27 gennaio – Giornata internazionale della Memoria della Shoah (termine ebraico per: distruzione, catastrofe, calamità, tempesta devastante, come in Is 47,11), per commemorare le vittime dello sterminio, detto anche Olocausto. Nel periodo fra la salita di Hitler al potere (Germania 1933) e la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau (1945), le vittime del regime nazista del Terzo Reich furono circa 15-17 milioni: uomini, donne, bambini, tra cui 5-6 milioni di ebrei e altri gruppi (rom e sint, disabili, omosessuali, prigionieri di guerra, dissidenti, testimoni di Geova, preti cattolici, pastori protestanti, altri).

Shoah: perpetuo ricordo dello sterminio ebraico

“Oggi ripeto quelle parole. A nessuno è lecito, davanti alla tragedia della Shoà, passare oltre. Quel tentativo di distruggere in modo programmato tutto un popolo si stende come un’ombra sull’Europa e sul mondo intero; è un crimine che macchia per sempre la storia dell’umanità. Valga questo, almeno oggi e per il futuro, come un monito: non si deve cedere di fronte alle ideologie che giustificano la possibilità di calpestare la dignità umana sulla base della diversità di razza, di colore della pelle, di lingua o di religione. 
Rivolgo il presente appello a tutti, e particolarmente a coloro che nel nome della religione ricorrono alla sopraffazione e al terrorismo.”  
San Giovanni Paolo II, papa

Testimonianza di Angela, missionaria Kolbe, da poco rientrata in Italia, dopo aver vissuto 3 anni in Polonia. Dalle sue parole si può rivivere l’impatto emotivo delle persone che visitano i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau.

Prima di parlare dell’impatto emotivo della gente che visita i campi, è necessario fare una premessa raccontando cosa ha determinato la cruda realtà della Shoah, che porta la stessa gente a visitarli. Non si possono dimenticare i numeri della Shoah: i sei milioni di ebrei vittime dell’odio nazista e più di 5 milioni assassinati nei lager come oppositori politici, membri della resistenza nei paesi europei, prigionieri russi, zingari, omosessuali e disabili. Milioni di persone private di ogni bene. Segregate, umiliate e ghettizzate. Deportate, uccise e gasate. Unico obiettivo il genocidio e la distruzione di massa. Io, pellegrina tra i pellegrini, vedo, ascolto, mi fermo con la memoria del cuore a quanto è accaduto a degli esseri umani. Foto, reperti, strumenti e luoghi di tortura cadono come macigni su di noi. Parlano di dolore e di sofferenza. “spettacolo” inaudito! Un’organizzazione di morte. Uomini, donne e bambini esposti a esperimenti medici. Tante ragazze, donne venivano sottoposte a esperimenti ginecologici e di sterilizzazioni. Nessun termine può rendere la realtà vissuta. Nessun immagine può esprimere l’atroce, infinita barbarie. L’umanità porterà sempre questo fardello del genocidio, della distruzione di massa come monito per non dimenticare.
Passando davanti ai vari “reparti della morte” ad Auschwitz, come in tanti altri campi di concentramento e di annientamento della Germania dove sorsero i primi campi, della Polonia e in altre parti dell’Europa, la prima reazione – davanti alla follia umana in azione – è un’esclamazione di “no, non è possibile”. Come si può arrivare a questo? Ho visto poche persone, indifferenti, forse perché increduli: l’orrore è talmente potente da non crederci. Penso che la maggior parte si lasci ferire nel profondo come se si trattasse dei propri cari. Il silenzio sembra abitare i visitatori che tante volte si trasformano in pellegrini. Si vorrebbe scagliarsi contro chi ha operato scelte di morte. Pochi sono coloro che non si lasciano attraversare da una domanda: “perché tutto questo, c’è un senso in questo luogo di odio e di violenza?”

In questo giorno non possiamo dimenticare il martirio di san Massimiliano Kolbe avvenuto ad Auschwitz il 14 agosto 1941, e che quest’anno ricorre il 82° del martirio.

Dalla testimonianza di Giorgio Bielecki:
“Fu uno shock enorme per tutto il campo. Ci rendemmo conto che qualcuno tra di noi, in quella oscura notte spirituale dell’anima, aveva innalzato la misura dell’amore fino alla vetta più alta. Uno sconosciuto, uno come tutti, torturato e privato del nome e della condizione sociale, si era prestato ad una morte orribile per salvare qualcuno che non era neanche un parente. Perciò non è vero, gridavamo, che l’umanità è gettata e calpestata nel fango, sopraffatta dagli oppressori, e schiacciata senza speranza. Migliaia di prigionieri si convinsero che il mondo continuava ad esistere e che i nostro torturatori non potevano distruggerlo. Più di un individuo cominciò a cercare questo mondo, questa verità dentro di sé, a trovarlo e a condividerlo con gli altri compagni del campo e si facevano forza per combattere il male.
Dire che P. Kolbe morì per uno di noi o per la famiglia di quella persona sarebbe riduttivo. La sua morte fu la salvezza di migliaia di vite umane. E in questo, potrei dire, sta la grandezza di quella morte. Ecco quello che provammo. E finché vivremo, noi che eravamo ad Auschwitz, piegheremo la nostra testa in memoria di quello che è accaduto, come quella volta che piegammo la testa davanti al bunker della fame. Quella fu una scossa che ci restituì l’ottimismo, che ci rigenerò e ci diede forza; rimanemmo ammutoliti dal suo gesto, che divenne per noi una potentissima esplosione di luce capace di illuminare l’oscura notte del campo”.

da comboninsieme

da “Se questo è un uomo” – di Primo Levi

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici.
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.