Martedì della II settimana di Avvento
Mt 18,12-14: Dio non vuole che i piccoli si perdano

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?
In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.
Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».

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Questo Vangelo ha sempre solleticato la mia curiosità, e da sempre ci sono state delle domande che faticavano a trovare risposte. Ad esempio perché il pastore sceglie di andare a cercare una sola pecorella correndo il rischio di perderne addirittura novantanove ? Chi è in realtà quella pecorella? E chi sono le novantanove? Siamo forse noi uomini quelle cento pecore? Ma perché allora solo uno si perde? E gli altri novantanove non sono tutti potenzialmente atti a perdersi anch’essi?
Ascoltando un giorno una catechesi sulla simbologia del Buon Pastore nella iconografia cristiana dei primi secoli ho scoperto una cosa interessante. Il Vangelo di Matteo, quello che leggiamo oggi, pone il gregge non nel deserto come l’evangelista Luca, bensì sui monti. Non è cosa di poco conto. Essendo sui monti il gregge. è come dire, già arrivato ai quieti pascoli, quindi è già salvo. Sappiamo che i monti rappresentano ciò che è più in alto di tutto, quindi metaforicamente la meta finale, il Paradiso. Quindi il pastore che scende dai monti è lo stesso Dio che discende dal cielo. Ma sappiamo che il Re del cielo scende dalle stelle per salvare l’umanità intera e riportarla in Paradiso. E’ a questo punto che le cose si chiariscono. La pecorella smarrita non è uno tra i cento uomini, ma è tutta l’umanità.
E i novantanove allora chi sono? Sono gli angeli, le potenze del cielo, tutto ciò che Dio ha con sé nel suo meraviglioso pascolo. Da quel pascolo noi uomini siamo scappati, ma lui, il Bel pastore non ci ha abbandonato, ha lasciato il suo gregge e viene a prenderci. Ci mette sulle sue spalle e ci riporta a casa. Tutto ciò perché siamo preziosi a suoi occhi…
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
vali più del più grande dei tesori
Io sarò con te, ovunque andrai.

Franco Mastrolonardo
http://www.preg.audio


Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta?”.
Cosa avrà mai di così speciale questa pecora per suscitare una reazione così eccessiva del pastore? Sembra quasi incomprensibile la reazione del pastore rispetto al resto del gregge, o rispetto anche alle conseguenze che normalmente essi attuavano nei confronti delle pecore che si rifiutavano di restare nel gregge. Infatti era prassi, davanti a una pecora refrattaria, spezzare una gamba così da impedirne la fuga. Invece questo strano pastore reagisce con la semplice gioia al suo ritrovamento. Agli occhi di Dio siamo tutti questa unica pecorella speciale. Ognuno è guardato con la predilezione con cui il pastore tratta questa pecora. Ognuno deve arrivare fino al punto da sperimentare questa sua unicità. È l’esperienza più vera dell’amore, infatti chi si sente amato sente di essere unico. L’amore non è mai l’esperienza di sentirsi semplicemente trattati come tutti gli altri, ma è l’esperienza di sentire una preferenzialità. Un uomo quando ama una donna la guarda con occhi diversi, così come una donna quando ama un uomo lo guarda con una preferenzialità differente. Se diciamo di essere amati da Dio è troppo sentirci creature come tutti gli altri, dobbiamo lasciare che lo Spirito (ecco la vita spirituale!) ci faccia vivere questa predilezione fino al punto di lasciare che essa ci cambi. 

L.M. Epicoco
http://www.nellaparola.it


Eppure è chiaro. Detto e riportato senza possibilità di non essere capito. E ribadito e messo per scritto dagli evangelisti in modo che nessuno, poi, potesse dubitare della forza delle parole del Signore. Dio vuole una cosa sola da noi: che siamo salvi. Là dove “salvezza” significa pienezza, gioia, abbondanza di vita, felicità… Come un genitore che per il proprio figlio desidera ogni bene, ogni luce, ogni soddisfazione sapendo, però, che la vita ne riserva poche e che bisogna affrontare errori e difficoltà. Dio desidera il nostro bene molto più di quanto noi stessi desideriamo il nostro bene che, quasi sempre, ci sfugge… Perché Dio ci ama, ci viene a cercare, ci carica sulle sue spalle là dove noi, esasperati dalla ricerca, avremmo probabilmente bastonato la pecora ribelle. Lui no, ne ha attenzione, se ne fa carico, se ne prende cura. E questo Dio celebriamo, ci prepariamo ad accogliere nell’imminente Natale. Ma allora, scusate, perché molti sé dicenti cristiani continuano a parlare di un Dio giudice pronto a coglierci in fallo o un Dio bamboccio cui va sempre tutto bene come un innocuo Babbo Natale?

Paolo Curtaz