Nel Padre-Nostro chiediamo al Padre di non abbandonarci nella tentazione. Ma di quale tentazione si tratta? Ecco una riflessione del cardinale Martini in proposito.

Gli esegeti hanno a lungo discusso. Quelli che interpretano in maniera escatologica il Padre Nostro ritengono si tratti della tentazione per eccellenza, quella escatologica, che riguarda la fine dei tempi e che essi immaginano vicina. E di questo parla il Nuovo Testamento. Leggiamo per esempio dalla seconda lettera ai Tessalonicesi. «Allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’ apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina, perché non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (2,8-12). Parole terribili, che concernono la tentazione finale, l’ultimo scatenarsi di satana.

Ne parla lo stesso Matteo, nel discorso escatologico: «Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà» (24,11-12).

C’è davvero questa misteriosa minaccia, da cui giustamente il fedele chiede di essere liberato, preservato, salvato, custodito.

Tale interpretazione escatologica non è più ritenuta attuale oggi da molti i quali riferiscono la formula del Padre Nostro alle tentazioni di cui è composta la vita del credente; e sono numerose.

lo ne richiamo cinque, per aiutarvi a riflettere poi sulla molteplicità di altre tentazioni che possono essere attuali per ciascuno di noi, a seconda delle prove che il Signore permette. Penso alla seduzione, alla contraddizione, all’illusione, al silenzio di Dio, all’insignificanza di Gesù.

La seduzione

La seduzione è l’essere attratti verso il male – sensualità, invidia, orgoglio, strapotere, crudeltà, vendetta, violenza -, un male che si presenta come tale (anche se è vero che sempre acconsentiamo al male perché ci appare con qualche parvenza di bene).

Talora la seduzione è talmente forte che satana sembra entrare dentro di noi, invadendo la nostra psiche e il nostro corpo, per cui rischiamo di comportarci con una perversità che mai avremmo immaginato. Dobbiamo sapercene guardare, e ciò è relativamente facile, appunto perché mira al male: sensualità, sessualità disordinata, pornografia, invidia, maldicenza, vendetta, soperchierie, bugie che fanno gravi danni, furti, e così via. Tutto questo fa parte dell’ esperienza umana.

Nel vangelo di Marco troviamo un elenco ben calibrato di tali deviazioni, elenco che a mio avviso costituiva una sorta di compendio di teologia morale per il catecumeno. Egli era invitato a fare un profondo esame di coscienza e a menzionare col loro nome i difetti e i vizi che più lo tentavano.

«Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: “Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?”. Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. Quindi soggiunse: “Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: prostituzioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo”» (7,17-23).

Siamo invitati a interrogarci sul nostro cuore, dal momento che «queste cose cattive» sono tutte dentro di noi, anche nel nostro subconscio o inconscio, e spesso non scoppiano perché non c’è l’occasione.

Possiamo notare che le nove intenzioni, le nove malvagità sono divise a tre per tre.

  • Più palesi le prime: fornicazioni, furti, omicidi.
  • Le tre seguenti sono più nell’ ombra: adultèri, cupidigie, malvagità.
  • Ancor più dentro al cuore si trovano inganno, impudicizia, invidia.
  • Infine la calunnia, la superbia, la stoltezza, forse le più «ecclesiastiche», perché spesso infestano pure il giardino, o l’orto della Chiesa.

Queste sono dunque le seduzioni. E dobbiamo tenerne conto, dobbiamo rifletterci, proprio perché vi siamo tutti soggetti.

La contraddizione

Il secondo tipo di tentazione è la contraddizione. Essa ci tocca allorché, facendo il bene, ci troviamo in un ambiente che ci critica, ci impedisce, ci mette i bastoni nelle ruote, ci prende in giro, ci blocca. Dobbiamo allora avere molta pazienza, molta perseveranza e molta umiltà. Sovente le nostre tentazioni sono appunto contraddizioni, che magari ci vengono dalla stessa comunità cristiana, dalle persone che pensavamo più vicine, più attente e invece non capiscono, ci contrastano, ci deridono, ci smorzano.

L’illusione

Il terzo tipo di tentazione è l’illusione, il fare qualcosa che appare come bene, ma da cui non deriva poi un bene.

Questa è la tentazione forse più frequente dei buoni, di coloro che servono Dio con generosità, perché il demonio li tenta spingendoli per esempio sulla via della penitenza, dell’ austerità, col pretesto della povertà, dell’ autenticità, della sincerità, della giustizia, e fa compiere loro opere sbagliate. Si illudono di essere chissà chi, ma calpestano le regole più comuni del vivere onesto, appunto sotto la bandiera della purezza, del rigore, della radicalità evangelica, e vanno facilmente fuori strada.

Il demonio – ammonisce sant’Ignazio – tenta soprattutto sub specie boni, sotto apparenza di bene, spingendo a fare sempre meglio per poi arrivare ad avere in mano un pugno di mosche, a fare il vuoto intorno a sé, a distruggere una comunità, partendo da intenzioni apparentemente buone.

Il silenzio di Dio

Gravissima è la quarta tentazione: il silenzio di Dio, un silenzio che fa chiedere all’uomo: perché, Signore, ti nascondi? Perché non parli? È la tentazione vissuta nella Shoà dal popolo ebraico, che ancora oggi si chiede: perché Dio non è intervenuto? Ed è la tentazione che ci assale ogni qualvolta aspettiamo che Dio ci venga incontro e ci sentiamo soli, abbandonati, privi di quell’aiuto che ci attendevamo.

Il silenzio di Dio è anche una tentazione che tocca le persone più avanzate nel cammino spirituale.

L’insignificanza di Gesù

L’ultima tentazione, collegata in un certo senso alla precedente, è di carattere sociale. Io la colgo con chiarezza in Israele: dove i cristiani sono pochi e non hanno rilievo pubblico, ma è pure presente nei nostri Paesi occidentali, là dove il cristianesimo non ha rilevanza sociale o la sta perdendo. È l’insignificanza di Gesù.

Se tutto si costruisce secondo parametri economici, politici, culturali che non tengono conto di Gesù, considerandolo al massimo un ornamento per l’albero di Natale; se l’ambito dei mass media e dei divertimenti, la vita pubblica in genere si svolge come se Dio non ci fosse, molti cristiani cedono a questa forte tentazione, che li fa vivere una doppia vita: in parrocchia pregano, ma fuori della parrocchia è come se Gesù non ci fosse.

Ho già ricordato in altre occasioni la testimonianza di un padre spirituale tedesco, che nel suo 50° di Messa rispose a chi lo interrogava sulla sua esperienza di prete: la prova più grande di questi cinquant’anni non è stata per me né la seconda guerra mondiale né il nazismo, ma il fatto che la gente si è allontanata dalla Chiesa e anche le comunità cristiane più ferventi si sono ridotte rapidamente a pochi numeri.

È una prova che ci è chiesto di attraversare, proprio perché anche lì il Signore è presente. È una tentazione che richiede un aumento di fede. Per questo motivo da sempre insisto sulla necessità di praticare la lectio divina, che rigeneri continuamente la fede. Se abbiamo questa ricchezza interiore, che la parola di Dio meditata giorno dopo giorno costruisce e ricostruisce, possiamo affrontare anche un esercito, possiamo affrontare anche la solitudine totale.

Vorrei suggerirvi di leggere la prima lettera di Pietro, per comprendere meglio come avviene il superamento di questa tentazione così perniciosa che è il senso dell’insignificanza del cristiano. È una lettera scritta a credenti che vivono in condizione di diaspora e di emarginazione sociale, e sono continuamente tentati di dire: siamo dei poveretti, non valiamo nulla.

E Pietro in maniera mirabile ricostruisce in loro l’orgoglio di essere cristiani, la gioia di esserlo anche nell’umiliazione, nell’insignificanza, nella prova, nella sofferenza, mostrando che proprio in quella situazione il vangelo si avvera, il Regno viene, Gesù trionfa.

Carlo Maria Martini
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