III Domenica di Pasqua – Anno C
Giovanni 21,1-19


Gv 21

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» . La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» (…)

(Letture: Atti 5,27-32.40-41; Salmo 29; Apocalisse 5,11-14; Giovanni 21,1-19).

Il Maestro d’umanità e il linguaggio semplice degli affetti
Ermes Ronchi

Una mattina sul lago, dopo che Gesù ha preparato il cibo, come una madre, per i suoi amici che tornano da una notte vuota, lo stupendo dialogo tra il Risorto e Pietro, fatto con gli occhi ad altezza del cuore. Tre richieste uguali e ogni volta diverse, il più bel dialogo di tutta la letteratura mondiale: Simone di Giovanni mi ami più di tutti? Mi ami? Mi vuoi bene?
È commovente l’umanità di Gesù. Vorrei dire, senza paura di contraddizioni, che questo è il Dio di totale umanità, e che l’ho scelto per questo.
Gesù è risorto, sta tornando al Padre, eppure implora amore, amore umano. Lui che ha detto a Maddalena: «non mi trattenere, devo salire», è invece trattenuto sulla terra da un bisogno, una fame umanissima e divina. Può andarsene se è rassicurato di essere amato.
Devo andare e vi lascio una domanda: ho suscitato amore in voi?
Non chiede a Simone: Pietro, hai capito il mio messaggio? È chiaro ciò che ho fatto? Ciò che devi annunciare agli altri? Le sue parole ribaltano le attese: io lascio tutto all’amore, non a dottrine, non a sistemi di pensiero, neppure a progetti di qualche altro tipo. Il mio progetto, il mio messaggio è l’amore.
Gesù, Maestro di umanità, usa il linguaggio semplice degli affetti, domande risuonate sulla terra infinite volte, sotto tutti i cieli, in bocca a tutti gli innamorati che non si stancano di domandare e di sapere: Mi ami? Mi vuoi bene?
Semplicità estrema di parole che non bastano mai, perché la vita ne ha fame insaziabile; di domande e risposte che anche un bambino capisce, perché è quello che si sente dire dalla mamma tutti i giorni. Il linguaggio delle radici profonde della vita coincide con il linguaggio religioso. Prodigiosa semplificazione: le stesse leggi reggono la vita e il vangelo, il cuore e il cielo.
In quel tempo, in questo tempo. Gesù ripete: a voi che, come Pietro, non siete sicuri di voi stessi a causa di tanti tradimenti, ma che nonostante tutto mi amate, a voi affido il mio vangelo.
Il miracolo è che la mia debolezza inguaribile, tutta la mia fatica per niente, le notti di pesca senza frutto, i tradimenti, non sono una obiezione per il Signore, ma una occasione per essere fatti nuovi, per stare bene con Lui, per capire di più il suo cuore e rinnovare la nostra scelta per Lui.
Questo interessa al Maestro: riaccendere lo stoppino dalla fiamma smorta (Is 42,3), un cuore riacceso, una passione risorta: «Pietro, mi ami tu adesso?». Santità è rinnovare la passione per Cristo, adesso.
La legge tutta è preceduta da un “sei amato” e seguita da un “amerai”. Sei amato, fondazione della legge; amerai, il suo compimento.
Chiunque astrae la legge da questo fondamento amerà il contrario della vita (P. Beauchamp).

Va bene anche così! L’importante è ricominciare
Gaetano Piccolo

Quando l’amore finisce

Prima o poi le relazioni si spezzano, le cose in cui abbiamo creduto si consumano, ci ritroviamo delusi e feriti. Sappiamo bene che non sempre è solo colpa degli altri o della storia, anche noi abbiamo le nostre responsabilità. E allora preferiamo non pensarci. Ci lasciamo andare, cerchiamo di dimenticare. Forse, però, tra le rovine della nostra vita ci può essere un altro modo per ricominciare ad amare.

Fare finta di niente

Anche Pietro e i primi discepoli vivono un momento di amarezza e di scoraggiamento. Sono disorientati. Il gruppo ci viene presentato frammentato, disperso, nel buio della notte. Ancora una volta, Pietro prende in mano la situazione, senza sperare forse veramente che gli altri lo seguano ancora. Pietro ritorna a fare il suo mestiere, quasi come per ricominciare d’accapo, come se nel frattempo non fosse successo niente. E in quella notte tutto ha il sapore dell’inizio, persino il fallimento. Come quella prima volta in cui il Maestro lo invitò a prendere il largo, così adesso Pietro rimane in mare tutta la notte senza prendere nulla. Vorremmo archiviare le esperienze che ci hanno fatto male, ma la vita con una certa ironia ce le ripropone: persone, eventi, situazioni ci fanno ripiombare nel baratro di quei ricordi dolorosi. Non ci resta che affrontare la realtà così com’è.

Anche Dio sembra irriconoscibile

In quei momenti drammatici, quando il cuore è gonfio di amarezza, anche Dio sembra assente. In quella notte di delusione Gesù è con i discepoli, ma sono così disperati da non rendersene conto. Il Signore è con loro ma non riescono a riconoscerlo. Solo chi ha fatto l’esperienza di sentirsi amato, sa riconoscere il linguaggio dell’amore. Il discepolo amato è colui che è entrato in una comunione profonda con Gesù, una comunione che permette di accorgersi ora della sua presenza.

Cosa ci manca?

Ancora una volta, come era avvenuto spesso nel Vangelo di Giovanni, Gesù rimanda i discepoli a prendere consapevolezza del loro bisogno, della loro mancanza. Non hanno nulla da mangiare, non hanno il cibo con cui sfamarsi, non trovano più la fonte della loro vita. Occorre prendere consapevolezza di quella mancanza, per lasciare spazio all’incontro con Dio. Il Signore viene a colmare la nostra mancanza, il nostro desiderio, ma è necessario che prendiamo consapevolezza di ciò di cui abbiamo bisogno.

Nascondersi per la vergogna

Come sempre, Pietro arriva un po’ dopo. Non vede mai le cose chiare fin da subito, ha bisogno di tempo. Ma quando si accorge della presenza del Signore, è capace di buttarsi in mare, in quel mare che gli ha fatto paura, perché rappresenta la morte, il luogo in cui si rischia di sprofondare. Ancora una volta, puntando lo sguardo su Gesù, Pietro è capace di entrare nel mare. E si butta in mare vestito, anzi consapevolmente si veste prima di tuffarsi, un gesto che lascia perplessi e che sembra contrario alla dinamica normale delle azioni: per entrare in mare, di solito, ci si spoglia. Ma Pietro ha vergogna della sua nudità. È il discepolo fragile, l’amico che ha tradito. Come Adamo, anche Pietro cerca la sua foglia di fico con cui ricoprirsi. È un vestito temporaneo e maldestro, che ben presto verrà sostituito dal vestito della misericordia, proprio come la foglia di Adamo sarà sostituita dalla tunica di pelli che Dio confezionerà per lui.

Insieme nonostante le differenze

Come in quel primo incontro, anche adesso c’è una pesca abbondante e straordinaria, il segno che prelude all’incontro con Gesù. In quella rete ci sono 153 grossi pesci e la rete non si spezza. Al di là dei significati simbolici di questo numero, probabilmente il testo vuole alludere alle specie ittiche allora conosciute. Una varietà notevole, differenze e somiglianze che non impediscono però di stare insieme nella stessa rete. È il miracolo della Chiesa: la possibilità di ritrovarsi nella stessa comunità senza che i legami si spezzino.

Perdonàti mangiando

Arriva dunque il segno nel quale inequivocabilmente Gesù si fa riconoscere: il Signore ci nutre, preparare da mangiare per noi. Non ci lascia affamati e disperati, ma si prende cura del  nostro desiderio. In quel gesto conviviale c’è già la misericordia. Gesù prepara un banchetto come quello del padre misericordioso per i suoi figli. Ora i discepoli possono mangiare, tornando con la memoria a un altro evento, quello della cena nella quale hanno ascoltato le parole della consegna che Gesù ha fatto della sua vita.

La resa dei conti

Quel gesto conviviale prelude però a un momento personale: l’incontro con Pietro. Quel triplice tradimento richiede di essere guarito da una triplice professione d’amore. Se ci ritroviamo per caso davanti alla persona che abbiamo tradito, davanti a colui che abbiamo ferito e deluso, ci aspettiamo probabilmente di essere rimproverati e giudicati. Gesù invece interroga Pietro sull’amore: da dove possiamo ricominciare?

Non si tratta di banalizzare o di fare finta che non sia successo nulla, d’altra parte non ha senso però rimanere sulla ferita e continuare a metterci il dito dentro. A Gesù interessa piuttosto capire se è possibile guarire quella relazione e ricominciare a camminare insieme.

La prima domanda è molto impegnativa: Gesù vede in Pietro delle risorse di cui neppure Pietro si rende conto. Gesù chiede a Pietro se lo ama più di tutto il resto. Si tratta di un amore esclusivo, espresso per di più con il verbo agapao, che indica un amore nobile, alto. Pietro infatti risponde usando un altro verbo, che potremmo tradurre con ‘voler bene’, il verbo phileo.

Gesù non si irrigidisce nella sua visione delle cose e prova a incontrare Pietro laddove è possibile. Nella seconda domanda, Gesù continua a usare il verbo agapao, ma rinuncia alla condizione di esclusività. Ancora una volta però Pietro insiste a usare il verbo phileo, ‘ti voglio bene’.

Gesù prova ad andare ancora più incontro a Pietro, perchè l’importante è ripartire, l’importante è trovare un punto da cui ricominciare. Nella terza domanda Gesù usa lo stesso verbo di Pietro, chiede a Pietro «mi vuoi bene?», usando anch’egli il verbo phileo.

Pietro si rende conto che Gesù vede oltre, ma adesso non è capace di fare di più. Gesù non si irrigidisce in standard preconfezionati. Per ora va bene anche così. E allora si può ricominciare a camminare insieme. Non importa se per ora Pietro è capace solo di voler bene, Gesù gli affida lo stesso il suo gregge e lo invita a seguirlo. Gesù si fida ancora di Pietro. La relazione può ricominciare. Le ferite non sono state inutili, perché adesso Pietro può dire il suo  in maniera più consapevole e non, come all’inizio, sull’onda dell’euforia e dell’entusiasmo. Pietro si consegna con i suoi limiti. Solo quando abbiamo incontrato veramente noi stessi possiamo dire il nostro  all’amore.

Leggersi dentro

– Ci sono relazioni ferite oggi nella tua vita di cui vuoi prenderti cura?
– Sei capace di avere uno sguardo positivo anche su chi ti ha deluso?

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“Pietro, seguimi!”
Enzo Bianchi 

Quando un autore finisce un libro e scrive la conclusione, manifestando lo scopo per cui ha scritto, il libro può essere pubblicato. Se poi a questa conclusione si sente il bisogno di aggiungere un altro capitolo di narrazioni, in continuità con quelle precedenti, allora ci devono essere ragioni decisive, importanti. Questo, come è noto, è ciò che è avvenuto anche per il quarto vangelo, terminato con il capitolo 20 (letto domenica scorsa) e poi allungato di un nuovo capitolo, il testo liturgico odierno. Perché una ripresa breve ma ricca di episodi? Difficile per noi rispondere con certezza, ma possiamo almeno fare un’ipotesi. L’autore o i redattori ritennero necessario mettere in relazione “il discepolo che Gesù amava” (cf. Gv 13,23; 19,26; 20,2; 21,7.20.23) con Simone, il discepolo al quale fin dal primo incontro Gesù aveva dato il nome di Pietro, roccia salda tra tutti gli altri (cf. Gv 1,42). In ogni caso, questa appendice è straordinaria perché non è tentata di raccontare fatti straordinari o sovrumani riguardanti Gesù risorto, ma vuole dirci solo la sua presenza discreta, elusiva, fedele e paziente in mezzo alla sua comunità.

Questa manifestazione del Risorto avviene sulle rive del mare di Galilea, là dove secondo i sinottici era avvenuta la chiamata delle prime due coppie di fratelli: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, pescatori uniti in una piccola impresa (cf. Mc 1,16-20 e par.). Dopo la morte e resurrezione di Gesù i discepoli sono tornati in Galilea, alla loro vita ordinaria fatta di lavoro, vita comune, vita di fede e di attesa. Ed ecco, in uno di quei giorni ordinari Pietro prende l’iniziativa, dicendo agli altri: “Io vado a pescare”. Gli altri sei ribattono: “Veniamo anche noi con te”. Questo racconto vuole dirci molto di più di ciò che è avvenuto a quei pescatori. Qui, infatti, c’è solo un pugno di discepoli – neanche undici, tanti quanti erano rimasti, e neppure le donne! – che rappresenta la comunità di Gesù; c’è Pietro che prende l’iniziativa di una pesca che non è pesca di pesci; c’è la disponibilità degli altri sei a seguirlo nella sua iniziativa.

“Ma quella notte non presero nulla”: una pesca infruttuosa, un lavoro e una fatica senza risultati. Questo risultato fallimentare indica qualcosa? Credo di sì: ovvero, Pietro può pretendere l’iniziativa, ma senza la parola, il comando, l’indicazione del Signore, la pesca resterà sterile, la missione senza frutti. Al levare del giorno, però, ecco sulla spiaggia un uomo di cui i discepoli ignorano l’identità. D’altronde mancano le condizioni per riconoscerlo: è ancora chiaroscuro ed egli non è vicino, né ha detto nulla perché i discepoli abbiano potuto riconoscerne la voce. È lui a rompere il silenzio, raggiungendoli con una domanda: “Piccoli figli, avete qualcosa da mangiare?”. Domanda sentita tante volte, per bocca di un mendicante sulla strada o sulla porta di casa. Sì, domanda di un mendicante che chiede qualcosa da mangiare per sostenersi. I discepoli devono averla sentita spesso sulle strade della Palestina, la sentono ora nell’alba e la sentiranno sempre in tutte le vicende della storia. La loro risposta è un secco: “No”. Non c’è stata pesca, non c’è cibo.

Ma quell’uomo continua: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. Così fanno, un po’ meravigliati, quei discepoli pescatori, e la rete si riempie di una tale quantità di pesci che è faticoso trascinarla a riva. Dunque una pesca abbondante, straordinaria, che desta stupore in tutti. Nello stupore, però, c’è chi discerne qualcosa di più e d’altro: è il discepolo che Gesù amava, il quale aveva vissuto un’intimità unica con Gesù, fino a posare il capo sul suo petto nell’ultima cena (cf. Gv 13,25). L’amore passivo di cui aveva fatto esperienza lo rendeva dioratico, uomo dall’occhio penetrante, uomo capace di vedere con il cuore e non solo con gli occhi. Ecco perché, indicando con il dito Gesù, può gridare: “È il Signore!” (ho Kýriós estin). Attenzione: lo dice a Pietro, indicando quell’uomo sulla spiaggia e rivelandogli ciò che egli non era stato in grado di vedere. Pietro non esita un istante e nel suo entusiasmo pieno di desiderio di essere con il Risorto si tuffa subito in acqua per raggiungerlo a nuoto.

Inutile tacerlo: nel quarto vangelo tra il discepolo amato e Pietro c’è una vera e propria “santa concorrenza”, non una concorrenza di gelosia, perché i due discepoli sono diversi e il loro rispettivo rapporto con Gesù è diverso. Nell’ultima cena Pietro sta dopo il discepolo amato presso Gesù e a lui, che è abbracciato a Gesù, sul suo petto, deve chiedere di informarsi su chi è il traditore (cf. Gv 13,24-25). E il discepolo amato, ricevuta da Gesù la risposta, non dice nulla a Pietro (cf. Gv 13,26). Poi nell’alba della resurrezione, informati da Maria di Magdala, Pietro e il discepolo amato corrono insieme al sepolcro, ma questi arriva primo (cf. Gv 20,3-4). Lascia entrare Pietro nel sepolcro (cf. Gv 20,5-7), ma è lui che “vide e credette” (Gv  20,8), mentre Pietro è annoverato tra quelli che “non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti” (Gv  20,9). Il discepolo amato precede Pietro nel discernimento, nella conoscenza, nella fede, e tuttavia riconosce sempre che nell’ordo della vita comunitaria Pietro è il primo per volontà di Gesù!

Quando poi i discepoli hanno trascinato a riva la rete piena di pesci, vedono un fuoco acceso con del pesce sopra e del pane, mentre Gesù chiede loro di portare un po’ del pesce che hanno preso. In ogni caso, Gesù ha preparato per loro un pasto: anche da risorto resta colui che serve a tavola, che prepara il cibo e lo distribuisce. Pietro intanto si dà da fare per scaricare il pesce e tutto avviene senza che la rete si rompa, perché egli sa maneggiarla impedendo che avvengano strappi. È il suo lavoro di unità, di comunione: spetta a lui conservare intatta, senza strappi la tunica di Gesù tessuta dall’alto in basso (cf. Gv 19,23-24); spetta a lui fare sì che la missione non provochi lacerazioni nella comunità dei credenti. Ed ecco il banchetto: “Venite a mangiare!”, dice Gesù, e nessuno replica, perché basta guardarlo, basta sentire la sua presenza, basta vedere il suo stile nello spezzare il pane e porgere il cibo per riconoscerlo. Non si dimentichi inoltre che, quando questo capitolo viene scritto, ormai Gesù è indicato con il termine ichthús, “pesce”, anagramma di cinque parole:

Iesoûs Christòs Theoû Hyiòs Sotér,
Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore.

Ed eccoci infine al racconto che è la vera motivazione dell’aggiunta di questo capitolo 21. Finito di mangiare, Gesù inizia un dialogo con Simon Pietro:

“Simone, figlio di Giovanni, mi ami (verbo agapáo) tu più di queste cose?” (1)
Gli rispose: “Sì, Signore, tu lo sai che ti voglio bene (verbo philéo)”.
Gli disse: “Sii il pastore dei miei agnellini”.
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami (verbo agapáo)?”.
Gli rispose: “Sì, Signore, tu lo sai che ti voglio bene (verbo philéo)”.
Gli disse: “Sii il pastore dei miei agnellini”.
Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene (verbo philéo)?”.
Pietro si rattristò che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene (verbo philéo)?”,
e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene (verbo philéo)”.
Gli rispose Gesù: “Sii il pastore dei miei agnellini”.

Si noti con attenzione il gioco dei verbi greci. La terza volta Gesù non chiede più a Pietro: “Mi ami?” (verbo agapáo), ma, come aveva risposto Pietro per due volte, gli chiede: “Mi vuoi bene?” (verbo philéo). A Gesù basta l’amore umano di Pietro, la sua capacità di volere bene: verrà il giorno – glielo dice subito dopo – in cui Pietro saprà vivere l’amore, l’agápe fino alla fine (eis télos: Gv 13,1), fino al dono della vita nel martirio, ma non ora… Pietro, dal canto suo, appare grande perché umile, perché non pretende di dire: “Io ti amo”, con quell’agápe che scende solo da Dio. C’è qui tutta la grandezza di Pietro, che rinuncia a essere protagonista di quell’amore che solo Dio può donare. Il Pietro che era stato presuntuoso (“Darò la mia vita per te!”: Gv  13,37), il Pietro che era sempre così sicuro ed entusiasta da voler fare più di quanto Gesù gli chiedeva (“Signore, lavami non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”: Gv  13,9), ora è il Pietro anziano, maturo spiritualmente, umile perché è stato umiliato, senza pretese, perché ha compreso di essere una roccia fragile, che al primo spirare del vento affondava… Per lui la vita è stata tutta una lezione, ma proprio per questo può essere il pastore di agnelli e di pecore sperdute.

Gesù allora può dirgli tutto. Non gli ricorda il peccato del rinnegamento e della paura, ma gli svela ciò che lo attende: “Sì, Pietro sei stato giovane, pieno di vita e di entusiasmo, e in quel tempo decidevi quello che volevi e andavi dove volevi. Ma, divenuto vecchio, non sarai più completamente padrone di te stesso. Sarai obbligato a farti aiutare, tenderai le mani e chiederai che altri ti vestano, perché tu non ce la farai da solo, e sarai portato dove non vorrai andare”. È certamente una profezia del martirio che lo attende, della forma di morte che gli toccherà quando sarò crocifisso e verserà il sangue a gloria di Dio; ma anche di una forma di “morte” quotidiana, nel ministero che gli compete, quando dovrà tante volte assecondare decisioni che lui non vorrebbe. Nella debolezza dell’anzianità sarà possibile, anzi necessario, anche questo “martirio bianco”… Dunque, che cosa spetta a Pietro? Seguire Gesù. L’ultima parola di Gesù a Pietro è come la prima: “Seguimi!” (cf. Gv 1,42-43). Anche nella diminutio, nella passività, nel fallimento, nel cedere ad altri le proprie facoltà si può seguire il Signore. Non è proprio quello che ha vissuto anche Gesù, reso oggetto, cosa, manipolato, in balia di altri che hanno fatto di lui ciò che hanno voluto, come era avvenuto per Giovanni il Battista (cf. Mc 9,13; Mt 17,12)? Questa è la sequela di Gesù cui nessuno di noi può sfuggire.

Ma resta ancora accanto a Pietro il discepolo amato da Gesù. Anche Pietro avrà imparato ad amarlo? Qui, improvvisamente Pietro si interessa a lui, chiedendo a Gesù: “Signore, che sarà di lui?” (Gv  21,21). Ma Gesù risponde: “Se voglio che egli dimori finché io venga, a te che importa? Tu seguimi!” (Gv  21,22). Risposta dura ma chiara: il discepolo amato è colui che dimora, del quale Pietro deve accettare un’altra fine, un altro ministero, un’altra testimonianza. Sarà tra gli agnelli di cui Pietro è pastore, ma quest’ultimo deve e riconoscerlo e basta. Nei secoli della chiesa Pietro avrà sempre la tentazione di mettere la mano su tutti, ma il discepolo che dimora ha la sua strada, rimane e Pietro deve solo riconoscerlo come l’amato di Gesù. A Pietro spetta seguire Gesù, non mettere la mano sul discepolo amato dal Signore, che resta misteriosamente presente nella chiesa. Chi è visionario e vede con gli occhi di Cristo riconoscerà il Signore, mentre Pietro resta uno che non ha saputo riconoscere il Risorto se non su indicazione del discepolo amato, che rimane.