Festa del Cuore di Gesù
Matteo 11,25-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli : «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27 Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
28 Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Commento di Enzo Bianchi

Dopo il discorso missionario rivolto da Gesù ai discepoli (cf. Mt 10), nel vangelo secondo Matteo leggiamo una sezione narrativa che ci testimonia l’esistenza intorno a Gesù stesso di un clima di tensione e di contraddizioni alla sua persona (cf. Mt 11-12).

Dalla prigione Giovanni il Battista manda i suoi discepoli a chiedergli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3). Domanda che esprime non una mancanza di fede ma un dubbio al quale Gesù risponde rinnovando la fede di Giovanni, percependo però anche che di fronte alla propria parola e al proprio stile vi è chi si interroga. Nel frattempo Gesù conosce anche il rifiuto da parte di coloro ai quali si sentiva inviato come porta-parola di Dio e si chiede come mai quella generazione che ha rifiutato Giovanni, asceta rigorista, rifiuta anche lui, che invece ha mostrato un volto misericordioso, accogliente e solidale verso i peccatori (cf. Mt 11,16-19). Proprio le città in cui Gesù aveva fatto azioni prodigiose, come Corazin e Betsaida, le “sue città”, da lui evangelizzate, non hanno dato segni di conversione (cf. Mt 11,20-24)…

Il contesto è dunque pesante, è un’ora di prova nel ministero di Gesù, un’ora in cui sono possibili, anzi quasi fisiologici, lo scoramento e il senso di fallimento. Ma Matteo sottolinea che proprio “in quel tempo” (en ekeíno tô kairô), in quell’ora di “crisi”, Gesù fa sgorgare dal suo cuore un inno di lode gioiosa e convinta a Dio: “Riconosco, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai saggi e agli intellettuali e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché questa è stata cosa gradita davanti a te”. Non un lamento si alza da Gesù verso Dio, ma una confessione che è lode e benedizione. Gesù si rivolge a Dio con una confidenza unica: lo chiama “Padre”, in aramaico “Abba”, perché in questo nome sono racchiusi per Gesù la tenerezza, l’amore e la misericordia. Dio è Creatore e Signore del cielo e della terra, è l’Altissimo, ma il credente lo riconosce in una relazione di intimità paterna, carica di sentimenti d’amore. Per questo Dio lo si adora come Signore, lo si invoca e si parla a lui come a un Padre.

Così Gesù lo invoca e confessa la sua fede in lui: “Padre, proclamo la tua lode, riconosco la tua volontà e il tuo operare: ciò che hai nascosto a quanti erano convinti di meritarlo, lo hai rivelato ai piccoli che non vantavano alcun merito”. Certamente qui il linguaggio di Gesù, che risente dello stile semitico, va decodificato. Sembrerebbe infatti che Dio nasconda arbitrariamente qualcosa, la verità profonda, a saggi e intellettuali, mentre si riservi di comunicarla solo ai piccoli, ai poveri e agli ultimi. Come se ci fosse nelle parole di Gesù una condanna dell’intelligenza e un’esaltazione dell’ignoranza… No! Conosciamo bene i semitismi, espressioni linguistiche secondo le quali ciò che accade ha sempre come soggetto Dio, perché si esprime in modo forte e diretto l’azione di Dio, senza considerare la dinamica nel suo svolgimento. È la stessa dinamica presente nel libro dell’Esodo: “Il Signore indurì il cuore del faraone, il quale non lasciò partire i figli d’Israele” (Es 10,20). Come dobbiamo comprendere tali parole? Dio inviò la sua parola di salvezza al faraone, attraverso i suoi messaggeri, ma egli la rifiutò, sicché il risultato fu l’indurimento del suo cuore. È il faraone, con la sua responsabilità di aver rifiutato la parola di Dio, che indurisce il suo cuore nella piena libertà e responsabilità personale. Allo stesso modo, il nostro brano evangelico non va inteso nel senso che Dio precluda la rivelazione ai saggi e agli intellettuali di questo mondo; attraverso Gesù Dio si rivolge a costoro, ma essi non accolgono la sua parola e così facendo induriscono orecchi e cuore. Ecco come avviene il nascondimento delle cose di Dio.

Non siamo forse anche noi testimoni di queste realtà? Proprio quelli che sono saggi, che mondanamente hanno acquisito saggezza, proprio quelli che sono esercitati intellettualmente e raggiungono un’alta qualità di conoscenza mondana della realtà, non sono poi capaci di aprirsi alla buona notizia del Vangelo e di accoglierla. L’Apostolo Paolo ha visto e sperimentato questo stesso scacco del Vangelo quando ha predicato di fronte ai saggi e agli intellettuali di questo mondo, come testimonia nella Prima lettera ai Corinzi: “La parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che sono salvati è potenza di Dio … Dov’è il saggio? Dov’è l’intellettuale? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo?” (1Cor 1,18.20). Il risultato della predicazione del Vangelo è folle! Aderiscono a esso i poveri, gli ultimi, le vittime e gli scarti della società, quelli che non contano, mentre rigettano questo dono i saggi, gli intellettuali, i nobili, le élites e quelli che contano, “gli árchontes di questo mondo” (1Cor 2,8).

“Sì, Padre, così hai voluto nella tua bontà”. Colui che guarda all’umiltà dei suoi servi, che scruta e discerne chi è piccolo, che conosce il cuore di chi nella sua povertà spera solo nel Signore, ha voluto che il velo che nasconde molte cose riguardanti il Salvatore e la salvezza fosse alzato (rivelazione) per i piccoli. Guardando a queste persone, Gesù le aveva dette beate (cf. Mt 5,1-12), sempre le aveva incontrate e accolte, sempre aveva potenziato la loro fiducia e libertà, e questa era la sua esperienza: questi piccoli hanno creduto, minoranza benedetta in mezzo a tanti indifferenti e ad altri ostili a Gesù e al suo Vangelo. È paradossale, eppure così avviene quando il Vangelo è annunciato e giunge agli uomini e alle donne!

Ma cosa sono “queste cose” che Dio ha nascosto ai saggi e rivelato ai piccoli? Essenzialmente la rivelazione che Gesù è colui che racconta e narra Dio (cf. Gv 1,18); e, insieme, la rivelazione da parte del Padre di Gesù, il Figlio, al credente. Su tale verità Gesù tornerà ancora nel vangelo secondo Matteo: “A voi è stata data la conoscenza dei misteri del regno dei cieli, a voi piccoli, poveri e umili, a voi discepoli” (cf. Mt 13,11). La missione di Gesù, e di conseguenza quella del discepolo, dell’inviato, può avvenire solo così: nel fallimento e nel successo si scoprono le intenzioni più profonde con cui Dio affida una missione al discepolo stesso.

Ed eccoci davanti alla grande rivelazione, che qualcuno ha definito “un bolide giovanneo” caduto in Matteo. Senza proiettare su queste parole nozioni teologiche che la chiesa ha saputo formulare più tardi, con l’aiuto dello Spirito santo, cerchiamo di comprendere questa autorivelazione di Gesù nella sua luminosa semplicità: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. A Gesù è stato dato tutto perché è il Figlio del Padre, colui che il Padre solo conosce, fino a poter dire di lui: “Tu sei il mio Figlio, l’amato” (cf. Mt 3,17; 17,5). Ma anche Gesù solo conosce pienamente il Padre, Dio, perché da lui è venuto nel mondo, e solo Gesù può far conoscere Dio al suo discepolo, perché nessuno va al Padre se non attraverso di lui (cf. Gv 14,6). Ecco la rivelazione dell’identità di Gesù, del suo rapporto con Dio, della conoscenza di Dio da parte del discepolo. Siamo al vertice della rivelazione divina di Gesù secondo il primo vangelo. Questo il mistero consegnato al discepolo, mistero da adorare, da accogliere in silenzio, da viversi quotidianamente nella fedele sequela di Gesù che ci porta al Padre…

Per questo proprio in quell’ora Gesù si rivolge all’uditorio con un invito: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, ‘e troverete riposo per la vostra vita’ (Ger 6,16). Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”. Gesù chiama a sé quelli che cercano Dio, desiderano vedere il suo volto, vogliono avere comunione con lui, ma sono gravati da precetti umani, intransigenze religiose, rigidità morali, insegnamenti non traducibili in vita… Li chiama a sé perché il suo “giogo” è dolce, leggero, semplice, e richiede solo di essere accolto con gioia, confidando nell’amore di Dio che è sempre preveniente e mai va meritato. Gesù è l’uomo delle beatitudini, proclamate perché da lui vissute in prima persona: è povero e umile, capace di piangere, mite, affamato e assetato di giustizia, puro di cuore, operatore di pace, perseguitato. Per chi si trova in queste condizioni, andare a Gesù significa trovare comunione, consolazione, intimità di un maestro che con dolcezza e umiltà accoglie sempre e non esclude nessuno. Chi non riesce a portare i pesi delle leggi, chi riesce solo a dire: “Pietà di me, che sono un peccatore!” (Lc 18,13), può andare da Gesù che lo accoglie tra le sue braccia e in lui riposare. Perché riposare è innanzitutto poter dimorare nella quiete tra le braccia di chi ci ama senza riserve.

C’è un giogo costruito dagli esseri umani, che racchiude comandi, precetti, osservanze, intransigenze, e c’è il giogo di Gesù, che è accoglienza dell’amore, della misericordia di Dio, dell’amore di fratelli e sorelle. Il giogo di Gesù non è senza fatiche: ma altro è faticare in quanto obbligati da precetti, altro è faticare per amore e ricevendo amore. Solo i piccoli, però, capiscono questa rivelazione, oggi come allora.

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Dio ama i legami, crea legami
Papa Francesco

«Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti» (Dt 7,7).

Dio si è legato a noi, ci ha scelti, e questo legame è per sempre, non tanto perché noi siamo fedeli, ma perché il Signore è fedele e sopporta le nostre infedeltà, le nostre lentezze, le nostre cadute.

Dio non ha paura di legarsi. Questo ci può sembrare strano: noi a volte chiamiamo Dio “l’Assoluto”, che significa letteralmente “sciolto, indipendente, illimitato”; ma in realtà, il nostro Padre è “assoluto” sempre e soltanto nell’amore: per amore stringe alleanza con Abramo, con Isacco, con Giacobbe e così via. Ama i legami, crea legami; legami che liberano, non costringono.

Con il Salmo abbiamo ripetuto: «L’amore del Signore è per sempre» (cfr Sal 103). Invece, di noi uomini e donne un altro Salmo afferma: “E’ scomparsa la fedeltà tra i figli dell’uomo” (cfr Sal 12,2). Oggi in particolare la fedeltà è un valore in crisi perché siamo indotti a cercare sempre il cambiamento, una presunta novità, negoziando le radici della nostra esistenza, della nostra fede. Senza fedeltà alle sue radici, però, una società non va avanti: può fare grandi progressi tecnici, ma non un progresso integrale, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

L’amore fedele di Dio per il suo popolo si è manifestato e realizzato pienamente in Gesù Cristo, il quale, per onorare il legame di Dio con il suo popolo, si è fatto nostro schiavo, si è spogliato della sua gloria e ha assunto la forma di servo. Nel suo amore non si è arreso davanti alla nostra ingratitudine e nemmeno davanti al rifiuto. Ce lo ricorda san Paolo: «Se noi siamo infedeli, lui – Gesù – rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13). Gesù rimane fedele, non tradisce mai: anche quando abbiamo sbagliato, Egli ci aspetta sempre per perdonarci: è il volto del Padre misericordioso.

Questo amore, questa fedeltà del Signore manifesta l’umiltà del suo cuore: Gesù non è venuto a conquistare gli uomini come i re e i potenti di questo mondo, ma è venuto ad offrire amore con mitezza e umiltà. Così si è definito Lui stesso: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). E il senso della festa del Sacro Cuore di Gesù, che celebriamo oggi, è quello di scoprire sempre più e di farci avvolgere dalla fedeltà umile e dalla mitezza dell’amore di Cristo, rivelazione della misericordia del Padre. Noi possiamo sperimentare e assaporare la tenerezza di questo amore in ogni stagione della vita: nel tempo della gioia e in quello della tristezza, nel tempo della salute e in quello dell’infermità e della malattia.

La fedeltà di Dio ci insegna ad accogliere la vita come avvenimento del suo amore e ci permette di testimoniare questo amore ai fratelli in un servizio umile e mite

Cari fratelli, in Cristo noi contempliamo la fedeltà di Dio. Ogni gesto, ogni parola di Gesù lascia trasparire l’amore misericordioso e fedele del Padre.   E allora dinanzi a Lui ci domandiamo: com’è il mio amore per il prossimo? So essere fedele? Oppure sono volubile, seguo i miei umori e le mie simpatie? Ciascuno di noi può rispondere nella propria coscienza. Ma soprattutto possiamo dire al Signore: Signore Gesù, rendi il mio cuore sempre più simile al tuo, pieno di amore e di fedeltà.

Festa Sacro Cuore di Gesù 2014

Imparate da me

Nella solennità odierna, la Chiesa offre alla nostra contemplazione il mistero del Cuore di un Dio che si commuove e riversa tutto il suo amore sull’umanità. Un amore che, nei testi del Nuovo Testamento, ci viene rivelato come incommensurabile passione di Dio per l’uomo. Nella seconda lettura, infatti, troviamo ripetuta l’affermazione che «Dio è amore». Su questo brano della prima lettera di Giovanni, papa Benedetto XVI ha scritto una bellissima enciclica, la Deus caritas est. In italiano la parola «amore» vuol dire «senza la morte». Amare qualcuno vuol dire fargli capire che lui per noi non morirà mai e che siamo disposti a dare la vita per lui.
Quante volte abbiamo sentito: «ti amo da morire». Che bella espressione!
Questa esclamazione sta a significare che sia ama veramente solo quando si è disposti a morire per l’altro e a morire a se stessi per far vivere l’altro in tutta la sua pienezza. In Gesù, Dio non solo ci ha detto, ma ci ha anche dimostrato, che ci ama da morire. Come possiamo, noi che siamo inseriti in questa magnifica realtà dell’amore del Padre, non amarci tra di noi? Come trattenere quella linfa vitale che dalla vigna, ossia da Gesù, passa ai tralci che siamo noi?
L’amore – quello vero, non la passione, il desiderio, l’istinto, l’appagamento… – costituisce l’identità del discepolo, generato dall’amore: «amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore», e indica la via della conoscenza di Dio. L’amore rivela la storia di Dio nella storia: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». Dunque, l’amore della comunità ecclesiale è la risposta all’iniziativa gratuita di Dio: «se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi». L’amore fraterno, dunque, diventa misura e verifica del nostro amore per il Signore.
L’evangelista scrive: «Venite a me […] e io vi darò ristoro». Ciò significa che dobbiamo imparare ad amare e a pregare più spesso e più intensamente il Signore, non solo nei momenti bui, difficili, di demoralizzazione. Impariamo ad «essere miti e umili di cuore», scolari sempre attenti a scorgere nei gesti e nelle parole del Signore la sua mitezza, la sua umiltà di cuore, consapevoli che non si finisce mai di imparare e che questi due atteggiamenti sono necessari nella vita di un cristiano.
Buttiamoci più spesso, con tanta fiducia, fra le braccia del Signore! Chiediamo di avere la sua mansuetudine!
Ebbene, se è vero che l’invito di Gesù a «rimanere nel suo amore» (cf Gv 15,9) è per ogni battezzato, nella festa del Sacro Cuore di Gesù, Giornata mondiale di santificazione sacerdotale, tale invito risuona con maggiore forza per i sacerdoti. Preghiamo sempre per loro, affinché possano essere validi testimoni dell’amore di Cristo.

don Lucio D’Abbraccio

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