Pubblichiamo l’inizio e la conclusione di un intervento al convegno intitolato «Da Puebla ad Aparecida. Chiesa e società in America latina (1979-2007)» e organizzato dall’Istituto di studi politici San Pio v con il patrocinio dell’Istituto italo-latinoamericano. Tenuta il 26 e 27 gennaio scorso a Roma nella sede dell’Istituto Luigi Sturzo, l’iniziativa ha delineato un bilancio del presente e del passato recente del cattolicesimo , sullo sfondo dell’elezione del primo Papa americano. Rodrigo Guerra López presiede il Centro de Investigación Social Avanzada di Querétaro, in Messico.
La letteratura sull’esaurirsi della modernità e sulle reazioni che vengono definite postmoderne è immensa. Da diversi decenni campeggia ovunque la consapevolezza che un’epoca è giunta al suo termine e che a livello globale sta emergendo una certa novità culturale: in ambiti molto diversi come la teoria dell’architettura, la filosofia o la sociologia si sono forgiate importanti interpretazioni sulla crisi epocale contemporanea che a loro volta sono state un sintomo dello sconcerto dinanzi al crollo di certezze fino a poco tempo fa incontestate o considerate incontestabili.
La Chiesa non è rimasta ai margini di tali riflessioni. I poveri, le donne e i giovani sono tre modi di toccare la frontiera, l’avanguardia, la periferia dell’esperienza cristiana al momento di un “cambio di epoca” come quello attuale.
L’America latina è una comunità pluriculturale di nazioni in cui il sostrato cattolico opera come uno degli elementi più decisivi e agglutinanti della sintesi culturale che ci caratterizza come regione.
Questo sostrato cattolico non è puramente religioso né puramente culturale, bensì mostra l’efficacia dell’inculturazione del Vangelo e dell’evangelizzazione della cultura che, seguendo l’analogia dell’Incarnazione, assume e riassume in ogni generazione i cammini umani che come persone e come popoli intraprendiamo.
Le erosioni e i mutamenti di questo sostrato identitario sono evidenti e sicuramente proseguiranno a lungo. Nondimeno, nella loro consistenza profonda possiamo osservare che si rinnova continuamente e si riformula ciò che sta all’origine di tutto: la sensibilità dei popoli precolombiani, l’eredità ispano-lusitana e il cristianesimo. Anche nelle comunità più secolarizzate dell’America latina questi elementi fusi sono riconoscibili, come è riconoscibile che non smettono di occupare un livello centrale, fondante, nella dinamica sociale, anche quando le persone si possono identificare come “non credenti”. In altre parole, anche il fenomeno della non credenza in America latina è costruito all’interno della matrice culturale fondamentale, dove l’esperienza religiosa continua a svolgere un ruolo simbolico e agglutinante.
Se dovessimo individuare un luogo di sintesi originaria di tutto questo complesso fenomeno storico e sociale, difficilmente troveremmo un esempio migliore del potenziale simbolico e religioso che possiede l’evento guadalupano, e la sua trascendenza. Lasciando per un momento da parte le questioni storiografiche complesse ed esaminando soltanto il suo carattere esemplare e sintetico, ritengo che sia possibile affermare che nella presenza di Maria di Guadalupe e nel suo messaggio a Juan Diego si possono percepire gli elementi fondamentali che fanno sì che l’inculturazione del Vangelo e l’evangelizzazione della cultura nei momenti di cambiamento epocale possano realizzarsi e proseguire in modo creativo.
È chiaro che non basta ripetere discorsi rivelatisi efficaci in passato. Ed è altresì chiaro che nuove problematiche e sensibilità vanno accolte prima di essere giudicate. Perciò, al di là delle metodologie esogene, il cristianesimo latinoamericano possiede in Guadalupe un metodo proprio che curiosamente possiede una pertinenza singolarissima per il momento tardo-moderno o post-moderno che stiamo vivendo e che ad alcuni di noi appare di così difficile interpretazione. In lei il calore e la vicinanza del divino si manifestano con volto femminile. In lei non c’è traccia di moralismo ma di attenzione tenera e fedele alla fragilità e al dolore. Inoltre, in Maria di Guadalupe è possibile individuare un messaggio profetico e liberatore che trascende di molto l’orizzonte del cristianesimo borghese e il facile impegno ideologico apparentemente anti-sistemico. Perciò, a quattordici anni dal quinto centenario dell’evento guadalupano, forse è bene volgere lo sguardo a esso e cercare di imparare ancora qualche lezione pertinente per il presente e il futuro delle nostre società e della nostra Chiesa. Approfondire la questione, richiederà, sicuramente, nuove ricerche.
Rodrigo Guerra López
L’Osservatore Romano, 30-31 gennaio 2017