Verso quale Dio grida il povero

Francesco Cosentino
“Verso quale Dio si rivolge il grido del povero?”

Ci interroghiamo questa sera sul grido della città e il tema mi fa venire in mente la storia del Profeta Geremia, chiamato fin dal seno materno a profetare proprio sulla città, nel momento in cui essa ha abbandonato il Signore. Geremia è inviato per annunciare che, come un mandorlo fiorito, Dio ricostruirà una nuova Alleanza. Un profeta – come dovremmo essere anche noi e la Chiesa tutta – che non si stanca di annunciare che, anche dentro la storia ferita dal male, dal peccato e dalla violenza, Dio non si tira indietro e rimane sempre il Dio dell’Alleanza. 

Geremia usa tante belle immagini di vita quotidiana: un vaso d’argilla nelle mani di un vasaio che lo modella e lo plasma e se non viene bene, comincia daccapo il suo lavoro, proprio a significare la pazienza con cui Dio si prende cura di noi; ma anche la cintura di lino, la brocca spezzata, e mi colpiva soprattutto l’immagine di un boccale colmo di vino. Il Signore dice a Geremia che gli abitanti della città, a iniziare dai loro governanti, si ubriacheranno e si frantumeranno, gli uni contro gli altri; il Cardinal Martini afferma che l’ubriachezza rende le persone “insensate, irresponsabili, stordite, incapaci di dirigersi, è l’immagine di una società che ha perso il senso dell’orientamento, il senso dei valori, delle cose giuste, della verità”

Il primo grido della città è anzitutto questo: coloro che hanno creduto di possedere la luce sono stati sorpresi dalle tenebre; la città secolare, troppo sicura di sé e delle sue scoperte, del suo progresso e della sua organizzazione politica, è ferita dal male, dalla povertà, dall’ingiustizia, dalla violenza. In mezzo a essa, i poveri gridano perché soprattutto loro portano sulla propria pelle i segni di queste ferite. 

Cosa dobbiamo fare noi come cristiani e come Chiesa? Nel Libro del profeta c’è un bellissimo parallelismo tra Geremia e Gesù: Geremia piange sulla città, proprio come Gesù piange su Gerusalemme. Significa che non dobbiamo ritirarci nelle nostre sacrestie e chiuderci nella lamentela per le cose che non vanno, giudicando il mondo e la sua cattiveria; al contrario, dobbiamo partecipare al grido di sofferenza che si leva dalla città, piangere con chi piange, essere sorgente di consolazione e di speranza, essere compartecipi del destino del mondo. Quindi, dobbiamo anzitutto ascoltare con il cuore e abitare con il cuore il grido della città. 

Ciò significa che dobbiamo lasciarci inquietare e non vivere nella beatitudine di una fede pacifica e tranquilla. Dalla drammatica esperienza della prigionia in un campo di concentramento, il teologo protestante Bonhoeffer scriveva: “Il problema che non mi lascia mai tranquillo è quello di sapere che cosa sia veramente per noi oggi il cristianesimo o anche chi sia Cristo”. Proprio l’esperienza della solitudine, dell’abbandono, del dolore, fa sorgere il grido e lascia spazio a una inquietudine missionaria. Il cammino della fede, dunque, non è mai – per citare una simpatica immagine di Papa Francesco – starsene sul divano a vivacchiare tranquilli – ma è mettersi in viaggio, essere inquieti pellegrini alla ricerca di Dio, lasciarsi ferire dalle domande inquiete degli altri, che con il loro grido, cercano il senso della vita, il significato del nascere e del morire, il gusto profondo dell’amore, e in definitiva, cercano Dio. 

La vita stessa è una domanda e il dramma vero della nostra vita è smettere di cercare, di pensare, di interrogare la vita, quando cioè cadiamo nella tentazione di sentirci arrivati e vorremmo fermare il viaggio. Afferma il Vescovo Bruno Forte: “Si è morti quando il cuore non vive più l’inquietudine e la passione del domandare”. 

Ora, siamo chiamati ad ascoltare non solo le domande profonde del nostro cuore, ma quello che sorge dagli angoli remoti della nostra città, dai quartieri dove si svolge la vita quotidiana, dalle situazioni di povertà, di solitudine, di abbandono e di violenza che talvolta occupano indisturbate la scena. E, più in generale, dobbiamo ascoltare il cuore di ogni uomo che, nelle domande ma anche nelle esperienze della vita, negli ideali, nei sogni, nelle scelte, si mette alla ricerca del senso della propria vita. 

Per far questo – ci ha suggerito il Cardinal Vicario – “Dobbiamo però attivare uno sguardo e un ascolto contemplativi, cioè uno sguardo che non ha la pretesa di catturare e definire a-priori e un ascolto che sa leggere dentro, con rispetto e delicatezza, la vita dell’altro, di chi ci passa accanto”. 

Possibile che dietro questo cercare, domandare e dibattersi si nascondi e si sveli, alla fin fine, una ricerca di Dio? Il teologo del Novecento Karl Rahner su questo interrogativi non ha dubbi: l’uomo è portato a essere uno che si interroga e nel suo interrogarsi va sempre al di là del proprio orizzonte; e quando va oltre se stesso e il proprio orizzonte, per quanto egli magari non se ne renda conto, la sua è già una ricerca di un senso infinito e quindi, in ultima analisi, di Dio. 

Tuttavia, non si può non riconoscere che la forma in cui si esprime la ricerca di spiritualità e di senso oggi – possiamo chiamarla “religiosità postmoderna” – non è o non è ancora quella della fede cristiana esplicitamente intesa. Vediamo di comprendere allora questa distanza e quali sfide pone a noi credenti in merito all’annuncio del Vangelo. In fondo ci chiediamo: verso quale Dio grida il povero di oggi?

1. La ricerca religiosa nel postmoderno

Non possiamo inoltrarci in un’analisi dettagliata di questo nostro tempo denominato da più parti postmodernità, ma possiamo dirci alcune cose a grandi linee. Cosa è successo alle nostre anime e alla nostra società? Nel bel mezzo della corsa del progresso moderno, del mito della ragione e della scienza, delle rivoluzioni politiche, siamo stati raggiunti da un tempo di stanchezza e di disillusione. Le grandi promesse di salvezza della modernità non sono state mantenute o, quantomeno, gli esiti di esse sono stati ambigui, a volte tragici. Basti pensare ai totalitarismi e alla Seconda Guerra Mondiale. Così, si è fatta spazio una nuova coscienza e sono venute meno le certezze: meglio abitare il mondo nella sua finitudine e nella sua fragilità, senza porsi grandi domande, senza affidarsi a istanze superiori come le istituzioni, la politica, la famiglia, lo Stato, la religione; si visita il mondo come turisti – affermava Bauman – e si rimane nella liquidità, senza più un centro, in una forma di perenne incertezza

Scrive il filosofo Salvatore Natoli:

Non c’è nulla per cui valga la pena impegnarsi a fondo, spendersi, mettersi in gioco: nulla è rilevante, tutto è equivalente […] Ci si abbandona alla vita nella sua immediatezza: si dà libero corso ai desideri, si ricerca l’eccitazione per sentirsi vivi. Viviamo in un mondo ove quando non si è euforici, si corre il rischio di ritrovarsi depressi. Per evitare d’esserlo è meglio intrattenersi nell’indolenza, oppure si cerca di riempire in qualche modo il tempo vuoto del far niente, l’assordante silenzio del nulla. Ci si impegna comunque in qualcosa: è un prendere e lasciare, un iniziare senza portare mai a termine […].

Di fronte a una illimitata libertà, che ci permette di scegliere valori, modelli e visioni di vita in modo plurale, la coscienza del singolo si sente affaticata e sovraeccitata; le grandi Istituzioni erano una specie di canale che ci instradava, mentre oggi abbiamo molti strumenti a disposizione ma siamo soli a dover scegliere tra varie opzioni morali. E, così, fatichiamo a trovare orientamento nelle scelte: “prima, l’uomo sa in ogni momento come è fatto il mondo, come deve comportarsi in esso, che cosa può sperare e, infine chi egli è”. Oggi, invece, “la maggior parte delle persone si sente insicura e disorientata in un mondo complesso pieno di possibili interpretazioni”

Proprio questa incertezza, paradossalmente, ha favorito quello che da più parte viene chiamato il “ritorno del sacro”. Dunque, il ritorno del religioso si inscrive anzitutto in questo disorientamento del nostro tempo, nel disagio per lo smarrimento del senso, nella ricerca di sicurezza di cui oggi, a livello personale e sociale. 

Senza negare che si tratta comunque di un grido importante da ascoltare, tuttavia occorre essere cauti nel fare analisi trionfanti sul ritorno o addirittura sulla rivincita della religione; infatti, questa ricerca spirituale è anzitutto una risposta una risposta al clima di incertezza della nostra società, generato dalla caduta di simboli e valori, e anche un modo per andare oltre un mondo organizzato in modo eccessivamente tecnologico e razionale. Il rischio, cioè, è che l’attuale ritorno del sacro si configuri come ricerca di un anestetico, un luogo di consolazione e di rifugio in una vita diventata frenetica, una terapia psicologica, un farmaco per i propri bisogni che serve ad alleggerire il peso dell’esistenza. 

Ora, questo tipo di religiosità, che unisce filosofie orientali, tecniche psicosomatiche, meditazioni trascendentali e messaggi che si riferiscono a Gesù, resta ancora lontana la relazione personale con un Dio vivente, come quello che Gesù ha rivelato e che mi impegna in una relazione personale di fiducia, trasforma la mia vita nella direzione dell’amore e mi chiede di essere segno di questo amore con i fratelli e nelle situazioni storiche e sociali. 

2. Quale Dio? 

La domanda, allora, è: quale Dio? Verso quale Dio grida l’uomo di oggi, ma anche, in quale Dio crediamo, anche noi cristiani? Il clima di incertezza postmoderna, infatti, può contagiare anche la nostra ricerca di Dio. 

Ho cercato di analizzare, nel libro “Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio”, alcune immagini di Dio negative e distorte, generate evidentemente da alcune visioni religiose acquisite nella nostra infanzia, nell’educazione che abbiamo ricevuto o per particolari esperienze ecclesiali. 

Possiamo immaginare Dio come un “tappabuchi”, cioè una super-potenza che mi risolve i problemi dall’alto, dentro una religiosità magica, che si muove con una buona dose di superstizione; possiamo immaginarlo come un giudice spietato, laddove l’esperienza religiosa quasi non conosce la centralità della misericordia di Dio e ha bisogno di affidarsi e di invocare un Dio che castiga e punisce; possiamo immaginarlo come un contabile, uno che segna sul quaderno tutte le nostre prestazioni, cosicché per fuggire l’incertezza in cui viviamo diventiamo persone religiose fissate sull’osservanza delle regole, dimenticando che la Legge è importante ma non salva e non viene prima della grazia; possiamo anche immaginare quello che ho definito il Dio dell’efficienza, che richiede da me delle prestazioni sempre perfette e, alla fine, questo genera quella religione che si agita in mille attività, in una corsa perenne in cui dobbiamo fare sempre qualcosa per sentirci vivi e al centro. E, così facendo, al centro ci siamo noi e le nostre opere bellissime, ma non Dio. 

Tante immagini di Dio distorte o sbagliate sono funzionali a una religione che, ancora, non ha scoperto l’incontro vivo e vero con Gesù, auspicato all’inizio di Evangelii gaudium da Papa Francesco. 

La fede cristiana, però, ci annuncia un Dio che ha un volto, che il grido del povero lo ascolta tanto da squarciare i cieli e scendere negli abissi della nostra umanità; è il Dio assoluto e trascendente, che però discende nel grido della nostra solitudine e della nostra morte, Colui che non considera un possesso personale e un tesoro geloso il suo essere Dio ma assume la forma del servo. Un Dio che si fa carne – lo celebreremo fra poco col Natale – nel Volto, nella parola e nei gesti di Suo Figlio, Gesù. 

Papa Francesco, in modo davvero efficace, ha affermato che la dottrina cristiana non è un sistema astratto di idee, simile a una qualunque filosofia, ma “ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo” (Papa Francesco, Discorso al Convegno della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). 

Ecco, Gesù è per noi il punto di incontro tra l’uomo e Dio e senza l’incontro reale, vivo e personale con Gesù Cristo, Dio rimane un’idea astratta; casomai viene ridotto a un’istanza spirituale superiore, forse a un richiamo per la coscienza, a una filosofia di vita, a una morale. Ma non è un Dio col quale posso parlare, la cui presenza posso sperimentare accanto a me, che può realmente trasformarmi dal di dentro, liberarmi, cambiarmi il cuore, rendere capace di amore verso i fratelli e nei contesti sociali e di vita quotidiana in cui mi muovo. 

Ecco, a me sembra che la religione del nostro tempo e il grido dell’uomo odierno siano un segnale importante, da cogliere e da ascoltare; ma si tratta anche di qualcosa che rimane nell’ibrido, una ricerca che alla fine si avvita su se stessa, una religione che si rivolge solo all’intimità per cercare di superare i conflitti della vita e di ricevere una consolazione privata, senza che ciò vada a incidere nella vita reale, nelle relazioni, nell’impegno la trasformazione del mondo. 

Dobbiamo certamente accogliere e ascoltare questo grido; non giudicarlo, non respingerlo. Esso esprime quella profonda nostalgia di Dio, che Dio stesso ha impresso nel cuore di ogni uomo. Ma la sfida – per noi cattolici – è anche quella di mettere a contatto questa sete con la scoperta sorprendente dell’incontro personale con Dio e con il fascino del Vangelo.  

Papa Francesco, in Evangelii gaudium afferma che “Il ritorno al sacro e la ricerca spirituale che caratterizzano la nostra epoca sono fenomeni ambigui. Ma più dell’ateismo, oggi abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l’altro. Se non trovano nella Chiesa una spiritualità che li sani, li liberi, li ricolmi di vita e di pace e che nel medesimo tempo li chiami alla comunione solidale e alla fecondità missionaria, finiranno ingannati da proposte che non umanizzano né danno gloria a Dio” (EG, n. 89)

E, dice Papa Francesco, in questo ci vengono in aiuto le forme popolari della fede, che ci invitano a una relazione personale “non con energie armonizzanti ma con Dio, con Gesù Cristo, con Maria, con un santo”, evitando così di proporre una falsa e illusoria spiritualità del benessere, senza appartenenza comunitaria e senza impegno. 

“Verso quale Dio grida il povero?”, allora, è proprio la nostra domanda e deve diventare anche la domanda della nostra azione pastorale. Abbiamo cioè bisogno di comunità parrocchiali e di cristiani attivi, nella vita quotidiana e nella società, che sappiano testimoniare la bellezza dell’incontro personale con Dio; alla sete di tutte le samaritane e i samaritani dei nostri giorni, dobbiamo andare incontro in un atteggiamento di ospitalità e di dialogo, ma cercando di portare l’acqua viva del Vangelo, perché questi nostri fratelli possano scoprire che davvero, le loro ansie, le loro speranze, le loro domande più profonde, in Dio trovano non delle risposte facili, ma un orientamento sicuro. 

Recentemente, il famoso filosofo canadese Charles Taylor ha concesso un’intervista a L’Osservatore Romano, riprendendo in sintesi la sua opera A secular age; Taylor afferma che quanti hanno teorizzato la secolarizzazione negli anni 70 hanno decretato la fine della religione nel nostro mondo. Tuttavia, negli anni ’80 le cose sono cambiate e a guardar bene il fenomeno, ciò che si può dire è che è tramontata una certa cultura cristiana e un legame tra Chiesa e società, ma non si è per niente spento “l’appetito spirituale”. Sono solo cambiate “le condizioni del credere”: prima erano culturali, sociologiche, familiare, oggi chi crede lo fa per scelta, perché ha incontrato la bellezza del Vangelo in un itinerario di vita plurale e complesso. Il cristianesimo è diventato una domanda aperta, una scelta, una sfida e – diceva il cardinal Martini – paradossalmente questo lo rende più attraente e rende questo tempo migliore dei precedenti. Prima si credeva più per tradizione, oggi urge un nuovo annuncio del Vangelo. E Papa Francesco ha messo al centro di tutto proprio questo: annunciare la gioia del vangelo. 

Scriveva Michael Paul Gallagher che la fede è un modo che Dio ci ha dato per immaginare la nostra esistenza; dobbiamo permettere che il grido del povero di oggi, trovi anch’egli nella fede cristiana la possibilità di immaginare in modo diverso e nuovo la propria vita. E è questa, la sfida ecclesiale più importante dei nostri giorni.  

San Salvatore in Lauro – 27 novembre 2019
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