Lectio divina

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Atti degli Apostoli (cap. 24-26)
NELLA LUCE VEDO LA LUCE
di Pino Stancari

Un cammino di conversione

Le pagine che esamineremo sono un poco trascurate, come se fossero prive di teologia. Io vorrei ribadire esattamente l’opposto: queste pagine sono pregnanti di teologia, di quella teologia che ci aiuta a interpretare dal di dentro il mistero della vita cristiana, così come si configura in continuità con l’evento nuovo che ha segnato la storia degli uomini: Gesù, il Figlio di Dio intronizzato nella gloria. Questo evangelo dilaga, cresce, si diffonde. Paolo è figura esemplare di questo itinerario di conversione, di questa novità dell’evangelo, di questo nuovo modo di stare al mondo che ci consente di identificare la fisionomia visibile e invisibile di un cristiano.

Paolo è ritornato a Gerusalemme alla ricerca di un programma che potesse inquadrare tutta la sua attività apostolica, missionaria, pastorale, in rapporto ai problemi nuovi che si sono venuti man mano manifestando nel corso della sua generosa attività di evangelizzazione.

Ritornato a Gerusalemme, ci siamo resi conto del fatto che la ricerca di quel certo programma si è andata man mano trasformando, evolvendo. Per certi versi è giunto a constatare come la sua pretesa fosse eccessiva e sproporzionata. Paolo ha dovuto arrendersi alla evidenza di un mistero che lo precede, che gli viene incontro, che lo avvolge, che lo trascina lungo un percorso di conversione che riguarda lui, proprio lui, in modo sempre più intimo, radicale. Questo ritorno di Paolo a Gerusalemme si è meglio precisato come ritorno di Paolo all’origine della sua vita cristiana.

E’ vero che Paolo è già un cristiano, un uomo nuovo, un uomo che si è convertito da un pezzo, ma è anche vero che Paolo è un cristiano che è alle prese con la novità che struttura radicalmente la sua condizione umana in una nuova relazione con il mistero di Dio che si è rivelato, che si rivela, che ha introdotto nella storia umana una forza di salvezza, dotata di una fecondità universale: l’evangelo. Ed è in relazione all’evangelo che Paolo scopre come la sua vita già avvenuta, in realtà è ancora in corso. Un uomo che si converte, un uomo che è alle prese con l’evangelo e constata che esso è sempre nuovo, nuovo non soltanto in termini teorici o per utilità pastorale rivolta ad altri interlocutori, ma è sempre nuovo per lui. Noi l’abbiamo accompagnato fino a quando giunto a Gerusalemme, convinto di essere ormai in procinto di affrontare la morte nel nome di Gesù per essere martire in obbedienza alla vocazione che gli è stata donata. Paolo si rende conto che le cose non vanno come egli se le era prospettate. A Gerusalemme Paolo non morirà, non è il momento del suo martirio.

Ci siamo trovati dinanzi a quella folgorazione che colpisce in profondità l’animo di Paolo quando, nel corso di un tumulto che a lui sembrerebbe proprio provocare un effetto devastante, ricorda Stefano, quel povero testimone che Paolo ha osservato mentre subiva ingiustamente l’aggressione di coloro che lo uccisero. Stefano, morendo, benediceva, perdonava, elargiva a tutti, indiscriminatamente, un segno di misericordia, di compassione, di benevolenza. Paolo che ricorda adesso, rimane folgorato. Il martirio non è riducibile a un puro atto di violenza, e di violenza subita, in questo caso, di violenza subita innocentemente. Il martirio che segna la maturità della vita cristiana si realizza come testimonianza resa a quella volontà di amore che scaturisce dal grembo del Dio vivente e che è rivolta a tutti gli uomini per la conversione, per la riconciliazione, per la salvezza di tutti.

Paolo si è reso conto di essere fuori misura, di essere quasi grottesco nella sua programmazione, nella sua previsione, nel suo modo di impostare la vita di un cristiano. Dal suo punto di vista oramai è pronto per rendere l’estrema testimonianza. Paolo si è reso conto che è ancora un itinerario di conversione, di conversione più autentica e più qualificata quello che l’aspetta. Un itinerario di conversione che ancora deve affrontare e da cui dipende la maturazione della sua vita cristiana. Paolo si è reso conto che quanto sta all’origine della sua vocazione di cristiano è stato l’incontro con un povero cristiano, che, mentre subiva ingiustamente l’aggressione, benediceva. All’origine dell’evangelizzazione c’è una testimonianza di amore che è più forte della violenza, una testimonianza di amore che vince la morte in una gratuita effusione di benedizione per tutti gli uomini.

Paolo da quel momento in poi cambia atteggiamento: è cittadino romano, non può essere flagellato. Decidono di ucciderlo, approfittando di un suo passaggio. Sono ben 40 i congiurati che hanno giurato questo e Paolo fa informare il tribuno. Il tribuno decide di trasferirlo a Cesarea. Paolo trasferito a Cesarea, fine del cap. 23.

E’ un carcerato, lo hanno incatenato, ma è un cittadino romano. Paolo si difende in modo molto sobrio, ma anche molto preciso, molto lucido. E’ vero che è un cristiano, ma è bisognoso di conversione. E’ vero che non soltanto è stato evangelizzato, ma è già stato egli stesso impegnato sul fronte della evangelizzazione. Eppure Paolo si è reso conto di essere, alle prese con l’evangelo, un apprendista.

A cavallo verso Cesarea

L’hanno caricato su una cavalcatura e lo portano fino a Cesarea. (…) Questo è un racconto teologico, non è semplicemente una divagazione agiografica. E’ il racconto di un mistero, il mistero della vita cristiana. E’ il mistero della vita di un uomo che si converte nell’impatto con la novità dell’evangelo.

Alla fine del cap. 23 compare il verbo caricare e il sostantivo cavalcatura che leggiamo nella parabola del buon samaritano (Lc 10): un tale rimane mezzo morto in mezzo alla strada, passa il samaritano, lo carica sulla cavalcatura. Quella è la situazione in cui si trova Paolo. E’ il samaritano che passa e lo carica. In quel caso, nella parabola, un uomo discendeva da Gerusalemme a Gerico. Adesso c’è un uomo che discende da Gerusalemme a Cesarea. Gerico sta ad oriente, Cesarea ad occidente, ma l’itinerario è del tutto analogo.

Paolo scopre di essere lui dentro quella parabola. D’altra parte, nel racconto evangelico, è un dottore della legge che si fa avanti, che interroga Gesù (Lc 10,25) e Paolo è dottore della legge ed è Paolo che interroga Gesù. Paolo scopre che mai come adesso sta vicino a Gesù. Gesù il samaritano, Gesù che lo ha caricato, Gesù che si è preso cura di lui. Apparentemente il grande progetto mirato alla estrema testimonianza, il martirio, il sangue versato nel nome di Gesù a Gerusalemme, il gesto della suprema offerta di sé per l’ideale della evangelizzazione, tutto questo è venuto meno. Una nuvola che è svaporata. E’ nell’animo di Paolo che questa tempesta si viene manifestando come un dono di pace, un dono originalissimo, mai sperimentato. Il Signore Gesù è proprio lui che si è avvicinato.

Questa situazione che, guardata dall’esterno, è poco entusiasmante (caricato sulla cavalcatura per essere tradotto da Gerusalemme a Cesarea in qualità di carcerato) per Paolo acquista il valore di una seconda nascita, una nuova nascita. D’altronde la vita cristiana è così: è sempre una nuova nascita nella relazione con il mistero del Signore che si insedia attraverso le vicende più imprevedibili per noi e forse più contraddittorie rispetto ai nostri progetti. Proprio attraverso le vicende che più contrastano le nostre intenzioni, il Signore si appropria del cuore umano, il Signore si insedia, il Signore viene, il Signore suscita dalle fondamenta di questo cuore umano così pieno di contraddizioni energie d’amore.

Paolo si è reso conto che è del tutto ridicola la sua pretesa di giungere al martirio nel nome di Gesù, quando in realtà lui ancora non ha imparato ad amare nel modo giusto. Cosa conta la scenografia del martirio se non ha ancora imparato ad amare, se il cuore non è aperto per accogliere e per benedire, se il cuore non è pronto a invocare la misericordia di Dio su tutti, compresi gli aggressori. Qui non si tratta di morire una volta per tutte, ma di accogliere l’evangelo fino in fondo al cuore, così che in un povero cuore umano, finalmente zampilli quella corrente di amore che viene dal Dio vivente, e anche attraverso questo povero cuore umano possa circolare la corrente dell’amore infinito di Dio. Dove sta l’evangelo? Come cresce l’evangelo? Come si sviluppa l’evangelizzazione?

La locanda

Paolo a Cesarea. Ricordate quel tale della parabola del samaritano viene sistemato in una locanda. Il carcere di Paolo a Cesarea è la sua locanda. Quel tale nella parabola viene sistemato, il samaritano lo cura con olio e vino, poi paga per lui, e poi dice: ritornerò. Il samaritano prosegue nel suo viaggio, ed è lui che sale a Gerusalemme, ed è lui che poi ritornerà. Il samaritano nella parabola è il Signore che affronta il suo cammino fino a salire a Gerusalemme per morire, risorgere. Ritornerà.

La nostra vita cristiana è in quella locanda, dove sono predisposti gli strumenti necessari per portare a maturazione quella vita, per sostenerla, educarla, in modo tale che possa fruttificare in attesa del Signore che ritorna.

Paolo si ritrova in quella locanda, Cesarea, il carcere nel quale viene sistemato per almeno due anni. Tra l’altro una delle componenti dell’epistolario paolino, è denominata proprio così: lettere della prigionia. E’ vero che non è la prima volta che Paolo va in prigione, ma è vero che è la prima volta che va in prigione in modo così duraturo. Due anni. Ci saranno altre carcerazioni di Paolo.

«Cinque giorni dopo arrivò il sommo sacerdote Anania insieme con alcuni anziani e a un avvocato di nome Tertullo e si presentarono al governatore per accusare Paolo. Quando questi fu fatto venire, Tertullo cominciò l’accusa».

Tertullo è un avvocato molto esperto ed elabora la sua requisitoria in modo tecnicamente ineccepibile. Il procuratore romano si chiama Felice, è un personaggio squallido, ma questo è un fatto che non sconcerta nessuno. Sono situazioni normali, risapute. Paolo si trova ora a bazzicare questi ambienti, c’è caduto dentro, ha a che fare con questa gente, situazioni doppie che vengono caricate di motivazioni giuridiche, quando in realtà il diritto non conta più niente, conta l’interesse privato, conta la simpatia personale. Tutto, però, avviene a norma di diritto. Paolo sguazza in questo ambiente e per quanto venga trattato con un minimo di attenzione, essendo un cittadino romano, il pretorio non è un ambiente gradevole. Il racconto si sviluppa in modo così piano, così lineare che la stessa narrazione del nostro Luca acquista una rilevanza teologica: Paolo tuffato in una situazione imbrogliata, inquinata, un pezzo di quel mondo che è il mondo degli uomini. Qui c’è di mezzo l’autorità di Roma, la autorità dei funzionari, la stessa dignità civile di Paolo, che ha dichiarato pubblicamente di essere cittadino romano per evitare la flagellazione. E in tutto questo l’evangelo dov’è? Il mistero di Dio che si è rivelato, dov’è? L’opera della salvezza dov’è? La missione della chiesa dov’è?

Paolo in carcere legge, studia, prega. Certamente ha a che fare con qualche ufficiale o con qualche militare di stanza a Cesarea, con altri galeotti come lui. Normalmente in carcere si incontra tanta brava gente: gente più o meno in disfatta, più o meno desolata, più o meno schiacciata dalle situazioni che la vita ha scaraventato loro addosso e a cui non sono in grado di reagire, per questo sono andati a finire in carcere. E li Paolo passa un giorno, un mese, un anno, un altro anno, passa la vita. E’ lo stesso Paolo che nelle pagine precedenti ha girato mezzo mondo, ha evangelizzato territori immensi, ha fondato chiese, le quali tra l’altro stanno crescendo e prosperando. Paolo è ora inchiodato in un carcere.

Leggendo queste pagine si tende a dire: qui non c’è più teologia, proprio perché la teologia viene rifiutata. E la teologia sta in questo dato così sconcertante per cui Paolo, l’evangelizzatore, è un uomo incatenato, costretto a dimorare nella cella di un carcere. Il fatto è che ci siamo resi conto come l’evangelizzazione non sia soltanto un fatto di portata missionaria, con una sua evidenza scenografica, con tutte quelle possibilità di incontro, di contatto, di coinvolgimento, per cui gli uomini sono raggiunti, sono visitati, sono interpellati, sono educati, ecc. Noi ci siamo resi conto del fatto, ed è esattamente questa la scoperta dinanzi alla quale Paolo si è dovuto fermare, che l’evangelo è in crescita in quanto scava il cuore di un uomo fino alla radice, in modo che nel cuore di un uomo sia operante quella forza di amore che si è riversata nel mondo. Dio così si è rivelato: il Padre che ha inviato il Figlio e la potenza dello Spirito di Dio che orami ci stringe nella comunione con il Figlio. Dio ha sconfitto la morte. E’ l’amore di Dio che ha introdotto nella storia umana la vittoria sulla morte. E questa vittoria passa attraverso la conversione del cuore umano.

Sembra che Paolo abbia rinunciato al mestiere di apostolo, di evangelizzatore, di missionario. In realtà Paolo sta stringendo il nodo da cui dipende ogni apostolato. E non sta stringendo il nodo perché se lo è programmato lui, gli eventi sono maturati in modo tale che si è trovato lui stretto da questo nodo.

Paolo accusato. Tertullo sviluppa le sue imputazioni, Paolo risponde. Lui non è sedizioso, non è un rivoluzionario, non è un disturbatore della quiete pubblica e nemmeno è un profanatore del tempio. Lui è un uomo devoto, si è recato a Gerusalemme senza disturbare nessuno, anzi ha portato aiuti per i confratelli del suo popolo. Nel tempio lui non ha offeso nessuno e in nessun modo ha operato per turbare le coscienze dei fedeli, dei devoti d’Israele, che è il suo popolo. Non ci sono prove, non ci sono motivi per ritenere valide quelle imputazioni. Paolo risponde a modo suo da 24,10 in poi. Il motivo per cui ce l’hanno con me, dice Paolo, è che io appartengo a quella nuova dottrina (greco: odos, strada) dei discepoli del Signore Gesù che professano, proclamano, testimoniano come Gesù è vittorioso sulla morte. Questa è la speranza del nostro popolo. Tutta la sua storia è stata sostenuta da questa promessa. La promessa ha come suo contenuto pieno la resurrezione dei morti, la vittoria sulla morte. E’ l’opera di Dio. Questa opera di Dio si è realizzata. Ce l’hanno con me perché io sono un fariseo, i farisei credono nella resurrezione. Questo è un particolare di ordine tecnico. Ce l’hanno con me perché tutto nella mia vita è dedicato, da un bel pezzo, oramai, a proclamare la vittoria di Dio sulla morte degli uomini, in modo tale che gli uomini sono richiamati alla vita, sono riportati alla vita, in modo tale che l’amore gratuito di Dio prepara per gli uomini peccatori strade di conversione, le strade che consentiranno agli uomini di maturare frutti d’amore nuovo per la pienezza della vita.

Paolo qui risponde in modo tale da scartarsi rispetto alle imputazioni che gli sono rivolte e mira al contenuto che dal di dentro costituisce il motivo della sua conversione radicale nell’intimo del suo cuore.

Alla fine del v. 21 dice: «A motivo della risurrezione dei morti io vengo giudicato oggi davanti a voi!».

C’è di mezzo la vittoria del Dio vivente sulla morte degli uomini, c’è di mezzo la vittoria dell’amore eterno e gratuito di Dio sulla durezza del cuore umano, c’è una strada di conversione che si apre per tutti gli uomini, peccatori che muoiono.

Paolo sta evangelizzando con l’offerta della sua povera realtà di uomo che si converte, un pover’uomo che si affida all’amore eterno di Dio, vittorioso sulla morte.

24,22: «Allora Felice, che era assai bene informato circa la nuova dottrina…li rimandò dicendo: Quando verrà il tribuno Lisia, esaminerò il vostro caso».

Un modo per rinviare, per disimpegnarsi, perché non vuole affrontare la questione. Si rende conto che Paolo non c’entra niente rispetto a quelle imputazioni che vengono rivolte verso di lui, ma non vuole inimicarsi i giudei, le autorità di Gerusalemme, perché è una questione di ordine pubblico da cui dipende anche la sua carriera e, quindi, rinvia. Nello stesso tempo Felice pensa di guadagnarci qualche cosa, in modo più esplicito.

«E ordinò al centurione di tenere Paolo sotto custodia, concedendogli però una certa libertà e senza impedire a nessuno dei suoi amici di dargli assistenza».

Perché questo? Perché Felice pensa che qualcuno possa pagare per Paolo.

«Dopo alcuni giorni Felice arrivò in compagnia della moglie Drusilla, che era giudea; fatto chiamare Paolo, lo ascoltava intorno alla fede in Cristo Gesù».

Paolo viene trattato come un giullare. Felice lo convoca: parlami un po’ di quelle cose. E’ curioso. Per certi versi è affascinato, per altri versi è un uomo superstizioso e ci vuole sghignazzare sopra. E’ un uomo di cultura.

«Ma quando egli si mise a parlare di giustizia, di continenza e del giudizio futuro, Felice si spaventò e disse: Per il momento puoi andare; ti farò chiamare di nuovo quando ne avrò il tempo. Sperava frattanto che Paolo gli avrebbe dato del denaro; per questo abbastanza spesso lo faceva chiamare e conversava con lui».

Sperava di guadagnarci qualche cosa, lui, procuratore romano. Che situazione! Questi amici non saltano fuori, nessuno parla per Paolo. Chissà perché. Paolo non ha voluto? D’altra parte troppe grane, troppi guai, troppi compromessi, meglio far finta di niente. Paolo si trova proprio in un bel pasticcio. E nessuno paga per lui.

E Felice lo tiene in carcere per due anni, aspettando che qualcuno tiri fuori un gruzzoletto così si troverebbe una soluzione dal punto di vista giuridico. Dal punto di vista della procedura processuale tutto è determinato dalle opportunità del momento. E l’opportunità del momento dipende per Felice da quello che sarà il suo guadagno privato.

Paolo vive in questo mondo, ci sta dentro. Sembra che non dica niente. Il fatto è che passano i giorni, i mesi, gli anni e la ricerca di Paolo prosegue e matura in quell’altra direzione che coincide con una consapevolezza sempre più matura delle cose. La ricerca di Paolo è rivolta verso la misteriosa profondità del cuore umano, perché è il cuore umano che deve aprirsi, è la durezza del cuore umano che dev’essere frantumata, è lo spazio interiore che si allarga. E Paolo, che è disceso in questo luogo così meschino, così immondo, così infernale, Paolo dall’abisso della sua condizione carceraria, guarda il mondo. Il mondo è fatto di uomini come Felice…. Il cuore di Paolo si spalanca.

Un successore: Porcio Festo

«Trascorsi due anni». Paolo è rimasto in carcere a fare il giullare, coinvolto in quel processo di sprofondamento, di immersione, di accostamento alle radici del cuore, di spalancamento del cuore, di conversione del cuore.

«Trascorsi due anni, Felice ebbe come successore Porcio Festo; ma Felice, volendo dimostrare benevolenza verso i Giudei, lasciò Paolo in prigione».

Se ne va e non decide. Adesso c’è un altro procuratore romano, Porcio Festo. Sembra molto dinamico, ma è sempre così quando cambia un funzionario. Il nuovo arrivato subito si comporta come se tutto dipendesse da lui: non è più come una volta, se il mio predecessore faceva ristagnare le pratiche, adesso tutto si risolve in un battibaleno. Un dinamismo travolgente quello di Porcio Festo.

«Festo dunque, raggiunta la provincia, tre giorni dopo salì da Cesarèa a Gerusalemme. I sommi sacerdoti e i capi dei Giudei gli si presentarono per accusare Paolo e cercavano di persuaderlo, chiedendo come un favore, in odio a Paolo, che lo facesse venire a Gerusalemme; e intanto disponevano un tranello per ucciderlo lungo il percorso. Festo rispose che Paolo stava sotto custodia a Cesarèa e che egli stesso sarebbe partito fra breve».

Subito li invita ad andare con lui per risolvere il caso. Finalmente abbiamo a che fare con l’uomo che ci voleva per risolvere i problemi dell’amministrazione pubblica! Tutto per dimostrare che il suo predecessore era un mascalzone, tutto per dimostrare che in realtà lui è peggio del precedente.

Porcio Festo a Cesarea convoca Paolo. Sono passati non più di 8-10 giorni. Già è salito a Gerusalemme e ne è ritornato.

«Il giorno seguente, sedendo in tribunale, ordinò che gli si conducesse Paolo. Appena giunse, lo attorniarono i Giudei discesi da Gerusalemme, imputandogli numerose e gravi colpe, senza però riuscire a provarle». Sono le solite accuse e Paolo di nuovo si difende. Noi conosciamo già come Paolo imposta le sue cose.

«Ma Festo volendo fare un favore ai Giudei, si volse a Paolo e disse: Vuoi andare a Gerusalemme per essere là giudicato di queste cose, davanti a me?».

Spostiamo la procedura da Cesarea a Gerusalemme. Là sarai processato davanti a me, quindi hai delle garanzie, ci sono io. Però un conto è essere processati innanzi al tribunale del procuratore romano, altro conto è essere processato a Gerusalemme alla presenza del procuratore romano, dinanzi alle autorità giudaiche. Festo abilmente, con una soluzione geniale, sta trasformando la sua posizione da quella del magistrato giudicante in quella del notaio. E Paolo risponde:

«Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, qui mi si deve giudicare. Ai Giudei non ho fatto alcun torto, come anche tu sai perfettamente».

Il linguaggio è molto sereno, sono passati due anni. Sembra anche molto perspicace. Sappiamo già come Paolo ha rinunciato da un pezzo a correre dietro a quelle immagini grandiose di un martirio di alto significato emotivo, di alto contenuto scenografico. Tutt’altro oramai, lo spettacolo non è più il suo mestiere: ma lo spettacolo non è mai il mestiere di nessuno. E Paolo dice: io sono davanti al tribunale dell’imperatore e qui debbo essere giudicato. Non ho fatto niente di male, non rifiuterei di morire se dovessi essere condannato a morire,

«ma se nelle accuse di costoro non c’è nulla di vero, nessuno ha il potere di consegnarmi a loro. Io mi appello a Cesare», al tribunale dell’imperatore a Roma. E’ diritto di un cittadino romano e Paolo fa appello a questo diritto, in una situazione così balorda, in cui non c’è nessuna imputazione chiara.

«Allora Festo, dopo aver conferito con il consiglio»

Festo si trincera dietro un comportamento solenne, formalizza il vuoto giuridico della situazione con questa prosopopea moraleggiante:

«Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai». Ma non c’è l’imputazione! Come fa a mandare un imputato a Roma per essere processato dinanzi all’imperatore, quando non ha una documentazione? Situazione paradossale. Paolo è dentro questa vicenda, dove gli avvenimenti maturano in base alla sensibilità di questo o quel personaggio, in base alla depravazione di questo o quell’altro aguzzino, in base alla prepotenza di questo o quest’altro intrallazzatore. Paolo è dentro questo mondo. La sua è la storia di un cristiano che si converte, che sprofonda negli avvenimenti, nelle relazioni sballate. Non ci sono nemmeno gli amici che pagano per lui. Sprofonda fino alla radice del cuore umano, si cala dentro e lo spazio si allarga. Questo fenomeno si riscontra in tante occasioni, proprio quando si ha a che fare con chi è passato attraverso l’esperienza del carcere. Un cuore si spalanca.

Agrippa e Berenice

Cap. 25, cosa succede adesso? «Erano trascorsi alcuni giorni, quando arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenìce, per salutare Festo». Questo è Erode Agrippa II, figlio di Erode Agrippa I morto nel cap. 12. Erode Agrippa II ha dei territori a titolo di re, un appannaggio che gli è stato assicurato dall’imperatore, certi territori nelle regioni settentrionali che sono sottoposti al suo dominio regale. E’ venuto per salutare il nuovo procuratore romano, lui con Berenice, sua sorella. Un rapporto molto chiacchierato questo, perché convivono come marito e moglie, ma sono fratello e sorella. Una situazione sconveniente. Siamo alle prese con dei giudei, in un contesto dove comportamenti del genere equivalgono a una bestemmia. Ma il re Erode Agrippa II fa quello che vuole. Erode Agrippa II, come sua sorella Berenice, è un pover’uomo anche lui, non può avere donne. Un povero mondo e, di miseria in miseria, lo squallore sempre più evidente, sempre più epifanico, sempre più clamoroso e tutto nel cuore di Paolo.

«E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re il caso di Paolo: C’è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice».

Il mio predecessore ha combinato un mucchio di guai, non ha risolto i casi ed ha passato a me le patate bollenti. Lui che aveva detto che avrebbe risolto tutto in un baleno, non risolve proprio niente, caso mai peggiora le situazioni. C’è questo accusato e non c’è motivo per condannarlo, non c’è chiarezza circa le imputazioni. Questo tale si è appellato al tribunale dell’imperatore. Io ho ordinato che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare, ma come posso inviarlo a Cesare se non ho un modo corretto per presentarlo?

Erode Agrippa è curioso. Intanto sia l’uno che l’altro sanno già tante cose circa la presenza di questi discepoli del Signore Gesù. Oramai sono realtà diffuse sul territorio qua e là, piccole comunità. Comunque nessuno si è fatto avanti per pagare un riscatto a vantaggio di Paolo. A Cesarea già c’è una comunità dei discepoli del Signore. A Cesarea il primo pagano che è stato evangelizzato è Cornelio nel cap. 10. A Cesarea c’è Filippo con le sue figlie. Eppure nessuno si è fatto avanti. Motivi loro, rispettabilissimi, anzi probabilmente hanno fatto bene così. Paolo non recrimina niente, non chiede niente. E’ la storia di un cristiano che è coinvolto in un processo di conversione sempre più radicale, c’è spazio nel cuore di un uomo, c’è spazio per tutte le infamie di questo mondo.

Erode Agrippa è curioso: mi piacerebbe ascoltare quest’uomo. Avverrà domani, basta che tu faccia uno schiocchio con le dita e lui verrà, come un animale da circo.

«Il giorno dopo, Agrippa e Berenìce vennero con gran pompa ed entrarono nella sala dell’udienza, accompagnati dai tribuni e dai cittadini più in vista; per ordine di Festo fu fatto entrare anche Paolo»

«Allora Festo disse: Re Agrippa e cittadini tutti qui presenti con noi… voi avete davanti agli occhi colui sul conto del quale tutto il popolo dei Giudei si è appellato a me, in Gerusalemme e qui, per chiedere a gran voce che non resti più in vita. Io però mi sono convinto che egli non ha commesso alcuna cosa meritevole di morte»

Non si capisce come mai sia ancora carcerato se è convinto che non ha commesso niente di meritevole di morte. Contraddizioni che non vengono minimamente messe a fuoco. «Essendosi appellato all’imperatore ho deciso di farlo partire. Ma sul suo conto non ho nulla di preciso da scrivere al sovrano».

Si squaglia come neve al sole questo personaggio, nel momento in cui sta esprimendo il massimo della sua potenza, del suo prestigio, della sua autorità di vita e di morte. E’ una poltiglia fangosa che si sta spremendo sulla scena del mondo.

«Per questo l’ho condotto davanti a voi e soprattutto davanti a te, o re Agrippa, per avere, dopo questa udienza, qualcosa da scrivere. Mi sembra assurdo infatti mandare un prigioniero, senza indicare le accuse che si muovono contro di lui».

E’ assurdo perché tu hai un unico obiettivo davanti a te: non fare brutta figura con il tribunale dell’imperatore! Paolo è li.

«Agrippa disse a Paolo: Ti è concesso di parlare a tua difesa. Allora Paolo, stesa la mano, si difese così».

Paolo parla, salta attraverso il cerchio di fuoco, barrisce come l’elefante che alza la proboscide, alza la zampetta come il cagnolino. E’ un clown. Paolo fa un altro grande discorso, ancora una volta racconta la storia sua e racconta la storia della sua vita e la storia della sua conversione. Lo aveva fatto nel cap. 9 e poi nel cap. 22. Paolo ha rievocato il volto di Stefano che, mentre subiva la violenza, benediceva. Io sono stato benedetto da lui, io sono stato amato da lui. Su di me lui ha rivolto uno sguardo di compassione, ha avuto pietà di me. Questa è l’origine della mia vita cristiana, quando ancora ero dall’altra parte; questo il fondamento dell’evangelizzazione che ha coinvolto me, che attraverso di me, poi, è andata crescendo e maturando. Da quel momento Paolo ha cambiato atteggiamento e di nuovo racconta i fatti. Cap. 26, un lungo racconto.

«Mi considero fortunato, o re Agrippa, di potermi discolpare da tutte le accuse di cui sono incriminato dai Giudei, oggi qui davanti a te». Tu sei giudeo, giudeo bestemmiatore, ma giudeo.

«Tu conosci a perfezione tutte le usanze e questioni riguardanti i Giudei. Perciò ti prego di ascoltarmi con pazienza. La mia vita fin dalla mia giovinezza, vissuta tra il mio popolo e a Gerusalemme, la conoscono tutti i Giudei».

Io sono un fariseo, sono vissuto, sono cresciuto, mi sono formato a Gerusalemme, nato a Tarso, ma poi trasferito a Gerusalemme per motivi di studio.

«Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, ma la speranza del mio popolo era la mia speranza, la promessa che Dio ha rivolto fin dall’inizio ai nostri progenitori e che è andata crescendo di intensità nel corso di una lunga storia, di generazione in generazione, la promessa che riguarda la resurrezione dei morti. Proprio in continuità con la devozione così forte e intransigente dei miei nella tradizione del mio popolo, io ho lavorato attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, come in realtà feci a Gerusalemme; molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con l’autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti e, quando venivano condannati a morte, anch’io ho votato contro di loro. In tutte le sinagoghe cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere. In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio».

Avvolti nella luce

Nel sole del mezzogiorno vidi la luce, nella luce vidi la luce (Sal 36,10). Non è una luce che splende nella notte, è una luce che splende nel giorno. Una luce che avvolse me e i miei compagni di viaggio. Il ricordo che sta rielaborando si sviluppa proprio in questa prospettiva, ossia come testimonianza di questa esperienza di una luce che avvolge la luce e una luce che nella luce contiene Paolo e quelli che sono con lui e contiene quella strada e quell’angolo di mondo e tutte le strade e tutti i luoghi di questo mondo e quel momento e ogni altro momento della storia umana. Una immersione nella luce. E’ qui il ricordo della vocazione del profeta Geremia, cap. 1, e poi di altri testi nei quali il servo del Signore viene denominato con il titolo di: luce delle genti, luce delle nazioni.

Ebbene, v. 17: «Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me».

Paolo sta ricostruendo i passi da lui compiuti nel corso della missione che poi ha affrontato da quella volta in poi, immerso in quell’onda di luce, in quel dilagare della luce. Paolo è oramai testimone che contempla come quella medesima luce avvolge, contiene, coinvolge ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo. Di quello che è avvenuto allora, Paolo se n’è reso conto successivamente, se ne rende conto adesso. Paolo è incarcerato, quasi naturalmente in un luogo oscuro, in un luogo appartato, in un luogo che è sotterraneo, e quindi ben diverso rispetto a questa scenografia così solare, che sta descrivendo. E’ proprio attraverso l’esperienza della carcerazione che Paolo è in grado adesso di reinterpretare tutto il cammino della sua vita cristiana e tutto l’impegno dell’evangelizzazione che gli è stata affidata, in questi termini: una corrente di luce che passa attraverso il cuore di un uomo che si apre. In quella corrente di luce tutte le oscurità sono contenute, attraversate, sono dotate di un colore a cui non si può rinunciare, di dignità, di bellezza. Paradossale come affermazione: come splende nella luce il buio del mondo, come è tuffato, immerso nella luce, alluvionato nella luce il buio del mondo!

«Pertanto, o re Agrippa, io non ho disobbedito alla visione celeste», non ho disobbedito ma me ne accorgo adesso. Allora ero poco impreparato, le situazioni si sono precisate nel corso del tempo. Adesso, proprio attraverso l’esperienza della carcerazione, è il momento in cui Paolo può parlare di queste cose, senza ambiguità. «Ma prima a quelli di Damasco, poi a quelli di Gerusalemme e in tutta la regione della Giudea e infine ai pagani, predicavo di convertirsi e di rivolgersi a Dio, comportandosi in maniera degna della conversione. Per queste cose i Giudei mi assalirono nel tempio e tentarono di uccidermi. Ma l’aiuto di Dio mi ha assistito fino a questo giorno, e posso ancora rendere testimonianza agli umili e ai grandi. Null’altro io affermo se non quello che i profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere, che cioè il Cristo sarebbe morto, e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunziato la luce al popolo e ai pagani».

Una luce che stringe le tenebre, una luce che percorre le tenebre, che stritola le tenebre, che infrange le tenebre. E le tenebre sono nella storia degli uomini, sono nel vissuto degli uomini. Nel v. 22: Ma l’aiuto di Dio mi ha assistito fino a questo giorno, e posso ancora rendere testimonianza agli umili e ai grandi. In greco: e al piccolo e al grande. Non c’è più esclusione per nessuno, non ci sono più privilegi, è proprio così dice Paolo. Oramai, per me, tutti gli uomini vicini o lontani, tutti gli uomini prestigiosi o squallidi, tutti gli uomini così piegati, devastati per esperienze tragiche che li hanno travolti o pomposi e solenni, e dominatori del mondo, così come appare, tutti gli uomini piccoli e grandi. Questo versetto, che è nascosto nel cap. 26, ricapitola l’itinerario intravisto. E’ un nodo teologico: come si converte il cuore umano e come si converte in modo tale da spalancarsi. Il contesto nel quale Paolo si trova sembra essere il meno adatto per compiere un’operazione del genere ed invece è proprio il contesto che acquista il valore sacramentale di quella locanda nella quale il samaritano aveva sistemato quel relitto raccattato mezzo morto lungo la strada. Questa è la mia locanda, e in questa locanda, nella quale il samaritano si è preso cura di me, io scopro che nella luce vedo la luce. In quella luce che mi illumina io vedo come ogni tenebra della storia umana, del vissuto umano, della presenza di altri vicini e lontani, prende luce.

«Mentr’egli parlava così in sua difesa, Festo a gran voce disse: Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello!».

Tu hai letto troppo! Altro che luce che splende, luce che avvolge.

E Paolo: Non sono pazzo, disse, eccellentissimo Festo, ma sto dicendo parole vere e sagge. Il re è al corrente di queste cose e davanti a lui parlo con franchezza. Penso che niente di questo gli sia sconosciuto, poiché non sono fatti accaduti in segreto. Credi, o re Agrippa, nei profeti? So che ci credi. E Agrippa a Paolo: Per poco non mi convinci a farmi cristiano!
E Paolo: Per poco o per molto, io vorrei supplicare Dio che non soltanto tu, ma quanti oggi mi ascoltano diventassero così come sono io, eccetto queste catene. Si alzò allora il re e con lui il governatore, Berenìce, e quelli che avevano preso parte alla seduta e avviandosi conversavano insieme e dicevano: Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti la morte o le catene. E Agrippa disse a Festo: Costui poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare.