L’abbraccio benedicente (3)
Meditazione sul ritorno del figlio prodigo
Henri Nouwen

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Parte prima
IL FIGLIO PIÙ GIOVANE

Il più giovane disse al padre: «Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta». E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e sì mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni». Partì e si incamminò verso suo padre.

Rembrandt, Figlio prodigo, con Saskia

Rembrandt e il figlio più giovane Rembrandt era vicino alla morte quando dipinse il Figlio prodigo. Con tutta probabilità è stato uno dei suoi ultimi lavori. Più leggevo sull’argomento e guardavo il dipinto, più lo vedevo come l’espressione finale di una vita turbolenta e tormentata. Insieme con la sua opera incompiuta Simeone e il Bambino Gesù, il Figlio prodigo mostra la percezione che il pittore aveva della propria vecchiaia, percezione in cui cecità fisica e profonda lucidità interiore erano intimamente connesse. Il modo in cui il vecchio Simeone sostiene quel bambino vulnerabile e l’anziano padre abbraccia il figlio esausto rivelano una visione interiore che ricorda alcune parole di Gesù ai discepoli: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete». Sia Simeone che il padre del figlio che torna, portano dentro di loro quella luce misteriosa con cui vedono. È una luce interiore, profondamente segreta, ma che irradia una tenera bellezza che tutto pervade.

In Rembrandt, tuttavia, questa luce interiore era rimasta nascosta per tanto tempo. Per molti anni gli era stato impossibile raggiungerla. Soltanto gradualmente e con molta angoscia era riuscito a percepirla dentro di sé e, attraverso se stesso, in coloro che dipingeva. Prima di essere come il padre, Rembrandt per lungo tempo era stato come il giovane arrogante che «raccolte le sue cose, parti per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze».

Quando guardo gli autoritratti così profondamente interiorizzati che Rembrandt produsse durante i suoi ultimi anni e che dicono molto della sua abilità nel dipingere la luminosità che emana dal vecchio padre e dal vecchio Simeone, non devo dimenticare che, da giovane, Rembrandt presentava tutte le caratteristiche del figlio prodigo: era sfacciato, sicuro di sé, spendaccione, sensuale e molto arrogante.

A trentanni si dipinse, con la moglie Saskia, come un figlio perduto di bordello. Nel quadro non trapela nessuna interiorità. Ubriaco, con la bocca semiaperta e gli occhi bramosi di sesso, si volge sprezzante a coloro che guardano il suo ritratto come per dire: «Non è un gran divertimento?!». Con la mano destra regge un bicchiere mezzo vuoto, mentre con la sinistra tocca il fondoschiena della sua ragazza, i cui occhi non sono meno concupiscenti dei suoi. I capelli lunghi e riccioluti di Rembrandt, il suo copricapo di velluto con l’enorme piuma bianca e la spada, nel fodero di cuoio e con l’impugnatura d’oro, che sfiora il dorso dei due che fanno baldoria, non lasciano molti dubbi sulle loro intenzioni. La tenda scostata, nell’angolo in alto a destra, fa anche pensare ai bordelli dell’infame quartiere a luci rosse di Amsterdam.

Fissando intensamente questo sensuale autoritratto del giovane Rembrandt coi tratti del figlio prodigo, a stento riesco a credere che sia lo stesso uomo che, trent’anni dopo, si dipinse con occhi che penetrano così a fondo nei riposti misteri della vita. Inoltre, tutti i biografi di Rembrandt lo descrivono come un giovane orgoglioso, fortemente convinto del proprio genio e desideroso di esplorare ogni cosa il mondo possa offrire; un estroverso che ama la lussuria ed è insensibile a coloro che lo circondano. Non c’è dubbio che una delle principali preoccupazioni di Rembrandt sia stato il denaro. Ne accumulò molto, ma molto ne spese e ne perse. Una gran parte della sua energia fu sperperata in processi giudiziari protrattisi a lungo per questioni finanziarie e procedimenti di bancarotta.

Gli autoritratti dipinti verso la fine dei vent’anni e all’inizio dei trenta rivelano in Rembrandt un uomo avido di fama e adulazione, appassionato di abiti stravaganti, che preferisce catene d’oro ai tradizionali colletti bianchi inamidati e fa sfoggio di cappelli, berretti, elmi e turbanti bizzarri. Anche se questo abbigliamento elaborato può essere spiegato in gran parte come un modo normale di esercitare e ostentare tecniche diverse di pittura, dimostra anche che si trattava di un personaggio arrogante che non si mostrava così solo per far piacere ai suoi committenti.

Comunque, a questo breve periodo di successo, popolarità e ricchezza fanno seguito momenti di vita densi di dolori, sfortune e calamità. Provare a riassumere le tante sventure della vita di Rembrandt può essere opprimente. Non sono dissimili da quelle del figlio prodigo. Dopo aver perso il figlio Rumbartus nel 1635, la prima figlia Cornelia nel 1638 e la seconda figlia Cornelia nel 1640, la moglie di Rembrandt, Saskia, da lui amata e ammirata profondamente, muore nel 1642. Rembrandt rimane con il figlio di nove mesi, Titus.

Dopo la morte di Saskia, la sua vita continua ad essere segnata da innumerevoli sofferenze e problemi. Una relazione molto infelice con la bambinaia di Titus, Geertje Dircx, conclusasi con una causa e con il ricovero in manicomio di Geertje, è seguita da un unione più stabile con Hendrickje Stoffels. Essa gli dà un figlio, che muore però nel 1652, e una figlia, Cornelia, l’unica che gli sopravviverà.

Durante questi anni, la popolarità di Rembrandt come pittore precipita, anche se alcuni collezionisti e critici continuano a riconoscerlo come uno dei più grandi pittori del tempo. I suoi problemi finanziari diventano così gravi che nel 1656 l’artista viene dichiarato insolvente e allora si avvale del diritto di vendere tutte le sue proprietà e i suoi beni a beneficio dei creditori per evitare la bancarotta. Tutti i suoi averi, i lavori suoi e quelli di altri pittori, la sua ampia collezione di manufatti, la casa ad Amsterdam e la mobilia, vengono venduti in tre aste tra il 1657 e il 1658.

Sebbene Rembrandt non si sia mai completamente liberato da debiti e debitori, all’inizio dei suoi cinquantanni riesce a trovare un minimo di pace. L’intensità dei colori e l’interiorità crescenti dei suoi dipinti durante questo periodo mostrano che le tante delusioni non lo hanno esacerbato. Al contrario, hanno avuto un effetto purificatore sul suo modo di vedere. Jakob Rosenberg scrive: «Cominciò a considerare l’uomo e la natura con un occhio ancora più penetrante, non più distratto da splendori esteriori o da atteggiamenti teatrali».

Nel 1663 Hendrickje muore e, cinque anni dopo, Rembrandt assiste non solo al matrimonio ma anche alla morte del suo adorato figlio, Titus. Quando il pittore muore nel 1669, è diventato un uomo povero e solo. A lui sopravvivranno soltanto la figlia Cornelia, la nuora Magdalene van Loo e la nipote Titia.

Ogni volta che guardo il figlio prodigo che si inginocchia davanti al padre e affonda il viso contro il suo petto, non posso che scorgere in lui l’artista, un tempo così sicuro di sé e venerato, giunto alla dolorosa consapevolezza che tutta la gloria da lui attinta non è che vana gloria. Invece dei ricchi indumenti con cui da giovane Rembrandt si era dipinto nel bordello, ora indossa soltanto una lacera sottoveste che copre il suo corpo emaciato, e i sandali, coi quali ha tanto camminato, sono ormai consunti e inservibili.

Spostando lo sguardo dal figlio pentito al padre misericordioso, noto che si è spenta la luce scintillante riflessa dalle catene d’oro, dalle armature, dagli elmi, dalle candele e lampade nascoste, ed è stata sostituita dalla luce interiore dell’età avanzata. È il passaggio dalla gloria che seduce e porta a una ricerca sempre più esasperata della ricchezza e della popolarità, alla gloria nascosta nell’animo umano e che va al di là della morte.

Il figlio più giovane parte

Il più giovane disse al padre: «Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta». E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano.

Un rifiuto radicale

Il titolo completo del dipinto di Rembrandt è, come è stato detto, Il ritorno del figlio prodigo. Nel ritorno è implicita una partenza. Ritornare è tornar-a-casa dopo aver-lasciato-casa, un ritorno dopo essersene allontanati. Il padre che accoglie il figlio a casa è felice perché questo figlio «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». La gioia immensa nel dare il benvenuto al figlio perduto nasconde il dolore immenso sofferto prima. Il ritrovamento presuppone la perdita; prima del ritorno c’è la partenza.

Osservando il tenero e gioioso ritorno, devo avere il coraggio di approfondire gli eventi dolorosi che lo hanno preceduto. Solamente quando si ha l’ardire di esplorare in profondità ciò che significa andarsene da casa, si può pervenire a una vera comprensione del ritorno. Il colore delicato tra il giallo e il marrone della tunica del figlio appare bello se è visto nella sontuosa armonia con il rosso del mantello del padre: la verità è che il figlio è vestito di stracci, i quali tradiscono la grande miseria che è dentro di lui.

Nel contesto di un abbraccio compassionevole, il fallimento dell’uomo può apparire bello, ma non ha altra bellezza se non quella che viene dalla misericordia che lo circonda. Per capire a fondo il mistero della compassione devo guardare onestamente la realtà che la evoca. Il fatto è che, assai prima di rientrare in se stesso e tornare a casa, il figlio è partito. Ha detto al padre: «Dammi la parte del patrimonio che mi spetta», poi ha messo insieme tutto ciò che ha ricevuto ed è partito.

L’evangelista Luca racconta tutto con tanta semplicità e in modo così concreto che è difficile rendersi pienamente conto che ciò che qui sta avvenendo è un evento inaudito: ingiurioso, offensivo e in netta contraddizione con la tradizione più onorata del tempo.

Kenneth Bailey, nella sua acuta spiegazione del racconto di Luca, mostra che il modo con cui il figlio se ne va equivale a desiderare la morte del padre. Bailey scrive: Per oltre quindici anni ho chiesto a persone di qualsiasi estrazione sociale, dal Marocco all’India e dalla Turchia al Sudan, quali implicazioni presuppone una richiesta di eredità da parte di un figlio quando il padre è ancora vivo. La risposta è stata infallibilmente sempre la stessa… La conversazione ricalca il seguente canovaccio: Qualcuno ha mai fatto una richiesta del genere nel tuo villaggio? Mai! È possibile che qualcuno possa avanzare una richiesta del genere? No, mai! Se qualcuno la facesse, che succederebbe? Il padre lo picchierebbe, naturalmente! Perché? La richiesta significa che egli vuole che suo padre muoia.

Bailey spiega che il figlio chiede non solo la divisione dell’eredità, ma anche il diritto di disporre della propria parte. «Dopo aver alienato i suoi beni al figlio, il padre ha ancora il diritto di vivere dei proventi… finché è in vita. Qui il figlio minore ottiene, e si presume che così abbia richiesto, la cessione a cui chiaramente non ha diritto fino alla morte del padre. Sotto entrambe le richieste c’è la seguente implicazione: Padre, non posso aspettare che tu muoia».

La partenza del figlio è dunque un atto molto più offensivo di quanto sembri ad una prima lettura. È un rifiuto crudele della casa in cui il figlio è nato e cresciuto e una rottura con la più preziosa tradizione attentamente mantenuta dalla comunità più ampia di cui fa parte. Quando Luca scrive: «e partì per un paese lontano», vuol dire assai più del desiderio di un giovane di conoscere meglio il mondo. Parla di un drastico taglio rispetto al modo di vivere, pensare e agire che gli è stato trasmesso di generazione in generazione come un sacro retaggio. Più che di mancanza di rispetto si tratta di un tradimento dei valori gelosamente custoditi della famiglia e della comunità.

Il paese lontano è il mondo in cui non viene tenuto in nessun conto tutto quello che a casa è considerato sacro. Questa spiegazione è significativa per me, non solo perché mi fornisce una comprensione accurata della parabola nel suo contesto storico, ma anche e soprattutto perché mi invita a riconoscermi nel figlio minore. All’inizio sembrava difficile scoprire nel viaggio della mia vita una ribellione così provocatoria. Rifiutare i valori del mio retaggio non fa parte del mio modo di pensare. Ma se guardo attentamente ai tanti modi più o meno sottili con cui ho preferito il paese lontano allo starmene a casa, ben presto vedo emergere in me il figlio più giovane.

Qui sto parlando di un andar-via-di-casa spirituale che è cosa del tutto diversa dal semplice fatto fisico di aver trascorso la maggior parte degli anni lontano dalla mia amata Olanda. Più di ogni altra storia del Vangelo, la parabola del figlio prodigo esprime l’immensità dell’amore compassionevole di Dio. E quando mi inserisco in questa storia alla luce di quell’amore divino, diventa dolorosamente chiaro che andar-via-di-casa è molto più vicino alla mia esperienza spirituale di quanto potessi pensare.

Il dipinto di Rembrandt in cui il padre accoglie il figlio non rivela quasi nessun movimento esterno. A differenza della sua acquaforte del figlio prodigo del 1636 piena di azione, il padre che corre incontro al figlio e il figlio che si getta ai piedi del padre, la tela dell’Ermitage, eseguita circa trent’anni dopo, è un dipinto di assoluta immobilità. Il fatto che il padre tocchi il figlio è una benedizione perenne, il figlio che riposa sul petto del padre è una pace eterna.

Christian Thumpel scrive: «Il momento dell’accoglienza e del perdono nell’immobilità della sua composizione dura all’infinito. Il movimento del padre e del figlio parla di qualcosa che non passa ma dura per sempre».

Jakob Rosenberg sintetizza magnificamente questa visione quando afferma: «Il gruppo padre e figlio esternamente è quasi immobile, ma all’interno è estremamente dinamico… la storia si occupa non dell’amore umano di un padre terreno… ciò che si intende ed è qui rappresentato sono l’amore e la misericordia divini nella loro forza di trasformare la morte in vita».

Sordo alla voce dell’amore

Andarsene da casa è, dunque, molto più di un evento storico legato al tempo e al luogo. È la negazione della realtà spirituale che appartengo a Dio in ogni parte del mio essere, che Dio mi tiene al sicuro in un abbraccio eterno, che sono veramente scolpito nelle palme delle mani di Dio e nascosto alla loro ombra. Andarsene da casa significa ignorare la verità che Dio mi ha «formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra e tessuto nel seno di mia madre» (Salmo 139,13-15).

Andarsene da casa è partire come se ancora non avessi una casa e dovessi cercare in lungo e in largo per trovarne una. La casa è il centro del mio essere dove posso udire la voce che dice: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» la stessa voce che ha dato vita al primo Adamo e ha parlato a Gesù, il secondo Adamo; la stessa voce che parla a tutti i figli di Dio e li rende liberi di vivere in un mondo tenebroso rimanendo nella luce.

Io ho udito quella voce. Mi ha parlato in passato e continua a parlarmi ora. È la voce mai interrotta dell’amore che parla dall’eternità e dà vita e amore ogniqualvolta viene udita. Quando sento quella voce, so di essere a casa con Dio e non ho niente da temere. Come il Figlio prediletto del mio Padre celeste, «se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me» (Salmo 23,4). Come il Figlio prediletto, posso «guarire gli infermi, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi, cacciare i demoni». Avendo «ricevuto gratuitamente», posso «dare gratuitamente» (Mt 10,8). Come il Figlio prediletto, posso affrontare le difficoltà, consolare, ammonire e incoraggiare senza tema di rifiuto o bisogno di affermazione. Come il Figlio prediletto, posso sopportate la persecuzione senza desiderio di vendetta e ricevere elogi senza usarli come prova della mia bontà. Come il Figlio prediletto, posso essere torturato e ucciso senza dover mai dubitare che l’amore che mi è dato è più forte della morte. Come il Figlio prediletto, sono libero di vivere e di dare la vita, libero anche di morire mentre dò la vita.

Gesù mi ha fatto capire chiaramente che la stessa voce che lui ha udito sulla riva del Giordano e sul monte Tabor può essere udita anche da me. Mi ha fatto capire chiaramente che proprio come lui ha la sua casa con il Padre, così posso averla anch’io. Pregando il Padre per i suoi discepoli, egli dice: «Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

Queste parole rivelano il mio vero domicilio, la mia vera dimora, la mia vera casa. Fede è la fiducia radicale che la casa è stata sempre lì e sempre sarà lì. Le mani in qualche modo austere del padre si posano sulle spalle del figlio prodigo con l’eterna benedizione divina: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Più e più volte tuttavia me ne sono andato da casa. Mi sono sottratto alle mani della benedizione e sono fuggito verso paesi lontani in cerca di amore! Questa è la grande tragedia della mia vita e della vita di tantissime persone che incontro nel mio viaggio. In qualche modo sono diventato sordo alla voce che mi chiama figlio prediletto, ho lasciato l’unico posto dove posso udire quella voce e me ne sono andato sperando disperatamente di trovare da qualche altra parte ciò che non potevo più trovare a casa.

All’inizio tutto questo sembra semplicemente incredibile. Perché dovrei lasciare il luogo in cui si può udire tutto ciò che ho bisogno di udire? Più ci penso e più mi rendo conto che la vera voce dell’amore è una voce molto tenue e gentile che parla nei recessi più nascosti del mio essere. Non è una voce assordante che mi soggioga ed esige attenzione. È la voce di un padre quasi cieco, che molto ha pianto e molte morti ha sofferto. È una voce che può essere sentita solo da coloro che si lasciano toccare. Percepire il tocco delle mani benedicenti di Dio e sentire la voce che mi chiama figlio prediletto sono la stessa cosa.

Questo risultò chiaro al profeta Elia. Elia stava sul monte per incontrare il Signore. Dapprima si alzò un vento impetuoso, ma il Signore non era nel vento. Poi ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Poi seguì un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Alla fine ci fu qualcosa di molto soave, che alcuni hanno definito una brezza leggera e altri una piccola voce. Quando Elia percepì questo mormorio, si coprì il volto perché riconobbe la presenza del Signore. Nella tenerezza del Signore la voce era un tocco e il tocco era una voce10. Ma esistono molte altre voci, voci forti, piene di promesse e seduzioni. Queste voci dicono: «Esci e dimostra di valere qualcosa».

Dopo che Gesù ebbe udito la voce che lo chiamava Figlio prediletto, fu subito condotto nel deserto per sentire quelle altre voci. Esse gli dicevano di dimostrare che egli era degno d amore per il suo successo, la sua popolarità e la sua potenza. Quelle stesse voci non sono ignote neppure a me. Sono sempre lì e, sempre, raggiungono quei luoghi interiori dove mi interrogo sulla mia bontà e dubito del mio valore. Insinuano che non sarò amato se non l’avrò meritato con determinati sforzi e con duro lavoro. Vogliono che dimostri a me stesso e agli altri che sono degno di essere amato, e continuano a spingermi a fare tutto ciò che è possibile per essere accettato. Negano ad alta voce che l’amore è un dono totalmente gratuito.

Me ne vado da casa ogni volta che perdo la fede nella voce che mi chiama figlio prediletto e seguo le voci che offrono i modi più disparati per ottenere l’amore che tanto desidero. Pressoché da quando ho avuto le orecchie per sentire, ho udito quelle voci, e da allora esse sono state sempre con me. Mi sono giunte attraverso i miei genitori, amici, insegnanti e colleghi ma, soprattutto, sono venute e ancora vengono a me attraverso i mass media che mi circondano. E dicono: «Facci vedere che sei un bravo ragazzo. Faresti meglio a essere migliore del tuo amico! Come sono i tuoi voti? Vedi di farcela a scuola! Spero davvero che tu te la cavi da solo! Come sono i tuoi rapporti con gli altri? Sei sicuro di voler essere amico di quelle persone? Questi trofei dimostrano certamente il bravo giocatore che eri! Non palesare la tua debolezza, sarai sfruttato! Hai preso tutti gli accorgimenti necessari per la tua vecchiaia? Quando cessi di essere produttivo, la gente perde interesse nei tuoi confronti! Quando sei morto, sei morto!».

Finché rimango in contatto con la voce che mi chiama figlio prediletto, queste domande e questi consigli sono del tutto innocui. Genitori, amici e insegnanti, persino coloro che mi parlano attraverso i media, sono generalmente molto sinceri nella loro sollecitudine. I loro consigli e ammonimenti sono bene intenzionati. Possono essere infatti espressioni umane limitate di un amore divino illimitato. Ma quando dimentico la voce del primo amore incondizionato, allora questi suggerimenti innocenti possono facilmente cominciare a dominare la mia vita e trascinarmi nel paese lontano.

Non mi è molto difficile capire quando ciò sta succedendo. Rabbia, risentimento, gelosia, desiderio di vendetta, sensualità, avidità, antagonismi e rivalità sono i segni evidenti che me ne sono andato da casa. E questo capita piuttosto facilmente. Quando sto molto attento a ciò che improvvisamente mi passa per la mente, giungo alla scoperta sconcertante che esistono pochissimi momenti nell’arco della giornata, in cui sono veramente libero da queste oscure emozioni, passioni e sentimenti.

Ricadendo di continuo in una vecchia trappola, prima ancora di esserne pienamente consapevole mi ritrovo a chiedermi perché qualcuno mi ha fatto del male, mi ha rifiutato o non si è preoccupato della mia persona. Senza rendermene conto, mi scopro a rimuginare sul successo di qualcun altro, sulla mia solitudine e sul modo in cui il mondo mi sfrutta. Nonostante le mie intenzioni, spesso mi ritrovo a sognare a occhi aperti sul come diventare ricco, potente e famoso. Tutti questi giochi mentali mi rivelano la fragilità della mia fede nel fatto di essere il prediletto in cui Dio si è compiaciuto. Ho così paura di non piacere, di essere biasimato, messo da parte, trascurato, ignorato, perseguitato e ucciso che mi trovo a sviluppare continue strategie per difendermi e assicurarmi, perciò, l’amore di cui penso aver bisogno e meritare. E così facendo, mi allontano dalla casa di mio padre e scelgo di dimorare in un paese lontano.

Cercando dove non si può trovare

Qui la domanda in questione è la seguente: «A chi appartengo? A Dio o al mondo?». Molte delle mie preoccupazioni quotidiane fanno pensare che appartengo più al mondo che a Dio. La più piccola critica mi innervosisce e un rifiuto, anche se piccolo, mi abbatte. Un piccolo elogio mi rincuora e un piccolo successo mi eccita. Ci vuole molto poco per tirarmi su o per deprimermi. Spesso sono come una piccola barca in mezzo all’oceano, completamente alla mercé delle onde.

Tutto il tempo e l energia che impiego per mantenere un certo equilibrio e impedire di capovolgermi e annegare mostrano che la mia vita è quasi sempre una lotta per la sopravvivenza: non una lotta santa, ma una lotta ansiosa che deriva dall’idea sbagliata che è il mondo a determinarmi. Finché continuo a girarmi intorno chiedendo: «Mi ami? Veramente mi ami?», rafforzo le voci del mondo e ne divento schiavo perché il mondo è pieno di se. Il mondo dice: «Sì, ti amo se sei bello, intelligente e ricco. Ti amo se sei istruito, hai un buon lavoro e le giuste conoscenze. Ti amo se produci molto, vendi molto e compri molto». Ci sono infiniti se nascosti nell’amore del mondo. Questi se mi rendono schiavo, poiché è impossibile rispondere adeguatamente a ognuno di essi. L’amore del mondo è e sarà sempre soggetto a condizioni.

Finché continuerò a cercare il mio vero io nel mondo dell’amore condizionato, rimarrò irretito dal mondo provando, fallendo e provando di nuovo. È un mondo che favorisce la dipendenza perché ciò che offre non può soddisfare il desiderio più profondo del mio cuore. Dipendenza: può essere questa la parola più adatta per spiegare lo smarrimento che permea così a fondo la società contemporanea. Le nostre dipendenze ci fanno abbarbicare a ciò che il mondo erige a strumenti per il proprio appagamento: accumulazione di ricchezza e potere; conseguimento di uno status, plauso e ammirazione; consumo eccessivo di cibi e bevande, e piacere sessuale senza distinguere tra lussuria e amore. Queste dipendenze creano aspettative destinate immancabilmente al fallimento quando intendono soddisfare i nostri bisogni più profondi.

Finché viviamo nelle illusioni del mondo, le nostre dipendenze ci condannano a ricerche futili nel paese lontano, esponendoci a una serie infinita di delusioni che ci lasciano inappagati. In questi tempi di crescenti dipendenze, abbiamo vagato lontano dalla casa di nostro Padre. La vita dipendente può essere giustamente definita come una vita vissuta in un paese lontano. È da lì che si leva il nostro grido verso la liberazione. Sono il figlio prodigo ogni volta che cerco l’amore incondizionato dove non può essere trovato.

Perché continuo a ignorare il luogo del vero amore e persisto nel cercarlo altrove? Perché continuo a andarmene da casa dove sono chiamato figlio di Dio, il prediletto di mio Padre? Rimango sempre stupito di come continuo a prendere i doni che Dio mi dà la salute, l’intelletto e le emozioni usandoli per fare colpo sulla gente, ricevere approvazioni ed elogi e competere per dei premi, invece di svilupparli per la gloria di Dio. Sì, spesso li porto via in un paese lontano e li metto a servizio di un mondo privo di scrupoli che non conosce il loro vero valore. E quasi come se volessi dimostrare a me stesso e al mio mondo che non ho bisogno dell’amore di Dio, che posso costruirmi una vita tutta mia, che voglio essere del tutto indipendente.

Sotto tutto questo c’è la grande ribellione, il no radicale all’amore del Padre, la maledizione non detta: «Ti vorrei morto». Il no del figlio prodigo riflette la ribellione originale di Adamo: il suo rifiuto del Dio nel cui amore siamo creati e dal cui amore siamo sostentati. È la ribellione che mi pone fuori del giardino, fuori della portata dell’albero della vita. E la ribellione che mi fa condurre una vita sregolata in un paese lontano.

Osservando di nuovo la raffigurazione del ritorno del figlio più giovane fatta da Rembrandt, ora riesco a vedere che ciò che vi si descrive è molto più di un semplice gesto compassionevole verso un figlio ribelle. Il grande evento che mi si para davanti è la fine della grande ribellione. La ribellione di Adamo e di tutti i suoi discendenti è perdonata e la benedizione originale, attraverso cui Adamo ricevette la vita eterna, è ripristinata.

Ora mi sembra che quelle mani siano sempre state stese anche quando non vi erano spalle su cui posarsi. Dio non ha mai ritirato le sue braccia, non ha mai rifiutato la sua benedizione, non ha mai smesso di considerare suo figlio come il prediletto. Ma il Padre non poteva costringere il figlio a rimanere a casa. Non poteva imporre con la forza il suo amore al prediletto. Doveva lasciarlo andare in libertà, anche se sapeva il dolore che ciò avrebbe causato sia al figlio che a se stesso. E stato l’amore a impedirgli di trattenere il figlio a casa a tutti i costi. È stato l’amore a consentirgli di lasciare che il figlio vivesse la sua vita, anche a rischio di perderlo.

Qui si svela il mistero della mia esistenza. Sono amato a tal punto che mi si lascia libero di andarmene da casa. La benedizione c’è fin dall’inizio. L’ho lasciata e persisto a lasciarla. Ma il Padre continua a cercarmi sempre con le braccia tese per accogliermi di nuovo e sussurrarmi ancora all’orecchio: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Il ritorno del figlio più giovane

Sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e sì mise a servizio di uno degli abitanti dì quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni». Partì e sì incamminò verso suo padre.

Essere perduti

Il giovane abbracciato e benedetto dal padre è un uomo povero, molto povero. Ha abbandonato la propria casa con tanto orgoglio e denaro, deciso a vivere la sua vita lontano dal padre e dalla comunità. Ritorna con niente: il denaro, la salute, l’onore, il rispetto di sé, la reputazione… ogni cosa è stata sperperata. Rembrandt non ha dubbi sulle sue condizioni. Il capo è rasato. Non ostenta più i lunghi capelli riccioluti con cui il pittore si era ritratto, come il figlio arrogante, insolente e prodigo, nel bordello. La testa è quella di un prigioniero il cui nome è stato sostituito da un numero. Quando a un individuo vengono rasati i capelli, o in prigione o nell’esercito, nel corso di un oscuro rituale o tra i reticolati di un campo di concentramento, viene privato di uno dei tratti della sua individualità.

L’indumento con cui Rembrandt lo riveste è una tunica che copre a mala pena il corpo emaciato. Il padre e l uomo alto che osserva la scena indossano ampi mantelli rossi che conferiscono loro rango e dignità. Il figlio inginocchiato non ha alcun mantello. La tunica consunta, marrone chiaro, copre appena il suo corpo esausto e sfinito dal quale è scomparsa ogni forza. Le piante dei piedi raccontano la storia di un viaggio lungo e umiliante. Il piede sinistro, sfilato dal sandalo logoro, è segnato da cicatrici. Il piede destro, solo in parte coperto da un sandalo scalcagnato, parla anch’esso di sofferenza e miseria.

È un uomo spoglio di tutto… eccetto di una cosa, la spada. L’unico segno di dignità che gli rimane è la piccola spada che gli pende dal fianco l’emblema della sua nobiltà. Pur in mezzo alla degradazione, non ha perso del tutto la consapevolezza di essere ancora il figlio di suo padre. Diversamente avrebbe venduto la spada di grande valore, simbolo della sua condizione di figlio. La spada è lì a mostrarmi che, quantunque sia tornato atteggiandosi come un mendicante e un proscritto, non ha dimenticato di essere ancora il figlio del proprio padre. È stata questa condizione di figlio ricordata e soppesata a persuaderlo finalmente a tornare indietro.

Vedo davanti a me un uomo che se n’è andato lontano in un paese straniero e ha perso tutto ciò che aveva con sé. Vedo vuoto, umiliazione e sconfitta. Lui che era tanto simile al padre, ora sembra peggiore dei servi di suo padre. È diventato come uno schiavo.

Che cosa è accaduto al figlio nel paese lontano? A parte tutte le conseguenze materiali e fisiche, quali sono state le conseguenze interiori per essersi allontanato da casa? La serie di eventi è piuttosto prevedibile. Più corro lontano dal luogo in cui Dio dimora, meno sento la voce che mi chiama figlio prediletto; e meno sento quella voce, più rimango invischiato nelle manipolazioni e nei giochi di potere del mondo.

Le cose stanno più o meno in questo modo: non sono più certo di avere una casa sicura, e osservo altra gente che, fuori, sembra stare meglio di me. Mi chiedo come posso arrivare dove stanno loro. Cerco in mille modi di piacere, di raggiungere il successo e gli onori. Quando fallisco, mi sento geloso o risentito nei confronti degli altri. Quando ho successo, mi secca che gli altri possano essere gelosi o risentiti nei miei confronti. Divento sospettoso o mi metto sulla difensiva e ho sempre più paura di non raggiungere ciò che tanto desidero o di perdere ciò che già ho.

Impigliato in questo groviglio di esigenze e desideri, non conosco più le mie stesse motivazioni. Mi sento ingannato dal mio ambiente e diffidente di ciò che gli altri fanno o dicono. Sempre in guardia, perdo la mia libertà interiore e comincio a dividere il mondo in coloro che sono per me e coloro che sono contro di me. Mi chiedo se veramente qualcuno si interessi a me. Comincio a cercare conferme alla mia diffidenza e, dovunque vada, ne ho la prova e dico: «Non ci si può fidare di nessuno». E poi mi chiedo se qualcuno mi abbia mai amato. Il mondo intorno a me diventa oscuro. Il cuore si fa pesante. Il corpo è pieno di dolori. La vita perde significato. Sono diventato un anima perduta.

Il figlio più giovane si rese pienamente conto della sua totale rovina quando più nessuno nel suo ambiente mostrò il benché minimo interesse nei suoi confronti. Lo avevano tenuto in considerazione soltanto finché era stato utile ai loro interessi. Ma quando non ebbe più denaro da spendere e doni da fare, per loro cessò di esistere.

Mi rimane difficile immaginare cosa significhi essere un individuo del tutto estraneo, una persona cui nessuno mostra un qualche segno di riconoscimento. La vera solitudine arriva quando non si riesce più a sentire di avere delle cose in comune. Quando nessuno voleva dargli il cibo che lui stesso distribuiva ai maiali, il figlio più giovane si accorse di non essere considerato nemmeno un essere umano.

Solo in parte mi rendo conto quanto io faccia assegnamento su un qualche grado di accettazione. Ambiente, storia, concezione della vita, religione ed educazione in comune; relazioni, stili di vita e abitudini in comune; età e professione in comune: tutto ciò può fornire le basi per essere accettato. Ogni volta che incontro una persona nuova, in lei cerco sempre qualcosa che si possa avere insieme in comune. Sembra una reazione normale e spontanea. Quando dico: «Sono olandese», la risposta spesso è: «Oh, anch’io sono stata in Olanda», oppure: «Ho un amico da quelle parti», oppure: «Oh, i mulini a vento, i tulipani e gli zoccoli!».

Quale che sia la reazione, c’è sempre la mutua ricerca di un legame comune. Meno abbiamo in comune, più difficile è stare insieme e più ci sentiamo alienati. Quando ignoro la lingua o le usanze degli altri, quando non capisco il loro stile di vita o la loro religione, i loro riti o la loro arte, quando non conosco il loro cibo e il loro modo di mangiare… allora mi sento ancora più straniero e perduto.

Quando il figlio più giovane non fu più considerato un essere umano dalle persone che gli stavano intorno, sentì tutto il vuoto del suo isolamento, la solitudine più profonda di cui l’uomo possa fare esperienza. Era davvero perduto, ma fu questa sensazione di essere completamente perduto a farlo rientrare in se stesso. Fortemente scosso dalla consapevolezza della sua totale alienazione, capì immediatamente di essersi imbarcato in un avventura di morte. Si era talmente sradicato da ciò che dà vita, famiglia, amici, comunità, conoscenti, e persino vitto che si rese conto che la morte sarebbe stata il fatale prossimo passo. All’improvviso vide con chiarezza il sentiero che aveva scelto e dove questo lo avrebbe condotto; capì la sua scelta di morte; e intuì lucidamente che un altro passo ancora nella direzione che stava seguendo lo avrebbe portato all’autodistruzione. In quel momento critico, quale molla lo fece optare per la vita? Fu la riscoperta della parte più profonda di se stesso.

Rivendicare la condizione di figlio

Qualunque cosa avesse perduto, il denaro, gli amici, la reputazione, il rispetto di sé, la gioia e la pace interiori uno di questi beni o tutti insieme, rimaneva sempre il figlio del proprio padre. Ecco perché dice a se stesso: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni». Con queste parole nel cuore è finalmente capace di cambiare, lasciare il paese straniero e tornare a casa.

Il significato del ritorno del figlio più giovane è condensato nelle parole: «Padre… non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Da un lato il figlio più giovane si rende conto di aver perso la dignità della sua condizione di figlio, ma allo stesso tempo quel senso di dignità perduta gli fa capire che egli è davvero il figlio che aveva una dignità da perdere. Il ritorno del figlio più giovane avviene proprio nel momento in cui recupera la sua condizione di figlio, anche se ha perso tutta la dignità che le è propria. Infatti è stata la perdita di ogni cosa a portarlo alla radice della sua identità. Ha scoperto il fondamento della sua condizione di figlio.

In retrospettiva, sembra che il figlio prodigo abbia dovuto perdere ogni cosa per conoscere il significato profondo del suo essere. Quando si è trovato a desiderare di essere trattato come uno dei porci, si è reso conto di non essere un porco, ma un essere umano, un figlio di suo padre. Il rendersi conto di questo è diventato la base della sua scelta di vivere invece di morire. Tornato di nuovo a contatto con la verità della sua condizione di figlio, ha potuto udire anche se in modo appena percepibile la voce che lo chiamava figlio prediletto e sentire sebbene da lontano il tocco della benedizione. La consapevolezza e la fiducia nell’amore del padre, per quanto possano esser stati confusi, gli hanno dato la forza di rivendicare la propria condizione di figlio, anche se tale rivendicazione non poteva basarsi su alcun merito.

Alcuni anni fa, anch’io sono stato posto in modo assai concreto di fronte a una scelta: tornare o non tornare. Un amicizia che all’inizio sembrava promettente e gratificante mi ha condotto gradualmente sempre più lontano da casa finché alla fine ne sono stato completamente ossessionato. Da un punto di vista spirituale, per mantenere viva quell’amicizia mi sono ritrovato a sperperare tutto ciò che mi era stato dato da mio padre. Non riuscivo più a pregare. Avevo perso interesse per il mio lavoro e trovavo sempre più difficile prestare attenzione ai rapporti con le altre persone. Per quanto mi rendessi conto di come i miei pensieri e le mie azioni fossero autodistruttivi, mi sono lasciato trascinare dal mio cuore affamato d’amore verso forme illusorie di autostima. Poi, quando alla fine l’amicizia è fallita completamente, ho dovuto scegliere tra distruggere me stesso o aver fiducia nel fatto che l’amore che stavo cercando, in effetti, esisteva… a casa!

Una voce, all’apparenza debole, sussurrava che nessun essere umano sarebbe stato in grado di darmi l’amore che tanto desideravo, che nessuna amicizia, nessuna relazione profonda, nessuna comunità sarebbero mai stati capaci di soddisfare i bisogni più profondi del mio cuore ostinato. Quella voce, tenue ma persistente, mi parlava della mia vocazione, dei miei precedenti impegni, dei molti doni che avevo ricevuto nella casa di mio padre. Quella voce mi chiamava figlio.

L’angoscia dell’abbandono era così dolorosa che era difficile, se non impossibile, credere a quella voce. Ma alcuni amici, vedendo la mia disperazione, continuavano a esortarmi a superare la mia angoscia e a confidare che c’era qualcuno che mi stava aspettando a casa. Alla fine mi decisi per una tattica di arginamento invece che per un ulteriore dissipazione e mi recai in una località dove poter rimanere da solo. Là, nella mia solitudine, ho cominciato a incamminarmi verso casa lentamente e con esitazione, sentendo sempre più chiaramente la voce che dice: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Questa esperienza dolorosa, ancorché piena di speranza, mi ha portato al cuore della lotta spirituale per la scelta giusta. Dio dice: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui…». In effetti è una questione di vita o di morte. Vogliamo accettare il rifiuto del mondo che ci imprigiona oppure rivendicare la libertà dei figli di Dio? A noi scegliere.

Giuda ha tradito Gesù. Pietro lo ha rinnegato. Entrambi erano figli perduti. Giuda, non riuscendo più a sostenere la verità di essere pur sempre figlio di Dio, si è impiccato. Per dirla coi termini del figlio prodigo, egli ha venduto la spada della sua condizione di figlio. Pietro, nel colmo della sua disperazione, l’ha rivendicata ed è tornato piangendo molte lacrime. Giuda ha scelto la morte. Pietro ha scelto la vita.

Mi rendo conto che questa scelta è sempre davanti a me. Sono continuamente tentato di macerarmi nel mio smarrimento e di perdere contatto con la mia bontà originale, con la mia umanità datami da Dio, con la mia beatitudine fondamentale e così lascio che le forze della morte prendano il sopravvento. Questo succede sempre ogniqualvolta dico a me stesso: «Non sono buono. Sono inutile. Non valgo niente. Sono antipatico. Non sono nessuno». Ci sono sempre un infinità di eventi e di situazioni che posso scegliere per convincere me stesso e gli altri che la mia vita non vale la pena di essere vissuta, che sono solo un peso, un problema, una fonte di conflitto o uno sfruttatore del tempo e dell’energia altrui.

Molte persone vivono con questo oscuro senso interiore. A differenza del figlio prodigo, lasciano che l’oscurità li avvolga in modo così totale che non rimane loro alcuna luce per girarsi indietro e tornare. Possono anche non uccidersi fisicamente, ma spiritualmente non sono più vivi. Hanno abbandonato la fede nella propria bontà originale e, perciò, anche nel Padre cui devono la loro umanità. Ma quando Dio creò l uomo e la donna a sua immagine, vide che quanto aveva fatto «era cosa molto buona» e, nonostante le voci oscure, né uomo né donna potranno mai cambiare quell’evento.

Scegliere la mia condizione di figlio, non è comunque facile. Le voci oscure del mondo che mi circonda cercano di persuadermi che non sono buono e che posso diventarlo soltanto se mi conquisto la mia bontà, arrampicandomi sulla scala del successo. Queste voci mi conducono ben presto a dimenticare la voce che mi chiama figlio mio prediletto, e che mi ricorda che sono amato indipendentemente da qualsiasi applauso o risultato. Queste voci oscure soffocano quella voce gentile, tenue e luminosa che continua a chiamarmi il mio prediletto; mi trascinano alla periferia della mia esistenza e mi fanno dubitare che c’è un Dio che ama e che mi aspetta proprio al centro del mio essere.

Ma lasciare il paese straniero è soltanto l’inizio. La strada verso casa è lunga e ardua. Che fare lungo la strada del ritorno al Padre? Ciò che fa il figlio prodigo è molto chiaro. Prepara una sorta di sceneggiatura. Appena è cambiato, ricordando la sua condizione di figlio, dice a se stesso: «Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni».

Quando leggo queste parole, mi rendo perfettamente conto di quanto la mia vita interiore sia piena di questo genere di discorsi. Spesso, infatti, la mia mente si abbandona a colloqui immaginari durante i quali mi spiego, mi vanto o mi scuso, proclamo o difendo, invoco approvazione o compassione. Sembra che io sia perennemente coinvolto in lunghi dialoghi con partner assenti, anticipando le loro domande e preparando le mie risposte. Sono stupito dell’energia emotiva che comportano queste ruminazioni e borbottii interiori.

Si, sto lasciando il paese straniero. Sì, sto andando a casa… ma perché preparare tutti questi discorsi che non saranno mai fatti? Il motivo è chiaro. Benché abbia rivendicato la mia vera identità come figlio di Dio, vivo ancora come se il Dio al quale sto tornando chieda una spiegazione. Ancora penso al suo amore come a un amore che pone condizioni e penso a casa come a un luogo di cui non sono ancora del tutto sicuro.

Mentre cammino verso la meta, continuo a nutrire dubbi: sarò veramente bene accolto una volta arrivato? Quando guardo al mio itinerario spirituale, al mio lungo e faticoso viaggio verso casa, constato come sia tormentato da infiniti sensi di colpa nei confronti del passato e di preoccupazioni per il futuro. Mi rendo conto dei miei fallimenti e so di aver perso la dignità della mia condizione di figlio, ma non sono ancora capace di credere appieno che dove i miei fallimenti sono grandi «la grazia è ancora più grande»3. Sempre ancorato al mio senso di indegnità, progetto per me un luogo molto al di sotto di quello che spetta al figlio. La fede nel perdono totale e assoluto non arriva subito.

La mia esperienza umana mi dice che il perdono si riassume nella buona volontà dell’altro a rinunciare alla vendetta e a mostrarmi un po di carità. Il lungo cammino verso casa il ritorno del figlio prodigo è pieno di ambiguità. Sta camminando nella direzione giusta, ma che confusione! Ammette di non essere stato capace di farcela da solo e riconosce che comunque riceverà un trattamento migliore come servo nella casa di suo padre che come esule in una terra straniera, ma è ancora lontano dall’aver fiducia nell’amore del padre. Sa di essere sempre il figlio, ma dice a se stesso di aver perso la dignità di essere chiamato figlio e si prepara ad accettare la condizione di garzone per poter almeno sopravvivere. Il suo è pentimento, ma non un pentimento alla luce dell’immenso amore di un Dio che perdona. E un pentimento a suo uso e consumo, che gli offre la possibilità di sopravvivere.

Conosco molto bene questo stato della mente e del cuore. E come dire: «Beh, non ce l’ho fatta da solo, devo riconoscere che Dio è l’unica risorsa che mi sia rimasta. Andrò da lui e chiederò perdono nella speranza di ricevere una punizione minima, e che mi sia consentito di sopravvivere in cambio di un duro lavoro». Dio rimane un Dio duro e pronto a giudicare. È questo Dio che mi fa sentire colpevole e preoccupato e che rievoca in me tutte queste scuse a mio uso e consumo. La sottomissione a questo Dio non crea una vera libertà interiore, ma genera solo amarezza e risentimento.

Una delle più grandi provocazioni della vita spirituale è ricevere il perdono di Dio. C’è qualcosa in noi, esseri umani, che ci tiene tenacemente aggrappati ai nostri peccati e non ci permette di lasciare che Dio cancelli il nostro passato e ci offra un inizio completamente nuovo. Qualche volta sembra persino che io voglia dimostrare a Dio che le mie tenebre sono troppo grandi per essere dissolte. Mentre Dio vuole restituirmi la piena dignità della condizione di figlio, continuo a insistere che mi sistemerò come garzone.

Ma voglio davvero essere restituito alla piena responsabilità di figlio? Voglio davvero essere totalmente perdonato in modo che sia possibile una vita del tutto nuova? Ho fiducia in me stesso e in una redenzione così radicale? Voglio rompere con la mia ribellione profondamente radicata contro Dio e arrendermi in modo così assoluto al suo amore da far emergere una persona nuova?

Ricevere il perdono esige la volontà totale di lasciare che Dio sia Dio e compia ogni risanamento, reintegrazione e rinnovamento. Fin quando voglio fare anche soltanto una parte di tutto questo da solo, mi accontento di soluzioni parziali, come quella di diventare un garzone. Come garzone posso ancora mantenere le distanze, ribellarmi, rifiutare, scioperare, scappare via o lamentarmi della paga. Come figlio prediletto devo rivendicare la mia piena dignità e cominciare a prepararmi a diventare io stesso il padre. E chiaro che la distanza tra l’inizio del ritorno e l’arrivo a casa deve essere percorsa con saggezza e disciplina.

La disciplina è quella di diventare un figlio di Dio. Gesù dice espressamente che la via verso Dio è identica a quella verso una nuova infanzia. «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Gesù non mi chiede di rimanere un bambino, ma di diventarlo. Diventare un bambino significa vivere una seconda innocenza: non l’innocenza del neonato, ma l’innocenza a cui si arriva attraverso scelte consapevoli.

Come possono essere descritti coloro che sono giunti a questa seconda infanzia, a questa seconda innocenza? Gesù lo dice molto chiaramente nelle Beatitudini. Poco dopo aver sentito la voce che lo chiamava il Prediletto e subito dopo aver respinto la voce di Satana che lo tentava a dimostrare al mondo che era degno di essere amato, comincia il suo ministero pubblico. Uno dei suoi primi passi è chiamare dei discepoli a seguirlo e a partecipare al suo ministero. Quindi Gesù sale sulla montagna, raduna i discepoli intorno a sé e dice: «Beati i poveri, beati i miti, beati gli afflitti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati gli operatori di pace, beati i perseguitati per causa della giustizia».

Queste parole presentano un ritratto del figlio di Dio. È un autoritratto di Gesù, il Figlio prediletto. È anche un ritratto di come devo essere io. Le Beatitudini mi offrono la via più semplice per il viaggio verso casa, per il ritorno alla casa di mio Padre. E lungo questa via scoprirò le gioie della seconda infanzia: serenità, misericordia e una visione sempre più chiara di Dio. E appena giungerò a casa e sentirò l’abbraccio di mio Padre, mi renderò conto che non soltanto il cielo potrò rivendicare come mio, ma che anche la terra diventerà mia eredità, un luogo dove poter vivere in libertà senza ossessioni e costrizioni. Diventare figlio significa vivere le Beatitudini e trovare, cosi, la porta stretta per l’accesso al Regno.

Rembrandt sapeva tutto questo? Non so se è la parabola che mi porta a vedere nuovi aspetti del suo dipinto, o se è il suo dipinto che mi porta a scoprire nuovi aspetti della parabola. Ma osservando la testa del ragazzo che torna a casa, posso vedere ritratta in essa la seconda infanzia. Mi ricordo benissimo che quando mostrai il dipinto di Rembrandt a degli amici chiedendo che cosa vedevano in esso, uno di essi, una ragazza, si alzò in piedi, andò vicino alla grande stampa del Figlio prodigo, mise la mano sulla testa del figlio più giovane e disse: «Questa è la testa di un bambino appena uscito dal grembo della madre. Guardate, è ancora bagnata e il viso è ancora come quello di un feto». Improvvisamente, tutti noi presenti vedemmo quello che lei aveva visto.

Rembrandt non stava dunque dipingendo solo il ritorno al Padre, ma anche il ritorno al grembo di Dio che è insieme Madre e Padre? Fino allora avevo pensato alla testa rasata del ragazzo come alla testa di qualcuno che era stato prigioniero o aveva vissuto in un campo di concentramento. Avevo pensato al suo volto come al volto emaciato di un ostaggio maltrattato. E questo può essere tutto quello che Rembrandt intese mostrare. Ma da quell’incontro con i miei amici, non mi è più possibile guardare il dipinto senza vedervi un bambino piccolo che rientra nel grembo materno.

Questo mi aiuta a capire più chiaramente la strada che devo percorrere per tornare a casa. Il bambino piccolo non è povero, mite e puro di cuore? Il bambino piccolo non piange per ogni piccolo dolore? Il bambino piccolo non è l’operatore di pace che ha fame e sete della giustizia e la vittima ultima della persecuzione? E che dire dello stesso Gesù, la parola di Dio che si è fatta carne, ha dimorato per nove mesi nel grembo di Maria ed è venuto in questo mondo come un piccolo bambino adorato da pastori giunti da vicino e da uomini saggi arrivati da lontano?

Il Figlio eterno si è fatto bambino perché anch’io possa diventare di nuovo bambino e così ri-entrare con lui nel Regno del Padre. Gesù disse un giorno a Nicodemo: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il Regno di D io» (Gv 3,3).

Il vero prodigo

Qui parlerò del mistero di Gesù diventato il figlio prodigo per amor nostro. Ha lasciato la casa del Padre celeste, è venuto in un paese straniero, ha dato via tutto quello che aveva ed è tornato, attraverso la croce, alla casa di suo Padre. Tutto questo lo ha fatto non come figlio ribelle, ma come figlio obbediente, inviato sulla terra per riportare a casa tutti i figli perduti di Dio. Anche Gesù, che ha narrato la parabola a quelli che lo criticavano perché si accompagnava ai peccatori, ha vissuto il lungo e doloroso viaggio che descrive.

Quando ho cominciato a riflettere sulla parabola e sulla descrizione che ne ha fatto Rembrandt, non ho mai pensato al giovane esausto e con il volto di un neonato come se fosse Gesù. Ma adesso, dopo tante ore di intima contemplazione, mi sento benedetto da questa visione. Il giovane affranto che si inginocchia davanti al padre non è l’«agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 129)? Non è l’innocente che si è fatto peccato per noi (2 Cor 5,21)? Non è colui che «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio», ma «divenne simile agli uomini» (Fil 2,6-7)? Non è il Figlio di Dio senza peccato che gridò a gran voce sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46)?

Gesù è il figlio prodigo del Padre prodigo, che ha dato via tutto ciò che il Padre gli aveva affidato perché io potessi diventare come lui e tornare con lui alla casa di suo Padre. Vedere Gesù stesso come il figlio prodigo significa andare molto al di là della interpretazione classica della parabola. Tuttavia questo modo di considerare la parabola possiede un grande segreto. Sto scoprendo gradualmente cosa significhi dire che la mia condizione di figlio e la condizione di figlio da parte di Gesù sono la stessa cosa, che il mio ritorno e il ritorno di Gesù sono la stessa cosa, che la mia casa e la casa di Gesù sono la stessa casa. Non esiste alcun viaggio verso Dio all’infuori del viaggio che Gesù stesso ha fatto. Colui che ha raccontato la storia del figlio prodigo è il Verbo di Dio, «tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste». Egli «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» e ci ha fatto partecipi della sua pienezza (Gv 1,1-14).

Quando guardo la storia del figlio prodigo con gli occhi della fede, il ritorno del prodigo diventa il ritorno del Figlio di Dio che ha attirato a sé tutti gli uomini e li porta a casa del Padre suo celeste. Come dice Paolo: «Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,… le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» (Col 1,19-20).

Frère Pierre Marie, il fondatore della Fraternità di Gerusalemme, una comunità di monaci che vive nella città santa, ha scritto su Gesù visto come figlio prodigo una pagina densa di poesia e di evocazioni bibliche. Eccola:

Egli, che non è nato da stirpe umana, né da desiderio umano, né da volontà umana, ma da Dio stesso, un giorno prese con sé tutto quello che era sotto il suo sgabello e partì con la sua eredità, il suo titolo di Figlio e l’intero prezzo del riscatto. Partì per un paese lontano… la terra lontana… dove si fece simile agli esseri umani e svuotò se stesso. La sua gente non lo accettò e il suo primo letto fu un letto di paglia! Come una radice in terreno arido, crebbe davanti a noi, fu disprezzato, il più umile tra gli uomini, davanti al quale ci si copre la faccia. Molto presto conobbe l’esilio, l’ostilità, la solitudine… Dopo aver dato via tutto in una vita di generosità, il suo valore, la sua pace, la sua luce, la sua verità, la sua vita… tutti i tesori della conoscenza e della saggezza e il mistero nascosto tenuto segreto per epoche infinite; dopo essersi perduto tra i figli perduti della casa di Israele, passando il suo tempo con i malati (e non con i sani), con i peccatori (e non con i giusti), e persino con le prostitute cui promise l’ingresso nel Regno di suo Padre; dopo essere stato trattato come un ghiottone e un ubriacone, come un amico degli esattori delle tasse e dei peccatori, come un samaritano, un indemoniato, un blasfemo; dopo aver offerto ogni cosa, perfino il suo corpo e il suo sangue; dopo aver provato profondamente in se stesso tristezza, angoscia e turbamento; dopo aver toccato il fondo della disperazione, di cui volontariamente si era fatto carico in quanto abbandonato dal Padre, lontano dalla sorgente dell’acqua della vita, gridò dalla croce su cui era stato inchiodato: «Ho sete». Fu deposto a riposare nella polvere e all’ombra della morte. E lì, il terzo giorno, risuscitò dalle profondità dell’infero dove era disceso con il peso dei crimini di noi tutti, dei nostri peccati, dei nostri dolori. Balzando in piedi, gridò: «Sì, ascendo al Padre mio e al Padre vostro, al Dio mio e al Dio vostro». E risalì al cielo. Poi nel silenzio, guardando il Figlio e tutti i suoi figli, poiché suo Figlio era diventato tutto in tutti, il Padre disse ai servi: «Presto! Portate qui il vestito più bello e rivestitelo; mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi; mangiamo e facciamo festa! Perché questi miei figli che, come sapete, erano morti, sono tornati in vita; erano perduti e sono stati ritrovati! Il mio Figlio prodigo li ha riportati tutti». Cominciarono tutti a far festa nei loro abiti lunghi, diventati bianchi perché lavati nel sangue dell’Agnello.

Osservando di nuovo il Figlio prodigo di Rembrandt, lo vedo ora in modo nuovo. Lo vedo come Gesù che ritorna da suo Padre e da mio Padre, dal suo Dio e dal Dio mi. È improbabile che Rembrandt abbia mai pensato al figlio prodigo in questo modo. Questa interpretazione non era solita nella predicazione e negli scritti del suo tempo. Tuttavia, vedere in questo giovane stanco e affranto la persona stessa di Gesù dà molto conforto e consolazione. Il giovane abbracciato dal Padre non è più soltanto un peccatore pentito, ma l’intera umanità che torna a Dio. Il corpo stremato del prodigo diventa il corpo stremato dell’umanità, e il volto da neonato del figlio che ritorna diventa il volto di tutte le persone che soffrono e desiderano ardentemente rientrare nel paradiso perduto.

Così il dipinto di Rembrandt diventa qualcosa di più della semplice descrizione di una commovente parabola. Diviene la sintesi della storia della nostra salvezza. La luce che circonda sia il Padre che il Figlio adesso parla della gloria che attende i figli di Dio. Richiama alla mente le maestose parole di Giovanni: «… Noi fin d ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».

Ma né la tela di Rembrandt né la parabola da lui dipinta ci lasciano in uno stato di estasi. Quando ho visto la scena centrale del padre che abbraccia il figlio che ritorna, sul poster nell’ufficio di Simone, non avevo ancora posto attenzione ai quattro personaggi che osservano l’evento. Ma ora conosco i volti di coloro che circondano il ritorno. Sono enigmatici, a dir poco, specialmente quello dell’uomo alto che sta alla destra del quadro. Sì, in esso c’è bellezza, gloria, salvezza… ma ci sono anche gli occhi critici di coloro che guardano senza sentirsi coinvolti. Questi aggiungono al dipinto una nota restrittiva e impediscono qualsiasi idea di soluzione rapida e romantica alla questione della riconciliazione spirituale. Il viaggio del figlio più giovane non può essere separato da quello del fratello maggiore. E quindi a lui che ora con qualche temerità rivolgo la mia attenzione.