
di Michela Marzano – la Repubblica 28 ottobre 2019
Si può vivere con gli altri se non si riesce a convivere con se stessi? Come si fa a organizzare in maniera coerente la propria esistenza senza cedere alla tentazione della rigidità? Sono queste alcune delle domande che si pone Vittorio Lingiardi — psichiatra, psicoanalista, professore ordinario di psicologia dinamica all’università di Roma La Sapienza — all’inizio del suo ultimo (e bellissimo) saggio: Tu, noi. Vivere con se stessi, l’altro, gli altri.
Domande essenziali per capire la nostra società, e cui Lingiardi risponde a partire soprattutto (ma non unicamente) da una prospettiva psicoanalitica. Tra identità e molteplicità esiste d’altronde una tensione che non è solo “clinica”, ma anche “sociale”: l’esperienza umana è per definizione paradossale, e accade a chiunque di fare fatica a «tenere insieme, attraverso negoziazioni continue, l’esistenza spesso simultanea di realtà contraddittorie».
Il mondo delle convivenze è inevitabilmente circolare e concentrico: se non si riesce a dialogare con i molti “sé” che abitano all’interno di noi stessi è inutile anche solo sperare di poter un giorno vivere bene con un’altra persona, ancor meno di essere poi capaci di contribuire alla coesione sociale. «La prima convivenza è in noi», scrive lo psicanalista. «Ogni giorno ci imbattiamo in noi stessi. Non ci piacciamo, ci disapproviamo. Vogliamo cose diverse, spesso incompatibili: l’avventura e la sicurezza, la solitudine e la compagnia, la fermezza e il patteggiamento, la parola e il silenzio. Ogni convivenza con il mondo nasce dentro di noi perché il timbro della nostra vita dipende da come suona ogni elemento della nostra orchestra mentale». Ma come si fa a convivere con se stessi? È possibile riappacificarsi con le molteplici sfaccettature del nostro io?
Per Vittorio Lingiardi, il modo migliore per far la pace con se stessi è raccontarsi, riprendere in mano le fila del discorso, ripercorrere pezzi interi della propria esistenza, ancor meglio se accompagnati da qualcuno. La parola, d’altronde, esiste davvero solo in presenza dell’ascolto. E poco importa che la “verità clinica”, ossia ciò che ricordiamo e interpretiamo, non coincida con la “verità storica”, ossia con ciò che è realmente successo. La memoria è pure (e sempre) sede dell’invenzione. Anzi, talvolta è proprio immaginando che riusciamo poi anche a perdonare. E quindi ad accettare l’incontro con l’altro. E quindi a rimetterci in gioco dribblando abilmente tra i nostri meccanismi di difesa e le nostre strategie di adattamento. Nessun rapporto è d’altronde possibile se non si è in grado di negoziare uno spazio intermedio e comune dove le soggettività possano fondarsi e affrontarsi: «Per capire come amiamo è fondamentale osservare lo spazio che, tenendoci insieme, ci separa. Se è riempito proiettivamente, oppure svuotato difensivamente. Se viene negoziato. Se è elastico e mutevole. Se è cancellato, invece, a favore dell’adesione.
Riconoscere il tu significa sposare un principio di organizzazione psichica che mi permette sia di conoscere la mente dell’altro come fonte di intenzione e di iniziativa».
Citando sapientemente S. Freud, D.W. Winnicott, M. Klein e molti altri pilastri della psicologia e della psicoanalisi, Vittorio Lingiardi mostra come l’esperienza amorosa metta alla prova ogni grande tema della vita umana, e come l’amore sia possibile solo quando si riesce pian piano a trovare un equilibrio tra fusione e separazione, dipendenza e autonomia, aggressività e tenerezza. Subito prima di affrontare il tema della durata delle relazioni affettive: l’amore può durare solo se il “tu” viene riconosciuto nel suo divenire, senza mai imporgli l’identità di cui si pensa aver bisogno — altrimenti l’amore finisce, anzi, viene progressivamente fagocitato dalla violenza, come lo psicoanalista spiega e racconta, appoggiandosi anche sulla letteratura e sul cinema.
È solo quando l’io riesce a convivere con se stesso (e le sue molteplici alterità) e con il tu (e le sue altrettanto molteplici alterità), che si pone poi il problema del “noi” e della convivenza sociale.
Nodo essenziale della contemporaneità, nota Vittorio Lingiardi, visto che viviamo in un’epoca in cui gli altri sembrano assumere «tratti terrificanti »: il numero degli “odiatori” aumenta; gli strumenti culturali e politici che dovrebbero permettere a ciascuno di affrontare le difficoltà dell’esistenza diminuiscono; il vivere-insieme si sbriciola. Ecco perché l’unica soluzione che resta per pacificare il mondo è «un’instancabile azione quotidiana per il noi». Operazione difficile, certo. E faticosa. E forse senza fine. «Ma ho fiducia nella forza delle parole», conclude Lingiardi.
«Promuovere la parola, il racconto, la testimonianza, mai tradire il linguaggio».