Natale del Signore

La messa vigiliare può diventare comoda per orario e assolvere il precetto. Tuttavia questa Messa ci esorta a porgerci in un atteggiamento di accoglienza e preparare il nostro cuore all’incontro con quel Bambino che nei prossimi giorni contempleremo nella stalla di Betlemme.

C’è un rischio che può abitare ogni Natale quello di “ripudiare in segreto” tutto quello che stiamo vivendo. Giuseppe – lo vediamo nel brano di questa sera – è abitato da questo atteggiamento di ripudio, ma viene confortato dagli angeli a dare fiducia a Dio.

Noi ci immergiamo in questa cornice, ma rischiamo di uscirne appena sono passati i festeggiamenti e le grande solennità. Viviamo ogni Natale con il rischio di “aver timbrato” l’appuntamento, ma poi ci facciamo scivolare questi fiumi di grazia che sgorgano da questa occasione.

Dall’atteggiamento di ripudio, ovvero di chi non vuole farsi toccare dal Natale, ma si limita solo ad osservare un appuntamento oggi siamo invitati a farci scuotere e e a domandarci cosa fare per evitare che gli effetti del Natale anche di questo anno possano sfuggirci. I toni possono essere sicuramente smorti. Le dinamiche lavorative stanno diventando pesanti per mancanza di lavoro, stiamo attraversando momenti difficili perché aumentano le malattie anche tra i giovani, l’allarme terrorismo ci tiene sempre più diffidenti. Tuttavia anche in questo Natale il Signore nasce per ricordarci che si fa bambino, Lui che con molto meno poteva consolarci.

Lui diventa uno di noi fino a presentarsi all’umanità tanto piccolo. Non è una favola quella che viviamo ogni anno, è un Dio proprio così. Egli si fa piccolo per donarci una vita dotata di pienezza e non per porci in una dimensione di superficialità. Poniamoci in una fede quindi più matura e più viva. Cogliamo l’occasione di questo Natale per ripartire in maniera più dinamica e gioiosa.
La fede è un dono e come tutti i doni va invocato e l’occasione del Natale è quella giusta per invocarla. La fede è un dono e come tutti i doni va coltivato perché possa crescere e in questo Natale chiediamo di accrescerla perché non si smorzi la fiamma che ci è stata consegnata. Non solo coltivata, ma anche abbellita. Questa del Natale con le sue celebrazioni è un’altra occasione utile per abbellirla e rendere piena la fede.

Non limitiamoci a vivere solo il Natale e le funzioni del 25. Davanti a noi si aprono celebrazioni importanti che hanno il compito di aiutarci ad addentrarci in questo grande mistero dell’Incarnazione.

Le celebrazioni del 31 dicembre – 1 gennaio che costituiscono un unico precetto sono vissuti non solo per ringraziare per l’anno civile vissuto o per implorare aiuto per il nuovo anno, ma conclude il grande giorno di Natale. Sì, perché il Natale dura 8 giorni e nei successivi giorni siamo invitati a riflettere sulla nostra capacità di testimonianza. Il 26 Santo Stefano, il 27 San Giovanni, il 28 Sant’Innocenti Martiri sono le figure per porci in questa dimensione di testimoni.

Il 1 gennaio si ricorda la circoncisione. 8 giorni dopo i bambini venivano portati al tempio per essere circoncisi. Gesù e la Sacra Famiglia ottemperando alla legge antica ci dimostra che Lui non è venuto a eliminare neanche uno iota dell’Antico Testamento, ma inizia con Lui il compimento.

In questo tempo di Natale si raggiunge i livelli alti il 6 gennaio con l’Epifania. Quel bambino è per la salvezza del mondo anche di quello pagano. Abbiamo bisogno di riscoprire la grandezza quindi di un mistero che è la espressione alta dalla misericordia di Dio. Dio si è incarnato vuol dire che Dio ha assunto tutta la caducità dell’uomo e l’uomo viene toccato in tutta la sua realtà concreta e in qualunque situazione si trovi.

Il Natale abbiamo la chiave per decifrare alcuni misteri profondi della nostra esisstenza: il dolore, l’umiliazione, la piccolezza, la sofferenza. Dio non risponde al perché della sofferenza perché egli soffre insieme a noi. Non risponde al perché del dolore perché egli si è fatto l’uomo dei dolori. Non risponde al perché dell’umiliazione perché egli si umilia. Non siamo più soli nella nostra solitudine immensa perché egli è con noi. Non siamo più solitari, ma perché siamo solidali. Il Natale ci racconta la storia di un Dio che si è fatto bambino, che invece di rispondere con delle parole, vive una risposta mettendosi al nostro fianco e al nostro livello. La ristrettezza del nostro mondo nel quale Dio è entrato ha una via d’uscita benedetta e una conclusione felice.

Vale la pena di essere uomini. Dio ha voluto essere uno di noi. Non siamo un gregge condannato né una massa anonima, senza direzione e destinazione. Dio non assiste impassibile alla tragedia umana. Egli entra in essa. Vi partecipa e ci rivela che vale la pena vivere la vita così come la viviamo: monotona, anonima, faticosa; fedeli nella lotta per essere ogni giorno migliori, esigenti nella pazienza verso noi stessi e verso gli altri, forti nel sopportare le contraddizioni e saggi nel ricavare una lezione utile per la vita. Tutte queste manifestazioni di vita sono state assunte dal Verbo di Dio. Dio si è manifestato in questa umanità così concreta.

Dobbiamo interrogarci sul realismo di Dio per uscire proprio da quella patina a di sentimentalismo che a volte releghiamo a questo periodo.
I regali che ci siamo scambiati a Natale. Esagerazioni a parte, si tratta di un gesto originariamente cristiano, che ha a che fare con la memoria dell’Incarnazione. Dunque nei nostri regali di Natale «non è importante che un regalo sia costoso o meno; chi non riesce a donare un po’ di se stesso, dona sempre troppo poco; anzi, a volte si cerca proprio di sostituire il cuore e l’impegno di donazione di sé con il denaro, con cose materiali». Se capiamo il significato della parola «Incarnazione», capiamo anche che «Dio non ha fatto così: non ha donato qualcosa, ma ha donato se stesso nel suo Figlio Unigenito. Troviamo qui il modello del nostro donare».

don Michele Cerutti
wwwqumran2.net


  • Prima lettura – Isaia 9,1-6
  • Seconda lettura – Tito 2,11-14
  • Vangelo – Luca  2,1-14

La vertigine di Betlemme,
l’Onnipotente in un neonato
Ermes Ronchi

Questo per voi il segno: troverete un bambino: «Tutti vogliono crescere nel mondo, ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere “dio”. Solo Dio vuole essere bambino» (Leonardo Boff).

Dio nella piccolezza: è questa la forza dirompente del Natale. L’uomo vuole salire, comandare, prendere. Dio invece vuole scendere, servire, dare. È il nuovo ordinamento delle cose e del cuore.

C’erano là alcuni pastori. Una nuvola di ali, di canto e di parole felici li avvolge: Non temete! Dio non deve fare paura, mai. Se fa paura non è Dio colui che bussa alla tua vita. Dio si disarma in un neonato. Natale è il corteggiamento di Dio che ci seduce con un bambino. Chi è Dio? «Dio è un bacio», caduto sulla terra a Natale (Benedetto Calati).

Vi annuncio una grande gioia: la felicità non è un miraggio, è possibile e vicina. E sarà per tutto il popolo: una gioia possibile a tutti, ma proprio tutti, anche per la persona più ferita e piena di difetti, non solo per i più bravi o i più seri. Ed ecco la chiave e la sorgente delle felicità: Oggi vi è nato un salvatore. Dio venuto a portare non tanto il perdono, ma molto di più; venuto a portare se stesso, luce nel buio, fiamma nel freddo, amore dentro il disamore. Venuto a portare il cromosoma divino nel respiro di ogni uomo e di ogni donna. La vita stessa di Dio in me. Sintesi ultima del Natale. Vertigine.

E sulla terra pace agli uomini: ci può essere pace, anzi ci sarà di sicuro. I violenti la distruggono, ma la pace tornerà, come una primavera che non si lascia sgomentare dagli inverni della storia. Agli uomini che egli ama: tutti, così come siamo, per quello che siamo, buoni e meno buoni, amati per sempre; a uno a uno, teneramente, senza rimpianti amati (Marina Marcolini).

È così bello che Luca prenda nota di questa unica visita, un gruppo di pastori, odorosi di lana e di latte. È bello per tutti i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. Dio ricomincia da loro.

Natale è anche una festa drammatica: per loro non c’era posto nell’alloggio. Dio entra nel mondo dal punto più basso, in fila con tutti gli esclusi. Come scrive padre Turoldo, Dio si è fatto uomo per imparare a piangere. Per navigare con noi in questo fiume di lacrime, fino a che la sua e nostra vita siano un fiume solo. Gesù è il pianto di Dio fatto carne. Allora prego:

Mio Dio, mio Dio bambino, povero come l’amore, piccolo come un piccolo d’uomo, umile come la paglia dove sei nato, mio piccolo Dio che impari a vivere questa nostra stessa vita. Mio Dio incapace di aggredire e di fare del male, che vivi soltanto se sei amato, insegnami che non c’è altro senso per noi, non c’è altro destino che diventare come Te.

Isaia 9,1-6

Il profeta Isaia contempla la situazione del popolo di Israele nella terra promessa e donata da Dio e scorge un mistero di morte e resurrezione per la porzione del nord, quella abitata dalle tribù di Zabulon e di Neftali. Mentre egli scrive, queste terre sono desolate dopo la conquista e la deportazione ad opera degli Assiri (722 a.C.). Ma proprio questi territori periferici e umiliati un giorno saranno i primi a risorgere: vedranno una grande luce, la fine della schiavitù e della guerra, a causa della nascita di un bambino, dono di Dio al suo popolo. Un bambino chiamato con dei titoli inauditi: “Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”. Ecco il Messia glorioso e vincitore profetizzato da Isaia.

Lettera a Tito 2,11-14

L’Apostolo ricorda in sintesi l’evento della nostra salvezza: l’incarnazione, l’umanizzazione di Dio che è epifania, manifestazione della sua grazia, del suo amore gratuito che non va mai meritato. È significativo che Girolamo traduca: “È apparsa l’humanitas, l’umanità di Dio nostro Salvatore” (Tt  3,4, Vulgata). Sì, umanità che insegna alla nostra umanità, umanità come Dio l’ha pensata, voluta, creata e pienamente realizzata in suo Figlio, che è per sempre “grande Dio e Salvatore”.

Luca  2,1-14

Per secoli i primi cristiani festeggiarono come festa delle feste la Pasqua di resurrezione di Gesù il primo giorno della settimana ebraica, diventato per loro “giorno del Signore” (Ap 1,10), mentre non sappiamo se in qualche comunità del Mediterraneo si ricordasse la nascita di Gesù con una festa particolare. Nel IV secolo, dopo l’editto di Costantino e la libertà di culto concessa ai credenti in Cristo, avvenne la cristianizzazione di una festa pagana introdotta poco prima dall’imperatore Aureliano (270 ca.), e celebrata a Roma come festa del Sol invictus, del “Sole vincitore”, che in quel giorno comincia ad allungare il suo tempo di luce sulla terra. Per i cristiani Gesù il Signore era “il sole di giustizia” cantato da Malachia (Ml 3,20; cf. Lc 1,78) era “la luce del mondo” proclamata dal vangelo (Gv 8,12). Ecco allora che in occidente la rinascita del Sol invictus pagano è stata cristianizzata mediante la festa del Natale, della Natività di Gesù Cristo. Parallelamente, in oriente (Egitto e Siria), dove il solstizio d’inverno cade il 6 gennaio, si assunse quella data per celebrare l’Epifania come festa della manifestazione della venuta del Figlio di Dio nella nostra umanità.

Questa l’origine della nostra festa, che da sempre ha al suo centro il vangelo della nascita di Gesù secondo Luca. Nella messa della notte, celebrata nel cuore delle tenebre, rifulge una grande luce: Gesù, partorito da Maria a Betlemme. Questo racconto non è una favola, anche se sembra scritto per i bambini, che significativamente lo ricordano per tutta la vita, ma è una pagina del vangelo, una buona notizia! Per questo Luca vuole innanzitutto situare tale evento nella grande storia del Mediterraneo, contrassegnata dal dominio dell’impero romano. Cesare Augusto decide di contare i cittadini di tutte le terre conquistate da Roma: per questo ordina un censimento, eseguito nella terra di Israele da Quirinio, governatore della Siria. Giuseppe obbedisce a quest’ordine e, insieme alla moglie Maria, lascia la sua città di Nazaret per recarsi a Betlemme, in Giudea, nel sud della terra santa, là dove aveva avuto origine la casa e la discendenza di David, il Messia, l’unto del Signore, il re di Israele.

Mentre questa coppia si trova a Betlemme, in una condizione precaria e di povertà non avendo trovato posto nel caravanserraglio, in una piccola costruzione, appena un riparo nella campagna, Maria che è incinta dà alla luce il suo figlio primogenito, annunciato a lei per rivelazione come generato dallo Spirito di Dio (cf. Lc 1,35), un Figlio che solo Dio poteva dare all’umanità tutta. Qui vi è già una forte contrapposizione, che caratterizzerà tutta la vicenda di questo neonato. Chi domina il mondo è Augusto – chiamato Divus, “Dio”; Sotér, Salvatore; Kýrios, Signore –, ma il vero Salvatore e Signore è un suo suddito, un bambino nato in una situazione povera, per il quale da subito sembra non esserci posto in questo mondo.

Conosciamo tutti bene l’icona della Natività: una capanna o una grotta, e Maria che adagia suo figlio in una mangiatoia, con accanto Giuseppe, testimone e custode di quel mistero nel quale viene coinvolto e al quale presta puntualmente obbedienza. Tutto accade nella notte, nel silenzio, nella condizione umanissima di una madre che partorisce un figlio. Nessuno conosce quella coppia, nessuno l’ha accolta, nessuno si è accorto di nulla. Ma ecco che Dio invia un suo messaggero ai pastori che si trovano sulle alture circostanti Betlemme, per alzare il velo su quell’evento: “un angelo del Signore si presentò a loro e la Gloria del Signore li avvolse di luce”. I pastori sono gente disprezzata, emarginata, neppure ritenuta degna di andare al tempio per incontrare il Signore. Ma proprio a questi ultimi della società di Giudea è rivolto l’annuncio, la buona notizia per eccellenza, che è gioia per tutto Israele, per tutto il popolo di Dio. Per la loro condizione di poveri e ultimi, i pastori sono i primi destinatari di diritto di questa buona notizia:

Oggi, nella città di David, del Messia,
è nato per voi un Salvatore, che è il Messia, il Signore.

In questo annuncio cogliamo come un anticipo della buona notizia pasquale: Gesù è il Kýrios, il Salvatore! Non Augusto, che vantava questi titoli, ma un infante appena nato riceve questi stessi titoli da parte di Dio. Così avviene la rivelazione ai piccoli, agli ultimi, dalla quale sono esclusi quanti credevano di esserne destinatari di diritto: sacerdoti, esperti della Legge, credenti militanti convinti di essere loro soli i veri figli di Abramo.

Ai pastori è dato anche un segno, un’indicazione perché possano vedere e comprendere; nulla di straordinario o di divino ma, di nuovo, una realtà umanissima: “Troverete un neonato avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Realtà semplice e umile, senza ornamenti, senza “straordinario”. Eppure questo annuncio è dato da un coro innumerevole di creature invisibili, in una sorta di liturgia cosmica, quella liturgia del cielo che non riusciamo a vedere né ad ascoltare ma che riempie l’universo e canta la santità e la gloria di Dio, cioè proclama chi e come Dio ama. Infatti, ciò che in quel canto corale viene rivelato è la volontà di Dio: “Dio ha peso (kabod, gloria), Dio agisce nel mondo anche se è Santo ed è nel più alto dei cieli, Dio dà la pace all’umanità che egli ama”.

Ecco la buona notizia del Natale: Dio ci ama a tal punto da aver voluto essere uno di noi, tra di noi, uguale a noi, un uomo come noi.

NATALE DEL SIGNORE
Don Angelo Casati

La liturgia celebra il natale e rispolvera dalla sua memoria un passo del profeta Isaia: le sembra avverato nel mistero che contempla, nel mistero che tutti noi questa mattina insieme contempliamo Isaia canta il futuro. Canta il futuro, di Dio e della terra: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

La luce a indicare! Mi sono chiesto dove sono oggi le luci. A indicare chi e che cosa? Dove le abbiamo ancora una volta accese le luci? Sarebbe sin troppo facile dire che oggi le luci le abbiamo accese ai negozi e ai grandi magazzini. Ma quasi per un sussulto, non so se di pentimento o di rimpianto, succede che anche in qualche vetrina riappare il segno di un presepe.

Troppo poco, direte voi. Ma poi mi accade di chiedermi: “E non sarà che un brivido di luce si accenda a natale nel segreto? Là dove noi non entriamo, nel segreto del cuore, di una donna e di un uomo? E che ne sappiamo noi del segreto delle coscienze? Nel racconto di Luca, mi ha colpito una connessione – non so se ha colpito anche voi – luce e timore.

I pastori vegliavano nella notte facendo guardia al gregge. Così sta scritto nel testo: “all’apparire dell’angelo, la gloria del Signore li avvolse di luce ed essi furono pieni di grande timore”. Ma come? Diremmo noi, ma come? In contemporanea la luce e il grande timore? Ma non dovrebbe essere il contrario? Non dovrebbe essere il buio ad invadere il cuore di timore?

Perdonate, forse sono sotto l’effetto di un messaggio che ho ricevuto in questi giorni. Un messaggio che mi ricordava – e veniva da una sofferenza – mi ricordava come spesso a generare il timore, la paura, il terrore sia stata – e non raramente – un’immagine di Dio, quella di un Dio potente e giudicante. Non era forse questa connessione a far tremare il cuore ai pastori nella notte?

Ebbene il messaggio mi ricordava un fatto della storia di Milano che mi era sconosciuto: “Anno 1386. Si narra che il Diavolo apparve in sogno a Gian Galeazzo Visconti, Signore di Milano e così lo minacciò: “Voglio una chiesa tutta per me! La voglio immensa e possente, con draghi e grifoni che spaventino la gente. La voglio alta e smisurata, con demoni e mostri che sorveglino ogni entrata. Se non mi ubbidirai, la tua anima perderai!”…

Certo, tutti voi mi direte che questo è il rovescio del natale e che se questo, in qualche modo e in qualche misura, permanesse nell’immaginario dei credenti o nella declinazione ecclesiastica del messaggio biblico, noi ritorneremmo, in qualche modo e in qualche misura, a quella chiesa evocata dal racconto, chiesa che incute spavento e sorveglia porte.

Questa la riflessione, cui ci ha portati la connessione, nel racconto di Luca, tra luce avvolgente dal cielo e timore nel cuore dei pastori. Ma l’angelo parlava. E parlava loro, nella notte, di gioia, e non di gioia di pochi ma di tutti. Anche questo i pastori cominciavano a capire: che Dio non ritaglia la gioia come dono per pochi, per alcuni, più fortunati degli altri: “Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo”.

E che cosa avranno immaginato a quel punto dell’annuncio i pastori? Noi non lo sappiamo, ma ci è facile immaginare lo stupore quando si sentirono dire dall’angelo: “Oggi nella città di Davide è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore”. Forse, posando gli occhi sul gregge accucciato nell’ombra, si saranno chiesti se avevano capito bene o se stavano sognando: nato “per loro”, i respinti dai circoli religiosi?

E c’era ancora dell’altro: avrebbero trovato un neonato, ma dove? In fasce e in una mangiatoia. Era la fine dei sogni di grandezza. Era come se Dio e il suo messia avessero cambiato i connotati, ora cambiava tutto. Sì cambiava tutto un modo di pensare Dio e di pensare l’uomo.

Chissà se ce ne siamo accorti. Il segno nel presepe non è il segno della potenza che atterrisce, non ci sono troni: c’è il segno della semplicità, del’infinito della semplicità; il segno della povertà, dell’infinito della povertà; il segno della tenerezza, dell’infinito della tenerezza. Niente spaventi. Il segno è quello della nascita di un bambino. A incantarti è la vita, sono gli occhi di quella madre e di quel padre, a parlarti non sono i palazzi, è quella mangiatoia, sono quelle fasce, cose da pastori, cose familiari a quei pastori.

Non sappiamo se i pastori nella notte abbiano portato doni, di certo non se ne vennero via portando doni materiali nelle mani. I verbi dei pastori annotati da Luca sono questi: andarono senza indugio, trovarono, videro, tornarono lodando e glorificando Dio, riferirono. Riferirono l’inimmaginabile: un Messia in fasce, nella mangiatoia, il Messia nella tenerezza.

Che cosa ti porti via dal Natale? Apparentemente niente. Sei cambiato dentro. Una luce ti è rimasta impigliata, ma dentro. Sei cambiato dentro. Potremmo dire che natale sei tu. Quando sei natale? Quando sei natale ce lo ha detto Papa Francesco, come al solito, con la sua incantevole concretezza.

Eccola: “Natale sei tu, quando decidi di nascere di nuovo ogni giorno e lasciare entrare Dio nella tua anima. L’albero di Natale sei tu, quando resisti vigoroso ai venti e alle difficoltà della vita. Gli addobbi di Natale sei tu, quando le tue virtù sono i colori che adornano la tua vita. La campana di Natale sei tu, quando chiami chi é lontano e cerchi di unire. Sei anche luce di Natale, quando illumini con la tua vita il cammino degli altri. Gli angeli di Natale sei tu, quando canti al mondo un messaggio di pace, di giustizia e di amore. La stella di Natale sei tu, quando conduci qualcuno all’incontro con il Signore. Sei anche i re magi, quando dai il meglio che hai, senza tenere conto a chi lo dai. La musica di Natale sei tu, quando conquisti l’armonia dentro di te. Il regalo di Natale sei tu, quando sei un vero amico e fratello di tutti gli esseri umani. Gli auguri di Natale sei tu, quando perdoni e ristabilisci la pace anche quando soffri. Il cenone di Natale sei tu, quando sazi di pane e di speranza il povero che ti sta di fianco. Tu sei la notte di Natale, quando ricevi umilmente, nel silenzio della notte, il Salvatore del mondo. Un buon Natale a tutti coloro che assomigliano al Natale”.



La parola di Dio ci ha condotti durante l’Avvento a scoprire chi è ” colui che doveva venire “: è Gesù Cristo, il Figlio di Dio (Il domenica); è il Salvatore (III domenica), colui che nell’Incarnazione è diventato il “Dio con noi ” (IV domenica). Il mistero del Natale è già stato spiegato alla nostra mente. Oggi, nel giorno luminoso della festa, non dobbiamo indugiare sulle spiegazioni, ma solo abbandonarci a una contemplazione gioiosa e riconoscente del mistero del Dio fatto uomo.

A ciò ci esorta la liturgia con le letture di questa messa. Esse sono più corte e più semplici del solito, quasi per dire che il mistero è troppo grande per poterlo racchiudere in parole. La parola sembra quasi spegnersi di fronte all’evento: Oggi è nato per noi il Signore (Ant. ingresso). Isaia grida: Dite alla figlia di Sion: ecco, il tuo Salvatore è qui!; noi diciamo: dite alla Chiesa e a tutto il mondo:

Ecco, il tuo Salvatore è qui! Colui che aspettavi è venuto; non c’è da attendere un altro; egli reca con sé la mercede che è la vita nuova, la luce, la pace, lui stesso.

Che cosa ha portato di nuovo il Signore venendo nel mondo?, si sentivano domandare i primi cristiani e rispondevano: ” Ha portato tutta la novità portando se stesso “(sant’Ireneo). Lui stesso è la grande novità del mondo. Paolo, nella seconda lettura, ci insegna a guardare al Natale come all’inizio di un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo. Inizia un’era nuova per il mondo; anche il tempo si rinnova e comincia a essere contato da questa data; non più dalla fondazione di Roma, ma dalla nascita di Cristo. Il capostipite di questa umanità nuova è Gesù stesso, il nuovo Adamo, il primogenito tra molti fratelli (Rom. 8, 29). Grazie alla sua parola e al suo Spirito che ci hanno purificato, anche noi possiamo essere ormai uomini nuovi rigenerati per una speranza viva (1 Pt. 1, 3>, come bambini appena nati che hanno intatte davanti a sé tutte le possibilità per fare della propria vita qualcosa di grande e di bello.

Il nostro primo incontro col Natale nella liturgia deve dunque aprirsi alla gioia: ” Non c’è spazio per la tristezza – scrive san Leone Magno – nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e porta la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti. Esulti il santo, perché si avvicina il premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita

Il brano evangelico ci mette davanti due modi di accogliere il Natale: quello dei pastori e quello di Maria. Maria ha creduto (Lc. 1, 45), vive già nella dimensione della fede; ella perciò accoglie in cuor suo le parole, si addentra in profondità nelle cose di Dio ed è disponibile all’adorazione. In ogni quadro del Natale e in ogni presepio, Maria sta sempre in adorazione davanti al bambino.

I pastori servono invece all’evangelista Luca per tracciare l’itinerario verso la fede. Essi hanno udito l’annuncio e rispondono con la decisione: Andiamo a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto Conoscere. La decisione interiore si traduce subito in gesti concreti di vita (Andarono senza indugio) e questi portano alla scoperta: Trovarono il bambino. Trovarono, non solo materialmente, ma spiritualmente; con gli occhi della mente, oltre che con gli occhi del corpo: insomma, credettero. Compresero, o almeno intuirono, chi era quel bambino, e dalla scoperta nacque l’impulso irresistibile alla testimonianza: Dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Così la fede comincia a propagarsi; da credenti nascono credenti: Tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Chissà con quale entusiasmo seppero parlare della loro scoperta!

In questo esemplare itinerario di fede c’è un punto che dobbiamo sottolineare con forza e fare nostro in questo giorno: la decisione di andare a Betlemme: Andiamo a Betlemme, si dissero l’un l’altro i pastori. E anche noi, in questo Natale, ci diciamo l’un l’altro: andiamo – o meglio, torniamo – a Betlemme! Torniamo alla semplicità e alla purezza delle origini; riscopriamo la culla in cui siamo nati. Troppo ci siamo allontanati da Betlemme; la nostra fede si è sovraccaricata di ragionamenti complicati e talvolta astrusi che stonano con lo spettacolo di quel “bambino nella mangiatoia “; la nostra Chiesa si è appesantita come una vegliarda carica di anni e di cose. Essa non è più la ” giovane sposa ” dei primi giorni (la sposa ” ricercata”, come la chiama Isaia nella prima lettura); rughe profonde sono comparse sul suo volto, rughe che, come quelle della donna, sono il segno di stanchezze, di prove, di numerose e sofferte maternità, di dolori avuti dai figli, ma soprattutto di peccati.

Ma la Chiesa per fortuna non è una sposa qualsiasi per le cui rughe non c e rimedio; è il corpo di Cristo e la sposa dello Spirito Santo. Non è perciò un pensiero di tristezza e di delusione che noi stiamo esprimendo in questo giorno di Natale, ma un pensiero di speranza: colui che può fare nuove tutte le cose (Ap. 21, 5) può fare nuova, prima di tutto, la sua Chiesa e lo farà; anzi, lo sta già facendo! Lo Spirito sta realizzando, senza che noi siamo in grado di misurarne la portata, il desiderio profetico di papa Giovanni nell’indire il Concilio Vaticano II, di un ” ringiovanimento della Chiesa”. ” Riproporre al mondo d’oggi una Chiesa vivente e sempre giovane – diceva che sente il ritmo del tempo, che in ogni secolo si orna di nuovo splendore… pur restando sempre identica a se stessa, fedele all’immagine divina impressa sul suo volto dallo Sposo che l’ama e la protegge ” (Cost. di indizione del Conc. Vat. II).

Lo svolgimento dei lavori del Concilio doveva dimostrare con chiarezza qual era il ” nuovo splendore ” che Cristo riservava per la sua Chiesa in questo secolo: la riscoperta di essere Chiesa dei poveri e Chiesa povera: ” Come Cristo da ricco che era si fece povero (2 Cor. 8, 9), così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione: essa riconosce nei poveri l’immagine del suo Fondatore ” (Lumen Gentium, 8).

Questo significa, concretamente, andare a Betlemme. Non possiamo pretendere che la Chiesa torni ad essere ciò che era in quei primi giorni: una capanna con dentro Maria, Giuseppe e il bambino, ma dobbiamo far sì che tutto quello che la Chiesa è ed ha serva per portare agli uomini, e in particolare ai poveri, il lieto annuncio. I pastori se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto. Noi siamo chiamati ora a fare lo stesso: a glorificare Dio per la parola che abbiamo udita, per il pane che egli ora ci spezza, per la gioia che ci ha moltiplicato nel cuore. Siamo chiamati, tornando a casa, a dire ad altri ciò che abbiamo appreso del bambino.

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  • Prima lettura – Isaìa 52,7-10
  • Seconda lettura – Ebrei 1,1-6
  • Vangelo – Giovanni 1,1-18

La vertigine del Natale,
la vita di Dio in noi
Ermes Ronchi

Giovanni, unico tra gli evangelisti, comincia il Vangelo non con un racconto, ma con un inno che opera uno sfondamento dello spazio e del tempo: in principio era il Verbo e il Verbo era Dio. In principio “bereshit”, prima parola della Bibbia, punto sorgivo da cui tutto ha inizio e senso.

Un principio che non è solo cronologico, ma fondamento, base e destino. Senza di lui nulla di ciò che esiste è stato fatto. Un’esplosione di bene, e non il caos, ha dato origine all’universo. Non solo gli esseri umani, ma anche la stella e il filo d’erba e la pietra e lo scricciolo appena uscito dal bosco, tutto è stato plasmato dalle sue mani. Siamo da forze buone miracolosamente avvolti, scaturiti da una sorgente buona che continua ad alimentarci, che non verrà mai meno, fonte alla quale possiamo sempre attingere. E scoprire così che in gioco nella nostra vita c’è sempre una vita più grande di noi, e che il nostro segreto è oltre noi.

Mettere Dio ‘in principio’, significa anche metterlo al centro e alla fine. Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo. Ogni uomo, e vuol dire davvero così: ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, ogni anziano è illuminato; nessuno escluso, i buoni e i meno buoni, i giusti e i feriti, sotto ogni cielo, nella chiesa e fuori dalla chiesa, nessuna vita è senza un grammo di quella luce increata, che le tenebre non hanno vinto, che non vinceranno mai. In Lui era la vita…

Cristo non è venuto a portare una nuova teoria religiosa o un pensiero più evoluto, ma a comunicare vita, e il desiderio di ulteriore vita. Qui è la vertigine del Natale: la vita stessa di Dio in noi. Profondità ultima dell’Incarnazione.. Il verbo si è fatto carne. Non solo si è fatto uomo, e ci sarebbe bastato; non solo si è fatto Gesù di Nazaret, il figlio della bellissima, e sarebbe bastato ancor di più; ma si è fatto carne, creta, fragilità, bambino impotente, affamato di latte e di carezze, agnello inchiodato alla croce, in cui grida tutto il dolore del mondo. Venne fra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto. Dio non si merita, si accoglie.

Parola bella che sa di porte che si aprono, parola semplice come la mia libertà, parola dolce di grembi che fanno spazio alla vita e danzano: si accoglie solo ciò che da gioia. A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. Il potere, l’energia felice, la potenza gioiosa di diventare ciò che siamo: figli dell’amore e della luce, i due più bei nomi di Dio. Cristo, energia di nascite, nasce perché io nasca. Nasca nuovo e diverso. La sua nascita vuole la mia nascita a figlio. Perché non c’è altro senso, non c’è altro destino, per noi, che diventare come lui.

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Messa del giorno
Enzo Bianchi 

Il mistero grande della natività di Gesù in mezzo a noi, dunque il mistero della sua «venuta», è celebrato significativamente dalla chiesa mediante una triplice offerta di letture, rispettivamente per l’eucaristia della notte, dell’aurora e del giorno. Nella notte la “buona notizia” è presentata come nascita di Gesù da Maria a Betlemme, avvenimento rivelato dall’angelo ai pastori, quei poveri che rappresentano il «resto di Israele» (cf. Lc 2,1-14). All’aurora viene narrata la visita dei pastori alla stalla, la loro contemplazione dell’evento-parola, cioè del bambino neonato, e si ricorda che «Maria conservava e meditava tutti questi eventi nel suo cuore» (Lc 2,19).

Il mistero grande della natività di Gesù in mezzo a noi, dunque il mistero della sua «venuta», è celebrato significativamente dalla chiesa mediante una triplice offerta di letture, rispettivamente per l’eucaristia della notte, dell’aurora e del giorno. Nella notte la “buona notizia” è presentata come nascita di Gesù da Maria a Betlemme, avvenimento rivelato dall’angelo ai pastori, quei poveri che rappresentano il «resto di Israele» (cf. Lc 2,1-14). All’aurora viene narrata la visita dei pastori alla stalla, la loro contemplazione dell’evento-parola, cioè del bambino neonato, e si ricorda che «Maria conservava e meditava tutti questi eventi nel suo cuore» (Lc 2,19).

Nella messa del giorno infine, quella su cui riflettiamo, si legge il prologo del quarto vangelo: questo testo ci rivela che quel bambino venuto al mondo in verità è la Parola stessa di Dio, è il Figlio vivente in Dio dall’eternità, come confessiamo nella nostra professione di fede: «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero»… Questo prologo è come una dossologia, una parola di sintesi e di gloria sul Natale, poiché in esso vi è un chiaro movimento finalizzato a narrarci chi è la Parola, ilLogos di Dio. Cerchiamo dunque di percorrerlo insieme con spirito contemplativo e con stupore, limitandoci a parafrasarlo.

In principio, prima di tutta la creazione, nell’eternità, c’era la Parola, e questa Parola era rivolta, orientata al Dio vivente; anzi, essa era in Dio ed era Dio. Proprio attraverso questa Parola di Dio tutto è stato creato, e ciò che è venuto all’esistenza aveva vita solo in essa (cf. Col 1,15-17). Questa Parola era vita e luce per l’umanità intera: essa ha brillato di luce nella storia e le tenebre non sono riuscite a sopraffarla, nonostante il loro spessore tentasse di contrastare la luce. Un uomo inviato da Dio, Giovanni il Battezzatore, era venuto per essere testimone della luce, ossia per condurre gli uomini alla fede. Eppure questa luce, che è la Parola di Dio, il Figlio di Dio venuto tra la sua gente, non è stato accolto, e solo alcuni hanno creduto in lui, diventando nuove creature, figli di Dio. Ciò è avvenuto perché il Figlio di Dio si è fatto carne fragile, uomo come noi, è venuto ad abitare in mezzo a noi, mostrando in questo modo la sua gloria a quanti hanno aderito a lui e lo hanno seguito. Ecco dunque la verità profonda e nel contempo «scandalosa» del Natale: a Betlemme, da Maria, nasce un bambino che è la Parola stessa di Dio umanizzata, è il Figlio di Dio fattosi figlio dell’uomo…

Per gentile concessione dell’autore
http://www.ilblogdienzobianchi.it

Fin dai suoi inizi, la storia dell’umanità – ci dice la Bibbia – è stata un susseguirsi di peccati. Già al capitolo 6 del libro della Genesi l’autore sacro, con un audace antropomorfismo, afferma: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gn 6,5-6).

Nella pienezza dei tempi, Dio è intervenuto per fare giustizia o, come dice il Salmo responsoriale propostoci oggi dalla liturgia, per rivelare agli occhi dei popoli la sua giustizia.

Noi conosciamo una sola giustizia, quella forense, quella retributiva amministrata dai giudici nei tribunali dove si comminano castighi proporzionati alle colpe commesse. Non è questa la giustizia di Dio. “Egli è Dio e non un uomo” (Os 11,9). Al peccato non risponde con ritorsioni e vendette, ma dando la maggior prova del suo amore, donando al mondo suo Figlio.

Una certa teologia del passato ha applicato sconsideratamente a Dio la nostra giustizia e lo ha presentato come un giustiziere. Ne è nato un cristianesimo dispensatore di paura, non annunciatore del Regno che è “giustizia, pace e gioia” (Rom 14,17).

Nel Natale Dio manifesta l’immensità del suo amore incondizionato. Questa è la sua giustizia. Tutti i popoli sono invitati a contemplarla con stupore e a lasciarsi liberare dalla paura perché “nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4,18).

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Com’è diversa dalla mia, Signore, la tua giustizia!”.

Prima Lettura (Is 52,7-10)

7 Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero di lieti annunzi
che annunzia la pace,
messaggero di bene che annunzia la salvezza,
che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”.
8 Senti? Le tue sentinelle alzano la voce,
insieme gridano di gioia,
poiché vedono con gli occhi
il ritorno del Signore in Sion.
9 Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.
10 Il Signore ha snudato il suo santo braccio
davanti a tutti i popoli;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio.

In un drammatico giorno del mese di luglio dell’anno 587 a.C. i soldati di Nabucodònosor aprono una breccia nelle mura di Gerusalemme ed entrano in città, bruciano il tempio, la reggia e le case, fanno prigionieri e deportano a Babilonia gli uomini validi. Lasciano in vita nel paese solo alcuni fra i più poveri come vignaioli e contadini (2 Re 25,8-12).

 A Babilonia i primi anni sono duri, penosi, tristi. Ne sono una malinconica eco le parole del famoso canto dell’esiliato: “Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion” (Sal 137,1). All’amarezza, all’umiliazione per la sconfitta, al dolore per la perdita delle persone care, alla nostalgia per la propria terra si aggiunge un inquietante interrogativo: come mai il Signore ci ha abbandonato nelle mani dei nostri nemici?

I primi responsabili della sciagura – concludono unanimi – sono i sovrani ottusi e insensati che ci hanno governato. Essi non hanno dato ascolto ai profeti e ci hanno condotto alla rovina. Ma anche noi siamo colpevoli: ci siamo lasciati ingannare e abbiamo commesso troppe iniquità. Chi ora ci potrà liberare dalla schiavitù? Il Signore rimarrà per sempre sdegnato con noi? Ha ripudiato per sempre la sua sposa Israele?

La risposta del Signore non si fa attendere: “Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? – dice il tuo Dio – Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore… Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto” (Is 54,6-10).

Difatti un giorno il Signore “si ricordò del suo amore e della sua fedeltà alla casa d’Israele” (Sal 98,3) e decise di andare a liberare il suo popolo. È a questo punto della storia che si inserisce la nostra lettura.

A Babilonia compare un profeta inviato da Dio ad annunciare parole di consolazione al suo popolo. Egli è così convinto della fedeltà del Signore che parla come se l’esilio fosse già concluso. Il futuro per lui è già realtà: vede la carovana degli esiliati dirigersi verso Gerusalemme, un messaggero la precede, corre, è come se avesse le ali ai piedi perché vuole essere il primo a dare la lieta notizia dell’arrivo dei deportati.

Il profeta immagina di contemplare la scena dall’alto del monte che domina Gerusalemme ed esclama: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annuncia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza” (v. 7).

Poi il “sogno” continua: ecco che in città esplode la gioia. Che succede? Osserva meglio e scorge le sentinelle che dall’alto delle mura scrutano lontano. All’improvviso ecco che corrono ad annunciare a tutti una lieta notizia: nella colonna di persone che si sta avvicinando hanno riconosciuto gli esiliati che ritornano da Babilonia.

A questo punto la scena diviene grandiosa: in testa alla carovana che incede trionfale le sentinelle vedono il Signore. È lui che riconduce il suo popolo a Gerusalemme (v. 8). Egli non lo aveva mai abbandonato. In visione, il profeta Ezechiele aveva visto la gloria del Signore allontanarsi dalla città santa distrutta e seguire il suo popolo condotto in esilio (Ez 10,18-19; 11,22-23). Ora ritornano insieme.

La schiavitù è finita, le sofferenze, le umiliazioni sono terminate, i capi e i re malvagi, i pastori cattivi che avevano sfruttato ed oppresso il popolo sono scomparsi per sempre. Inizia un’era nuova, un regno in cui il Signore si porrà saldo alla guida del suo popolo.

La lettura si conclude con l’invito rivolto dal profeta alle rovine di Gerusalemme: “Prorompete in canti di gioia” (v. 9). Le mura diroccate verranno ricostruite e tutti i popoli della terra contempleranno stupiti l’opera incredibile che il Dio d’Israele ha saputo realizzare (v. 10).

Questo è il “sogno” del profeta raccontato nella lettura. Cos’è realmente accaduto in seguito?

Verso l’anno 520 a.C. un gruppo di esiliati partì da Babilonia, ma quale non fu la delusione! Al loro arrivo non ci fu alcuna esplosione di gioia, il loro ritorno fu tutt’altro che un trionfo, l’accoglienza fu molto fredda, scoppiarono dissidi fra i residenti e i neo‑arrivati. Il profeta aveva dunque preso un abbaglio, si era ingannato?

Il popolo cominciò a capire: il ritorno da Babilonia era solo l’immagine di un’altra liberazione che Dio intendeva realizzare.

Israele avrebbe preferito che la profezia si attuasse immediatamente e alla lettera. L’aveva intesa in senso materiale. Aveva pensato che Dio avrebbe messo la propria forza a disposizione dei suoi sogni di gloria. Aveva capito male. Era un altro il “ritorno” sorprendente che Dio aveva in mente. Questo sì avrebbe provocato una gioia universale, incontenibile.

Seconda Lettura (Eb 1,1-6)

1 Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, 2 in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. 3 Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, 4 ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
5 Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto: “Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato?”.
E ancora: “ Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio?”
6 E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice: “Lo adorino tutti gli angeli di Dio”.

Non si parla solo con la lingua. Un volto rabbuiato, un sorriso, un semplice sguardo, una carezza, una stretta di mano, comunicano spesso meglio delle parole ciò che si ha nella mente e nel cuore. Un regalo è carico di messaggi, anche quando non è accompagnato da un biglietto. Persino il silenzio può essere “parola”. Nel famoso racconto dell’incontro di Elia con Dio sull’Oreb, dopo aver detto che Dio non era nel vento impetuoso, nel terremoto e nel fuoco, il testo sacro continua: “Dopo il fuoco ci fu una voce di leggero silenzio” (1 Re 19,12). Era Dio che si manifestava… nel silenzio.

Egli interviene nel mondo solo attraverso la sua parola e la lettura ci dice che si è rivolto agli uomini in diversi modi.

Nei tempi antichi ha parlato attraverso il creato.

Che il creato parli di Dio è del tutto normale perché ha avuto origine dalla sua parola. In tutti gli avvenimenti, in tutti i fenomeni della natura, nel sole che sorge, nella pioggia che irrora i campi, nel volgere armonioso e regolare degli astri è possibile ascoltare il messaggio di Dio.

Chi – magari perché distratto o incantato dalla bellezza delle cose – non riesce a cogliere questa voce è chiamato nel linguaggio biblico “stolto”. Non malvagio o colpevole, ma “stolto”, cioè infelice perché, nella sua ottusità, si lascia sfuggire il senso di tutto ciò che esiste e accade. Osserva l’autore del libro della Sapienza: “Davvero stolti per natura tutti gli uomini che sono vissuti nell’ignoranza di Dio e dai beni visibili non hanno riconosciuto colui che è. Non hanno riconosciuto l’artefice, pur considerandone le opere… Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dei, pensino quanto è superiore lo stesso autore della bellezza” (Sap 13,1.3).

 Questo modo di comunicare attraverso il creato, tuttavia, è il meno perfetto. Il popolo d’Israele ha avuto il privilegio di udire la voce del Signore in modo più nitido rispetto ai pagani: l’ha ascoltata attraverso i profeti (v. 1). Il Signore manifestava a questi uomini santi il suo pensiero affinché essi lo comunicassero al popolo. “Il Signore non fa cosa alcuna – diceva Amos – senza aver prima rivelato la sua decisione ai suoi servitori, i profeti” (Am 3,7).

Negli ultimi secoli prima di Cristo, a causa delle infedeltà dell’uomo, il Cielo però si chiude. Dio non invia più i suoi profeti e il popolo fa la dolorosa esperienza del silenzio di Dio. Il profeta Amos lo aveva predetto: “In quei giorni gli uomini andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno” (Am 8,12).

Fino a quando Dio non rivolgerà la parola al suo popolo? Rimarrà per sempre adirato? (Sal 79,5). Il pio israelita lo supplicava: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,20).

Quando giunse la pienezza dei tempi, mentre noi eravamo ancora suoi nemici (Rm 5,6), Dio squarciò i cieli e mandò nel mondo il suo stesso figlio: la sua immagine perfetta, la sua “Parola”, il suo “Verbo” (vv. 2-3).

Gesù è la rivelazione più elevata, più chiara, più eloquente del Padre. Vedendo lui si vede il Padre (Gv 14,9). Egli è il fulgore irradiato dal Padre – come afferma anche Paolo – “E Dio che disse: ‘Rifulga la luce dalle tenebr È rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulse sul volto di Cristo” (2 Cor 4,6).

L’ultima parte della lettura (vv. 4-6) insiste sulla superiorità incomparabile della rivelazione ottenuta attraverso Gesù. Gli Ebrei sostenevano che Dio aveva parlato loro persino servendosi degli angeli. L’autore della lettera ribatte: Gesù è immensamente superiore agli angeli. Come prova cita tre testi della Scrittura e conclude: “Lo adorino tutti gli angeli di Dio”.

Vangelo (Gv 1,1-18)

1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta.
6 Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10 Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11 Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto.
12 A quanti però l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13 i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15 Giovanni gli rende testimonianza
e grida: “Ecco l’uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me”.
16 Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18 Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.

Tutti gli autori curano con particolare impegno la prima pagina dei loro libri perché costituisce il foglio di presentazione di tutta l’opera. Deve essere non solo piacevole e accattivante, ma è bene che accenni anche ai temi essenziali che verranno trattati in seguito. È un modo per stuzzicare l’interesse e la curiosità del lettore.

Per introdurre il suo vangelo, Giovanni compone un inno così sublime, così elevato da meritargli, giustamente, il titolo di “aquila” fra gli evangelisti. In questo prologo, come nell’“ouverture” di una sinfonia, è possibile cogliere i motivi che saranno poi ripresi e sviluppati nei capitoli successivi: Gesù inviato del Padre, sorgente di vita, luce del mondo, pieno di grazia e di verità, Unigenito nel quale si rivela la gloria del Padre.

Nella prima strofa (vv. 1-5) Giovanni sembra spiccare il volo da un’immagine cara alla letteratura sapienziale e rabbinica: la “Sapienza di Dio” raffigurata come una donna incantevole e deliziosa. Ecco come la “Sapienza” si autopresenta nel libro dei Proverbi: “Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io sono stata generata. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando stabiliva al mare i suoi limiti, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui” (Prv 8,22-29).

Si tratta di una personificazione ripresa anche nel libro del Siracide, dove si afferma che la Sapienza si è come incarnata nella Toràh, nella Legge, e ha fissato la sua tenda in Israele (Sir 24,3-8.22).

Giovanni conosce bene questi testi e – forse anche con un filo di polemica nei confronti del giudaismo – li riprende e li applica a Gesù.

 È lui – dice – la Sapienza di Dio venuta a porre la sua tenda in mezzo a noi, è lui, e non la legge mosaica, che rivela agli uomini il volto di Dio e la sua volontà. Egli è il Verbo, la Parola ultima e definitiva di Dio, è quella stessa Parola mediante la quale Dio, in principio, ha creato il mondo.

Non solo. A differenza della Sapienza personificata (Sir 24,9), la Parola di Dio – che in Gesù si è fatta carne – non è stata creata, ma “era” presso Dio, esisteva dall’eternità ed era Dio.

Per Israele la Sapienza è “un albero di vita per chi ad essa si attiene” (Prv 3,18). Giovanni chiarisce: la Sapienza di Dio si è manifestata pienamente nella persona storica di Gesù. È lui, non più la Legge, la sorgente della vita.

La venuta di questa Parola nel mondo divide la storia in due parti: prima e dopo Cristo, tenebre senza di lui, luce dove c’è lui. Parola che, come una spada, penetra nell’intimo di ogni uomo e separa in lui ciò che è “figlio della luce” da ciò che è “figlio della tenebra”. La tenebra cercherà di sopraffare questa luce, ma non vi riuscirà. Anche la risposta negativa dell’uomo non potrà soffocarla e alla fine la luce avrà la meglio nel cuore di ognuno di noi.

La seconda strofa (vv. 6-8) è un primo intermezzo narrativo che introduce la figura del Battista. Di lui non si dice che “era presso Dio”. Giovanni è un semplice uomo suscitato da Dio per una missione. Doveva essere il testimone della luce. Il suo ruolo è tanto importante che viene sottolineato per ben tre volte.

Egli non era la luce, ma seppe riconoscere la luce vera e indicarla a tutti.

La terza strofa (vv.  9-13) sviluppa il tema di Cristo-luce e la risposta degli uomini di fronte al suo apparire nel mondo.

L’inno si apre con un grido di gioia: “Veniva nel mondo la luce vera”. Gesù è la luce autentica, in contrapposizione ai luccichii illusori, ai fuochi fatui, ai miraggi, ai bagliori ingannevoli proiettati dalla sapienza degli uomini.

A questo grido entusiastico si contrappone però subito un lamento: “il mondo non lo riconobbe”. È il rifiuto, l’opposizione, la chiusura alla luce. Gli uomini preferiscono l’oscurità perché affezionati alle loro opere malvagie (Gv 3,19).

Neppure gli israeliti – “la sua gente” – la accolgono. Eppure avrebbero dovuto riconoscere in Gesù la manifestazione ultima, l’incarnazione della “Sapienza di Dio”, di quella Sapienza che “fra tutti i popoli aveva cercato un luogo di riposo nel quale stabilirsi” e proprio in Israele aveva trovato la sua dimora. Il Creatore dell’universo le aveva dato quest’ordine: “Fissa la tua tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele” (Sir 24,7-8).

Sorprende il rifiuto della luce e della vita da parte degli uomini, anche dei più preparati e ben disposti. Anche Gesù si meraviglierà un giorno dell’incredulità dei suoi stessi conterranei (Mc 6,6). Questo significa che la luce che viene dall’alto non si impone, non fa violenza, lascia liberi, ma pone di fronte ad una decisione ineludibile: bisogna scegliere fra “benedizione e maledizione” (Dt 11,27), fra “ vita e morte” (Dt 30,15).

La strofa si conclude con la visione gioiosa di coloro che hanno creduto nella luce. Credere non significa dare il proprio assenso intellettuale ad un pacchetto di verità, ma accogliere una persona, la Sapienza di Dio che si identifica con Gesù.

A coloro che si fidano di lui viene concesso “un diritto” inaudito: divenire figli di Dio. È la rinascita dall’alto di cui Gesù parlerà a Nicodemo (Gv 3,3), rinascita che non ha nulla a che vedere con la nascita naturale che è legata alla sessualità, al volere dell’uomo. La generazione da Dio è di un altro ordine, è opera dello Spirito.

La quarta strofa (v.  14): “E il Verbo si fece carne e fissò la sua tenda in mezzo a noi”. È il punto culminante di tutto il prologo e sono le parole del vangelo che oggi ascolteremo in ginocchio. Sono ancora cariche dell’ammirazione gioiosa e stupita dei cristiani delle prime comunità di fronte al mistero di Dio che per amore si spoglia della sua gloria, annienta se stesso e prende dimora sotto la nostra tenda.

“Carne” nel linguaggio biblico indica l’uomo nel suo aspetto di essere debole, fragile, perituro. Si percepisce qui la drammatica contrapposizione fra “carne” e “Parola di Dio” espressa in modo così efficace nel famoso testo di Isaia: “Ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria è come il fiore del campo. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre” (Is 40,6-8).

Quando Giovanni dice che la “Parola” divenne carne non afferma semplicemente che prese un corpo mortale, che si rivestì di muscoli, ma che divenne uno di noi, che si fece in tutto simile a noi (compresi i sentimenti, le passioni, le emozioni, i condizionamenti culturali, la stanchezza, la fatica, l’ignoranza – sì, anche l’ignoranza – e poi le tentazioni, i conflitti interiori…). In tutto simile a noi fuorché nel peccato.

“E noi vedemmo la sua gloria”. L’uomo biblico era cosciente che l’occhio umano è incapace di vedere Dio. Di lui si può solo contemplare la “gloria”, cioè, i segni della sua presenza, le sue opere, i suoi gesti di potenza in favore del suo popolo: “Dimostrerò la mia gloria sul faraone e su tutto il suo esercito, i suoi carri e i suoi cavalieri” (Es 14,17).

Si sentono riecheggiare in questa frase del prologo le espressioni colme di intensa commozione della prima lettera di Giovanni: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1 Gv 1,1-4).

Giovanni parla al plurale perché intende riferire l’esperienza dei cristiani delle sue comunità che, con lo sguardo della fede, sono riusciti a cogliere, al di là del velo della “carne” di Gesù umiliato e crocifisso, il volto di Dio.

Il Signore ha manifestato spesso la sua gloria con segni e prodigi, ma mai si era rivelato in modo così chiaro e palese come nel suo “Unigenito, pieno di grazia e di verità”. “Grazia e verità” è un’espressione biblica che significa “amore fedele”. La troviamo nell’AT quando il Signore si presenta a Mosè come “il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6). In Gesù è presente la pienezza dell’amore fedele di Dio. Egli è la dimostrazione inconfutabile che nulla potrà mai sopraffare la benevolenza di Dio.

La quinta strofa (v. 15) è il secondo intermezzo. Ricompare il Battista e questa volta egli parla al presente: “rende testimonianza” in favore di Gesù. “Grida” agli uomini di tutti i tempi che egli è unico.

La sesta strofa (vv.  16-18) è un canto di gioia dal quale trabocca la riconoscenza a Dio della comunità per il dono ricevuto. Dono incomparabile. Anche la legge di Mosè era un dono di Dio, ma non era definitiva. Le disposizioni esterne che essa conteneva non erano in grado di comunicare “la grazia e la verità”, cioè, la forza che permette all’uomo di corrispondere all’amore fedele di Dio. La “grazia e la verità” sono state donate per mezzo di Gesù. Compare qui, per la prima volta, il suo nome.

Dio nessuno l’ha mai visto. È un’affermazione che Giovanni richiama spesso (5,37; 6,46; 1 Gv 4,12.20). La si ritrova già nell’AT: “Tu non potrai vedere il mio volto – dice Dio a Mosè – perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33,20).

Le manifestazioni, le apparizioni, le visioni di Dio raccontate nell’AT non erano delle visioni materiali, erano un modo umano di descrivere le rivelazioni dei pensieri, della volontà, dei progetti del Signore.

Ora invece è possibile vedere realmente, concretamente Dio osservando Gesù. Per conoscere il Padre non si devono fare ragionamenti filosofici o perdersi in sottili disquisizioni. Basta contemplare Cristo, osservare quello che fa, cosa dice, cosa insegna, come si comporta, come ama, chi preferisce, chi frequenta, da chi va a cena, chi sceglie, chi rimprovera, chi difende. Basta, soprattutto, contemplarlo nel momento più alto della sua “gloria”, quando viene innalzato sulla croce. In quella manifestazione somma di amore il Padre ha detto tutto.

Per gentile concessione di
http://www.settimananews.it

Il Natale, tema familiare a tutti, si può contemplare partendo da angolature ed esperienze diverse, con la certezza che il mistero non si esaurisce, anzi offre ad ognuno – in ogni epoca della vita e della storia – ricchezze inedite, insospettabili, tesori sempre nuovi da scoprire. In questa occasione, preferisco presentare alcune riflessioni sciolte, che ci possono aiutare nella contemplazione del mistero e aprire nuove piste per condividere con altri – vicini o lontani – la gioia della nascita del Figlio di Dio in carne umana. Con questa apertura di orizzonti, la lettura missionaria del Natale sarà più vicina all’avvenimento di Betlemme.

Dio in carne umana: per tutti!

Natale è ‘incarnazione’; significa Dio in carne umana: “E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Già i primi Padri della Chiesa dicevano: “Caro salutis est cardo”, la carne è cardine-fondamento della salvezza. Siamo in presenza di un fatto storico: la nostra salvezza passa attraverso la carne di Cristo, la sua nascita, passione, morte, risurrezione, ascensione, Eucaristia… È la carne di Dio, la carne di Maria. Non è un’apparenza di carne, come dicevano i primi eretici, i docetisti, ma carne concreta, come la nostra, componente essenziale della persona umana. La salvezza di Dio ci arriva, storicamente, attraverso la carne di Cristo Redentore; ma, allo stesso tempo, passa necessariamente attraverso la nostra carne: carne redenta e carne da redimere. Per capire l’ampiezza e la profondità di questo tema, occorre parlare con termini realisti e crudi della nostra carne in tutte le sue situazioni e tappe: – è la carne forte degli anni giovanili e adulti (lavoro, attività, viaggi…); – è la carne bella (ricerca di bellezza, mode, lussi, vanità…); – è la carne fragile (debole, malata, sofferente, moribonda, morta…); – è la carne destinata alla risurrezione, come diciamo nel Credo. Papa Francesco ci invita a vedere la Chiesa come un “ospedale da campo”, senza stupirci, né vergognarci di “toccare le ferite” di chi è nel bisogno. Senza distinzione di colori: la salvezza di Dio è la stessa per tutti. La liturgia canta in questo tempo: “ogni carne (cioè, ogni essere umano) vedrà la salvezza di Dio”. È questa la bella notizia, la grande gioia annunciata dagli angeli a Betlemme per tutto il popolo e per tutti i popoli (Lc 2,10).

Da Betlemme al Calvario, ieri e oggi

Edith Stein (S. Teresa Benedetta della Croce), ai tempi di Hitler, compose l’opera Il mistero di Natale, dove scrisse: “I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Colui che approfondisce un mistero, finisce per toccare tutti gli altri. Così il cammino che comincia a Betlemme avanza irresistibilmente verso il Calvario, va dal presepe alla croce”. Basta leggere le parole di Simeone a Maria nel tempio, la fuga in Egitto, la strage dei bambini innocenti. Edith Stein consumò il suo olocausto nel 1942 nel lager di Auschwitz. I fatti si ripetono, oggi come ieri: le macabre crudeltà di Isis in vari luoghi; in Nigeria con Boko Haram; nella Rep. Dem. del Congo; nella Repubblica Centroafricana; in Italia con i terribili e continui fattacci di sangue. In altre parti del mondo, continuano il martirio di cristiani e di altri innocenti, le tragedie dei migranti in mare o nel deserto… Ma il Bambino del presepio è il Risorto. Perciò Edith Stein conclude: “Ognuno di noi, l’umanità intera giungerà, assieme al Figlio dell’Uomo, attraverso la sofferenza e la morte, alla stessa gloria”. Anche attraverso la pandemia, perché Gesù è più forte della tempesta.

Il primo sguardo negli occhi – Contemplazione del Bambino

Giotto, pittore fiorentino nel Medioevo, creatore della pittura moderna, ha pitturato in un affresco la nascita di Gesù a Betlemme, che si trova nella Cappella degli Scrovegni a Padova. L’affresco mette in evidenza il momento del primo sguardo: Maria e il Bambino si guardano negli occhi. Si guardano per la prima volta. Sorpresa, stupore, commozione, gratitudine, gioia! Maria scopre sul volto del Bambino il suo stesso volto, perché Gesù è solamente suo. Il Bambino si riflette sul volto della Madre. In quegli occhi che si incrociano e si contemplano reciprocamente, si scopre il nuovo sguardo di Dio sull’uomo, e il nuovo sguardo dell’uomo su Dio e sui fratelli e le sorelle. Sguardo di misericordia, accoglienza, fiducia. Da quel momento, le relazioni con Dio, tra gli esseri umani e con il creato, si scoprono beneficamente contagiate da questo intreccio di sguardi, che segna il nuovo stile di rapporti, basato sulla fraternità, il rispetto, la misericordia.