VIII Domenica del Tempo Ordinario (A)
Matteo 6,24-34

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. (…)
(Letture: Isaia 49,14-15; Salmo 61; 1 Corinzi 4,1-5; Matteo 6,24-34)
Dio ha bisogno delle nostre mani per essere Provvidenza
Ermes Ronchi
Non preoccupatevi. Per tre volte Gesù ribadisce il suo invito pressante: non abbiate quell’affanno che toglie il respiro, per cui non esistono feste o domeniche, non c’è tempo di fermarsi a guardare negli occhi la vita, a parlare con chi si ama. Non lasciatevi rubare la serenità e salvate la capacità di godere delle cose belle che ogni giorno il Padre mette sulla vostra strada, che accadono dentro il vostro spazio vitale.
Ma soprattutto, per quale motivo non essere in ansia? Perché Dio non si dimentica: può una madre dimenticarsi del suo figliolo? Se anche una madre si dimenticasse, io non mi dimenticherò di te, mai (Isaia 49,14-15, Prima Lettura).
Guardate gli uccelli del cielo, osservate i gigli del campo. Gesù parla della vita con le parole più semplici e più proprie: coglie dei pezzi di terra, li raduna nella sua parola e il cielo appare.
Gesù osserva la vita e nascono parabole. Osserva la vita e questa gli parla di fiducia. Il Vangelo oggi ci pone la questione della fiducia. Dove metti la tua fiducia? La risposta è chiara: in Dio, prima di tutto, perché Lui non abbandona e ha un sogno da consegnarti. Non mettere la sicurezza nel tuo conto in banca.
Gesù sceglie gli uccelli, esseri liberi, quasi senza peso, senza gravità, che sono una nota di canto e di libertà nell’azzurro. Lasciatevi attirare come loro dal cielo, volate alto e liberi! Vivete affidàti. La fede ha tre passi: ho bisogno, mi fido, mi affido.
Affidatevi e non preoccupatevi. Non un invito al fatalismo, in attesa che Qualcuno risolva i problemi, perché la Provvidenza conosce solo uomini in cammino (don Calabria): se Dio nutre creature che non seminano e non mietono, quanto più voi che seminate e mietete.
Non preoccupatevi, il Padre sa. Tra le cose che uniscono le tre grandi religioni, c’è la certezza che Dio si prende cura, che Dio provvede.
Non preoccupatevi, Dio sa. Ma come faccio a dirlo a chi non trova lavoro, non riesce ad arrivare a fine mese, non vede futuro per i figli?
«Se uno è senza vestiti e cibo quotidiano e tu gli dici, va in pace, non preoccuparti, riscaldati e saziati, ma non gli dai il necessario per il corpo, a che cosa ti serve la tua fede?» (Giacomo 2,16). Dio ha bisogno delle mie mani per essere Provvidenza nel mondo. Sono io, siamo noi, i suoi amici, il mezzo con cui Dio interviene nella storia. Io mi occupo di qualcuno e Lui, che veste di bellezza i fiori del campo, si occuperà di me.
Cercate prima di tutto il Regno. Vuoi essere una nota di libertà nell’azzurro, come un passero? Bello come un fiore? Cerca prima di tutto le cose di Dio, cerca solidarietà, generosità, fiducia; fìdati e troverai ciò che fa volare, ciò che fa fiorire!
Non potete servire Dio e Mammona!
Enzo Bianchi
Mosaico di Musrara (particolare), VI sec., Gerusalemme (nei pressi della porta di Damasco).
Sempre all’interno del “discorso della montagna” Gesù indica ai discepoli la “giustizia” che trascende quella praticata da scribi e farisei (cf. Mt 5,20). La giustizia che egli chiede è conformità alle esigenze dell’alleanza, la quale esige innanzitutto un’opzione di vita, di comportamento. Per questo le parole di Gesù non allettano gli ascoltatori, ma li mettono in guardia fino a scoraggiarli: “Nessuno può servire due signori (kýrioi)”. Com’è possibile che ci siano molti signori? Certo, c’è un solo Dio e un solo Signore, ma gli umani fabbricano, creano dèi e signori ai quali prestare adorazione e servizio. Lo ricorda anche l’Apostolo Paolo ai cristiani di Corinto: “In realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo che sulla terra – e difatti ci sono molti dèi e molti signori (kýrioi) –, per noi c’è un solo Dio … e un solo Signore, Gesù Cristo” (1Cor 8,5-6).
Tra i signori creati dagli esseri umani vi è Mammona, il denaro, la ricchezza. Gesù si serve di un termine aramaico, Mamòn, presente anche negli scritti di Qumran nell’espressione “Mammona d’iniquità” (che ricorre significativamente, in greco, anche in Lc 16,9), quasi a personificare questa potenza che aliena gli uomini e le donne, li rende suoi schiavi, chiedendo loro di porre in lei la loro fiducia (non a caso il termine è legato alla radice semitica ’aman, che indica l’aderire con fede). Sì, le ricchezze e il denaro, mezzo decisivo del rapporto tra gli uomini e i beni materiali, mezzo al quale non è possibile sottrarsi, possono diventare dei signori, dei padroni, capovolgendo la logica del rapporto: da strumento, da mezzo di servizio, a padroni che chiedono di essere serviti. La ricchezza diventa allora facilmente un idolo e “l’idolo è un falso antropologico, prima di essere un falso teologico” (Adolphe Gesché). Ecco perché il discepolo di Gesù, chiamato a diventare un servo del Dio vivente, non può prestare alcun servizio al dio denaro, non può restare in un silenzio complice quando la ricchezza, come un Moloch, divora i poveri, quelli che per l’appunto mancano del denaro e dei beni di sussistenza.
C’è un’alternativa secca di fronte a ciascuno di noi nel rapporto con la ricchezza: o la si condivide, fino a sapersi spogliare di essa, oppure essa ci aliena, ci rende schiavi. E certo non è difficile essere consapevoli di questa realtà, la quale oggi più che mai ha la sua epifania sotto i nostri occhi: profitto, guadagno, possesso, lusso in mano a pochi, e d’altra parte povertà fino alla fame per la maggior parte dell’umanità. È questione di libertà da se stessi, di giustizia nel rapporto con gli altri. Quando una persona vive per l’accumulo di ricchezza, pensa di trovare sicurezza nel possedere sempre di più e guarda al denaro come a uno strumento di salvezza della propria vita, allora nel suo cuore non c’è più posto né per gli altri né per Dio. Il discepolo deve dunque scegliere, senza tentare compromessi, sulla base di un discernimento che impone un aut aut:
o il servizio al Dio vivente e liberatore, oppure la schiavitù al dio Mammona, alla ricchezza che aliena e acceca. Non si può appartenere a Dio e al denaro, non si può sperare nell’uno e nell’altro, non si può avere fede nell’uno e nell’altro.
Per resistere a questa potenza malefica, Gesù indica allora un primo atteggiamento da assumere come segno della fede, dell’adesione al Signore: “Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete”. Nell’accogliere questa esortazione occorrono discernimento e intelligenza: Gesù non è un sognatore che non conosce e non aderisce alla realtà, sa bene che la vita è un duro mestiere e che per vivere occorre faticare, lavorare ed essere anche previdenti. Nessuna ingenuità! E certo queste parole possono essere stravolte se gridate ai poveri, agli affamati… Le parole di Gesù pongono invece l’accento su un atteggiamento errato, quello della preoccupazione (merímna), cioè quell’ansia ossessiva che si impadronisce delle persone, si insinua nel loro cuore e finisce per muoverle, togliendo loro ogni possibilità di reazione e di resistenza. Sempre nel vangelo secondo Matteo viene ricordata un’affermazione di Gesù sulla “preoccupazione (merímna) mondana e la seduzione della ricchezza che soffocano la Parola seminata nel cuore degli ascoltatori” (cf. Mt 13,22). Preoccupazione significa essere occupati soprattutto da qualcosa, e se l’oggetto della preoccupazione è il denaro, la sicurezza della vita, allora il cuore è sequestrato da una philautía, da un amore narcisistico di sé che impedisce ogni relazione e comunione.
Per questo Gesù invita a guardare gli uccelli del cielo, a contemplare i gigli dei campi. Sguardo poetico? Sì, ma non solo. Attraverso questa contemplazione si tratta infatti di porci nel mondo credendo alla bontà della vita, alla presenza di Dio, al suo amore che non va mai meritato. Si tratta di sentirci amati, di percepire che esistiamo grazie a qualcuno che ci ha voluti e creati e anche per qualcuno. C’è un’altra parola di Gesù che dobbiamo accostare a quella sugli uccelli de cielo, per capirla meglio. Quando Gesù dice: “Non cade a terra un passero senza il Padre vostro” (cf. Mt 10,29), non dice che un passero cadrà perché Dio lo vuole, ma che non cadrà abbandonato da Dio! E così, guardando i gigli dei campi colorati e tessuti in modo molto più bello degli splendidi vestiti di Salomone, possiamo almeno intuire la cura che Dio ha per tutte le sue creature e dunque anche per noi, che siamo suoi figli e figlie.
Questa è la vera provvidenza di Dio! Non un’affermazione che ci spinge al disimpegno, che ci invita solo a un’attesa passiva dell’intervento di Dio, che ci induce all’irresponsabilità, ma una fede che ci fa credere all’essenziale, liberandolo da tutto ciò che ostacola la pienezza della vita. “Dio pro-vede” significa che egli vede anticipatamente, vede prima e vede “in favore di”. Qui sta il fondamento della fiducia in Dio, fiducia come atto semplice di adesione, come capacità di contare su di lui e abbandonarsi al suo amore. Il discepolo deve bandire da sé il tipico atteggiamento dell’uomo religioso pagano: non moltiplicare le preghiere per essere esaudito, non affaticare Dio con richieste insistenti (cf. anche Mt 6,7-8), non vivere con angoscia e paura davanti a lui, ma semplicemente credere che egli è un Padre che ama anche chi non lo merita, chi non è capace di meritare il suo amore.
Se c’è un compito sempre urgente per il discepolo, esso consiste nella ricerca del regno di Dio: occorre cioè cercare che Dio regni veramente nella nostra vita, vivendo quella giustizia che richiede condivisione di ciò che si ha, comunione in ciò che si spera, saldezza fiduciosa in ciò che si crede. Questo atteggiamento non è facile: sovente siamo in ansia, temiamo soprattutto quando guardiamo al futuro, al domani, in particolare se siamo anziani e la precarietà ci invade. Ma proprio in questa vita che passa ci è chiesto di aderire all’“oggi di Dio”, senza voler assicurarci il domani né possederlo: il domani è di Dio e non ci appartiene. Arte del cristiano è dunque ricordare il passato; vivere l’oggi, l’hic et nunc, come adesione alla realtà e ora decisiva dell’ascolto della voce di Dio (“Ascoltate oggi la sua voce!”: Sal 95,7); andare verso il futuro, nella certezza che in esso c’è la venuta del Signore, la vita eterna.
Mosaico di Musrara, VI sec., 7×4 metri, tessere musive policrome, Gerusalemme (nei pressi della porta di Damasco).
Nell’immaginario delle prime generazioni cristiane gli uccelli sono stati utilizzati sia come elemento decisamente decorativo sia con un valore molto più simbolico. Le decorazioni delle case romane riportano numerosi affreschi e mosaici con rappresentazioni di uccelli, è da questo stile e da questo immaginario che i cristiani attingeranno per le loro rappresentazioni.
Un esempio raffinato è quello del mosaico pavimentale detto di Musrara a Gerusalemme vicino alla porta di Damasco. Il mosaico è stato scoperto tra il 1892 e il 1893 e risale al VI secolo. Questa pavimentazione testimonia l’utilizzo certamente liturgico dell’ambiente per il quale è stato realizzato. Ha una lunghezza di sette metri ed è largo più di quattro. Da un vaso finemente decorato partono dei tralci di vite all’interno dei quali trovano spazio diversi uccelli. Al fianco del vaso due pavoni.
Mosaico particolare dei tralci
La vite ha chiaramente un significato legato al passo di Giovanni 15,1-11. Gesù è la vigna, il Padre il vignaiolo e i fedeli i tralci dal quale si richiede il frutto.
In questo mosaico si aggiunge inoltre la presenza degli uccelli alcuni intenti a beccare i grappoli di uva che pendono dalla vite. Se la vite è Cristo, cibarsene vuol dire partecipare della sua vita, essere un corpo solo, partecipare all’eucaristia che è pane e vino.
Ogni tralcio è un fedele e ad ogni tralcio corrisponde un uccello anch’esso quindi simbolo del fedele. In questo solco simbolico si inserisce il brano del vangelo di questa domenica che ricorda ai fedeli di guardare agli uccelli come memoria dell’attenzione da parte di Dio verso di loro. il Signore provvede a loro e tanto di più provvederà a noi che valiamo più di molti passeri! (Lc 12,7).
Mosaico particolare della gabbia (nel cerchio rosso)
Come ci ricorda fr. Enzo nel commento a questo brano siamo chiamati a non farci prendere dalla preoccupazione, ma a vivere l’oggi in Dio. Per ricordare al fedele di non lasciarsi prendere dalle preoccupazioni in questo mosaico sull’asse principale un solo uccello è in gabbia: l’unico uccello che non può avvicinarsi ai grappoli che gli pendono ai lati. Le preoccupazioni sono diventate più forti della sua capacità di affidarsi al Signore e rischia di restare bloccato.
Mosaico particolare dell’iscrizione
Un ultimo accenno all’iscrizione che si trova sulla sommità del mosaico, è in lingua armena e dice: ”In memoria e per la salvezza di tutti gli Armeni, dei quali il Signore conosce i nomi”. Era quindi nella volontà dei committenti del mosaico ricordare attraverso i tralci e gli uccelli tutti i credenti di cui il Signore conosce il nome e di cui si prende cura nel presente e lo farà nel futuro.
fr. Elia
http://www.monasterodibose.it
Difficile trovare le parole giuste per definire la profondità e la bellezza di questi commenti. Sono una catechista ed essi servono prima a me e alla mia conoscenza personale, e quindi ai miei ragazzi ai quali
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Difficile trovare le parole giuste per definire la profondità e la bellezza di questi commenti. Sono una catechista ed essi servono prima a me e alla mia conoscenza personale, e quindi ai miei ragazzi coi quali facciamo una semplice lectio divina sui vangeli della domenica
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