
(Paolo Rodari) Al bando parole altisonanti, costrutti baroccheggianti e complessi periodi ipotattici, che, utilizzati nel passato, finivano per trasmettere ai destinatari un senso di freddezza e “cordiale distacco”. Al loro posto, invece, frasi concise, brevi quanto concreti propositi per la testimonianza cristiana, ma soprattutto un lessico semplice (ma non per questo sciatto), declinato secondo le categorie della vicinanza, della condivisione, della commozione, della misericordia. Il tutto, impreziosito d’opportune citazioni di omelie o discorsi di Francesco, che assumono un rinnovato valore e, quasi, uno specifico significato per il destinatario.
È questo il cuore di un cambio di rotta significativo all’ interno della Curia romana. Riguarda le lettere che tutti i giorni escono dall’Ufficio Corrispondenza del Santo Padre presso la Segreteria di Stato. Per volere dello stesso Papa Bergoglio, le risposte al circa un migliaio di missive che egli riceve ogni settimana (in tutte le lingue, scritte anche a mano, spesso con calligrafia di bambini) hanno abbandonato l’uso di fac-simile sostanzialmente precompilati per lasciare spazio a toni più amicali e soprattutto concreti rispetto alle problematiche sollevate dai mittenti, con lo stesso Pontefice che non viene più citato come “Sommo Pontefice” ma semplicemente come “Papa Francesco”. Una carezza sulla carne dolorante dell’uomo che, come lo stesso Francesco insegna, «è la carne di Cristo». Bergoglio ha voluto che l’Ufficio Corrispondenza avesse a cuore tutto questo nel rimodulare il proprio lavoro. Un’attenzione non secondaria nel papato in corso e che, colui che nello scorso aprile è stato chiamato alla guida del delicato comparto dopo le dimissioni, per raggiunti limiti d’età, di monsignor Giuliano Gallorini, ha saputo interpretare senza nessun aumento di personale. Si tratta di monsignor Cesare Burgazzi, canonista, classe 1958, il quale, dopo un’esperienza pluriventennale presso la Segreteria di Stato, era stato nominato da Benedetto XVI capufficio della Sezione per gli Affari Generali con specifico riferimento al “settore” onorificenze (incarico che mantiene tuttora). Schivo e di poche parole, il prelato lombardo ha riformato il modo di rispondere alle innumerevoli persone che giornalmente scrivono al Papa alla ricerca d’ un consiglio, d’una parola di conforto o d’una preghiera a fronte di dolorose situazioni personali o familiari. Un modo di rispondere che possa essere il più prossimo possibile. Basta leggere alcuni esemplari di queste missive che, provenienti dal palazzo apostolico e firmate dall’Assessore a nome del Papa, sono ormai conosciute grazie alla pubblicazione su testate giornalistiche o all’entusiasta diffusione dei riceventi. Ad esempio, a una mamma che ha perso la propria figlia 11enne in un incidente, una lettera risponde: «Consapevole di quanto le umane parole siano inidonee ad alleviare un simile strazio materno, Francesco La invita a porre ogni confidenza in Gesù, sorgente di vita eterna, e ad abbandonarsi tra le sue braccia nell’attuale momento di prova ». O a una donna che chiedeva preghiere per il nipotino ricoverato in ospedale: «Papa Francesco La invita a confidare nell’amore misericordioso di Gesù », che «anche nei momenti più oscuri è con noi, cammina con noi e ci fa vedere la Sua presenza». Esorta perciò a «bussare insistentemente al cuore di Dio» nella consapevolezza che «la forza dell’uomo è la preghiera e che la preghiera dell’ uomo umile è la debolezza di Dio». O, ancora, a un uomo in difficoltà nel proprio lavoro: «Papa Francesco la esorta ad andare controcorrente nel dare la propria testimonianza cristiana nell’ambito di lavoro».
Repubblica
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