sua vita per salvare se stesso e gli altri.

Dio ha scelto di lasciarsi condizionare dai terreni diversi. Nel cuore di ogni persona ci sono sassi e spine, ma anche un po’ di terra buona, capace di far germogliare i semi di Dio. Siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi. Egli offre generosamente la sua salvezza a tutti, ma non forza nessuno, rispetta e si affida alla libertà umana. I terreni diversi, cioè ogni persona, ognuno di noi, abbiamo la capacità di accogliere o di rifiutare il seme. Questo è il dramma dell’esistenza umana, con la sua facoltà di scegliere tra essere strada, sasso, spine, o terra buona. E anche quest’ultima con diversi gradi di risposta: produrre il 30, il 60, il 100 per uno (v. 8.23). L’etica del Vangelo non cerca campi perfetti, ma fecondi; la potenza della Parola è capace di trasformare anche i cuori duri e farli produrre, anche se almeno parzialmente. Dentro i meandri del cuore umano si inserisce l’opera dello Spirito (II lettura), che è presente anche nella creazione che geme e soffre in attesa della salvezza piena dei figli di Dio (v. 23).

Nella storia delle missioni e nell’attività di evangelizzazione si fa spesso la grata scoperta di tesori di santità e di grazia anche là dove tutto sembra arido, sassoso, prematuro. Alcuni esempi lo confermano. Nel profondo Darfur (regione occidentale del Sudan, da decenni devastata da violenze senza fine) Dio ha fatto brillare la grandezza di una ex-schiava, santa Bakhita. Altri esempi. In mezzo agli orrori della guerra civile del Congo (1964), Dio ha acceso la luce della beata Clementina Anuarite, martire della castità e del perdono. Tra le testimonianze recenti di terreni buoni possiamo ricordare anche: santa Maria Goretti, la santa Madre Teresa di Calcutta, Gandhi e tante altre persone conosciute a livello delle Chiese locali. A proposito di terreni, la storia mostra che ci sono vicende alterne e mutevoli secondo i tempi e gli avvenimenti: epoche di accoglienza e di buoni frutti, seguite da chiusure, rifiuti, o nuovi ritorni.

Non dimentichiamo che nella parabola odierna Gesù parla del seminatore, non del raccoglitore. Nella società e nella Chiesa molti preferirebbero il compito di mietitori e vendemmiatori piuttosto che di seminatori; ma l’invito di Gesù è a diventare seminatori di vita, solidarietà, compassione, speranza. Oggi la Chiesa ci fa chiedere al Padre, con la potenza dello Spirito, “la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace”. (Orazione colletta).