“Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri” (Marco 9,50)
Una parola, un granello di sale al giorno per dare sapore alla tua giornata.

ACEDIA (1)
«Atonia dell’anima.» Così Evagrio Pontico, monaco vissuto nel IV secolo, definisce l’akedia, quel male il cui nome è praticamente intraducibile in una lingua moderna e che indica la situazione dello spirito afflitto da un malessere le cui sfumature comprendono disgusto della vita, noia, scoraggiamento, pigrizia, sonnolenza, malinconia, nausea, riluttanza, tristezza, demotivazione… Giovanni Cassiano (IV-V secolo) l’ha trasmesso all’Occidente nella traslitterazione latina acedia e più tardi Gregorio Magno l’ha identificato, nella sua lista dei vizi capitali, con la tristitia. Malessere che secondo Evagrio affligge particolarmente gli anacoreti (coloro che fanno una vita monastica piuttosto solitaria e ritirata), in realtà l’acedia è soltanto stata osservata e riconosciuta con acutezza e lucidità negli ambienti monastici, ma è «un fenomeno comune a tutta l’umanità, anzi è il prezzo dell’essere uomo», afferma padre Gabriel Bunge, eminente studioso di Evagrio.
L’acedia si manifesta come un’instabilità che rende incapaci di un rapporto equilibrato con lo spazio e con il tempo: non si sopporta di rimanere in solitudine nella propria cella, non si riesce ad abitare il proprio corpo, ad habitare secum, e si percepisce con pesantezza immane il trascorrere del tempo. Scrive Evagrio: «L’acedia fa sì che il sole appaia lento a muoversi o addirittura immobile, e che il giorno sembri di cinquanta ore». È una sorta di asfissia o soffocamento dell’anima che condanna l’uomo all’infelicità portandolo a disdegnare ciò che ha, la situazione (di lavoro, affettiva, sociale) in cui vive e a sognarne una irraggiungibile, lo rende preda di paure svariate (per esempio, di malattie più immaginarie che reali), inefficiente sul lavoro, intollerante e incapace di sopportazione verso «gli altri» (che diventano spesso il bersaglio su cui scaricare frustrazione e aggressività), impotente a governare i pensieri che si affollano nella propria anima e che lo gettano nello scoramento, in una tale insoddisfazione di sé che egli si interroga se non abbia sbagliato tutto nella propria vita. Essa può divenire un vero e proprio stato depressivo (il Catechismo della Chiesa Cattolica la definisce «una forma di depressione dovuta al rilassamento dell’ascesi, a un venir meno della vigilanza, alla mancata custodia del cuore») in cui l’uomo è tentato di azzerare la propria vita passata (rompere il vincolo matrimoniale o abbandonare i voti religiosi o comunque «cambiare») o addirittura di darsi la morte. L’acedia, scrive Isacco il Siro, «fa gustare l’inferno».
da Enzo Bianchi, “Lessico della vita interiore. Le parole della spiritualità” (2004)
Enzo Bianchi (1943) è un conosciuto religioso e saggista italiano, monaco laico, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose e autore di numerosi testi sulla spiritualità cristiana e sulla tradizione di dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo.