Ingoiato dal “mostro” della SLA, nel suo ventre ho vissuto l’esperienza pasquale della tenerezza del Signore, disceso con me in questa “tomba”. E non ho avuto più paura!…
Adesso mi sembra di essere nella bocca della balena, addomesticata e diventata amica, quale pulpito da dove continuo la mia missione di annunciatore del vangelo. Guardo il mondo circostante attraverso i due occhi del “cetaceo”, che mi offrono due scenari molto diversi. Da uno, continuo a contemplare questa riva della vita, che seguito amando e apprezzando più che mai; dall’altro, lo sguardo può scrutare già l’orizzonte dell’altra riva: anche se alquanto avvolto dalla nebbia, la sua Luce attira sempre più.

Natale 2011
Il “miracolo” della serenità e del sorriso!

Cari amici,

La festa di Natale mi porta, in qualche modo, a scrivere agli amici e a dare mie notizie. Il Natale è la festa della Solidarietà di Dio con l’umanità e, quasi per contagio, tra gli uomini pure. In questo contesto di solidarietà vi scrivo.

Sono a Roma da febbraio, nella nostra casa generalizia. Faccio parte di una equipe che coordina la formazione permanente a livello del nostro Istituto e sono il responsabile dei confratelli che qui fanno corsi di specializzazione.

Ho lasciato il Togo a fine dicembre 2010, al concludere il mio mandato come provinciale, destinato a questo nuovo servizio, una nuova missione a Roma. È stato con il cuore addolorato che ho lasciato “la mia terra” di missione, dove avevo trascorso 15 anni della mia vita, consapevole del fatto che iniziava per me una fase nuova e decisiva della mia esistenza. La grave malattia che mi era stata confermata nel luglio dello scorso anno (SLA = Sclerosi Laterale Amiotrofica), avrebbe radicalmente cambiato la mia vita. L’ho vissuta dal primo momento come una nuova “vocazione”, simile a ciò che Gesù profetizzò a S. Pietro annunciandogli che, se quando era giovane si cingeva da solo per andare dove voleva, un giorno qualcun’altro lo cingerebbe per condurlo là dove lui non vorrebbe. E Gesù concludeva dicendo: “Seguimi!” (Giovanni 21,18-19).

Anch’io cerco di seguire il Signore come posso, passo dopo passo, giorno dopo giorno, zoppicando, aggrappato alle mie… “gemelle”, le stampelle, diventate mie inseparabili compagne. Al congedarmi della comunità cristiana a Lomé (Togo), dopo aver ricevuto i loro regali, ho scherzato dicendo che avevano dimenticato il dono più utile: una canna! La reazione è stata di disapprovazione generale, ma la sera un amico è venuto a portarmi un bastone artistico (un dono ricevuto in tempo dal presidente della repubblica, credo!). L’ho inaugurato durante il viaggio di ritorno in Portogallo. Mi dava… un’aria distinta! Ma il bastone si rifiutò di essere più di quello che era: un oggetto di stima, e sotto il mio peso si è spezzato al scendere dall’aereo facendo scalo in Marocco. L’ho abbandonato in un cestino all’aeroporto di Casablanca. Qualcuno ha visto in questo un segno di buon auspicio. Ma la verità è che ho dovuto ricorrere ad un bastone, questa volta più semplice, meno “nobile” ma più utile. Tuttavia anche questo è rimasto per strada, sostituito adesso dalle stampelle.

Lodo il Signore per l’esperienza bellissima e straordinaria di solidarietà che la malattia mi ha permesso di fare. Solidarietà del Cielo che sento più vicino, la solidarietà di familiari, confratelli, amici, perfino lo staff medico… che moltiplicano i loro gesti di attenzione e di amicizia. Mi sento al sicuro nelle mani amorevoli di Dio che si materializzano in quelle di tante persone che mi vogliono bene. La mia esperienza di solidarietà umana e spirituale si estende a coloro che stanno vivendo situazioni simili di sofferenza e di malattia. Sento che un legame profondo e misterioso mi unisce a loro. Non è un caso che tante persone, chiedendo per la mia salute, finiscano per condividere con me l’esperienza, tante volte nascosta, delle sofferenze che portano nel cuore.

Lodo il Signore per l’esperienza di serenità che continua a concedermi, frutto certamente della preghiera di tante persone che si ricordano di me. A volte mi domando perfino se non sarò alquanto ingenuo o incosciente!… Naturalmente, il Signore non mi risparmia la lotta. Si tratta di una “lunga guerra” fatta di tante piccole battaglie. Quando la malattia mi porta un nuovo limite fisico devo riprendere il faticoso travaglio di “riconciliarmi” con questa nuova “privazione” e riadattarmi ad essa. Quando mi sembra di esserci riuscito, un altro bussa alla porta e mi ritrovo al punto di partenza. Ma mi accompagna un certo “senso di fiducia”, per cui anche nei giorni più bui la pace di fondo non mi lascia perché sento che la luce e la serenità ritorneranno.

Lodo il Signore per l’esperienza del percorso di MATURITÀ che mi “costringe” a fare. Credo che questa fase può essere la più fruttuosa e feconda della mia vita personale e della mia vocazione sacerdotale e missionaria. Da tempo chiedevo al Signore di liberarmi da una morte improvvisa (una invocazione della litania dei santi!) che, lungi dall’essere “beata” come la ritengono alcuni, mi sembrava una morte in cui la vita ci viene “tolta”. Il prendere coscienza che la nostra vita si avvia verso la sua conclusione ci permette invece di “offrirla”. Per essere onesto, devo confessare che quando mi è stata diagnosticata questa malattia mi dissi: “Signore, non ti pare di aver esaudito la mia preghiera un po’ troppo in fretta?!” In ogni modo, a parte qualche momento in cui mi viene da lamentarmi teneramente con il Signore, riconosco che tutto è grazia. Questa esperienza è come scalare una montagna, qualcuno ha detto. Si fa fatica ad andare avanti ma si aprono davanti a noi panorami e orizzonti nuovi, e si vede con occhi diversi la “valle” della vita che ci lasciamo alle spalle. Penso che non dimenticherò presto la prima esperienza di essere trasportato in una sedia a rotelle durante un recente viaggio in aereo. Io che ho viaggiato tanto, sono rimasto sorpreso dalla “visione” diversa che uno ha degli aeroporti da quella posizione più “bassa”, seduto in una sedia a rotelle.

Non so dove mi porterà questo percorso lento e talvolta faticoso. Zoppicante e con le mie debolezze, cerco di andare avanti con fiducia, e provo perfino una certa curiosità di sapere dove il Signore mi conduce. Il nostro Fondatore, S. Daniele Comboni, ha detto di aver abbracciato e sposato la croce. Non credo che arriverò a quel punto. Non è facile rendere “amica” questa compagna inattesa e poco simpatica che mi sono trovato dentro casa. Uno storico inglese, morto di questa stessa malattia (SLA) nel mese di ottobre dello scorso anno, ha detto che era “la più perfetta prigione domiciliare giammai inventata”, perché prigionieri del proprio corpo paralizzato. Mi consola sapere che la lucidità mentale mi accompagnerà e quindi da questa finestra della mia “cellula interiore”, potrò “guardare” il cielo e il mondo che mi circonda. Comunque, so che, in ogni caso, il Signore non ci abbandonerà, “prigioniero” anche lui della promessa che ci rinnova in questo Natale: Sono l’Emmanuele, il Dio con voi. Sono venuto per rimanere con voi… fino alla fine!

Perdonatemi, ancora una volta, per il tono forse troppo personale di questa lettera. Vorrebbe essere un gesto di condivisione (mentre mi è dato ancora di scrivere, visto che braccia e mani cominciano a manifestare segni di… debolezza!).

Se siete arrivati a questo punto nella lettura della mia lettera, vi congratulo per la vostra pazienza. Questo mi dà il coraggio per avanzare un’ultima richiesta: di continuare a sostenermi con la vostra preghiera amica, che io ritengo il vero bastone spirituale del mio peregrinare. Se la vostra preghiera non otterrà il miracolo della guarigione (e io ben vorrei poter tornare al campo di missione: non mi sento ancora nel “diritto” di essere malato e di ricevere la pensione di invalidità che mi è già stata concessa!), che mi sia garantito almeno il “miracolo” della serenità e, se possibile, anche del sorriso!…

Vi auguro un FELICE ANNO 2012 pieno di benedizioni e possibilmente anche di (piacevoli) sorprese da Dio!…

Vostro
Padre Manuel João Pereira Correia

Pasqua 2012
Uscire da questa Porta spalancata

Cari amici,

Stiamo per entrare nel cuore del Mistero Cristiano: la celebrazione della Passione, Morte e Risurrezione del Signore. Vorrei vivere questa Pasqua in comunione speciale con voi.

“Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli” (Mt 26,18) Nel Cenacolo del cuore, dove Cristo vuole celebrare la Sua Pasqua, vi accolgo con gioia, Lui e ciascuno di voi. Vi accolgo nella mia intimità pieno di riconoscenza per il posto che anche voi mi avete accordato nel vostro cuore.

Ringrazio continuamente il Signore per questo dono prezioso della vostra amicizia, che ricevo come una manifestazione continua della Sua Tenerezza, che diventa palpabile nei tanti gesti di affetto e simpatia, di attenzione e servizio, di solidarietà e preghiera. Mi sento portato dal Signore, circondato continuamente dal Suo Amore incarnato nelle persone che mi circondano, quelle che mi stanno accanto e quelle più lontane, da talvolta sorprendermi e confondermi perché so di non meritare tali gentilezze. Ma proprio per questo le accolgo con ulteriore senso di gratitudine, perché pura gratuità divina.

Quanto alla mia situazione, proseguo serenamente la mia “corsa”, il cuore accostato al Signore e il corpo appoggiato alle due stampelle, inseparabili compagne di viaggio. Cerco di convivere con la malattia, che è ormai di casa, anche se la sua compagnia non è sempre simpatica (come mi diceva un amico: “dobbiamo tenerci la moglie che abbiamo sposato anche se non ci piace!”). In ogni modo, la vita continua con la sua esuberanza di colori, di eventi, di incontri… SEMPRE BELLA E RICCA DI OPPORTUNITÀ!…

La Pasqua del Signore è la Festa del trionfo della Vita, che ci garantisce che ormai non abbiamo niente da temere! Dio compie la sua Promessa: Ecco che io apro i vostri sepolcri e vi faccio uscire dalle vostre tombe, ó mio popolo” (Ez 37,12). Il Signore, il Grande Vincitore, ritira la grande pietra della tomba del nostro cuore (là dove imperavano le tenebre) per fare risplendere la Luce. La dove la morte aveva messo fine ad ogni speranza, una Porta si è aperta verso una nuova ed inedita OPPORTUNITÀ DI VITA.

Roma, 1° dell’Anno 2013
Il giorno dei grandi desideri

Cari amici,

Ho mancato all’appuntamento di Natale con voi. Parlo di quello epistolare. Forse perché mancavo di notizie. O perché, da un po’ di tempo, faccio fatica a scrivere. Ma in questo primo giorno dell’anno, giornata della Pace, la coscienza non mi lascia in pace senza inviarvi gli AUGURI DI BUON ANNO!

Che sia davvero un ANNO NUOVO! Vergine, come i paesaggi natalizi coperti di neve. Quelli non violati dagli sciatori di capodanno. Cioè 365 giorni nuovi di zecca, pagine bianche ancora da scrivere, con tante sorprese da scoprire, gioie da godere, sfide da affrontare… La vita, tutta quanta, da gustare nei suoi svariati sapori agrodolci che rendono ogni giorno diverso, singolare.

Che sia l’inizio di una VITA NUOVA. Scritta con caratteri d’oro. Come quella dei nostri sogni d’infanzia o i grandi ideali della giovinezza. Chi non ha sentito – almeno per qualche istante – rivivere in sé quel cuore di Bambino che crede ancora ai Sogni? Quanti ne abbiamo espressi – in forma di augurio o desiderio – mangiando le uvette o brindando al passaggio dell’anno!..

Il nostro cuore è un pozzo inesauribile di DESIDERI! Peccato che ci crediamo soltanto per alcuni momenti! Il tempo forse di questa sola giornata di festa. Domani, rivestendo gli “abiti” della vita quotidiana e ritornando al lavoro, rivolgeremo ai colleghi ed amici ritrovati un augurio di “buon-anno” già alquanto scolorato e a mezzo sorriso. Basterà appena qualche giorno perché tutto sia finito. E, dopo la festa… la beffa! Sotto la veste del “nuovo” anno ricompare il “vecchio” con un sorrisetto ironico!…

Credo, invece, che gli auguri o desideri che portiamo in noi, quelli più veri e profondi, sono ormai tutti possibili. Accogliendo il REGALO natalizio di Dio, cioè Suo Figlio, che contiene ogni bene e dolcezza. Ma possono vederlo solo gli occhi simili a quelli della bambina che confezionò un bel pacchetto col regalo da offrire a suo papà la notte di capodanno. All’aprirlo, il papà rimase perplesso: il pacchetto era vuoto! Ma più grande ancora fu la sorpresa quando la bambina gli disse: Ma non vedi, papà, che è pieno? Ci ho infilato 365 baci per te!

In fondo, tutti siamo affamati… di amore! “Che mi baci con i baci della sua bocca”, è il primo desiderio della Sposa del Cantico dei Cantici (1,2). Solo l’Amore sazia. Solo l’Amore da sapore alla vita! Solo l’Amore – accolto ed offerto – rende il cuore felice!

Ecco il mio augurio personale:che ogni mattino – come la manna nel deserto –possiate raccogliere nel pacchetto del cuore il BACIO DI DIO. Allora sì, ogni giorno sarà nuovo, misteriosamente rigenerato nel sonno della notte, accolto con gratitudine dalla mano creatrice di Dio. Entreremo nella giornata “baciati” e “benedetti”, con la voglia di benedire e di sorridere a quanti incroceremo sulla strada.

Per vivere nel “bacio” o benedizione di Dio, giorno per giorno, mi sono proposto di farmi guidare da due parole ebraiche, quali compagne permanenti come le mie due stampelle: AYEKA – HINENI.

Ayeka è la prima domanda che appare nella Bibbia e che Dio rivolge a Adamo: “Dove sei?” (Gn 3,9). Hineni è la risposta immediata e generosa alla Sua chiamata: “Eccomi!”, come Abramo (Gn 22,1), Mosè (Es 3,4), Samuele (1 Sam 3,4), Isaia (Is 6,8)… Eccomi – in questo preciso e irrepetibile momento – pronto ad accogliere la visita di Dio.

Ayeka? Dove sei? “Bloccato”, sulla sieda-a-rotelle, dalla SLA, non potrei scappare lontano (anche se con la mia sedia motorizzata faccio anch’io le mie scorrerie per i corridoi della casa, nonché fuori nel parco, gustandomi gli aromi e colori della natura, la brezza e il sole delle belle giornate romane!). Ma ognuno di noi ha le sue strategie di “fuga”. Sempre ridicole, come quella di Adamo. È mio desiderio rispondere ogni volta con un pronto: Hineni! Eccomi! per accogliere il Bacio di Dio. Ogni giornata scandita dal dialogo: Ayeka? – Hineni! Con la certezza che ogni volta che anch’io chiederò a Dio Ayekà? Dove sei? mi risponderà prontamente: Hineni! Eccomi!

Passando alle notizie personali, non avrei granché da dire. Continuo a Roma, lavorando nell’equipe centrale di formazione permanente del nostro istituto comboniano. La malattia continua il suo decorso. Dopo le gambe anche le braccia fanno cilecca, rendendo faticoso lo scrivere. Ma continuo sereno, affrontando questa fase della vita come una NUOVA OPPORTUNITÀ di crescita, per cui rendo gloria a Dio.

Pregate perché il mio Hineni alla Volontà di Dio sia sempre pronto e gioioso. Lo farò anch’io per voi!

Vostro

Padre Manuel João Pereira Correia

Usciamo da questa Porta spalancata:
Avanziamo verso la LUCE, rientriamo finalmente nella VITA!

Vostro
P. Manuel João Pereira Correia

Nuovo Anno 2014
Come Giona, nella bocca della balena

Cari amici,

Avevo iniziato da qualche tempo questa lettera, in cui dovevo comunicarvi la mia partenza da Roma verso il mio ultimo “posto di missione”. Mi ero pure congedato da molti di voi perché dovevo ritornare in Portogallo il 29 ottobre 2013, destinato a Viseu, una città al centro-nord del paese, dove i miei confratelli avevano aperto recentemente una casa di accoglienza per malati e anziani. Sarebbe un ritorno alle mie origini, al punto di partenza della mia avventura missionaria. In questo nostro seminario di Viseu, infatti, avevo cominciato il mio percorso vocazionale nel lontano 1962, a soli dieci anni. Eccomi però ancora qui, a Roma. All’ultimo momento, è stato ritenuto più opportuno di rimanere ancora qui per continuare la terapia, e così la partenza da Roma è stata rimandata.

In tale circostanza mi ero fatto una rilettura di questa fase della mia vita, alla luce della vocazione del profeta Giona, letta nella liturgia di quei giorni. Questa figura mi accompagna da alcuni anni. Ricordo che il giorno in cui ho celebrato l’eucaristia di congedo da Roma nel 2001, la liturgia presentava precisamente le vicende di questo profeta. Al preparare le mie valigie, mi ero rivisto nei marinai che cercavano di alleggerire il carico gettando via il bagaglio… Ma soprattutto in Giona che si è fatto gettare in mare, al sentirmi chiamato ad abbandonarmi nelle mani del Signore nella nuova avventura del ritorno alla missione. Poi la figura della balena mi era ancora venuta in mente quando, tre anni fa, mi era stata diagnosticata la malattia della SLA. Ingoiato da questo “mostro”, nel suo ventre ho vissuto l’esperienza pasquale della tenerezza del Signore, disceso con me in questa “tomba”. E non ho avuto più paura!…

Adesso mi sembra di essere nella bocca della balena, addomesticata e diventata amica, quale pulpito da dove continuo la mia missione di annunciatore del vangelo. Guardo il mondo circostante attraverso i due occhi del “cetaceo”, che mi offrono due scenari molto diversi. Da uno, continuo a contemplare questa riva della vita, che seguito amando e apprezzando più che mai; dall’altro, lo sguardo può scrutare già l’orizzonte dell’altra riva: anche se alquanto avvolto dalla nebbia, la sua Luce attira sempre più.

Non so dove mi deporrà la balena, spinta da un misterioso disegno: se sulla spiaggia da dove sono partito più di 50 anni fa (Viseu) o direttamente sull’altra riva. O ancora… sulla sponda di una nuova e ignota missione?! Infatti, di notte mi spuntano le ali e viaggio tantissimo. Mi capita spesso di sognare di essere in nuove terre di missione, dove mi vedo ad imparare nuove lingue, a conoscere altre popolazioni, a iniziare nuove avventure!… Peccato che il “sogno” sia come la rugiada del mattino, che svanisce ai primi raggi di sole.

Che dirvi di più? Proseguo sereno e fiducioso la mia corsa nel ventre della misteriosa balena. Ventre sufficientemente spazioso da permettermi qualche scorreria con la nuova sedia a rotelle elettrica (la mia Ferrari!), con non pochi timori dei confratelli, che vorrebbero impormi dei limiti di velocità nelle mie scorribande attraverso i corridoi della nostra casa di Roma. Sono contento e felice come una pasqua! Grazie a tutti voi, che siete un riflesso della tenerezza di Dio verso di me. Grazie al mio angelo custode, padre Inácio, che ha generosamente messo a mia disposizione le sue mani e i suoi piedi.

Mi sa che mi conviene finire questa lettera, prima che il cetaceo cominci a sbadigliare di noia e mi riduca a polpette!…

Vi faccio i miei auguri per questo nuovo anno 2014 appena iniziato. A ciascuno e ciascuna di voi direi: “Lega il tuo carro a una stella”, quella di Betlemme, e ogni giorno del nuovo anno sarà illuminato. E in ogni evento – per quanto oscuro e minaccioso – troverai una nuova opportunità di vita, perché tutto diventa grazia! Com’è stata per me la malattia!

A tutti voi auguro, quindi, occhi illumi­nati per cogliere tutte le OPPORTUNITÀ che certamente vi offrirà il nuovo anno 2014!

Un abbraccio dell’amico

Padre Manuel João Pereira Correia

Pasqua 2014
Esplosione della Vita e della Gioia!

Cari amici,

Viene la Pasqua. Arriva la vita! Gli occhi, i nostri sensi possono contemplarla e percepirla ovunque attorno a noi. Nei vari colori della natura rigogliosa, prontamente risvegliata dal sole primaverile dopo il lungo letargo invernale. Nei delicati profumi dei fiori, dei germogli e dei prati luccicanti. Nella brezza gentile che ci accarezza il viso. Nel cinguettio allegro degli uccelli, che salutano l’azzurro del cielo. Nei sapori freschi dei primi prodotti e frutti della nuova stagione… Esplode ovunque la vita e la gioia. Ma tutto ciò è solo un segno di altro!…

Viene la Pasqua. Arriva la Vita. Risuona ovunque il grido gioioso di Cristo Risorto, vincitore della morte, Signore della Vita. Viene l’Era nuova, quella della nostra umanità, il Sogno nascosto nel cuore della storia! Ecco il messaggio recondito portato dalla luna nuova della primavera.

Da quanto tempo le ceneri spente delle nostre speranze giacevano nel sepolcro del nostro cuore? Da quattro giorni, come i resti di Lazzaro? Da quaranta giorni, come le ceneri dell’inizio della Quaresima, in attesa del fuoco nuovo della notte di Pasqua? O addirittura da quarant’anni, come il popolo d’Israele, che seminava i suoi morti nelle sabbie del deserto?

La Speranza non è il nostro forte. Particolarmente quando arriviamo al punto cruciale e invalicabile della morte. Finché c’è vita (ma non oltre!) c’è speranza. “Se tu fossi arrivato prima, nostro fratello non sarebbe morto… ma ormai è troppo tardi”, sembrano dire le due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria. Al di là di quel fatidico valico, solo la Fede – ma a stento! – riesce ancora a fare qualche passo. Però una volta varcata la soglia del “quarto giorno”, quello dell’inizio della decomposizione, allora non c’è più niente da fare. E si direbbe che nemmeno Dio possa farci qualcosa. Non ci resta che la compassione per piangere i nostri morti.

E così, col trascorrere del tempo, il nostro cuore diventa un grande cimitero, pieno di tombe di sogni frantumati, di passioni spente, di attese deluse, di promesse disattese, di amici e parenti persi, di sofferenze accumulate…

Come far entrare la Luce in queste nostre catacombe? Un segreto c’è! Da qualche parte del nostro cuore c’è un giardino, dove abbiamo scavato un sepolcro nuovo. Un modo di addomesticare la nostra morte. Ebbene, fai come Giuseppe di Arimatea. Esci allo scoperto, dichiarati discepolo di Cristo, richiama il suo corpo e offrigli con amore quel tuo sepolcro. Deponi lì il corpo di Gesù. Vedrai che, al terzo giorno, quel sepolcro esploderà di Luce, di Vita e di Gioia. Si apriranno allora tutte le tombe del tuo cimitero. I tuoi “lazzari” verranno fuori, svegliati da Gesù. Ed Egli t’inviterà a scioglierli e lasciarli andare. Alcuni perché partano e raggiungano in pace la Casa del Padre, senza sentirsi legati dal tuo continuo rimpianto. Altri perché ti accompagnino ancora sulle strade della vita, in sogni, promesse e passioni ravvivate dallo Spirito del Risorto.

L’Amore è il segreto della vita e della gioia. L’amore vince la morte. L’amore alimenta la fiammella della speranza e sostiene la fragilità della fede per renderla capace di affrontare il “quarto giorno”! Dalla mia carrozzina da disabile e malato di SLA, vorrei gridare: l’unica vera disabilità è la distrofia del cuore, l’incapacità di amare, che ci paralizza e ci impietrisce.

Cari amici, GIOIOSA E SANTA CELEBRAZIONE DI PASQUA. Che il Sole della Primavera di Cristo Risorto penetri nello scettiscismo, nell’oscurità e nella freddezza dei nostri cuori, per risvegliarvi la speranza, la fede e l’amore. E la Vita e la Gioia scoppieranno dentro di noi. E usciremo finalmente dalla lunga notte, verso l’aurora della nuova ed eterna Primavera.

Padre Manuel João Pereira Correia

Epifania del Signore 2015
Dalle stelle… alla stalla!

Cari amici,

Giorni fa, nel corso di una conversazione, un amico proferì un detto (rumeno) che mi rimase nel pensiero: “Tutti guardiamo la stessa stella ma non la medesima minestra!”. Guardare verso il cielo, ci accomuna; chinarsi verso la terra ci divide. La vita ci porta spesso ad abbassare lo sguardo, spinti dai nostri bisogni primari. D’altra parte, forse siamo pure sfiduciati e stanchi di guadare in alto: il nostro cielo è diventato cupo, non brilla più, e le stelle si sono spente!

Ed ecco, in questi giorni il cielo si è squarciato e una Stella è scesa sulla terra. Un canto costellato da mille melodie è risuonato nell’aria invitandoci dolcemente a seguire la Stella. Il cielo è diventato amico, illuminando il cammino…. Dov’è andata a posarsi la Stella? Nella “stalla” che portiamo nel cuore, lì proprio, nella nostra “mangiatoia”, cioè nel nostro ‘vassoio’, dove vanno a cibarsi il nostro ‘bue’ e il nostro ‘asino’. A Betlemme (“casa del pane”), non ci sarà più fame. La Stella, il Figlio di Dio, si è fatto “carne” per diventare nostro Pane!

“Il Verbo si è fatto carne”, ha esclamato Giovanni. La carne di un bambino, che sorride, soffre e piange, Sì, il Mistero ha a che fare con la “CARNE”, quella nostra, fragile. La carne del nostro corpo, che gli anni e i malanni fanno presto appassire, quale ignoto fiore del campo. È questa nostra carne che l’Amore ha voluto sposare e rivestire di gloria!

“L’Epifania tutte le feste si porta via”, dice il proverbio popolare. Che la Stella però rimanga nella ‘stalla’ del nostro cuore! Anche perché il 2015 è l’Anno Internazionale della Luce. Come potremmo altrimenti illuminare? Saremmo delle stelle spente o addirittura dei “buchi neri” che ingoiano e uccidono ogni raggio di luce che capiti nella loro orbita! Per questo vorrei benedire ciascuno di voi con quella parola suggerita dalla liturgia del 1º gennaio (libro dei Numeri 6,25): “Che il Signore faccia risplendere su di te il Suo Volto” (ti sorrida!). Sì, che il Suo sorriso benedicente ti accompagni dovunque! E allora anche il nostro volto s’illuminerà. Benedetti… benediremo, sempre e in ogni luogo! Saremo cosi una permanente “epifania” (manifestazione) del Signore.

Quanto a me, continuo a Roma (da quando ho lasciato la missione in Africa, alla fine del 2010, dopo che mi era stata diagnosticata la SLA). Sto bene e contento. Convivo serenamente con la mia poco simpatica compagna, la sclerosi, che ormai mi ha inesorabilmente legato a lei, piedi, braccia, mani, tronco, collo… Ma non è ancora riuscita a farmi sposarla! Mentre riesca ancora a sfuggirle con la mia ‘Ferrari’, cioè la mia carrozzina elettrica!… Devo riconoscere che mi ha pure ottenuto non pochi privilegi: oltre quelli civili da “invalido”, le attenzioni amichevoli dei confratelli e amici (e i numerosi baci delle amiche, che ogni sera puntualmente restituisco alla mia cara santa Teresina!). Per non parlare poi della generosità di Dio, fatta Pane nell’Eucaristia. Ogni giorno la Stella scende nella mia povera stalla, inondandola di Luce. S’incarna nel mio corpo infermo e tramite le mie stesse labbra dice: “Questo è il Mio corpo”. E quando dico “Questo è il calice del mio sangue”, sento di essere anch’io il Suo calice, per accogliere il sangue Suo, dei corpi dove Lui continua a sanguinare, e le lacrime di quanti vengono a confidarmi le proprie sofferenze.

Mi affido alla vostra preghiera perché possa sempre SORRIDERE alla VITA.

Vostro
Padre Manuel João Pereira Correia

Epifania 2016
Sotto una stella tinta di sangue

È arrivato il Natale. Ed io, ancora una volta, arrivo in ritardo. Ahimè, non sono come i pastori, che si danno fretta per arrivare dal Bambino. Sono piuttosto come i Magi, che arrivano a Betlemme dopo un lungo cammino di ricerca. Spero solo di non arrivare troppo tardi, dopo il passaggio di Erode.

Mi unisco dunque ai Magi di oriente. Quest’anno la loro ricerca è stata particolarmente ardua. La stella dell’oriente si è tinta di sangue ed è stata spenta da mani assassine. A stento sono riusciti ad arrivare a Gerusalemme. Anche lì però non sono mancati i contrattempi. Non è stato possibile raggiungere Betlemme. Un muro altissimo è stato costruito da un nuovo Erode regnante. Invano abbiamo cercato il Bambino. Non l’abbiamo più trovato.

Cosa fare? Dove sarà andata a rifugiarsi la santa famiglia? Sarà scappata in Egitto? Ahimè, in Egitto, che a suo tempo aveva ospitato Giacobbe e i suoi figli, regna ora un “nuovo faraone” che non conosce più Giuseppe. Saranno fuggiti forse verso la terra dei Padri, Ur dei caldei? Peggio ancora. Quella è diventata terra di predoni terribili, seguaci della bandiera nera che semina la morte e il terrore dovunque.

Dove cercarla, allora? Ecco che una nuova stella ci guida “per un’altra strada”, verso le lunghe folle di rifugiati che, non trovando una terra che li accolga, si avviano verso il mare, loro ultima speranza. Anche lì, però, oltre alla furia delle acque, devono affrontare i pirati senza scrupoli, pronti a venderli, a sfruttarli come nuovi schiavi o addirittura a gettarli in balia delle onde. Si tratta, quindi, di una avventura che spesso finisce in un tragico epilogo.

Percorrendo con angoscia le file interminabili di famiglie che fuggono con i loro bambini, cerchiamo fra loro l’infante divino annunciato dalla Stella tinta di sangue. Sarà ancora vivo il bambino Gesù? Saremmo arrivati troppo tardi per salvarlo dalle mani dei tanti “Erode” che attentano alla sua vita? Non sarà forse lui il piccolo Aylan che, qualche tempo fa, le onde del mare hanno pietosamente deposto sulla spiaggia?

Ecco il mio augurio per questo 2016, l’Anno della Misericordia: che il bambino Gesù, come il piccolo Aylan, possa riposare serenamente nella culla del nostro cuore e sognare cieli stellati e una nuova terra dove regnano la pace, la giustizia e la misericordia.

Agli amici che aspettano mie notizie e mi chiedono come sto, dico: sto bene! Non chiedetemi se meglio o peggio, vi dico semplicemente che sto bene. Portato per mano dalla mia compagna SLA e affidato alle cure del mio angelo custode, padre Ignazio, continuo serenamente la mia strada. Certo, non riesco più a fare le scorrerie di prima per i corridoi della casa con la mia “Ferrari”, cioè la mia carrozzina elettrica (per sollievo dei miei confratelli!). Il collo poi comincia a non reggere il peso della mia testa (segno che non è una zucca vuota?). Infine, braccia e mani hanno deciso di scioperare, per cui devo ricorrere a nuove tecniche per scrivere al computer (il Padrone mi sta tirando la cordicella ma mi consola che, in questo modo, sarò più vicino a Lui!). La mia bocca, invece, funziona ancora benissimo, per mangiare e parlare, sorridere e cantare!

La Settimana Santa e la Pasqua, le ho trascorse all’ospedale, dovuto a un problema al cuore (ma non preoccupatevi: non sarà il cuore a portarmi via perché la mia compagna SLA è troppo gelosa perché mi lasci in mano a qualcun altro!). Questa Pasqua è stata, quindi, molto speciale, un’esperienza unica d’immersione totale nella sofferenza umana.

L’ottobre scorso poi, insieme a padre Ignazio, ho avuto l’opportunità di partecipare a un pellegrinaggio di malati alla Madonna di Lourdes, in treno. Eravamo in 600. Che gioia rendere visita alla Madonna in una delle sue “case” privilegiate, Lei che ha tanta premura di visitarmi ogni giorno! Ho potuto anche immergermi nella vasca (anche se l’acqua era gelata!), con il desiderio di rinascere dal suo seno materno.

La solidarietà con quanti soffrono è la mia nuova missione, e l’intercessione nella preghiera, il mio nuovo ministero!

Vi porto nel cuore,

Padre Manuel João Pereira Correia

VERSO LA PENULTIMA MISSIONE

Roma 10 agosto 2016

Cari amici,

la pace del Signore sia con voi, dovunque siate. Sia (come spero!) rilassati in mezzo alla natura, o invece affannati tra le occupazioni e problemi della vita.

Vi comunico che, tra qualche giorno, lascio Roma per andare a Verona. Questa volta per davvero, e non come tre anni fa che, dopo essermi congedato per ritornare in Portogallo, ho fatto lo scherzo di non partire!. Lunedì prossimo 15 agosto celebro l’anniversario della mia ordinazione con questa mia comunità di Roma che mi ha accolto in questi anni e l’indomani parto per Verona.

Mi trasferiscono ad una comunità dove posso avere una assistenza più assidua e qualificata. La mia inseparabile compagna SLA (sclerosi laterale amiotrofica) non mi lascia. Alla fine di aprile sono stato ricoverato in ospedale per una crisi respiratoria (vi confesso che, come il profeta Elia, anch’io ho gridato dentro di me “Signore, lasciami morire”!). Per la prima volta, ho occupato un letto riservato ai malati di SLA. Quindi, dati gli sviluppi della malattia, i superiori mi hanno proposto il trasferimento ad un centro aperto recentemente per i nostri confratelli malati.

Noi missionari siamo allenati ad essere sempre pronti a partire. Ma dopo 18 anni vissuti a Roma (5 da studente, 8 al servizio della direzione generale, e adesso 5 da malato), un po’ di radici le ho messe, devo ammetterlo. Radici ai piedi (?) ma soprattutto al cuore, data la rete di amici con cui il Signore mi ha benedetto. Sì, avrò nostalgia di Roma, della casa (dove ho vissuto più a lungo nella mia vita), degli alberi del nostro parco, ma soprattutto di voi amici.

Parto però con serenità. Rispondo a questa ennesima chiamata di Dio a lasciare le mie sicurezze per andare altrove, in “missione”. Si tratta della mia PENULTIMA missione (dato che l’ultima ci sarà assegnata in Paradiso!). Mi dispongo a viverla con l’impegno e la generosità dei lavoratori “dell’undicesima ora” della parabola evangelica.

Non parto da solo. Vi porto tutti nel mio cuore. Vi sono molto grato dell’amicizia che mi avete regalato. So di non averla meritata ma proprio per questo ne sono ancora più grato al Signore, perché gratuita. La vostra amicizia è stata per me il migliore dei balsami nei momenti della prova. La vostra preghiera mi ha ottenuto il miracolo della serenità e della gioia, che mi hanno sempre accompagnato nella malattia. Che Dio vi benedica!

Ci diamo appuntamento nel cuore di Cristo!

Vostro

Padre Manuel João Pereira Correia