E’ possibile che l’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana, si trovi esposta al rischio di passare in secondo piano, non nel dibattito teologico, ma nella sensibilità del cristiano “ordinario”?

di LORENZO PISANI
6 giugno 2021
https://www.vinonuovo.it/

Se dovessimo individuare una parola da riconoscere come filo rosso tra le letture del giorno mi sembra proprio che dovremmo scegliere alleanza. Alleanza segnata dal sangue, sangue di antichi sacrifici rituali e, ovviamente, il sangue del Signore.

Queste espressioni, non frequenti nel nostro lessico, forse dicono qualcosa del lavoro da fare in avvicinamento alle Scritture. Continuare ad interrogarle fino a che esse ci parlino per davvero, mettano in modo qualcosa. L’alternativa, se non parla la Parola, è che a parlare siamo sempre e solo noi, ripetendo forse sempre le stesse cose. Dopo che le Scritture ci avranno parlato, non è detto che la nostra eco sia particolarmente ispirata, o originale (così come sono queste mie note, un po’ artigianali), ma sarà nostra e confidiamo che ci faccia crescere, almeno un poco.

Alleanza ha un’accezione diversa rispetto a unione; ci si allea tra diversi, che rimangono distinti: l’uomo non è uguale a Dio. Nel nostro lessico, alleanza richiama il far fronte comune (contro un nemico), oppure l’impegno ad intervenire, l’uno a sostegno dell’altro alleato. Il modo in cui noi pensiamo questa alleanza con Dio ovviamente è diverso da quello del popolo eletto. Il Dio schierato con un singolo popolo di credenti stride con quello che confessiamo del Dio cristiano, creatore e padre. Più facile credere all’alleanza con l’umanità tutta intera, con i suoi molteplici volti, umanità attesa come una sposa alle nozze. E, contemporaneamente, alleanza di Dio con ciascun uomo, aver qualcuno su cui contare, come ci faceva cantare Sequeri una quarantina di anni fa. Parimenti sensato è l’impegno reciproco, l’uomo come alleato di Dio: il Cristo che non ha mani, piedi, labbra, mezzi e conta sul nostro aiuto.

A ben vedere la categoria dell’alleanza si presenta in tutta la sua efficacia in altri contesti. Anzitutto l’essere sostegno l’uno dell’altro nella coppia, l’esserlo stabilmente; quello della coppia è un bene prezioso che deve essere promosso e tutelato anche in ambito laico. Poi ogni tanto si sente parlare di alleanze tra agenzie educative, e pure questa è una bella sfida, un bell’impegno. Discernere il bene che vogliamo promuovere, discernere il cammino che si può fare con gli altri diversi da noi, discernere ciò che ciascuno ritiene irrinunciabile della propria identità e del proprio modo di essere.

Le varie declinazioni della parola alleanza hanno finito per portarci lontano dalla solennità di oggi, il sacramento del Corpo e il Sangue del Signore Gesù.

Il vangelo propone l’ultima cena nella narrazione di Marco. Il racconto dell’istituzione ci è ben noto, lo riascoltiamo in ogni celebrazione eucaristica. Come nelle domeniche precedenti, ho interrogato il brano alla ricerca di dettagli, spigolature da condividere in semplicità in queste righe. Dell’uomo con la brocca d’acqua ci aveva parlato l’amico Fabio Colagrande; della sala al piano superiore, di cui si parla nell’ultima cena e nella Pentecoste, ha scritto don Tonino Bello. Ma, inseguendo i dettagli, si corre il rischio di perdere di vista il Sacramento del Pane.

Paradossalmente questo sacramento, fonte e culmine della vita cristiana, il più frequentemente ricevuto, si trova esposto al rischio di passare in secondo piano per il cristiano ordinario. Ad esempio, il Giovedì Santo celebriamo l’istituzione del santissimo Sacramento, e, nella seconda lettura, dalla prima lettera ai Corinti, ascoltiamo quella che dovrebbe essere la più antica testimonianza eucaristica. D’altra parte, nell’atmosfera del triduo pasquale, l’attenzione è già polarizzata sull’offerta definitiva di Gesù sulla croce. Per non parlare della ben più potente plasticità della lavanda dei piedi; come tutti sanno il quarto Vangelo arriva a “dimenticarselo” il segno del pane spezzato, evocato nella concretezza dei suoi frutti, il farsi servi. Come se di questo segno sacramentale potessimo farne a meno.

Abbiamo la celebrazione domenicale (e la celebrazione quotidiana, richiamata qualche giorno fa dall’amica Chiara Bertoglio), ma la nostra attenzione, almeno la mia, si lascia catturare più facilmente dalla mensa della Parola. Anche il fatto conviviale, il segno di mangiare dalla stessa mensa, può distrarre dalla natura del cibo che ci viene offerto. Anche perché subito dopo aver condiviso il Pane degli angeli, giustamente il pensiero dovrebbe correre ai fratelli, pellegrini come noi su questa terra, compagni (cum panis) di strada e ancora privi di tante cose, anche del pane materiale. E, infine, l’eucaristia viene identificata con la messa, un obbligo da assolvere, un elemento costitutivo dell’identità cristiana; la funzione e la finalità dell’eucaristia come cibo passano in secondo piano.

Non aggiungerò altre parole. La liturgia di oggi vuole che si reciti, nella sequenza, “Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli.” Gli angeli dubito che abbiano bisogno di nutrirsi del Corpo di Cristo, invece noi uomini abbiamo bisogno di questo dono, “che ci trasforma e ci dà un cuore nuovo”. Diciamolo bene: che ci trasformi e ci dia un cuore nuovo. Senza dimenticare tutto il resto, proviamo a concentrarci sul Pane.