Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Luigi Maria Epicoco
“Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù”.
Che destino infelice è toccato a Tommaso. Tutti vedono Gesù e lui è l’unico che è tagliato fuori da questa esperienza. Forse sarà stato a cercare provviste, a sbrigare qualche incombenza, a occuparsi di qualcosa di importante, ma di fatto nel momento dell’incontro con il Risorto lui non era presente. 
“Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»”.
A poco servono le rassicurazioni e le testimonianze degli amici. Tommaso è il protettore degli incontentabili, di quelli cioè che rifiutano con tutto loro stessi le teorie del “mi fido”. E in fondo ha anche ragione, perché una cosa così decisiva come la fede non può essere semplicemente basata sull’esperienza degli altri. Ma la cosa che lo induce a sbagliare è chiudersi all’attesa, scartare la possibilità che sia vero, mettere condizioni ben precise per cui credere davvero. Se da una parte è vero che nessuno di noi può vivere di esperienza riflessa, è pur vero che la testimonianza degli altri deve aprirci a una operosa attesa di quell’esperienza che accade quando e come Gesù vuole. In questo senso credere non è solo fare esperienza diretta ma anche desiderare e attendere questa esperienza  decisiva. La parola credente è in realtà un verbo di movimento. L’atto del credere è sempre una tensione tra la mia incredulità e la mia professione di fede. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse:
«Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Credere è professare la fede anche in tempo di incredulità personale.
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Paolo Curtaz 
Oggi celebriamo la splendida figura di Tommaso apostolo, protagonista di una delle pagine più intense dell’intero vangelo, per ricordarci che la fede passa anche attraverso il superamento del dolore. Tommaso è soprannominato didimo, cioè gemello. È vero: ci assomiglia, e tanto. È come noi nell’entusiasmo con cui ha incontrato il Maestro, sempre disposto a seguirlo anche quando, così ci dice Giovanni, il ritorno in Giudea per guarire Lazzaro era pericoloso. Ci assomiglia nella serietà delle sue richieste, nel volere e ricercare delle indicazioni per seguire la sua via, ricevendo così, anche per noi, da Gesù, la splendida risposta: io sono la via, la verità, la vita. Ci è simile anche negli aspetti negativi quando, come tutti i discepoli, fugge davanti agli eventi dell’arresto e della crocefissione. Ci assomiglia quando, tornato al Cenacolo, accoglie con freddezza la testimonianza di Pietro e degli altri che gli annunciano di avere incontrato il Signore Risorto. Anche noi siamo perplessi davanti all’incoerenza di una Chiesa che, spesso, non vive ciò che proclama. Ma, lo voglia il Signore, speriamo noi di essere simili a Tommaso nella sua grande fede quando, pur non credendo all’annuncio dei suoi amici, resta con loro. Non fugge, non fa lo schizzinoso, non pensa di essere migliore di loro. E fa bene perché proprio per lui poi viene il Signore risorto invitandolo a credere e a superare il suo dolore. Grandissimo Tommaso!