XXVIII Domenica T.O. (C)
Guariti ma non salvati!
Luca 17, 11-19 Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.
7 pensieri sul vangelo e il ringraziamento
1. La vita e la fede in cammino
Il Vangelo di questa XXVIII domenica è un testo pieno di movimento. Infatti ha dieci verbi di moto. È, in certo senso, una immagine della vita, vissuta come un cammino, dalla nascita alla dipartita da questo mondo. Forse nessun altro vocabolo esprime meglio il percorso dell’esistenza e della storia.
La vita di fede è essa pure un cammino che inizia nel battesimo e si avvia – percorrendo sentieri e strade diverse, spesso imprevedibili – verso la meta celeste. Tutto nella fede è vissuto e sperimentato “in cammino”, passo dopo passo, con fatica.
Il cammino incarnato dal lebbroso samaritano ha tre movimenti: un andare, un rivenire e un ripartire. C’è un andare lento e affaticato da malato, un ritorno a Gesù correndo con la nuova energia datagli dalla guarigione, e un ripartire salvato dalla fede.
Il racconto può essere visto come una metafora dell’umanità. Sono dieci i lebbrosi, una cifra che rappresenta la totalità. E dieci è il numero per fare la comunità, il numero minimo per rendere possibile il culto nella sinagoga. Dieci, cioè tutti, sono guariti, graziati, ma uno solo è salvato dalla fede, al ritornare, riconoscente, al Donatore. Tutti usufruiscono dei doni di Dio, tanti proseguono per la loro strada, pochi ritornano per ringraziare e ripartire salvati. E dove non c’è gratitudine il dono va perso, dice Bruno Forte.
2. Un cammino di “grazie”
La vita e la fede sono caratterizzate innanzitutto dalla gratuità. Sono doni. Diceva un non-credente che il più grande dramma di un ateo è non aver un Tu a chi ringraziare. Lo sviluppo di questi doni, inoltre, richiede il contributo di tante mani amorose. Ecco perché “grazie” è uno dei vocaboli più ricorrenti nel nostro linguaggio quotidiano. È un movimento spontaneo, anche se talora può diventare meccanico.
La parola “grazie” indica un “dono” (in greco: charis = grazia) ed esprime la gratitudine e la riconoscenza verso un “tu” con cui si è instaurata una comunicazione di vita.
Oltre al “ringraziare” troviamo il verbo “benedire” (in ebraico barak) che indica l’atteggiamento religioso della gratitudine verso Dio.
3. Dal “dire grazie” alla “azione di grazie”
Dire grazie non è una questione di semplice galateo ma un atteggiamento di vita. È un concepire l’esistenza non come un prendere ma come un ricevere. Se questo è vero nella quotidianità, lo è ancora di più nella vita di fede. Il dire grazie diventa azione di grazie che culmina nell’Eucaristia.
Nella Bibbia il grazie appare ad ogni passo del credente. Gesù agisce ringraziando continuamente il Padre. Egli danza di gioia al vedere i 72 che ritornano dalla missione pieni di gioia, e ringrazia il Padre di essersi rivelato ai piccoli (Luca 10,21-22). Gesù ringrazia il Padre, prima di risuscitare Lazzaro, per averlo ascoltato (Giovanni 11,41).
Secondo San Paolo la Chiesa è chiamata ad essere un popolo che abbonda nel ringraziamento. Egli stesso vive ringraziando Dio continuamente (1Cor 1,4; Fil 1,3; Col 1,3; 1Ts 1,2; 2,13; 2Ts 1,3), e invita le comunità a fare lo stesso. Troviamo nelle sue lettere innumerevole volte l’invito a ringraziare Dio, continuamente, in ogni cosa ed ogni tempo, con abbondanza: “rendere continuamente grazie per ogni cosa a Dio” (Efesini 5,18-20); “in ogni cosa rendete grazie” (1Tessalonicesi 5,18); “abbondi il rendimento di grazie” (Efesini 5,3-4; Colossesi 2,6-7) …
4. Ricordare, non dimenticare
Il ringraziamento è un affare del cuore. Per diventare gratitudine vera e duratura va custodito nel cuore e alimentato dalla memoria e dal ricordo. Perché “nel ricordo, ciò che hai dentro nel cuore più lo ricordi più cresce e meno lo ricordi più scompare” (Silvano Fausti).
Nella Bibbia troviamo le varie forme del verbo “ricordare” e del sostantivo “ricordo” più di 300 volte. L’ultima consegna di Mosè al popolo d’Israele è propria questa: Ricordati, non dimenticare! “Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto … Guàrdati bene dal dimenticare il Signore, tuo Dio…” (Deuteronomio 8). Similmente dirà Gesù ai suoi nell’ultima cena: “Fate questo in memoria di me!”
5. Una vita senza “grazia” è sgraziata e diventa disgraziata, infernale
Dice la tradizione ebraica: Chi usufruisce di qualsiasi bene in questo mondo senza dire prima una preghiera di ringraziamento o una benedizione commette una ingiustizia. Sant’Ignazio dice addirittura che l’ingratitudine è il più abominevole dei peccati, agli occhi di Dio e delle Sue creature.
L’ingratitudine ci rende insoddisfatti, critici, brontoloni, pessimisti. Dalla logica del dono e dell’accoglienza si passa a quella della conquista rapace che rivendica, pretende, reclama, diffida… “Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede; dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere”. (Geremia 17,6)
Una vita senza “grazia” è sgraziata e con il tempo diventa disgraziata e, infine, si tramuta in “inferno”, il ‘luogo’ o la condizione estrema di colui che non riconosce la grazia, si rende incapace di accogliere il dono e, quindi, si rifiuta di ringraziare!
6. E gli altri nove dove sono?
È la domanda che Gesù ci rivolge. A noi che, per grazia.. “ci siamo”. Penso alle folle lontane dal Donatore, alle nostre chiese vuote, alle nostre famiglie smarrite… Raccogliere questa domanda ed avere il coraggio e l’amore per rispondere a Gesù: Eccomi sono qui anche a nome loro per dirti: Grazie!
7. Coltivare la grazia e la benedizione
La capacità di ringraziare va coltivata. Ecco due esercizi per accrescerla.
Entrare ogni mattina nella giornata, non dalla porta esterna del fare, dell’affanno per i problemi da affrontare, delle mille preoccupazioni che ci assalgono…, ma dalla porta interiore del cuore, della coscienza del dono di una nuova giornata, del ringraziamento, della consapevolezza di essere figlio, figlia di Dio! Questo primo passo dà il ritmo all’andatura della giornata e segna la sua qualità e il suo colore, grigio o luminoso. Sono due modi completamente diversi di riprendere, ogni giorno, il cammino della vita: entrare nella giornata benedetti e ritornare ringraziando, o uscire aggobbiti e rientrare sgraziati!
Un secondo esercizio, che personalmente mi aiuta molto perché il mio grazie non diventi meccanico: accompagnarlo nel cuore con una breve preghiera: Benedici, Signore, questo tuo figlio, questa tua figlia, che mi ha reso questo servizio, che mi ha fatto grazia! E accompagnare il mio grazie con un sorriso!
L’anima mia benedice il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore! (Vergine Maria)
P. Manuel João,
Castel d’Azzano, 8 ottobre 2022