XXIX Domenica T.O. (C)
Come pregare?
Come un porcellino, un asinello, un pesce o un ghiro!
In quel tempo Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Gesù ci racconta una parabola “sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. I protagonisti sono un giudice corrotto e una povera vedova che la spunta finalmente con la sua unica arma: scocciare senza tregua quel giudice disonesto! Una parabola alquanto strana perché porta ad accostare Dio a un giudice (e ahimè quante volte parliamo di Dio come giudice!) e si parla di “fare giustizia” per ben quattro volte. Dov’è quindi la preghiera?
Per allontanare eventuali equivoci, diciamo che Dio non si presenta come un giudice (come l’aveva annunciato Giovanni Battista!) ma riveste le vesti di un condannato, crocifisso come un criminale, e dalla cattedra della croce implora misericordia per tutti: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!”. Quindi questo “fare giustizia” non può essere che l’esercitare la Sua misericordia. Ecco cos’è la preghiera: bussare al Cuore di Dio e ottenere la multiforme grazia della Sua misericordia e compassione.
Ma il problema è: noi, cittadini di un mondo tecnologico e secolarizzato, crediamo ancora nella preghiera? Il Figlio dell’uomo, avveniente, trova la fede nella terra del nostro cuore? Signore, aumenta la nostra fede! Se ne aveste tanta come un granello di senape… Signore, sia la mia come una particella microscopica di polline che renda feconda la terra sterile del mio cuore!
Ma ritorniamo alla preghiera e al vangelo e, a proposito o a sproposito, condivido con voi alcuni pensieri un po’ irriverenti.
PREGARE UN DIO… LUMACA!
“Farò loro giustizia prontamente”!? Siamo proprio sicuri? Se lo dice Gesù!… Non so cosa ne pensate voi, ma la mia impressione tante volte è che Dio sia… un po’ sordo. O che abbia tante pratiche da sbrigare! O che la sua idea di fare in fretta sia un po’ diversa della nostra. Effettivamente il Salmo 90 dice: “Ai tuoi occhi, o Dio, mille anni sono come ieri”. Ma non è così per noi umani. I nostri tempi sono ben altri! Hai voglia a dire che “sebbene sembri indugiare, verrà in fretta, senza tardare!” (cf. Ab 2,3; Eb 10,37; 2Pt 3,9). La verità è che ai nostri occhi (ai miei occhi!) Dio sembra una… lumaca!
Gli autori biblici e spirituali invano cercano di difenderLo, ma non mi pare siano molto convincenti. Il dotto Sant’Agostino ne prova a dare una spiegazione: “quia mali, mala, male petimus”, cioè che le nostre preghiere non sono esaudite innanzitutto perché siamo cattivi (mali), o perché domandiamo cose cattive (mala), o allora perché domandiamo male (male). Che mi perdoni il grande Sant’Agostino, ma nemmeno lui mi convince. Voglio credere che Dio ci ascolta anche quando siamo cattivi, quando chiediamo cose cattive, o chiediamo malamente!
E allora? La mia convinzione è che Dio ci chieda davvero un atto di fede e di abbandono totale alla Sua Sapienza, al Suo Amore, al Suo Mistero. Quando prego il Padre mi ascolta, sempre e di immediato.
Ma scendendo al concreto, rimane la difficoltà della preghiera. Come pregare? Ecco quattro (mie) proposte.
PREGARE COME… UN PORCELLINO!
Mi impressionò quello che un neo-convertito disse un giorno al cardinale portoghese Tolentino Mendonça: Padre, io prego come un maiale! Cosa?! Sì, come un maiale, che mangia di tutto. Così faccio io, di tutto faccio preghiera, di qualsiasi cosa che mi arriva. Credo che fino a quando non arriviamo a fare questa esperienza di pregare con tutta la nostra vita concreta non abbiamo ancora trovato la chiave della preghiera!
PREGARE COME… UN ASINELLO!
Tutti vorremmo una preghiera tutta piena di luci e consolazioni ma molto spesso non è così!
Siamo tutti rimasti di stucco quando abbiamo appreso che la grande Madre Teresa di Calcutta, che si direbbe toccava il cielo con un dito, visse cinquant’anni, fino alla morte, nella pura aridità spirituale, lei che trascorreva almeno tre ore in adorazione ogni giorno. Un’altra Teresa, quella di Lisieux (la mia fidanzatina, ahimè corteggiata da tutti!), negli ultimi mesi della sua vita diceva di avere la sensazione di essere seduta “alla tavola dei peccatori e degli atei”, attanagliata dai dubbi e dalle prove. Altro che un percorso spirituale tutto rose e fiori! E la grande Teresa, quella di Avila, diceva che ha pregato anni e anni e la preghiera le sembrava paglia, come mangiare paglia! Come un asinello! Vorrebbe l’asino cibarsi dell’erba fresca del prato ma deve accontentarsi della paglia che gli dà il suo padrone!
PREGARE COME… UN PESCE!
È la mia preghiera preferita. Avrete sentito parlare del famoso libro di spiritualità Racconti di un pellegrino russo (Spero che non siate allergici alla parola russo, come il nostro cuoco che dovendo scrivere nel menu l’insalata russa, nel timore di rendercela indigesta, scrisse insalata dell’Est!). Questo pellegrino, avendo sentito l’esortazione di San Paolo “Pregate ininterrottamente” (1Ts 5,17), ripeteva per infinite volte la stessa invocazione: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me, peccatore” diventando, alla fine, parte del suo respiro.
Personalmente ho trovato in questo tipo di preghiera molto giovamento. Con il tempo ho trovato un po’ lunga la giaculatoria. Da anni l’ho rimpiazzata con questa più corta e semplice: “Mon Dieu!” (Dio mio), dall’ultima invocazione di Santa Teresa di Lisieux: “Mon Dieu, je vous aime!”, ritmandola con il respiro: Mon (aspirazione) Dieu (espirazione). Così mi immergo e mi muovo, come un pesce, nell’Oceano divino, aspirando la Sua Pace, il Suo Amore, la Sua Grazia, e espirando, gettando fuori le scorie del cuore. Trovo che due monosillabi rendano questo esercizio più semplice e naturale. Per esempio: Padre (Pa-dre!), o Gesù (Ge-sù).
PREGARE COME… UN GHIRO!
Due difficoltà rendono un po’ penosa la preghiera: le distrazioni e la sonnolenza. Entrambe sono un’occasione per esercitare l’umiltà: la nostra è una preghiera imperfetta e povera! La sonnolenza per anni mi ha fatto arrabbiare con me stesso, finché ho trovato la pace nel pensiero che il tempo dedicato alla preghiera è prima di tutto un “sacrificio del tempo”. È un tempo che abbiamo deciso che appartiene a Dio, e non ad altro. Anche questo è… “essere perseveranti nella preghiera” (Rm 12,12). Guardando indietro mi ritrovo a ricordare con un sorriso le ore trascorse sulla mia carrozzina, piazzato in mezzo all’ala centrale della nostra cappella di via Lilio, a Roma, lottando contro la sonnolenza. Credo che questa preghiera tante volte “dormendo come un ghiro” sia stata anch’essa benevolmente ascoltata da Dio!
P. Manuel João,
Castel d’Azzano, 15 ottobre 2022