Fede e Spiritualità
È difficile credere, soprattutto seguendo l’invito di Paolo che esorta a una “conoscenza più profonda di lui”: ma in fondo la sequela cristiana è tutta lì. E potrebbe essere pure un buon criterio per rivedere molte cose ecclesiali…
di SERGIO DI BENEDETTO
21 maggio 2023
http://www.vinonuovo.it
C’è tanto nell’epistola agli Efesini che oggi la Parola ci dona per provare a penetrare il mistero dell’Ascensione di Gesù.
Perché, dobbiamo dirlo con onestà, a noi venuti dopo i grandi fatti del Cristo risorto, la fede costa. Non abbiamo camminato con il Nazareno, non abbiamo ascoltato direttamente le sue parole, non abbiamo visto i suoi prodigi. Non abbiamo nemmeno potuto vederlo Risorto nel cenacolo o sulla via di Emmaus. Insomma, dal momento della sua ‘ascesa’ inizia il tempo delle fede e della speranza per l’umanità, per tutti noi, in un’attesa che, come dice il Vangelo di Matteo nella sua ultima frase, giungerà “alla consumazione del tempo” (così il termine greco aion, che comprende però anche tutto ciò che nel tempo vive e abita). Insomma, non è né facile né scontato credere, lo sappiamo, ed è sempre in direzione di un futuro che compirà.
Nel tempo della fede, che è dono ma anche ricerca, Paolo coglie i punti fondamentali del nostro viaggiare: ci sono espressioni nella lettera agli Efesini che sono programma di vita per il cristiano, poiché egli dice che lo “spirito di sapienza e di rivelazione” ci può condurre a “una profonda conoscenza di lui”: è meraviglioso l’aggettivo che indica la fede e la relazione con il Risorto, nella rivelazione dello Spirito: profonda. Viene da domandarsi quanto del nostro essere cristiani sia veramente finalizzato alla profondità della conoscenza di lui; quanto del nostro agire, del nostro pregare, nel nostro leggere o riflettere, del nostro essere parte della Chiesa abbia come meta la “profonda conoscenza di lui”. Perché una conoscenza relazionale non è mai statica, ma sempre dinamica, sempre in movimento, sempre in un approfondimento che diventa anche un cammino di essenzialità: molto togliere per poco (necessario) mantenere. Forse questo potrebbe essere pure un buon criterio di riforma e di revisione di molte attività e strutture delle nostre chiese…
Diventa così necessario, sempre per stare a Paolo, avere una luce che illumini “gli occhi del vostro cuore”: non solo ragione, ma anche sentimento, corpo, emozione. Tutto del nostro essere persone è in sequela, tutto della nostra vita è chiamato a entrare in gioco, con coraggio e libertà, “per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati”.
C’è una poesia di Mario Luzi, scritta verso la fine della sua vita, che amo molto: essa risuona alle radici con le stesse note di Paolo:
Vorrei arrivare al varco
con pochi essenziali bagagli,
liberato da molti inutili,
inerziali pesi e zavorre
di cui l’epoca tragica e fatua
ci ha sovraccaricato, noi uomini.
E vorrei passare questa soglia
sostenuto da poche,
sostanziali acquisizioni di scienza e pensiero
e dalle immagini irrevocabili per intensità e bellezza
che sono rimaste
come retaggio.
Occorre credo una catarsi,
una specie di rogo purificatorio
del vaniloquio
cui ci siamo abbandonati e del quale ci siamo compiaciuti.
Il bulbo della speranza
che ora è occultato
sotto il suolo ingombro di macerie
non muoia,
in attesa di fiorire alla prima primavera.