Chiamate in attesa (23)
A cura di Tolentino Mendonça.

Quando telefonavamo coi telefoni fissi, era normale chiedere: «Pronto?… Ci sei?», pur sapendo che non poteva essere diversamente, visto che qualcuno, all’altro capo del filo, stava rispondendo alla nostra chiamata. Con la proliferazione dei cellulari abbiamo smesso di ricorrere al retorico «Pronto?…» e la domanda più frequente è diventata: «Dove sei?». Siamo tutti caduti in una deterritorializzazione che non è solo linguistica o tecnologica. Abbiamo smesso di «esserci» e anche di «sapere di esserci». Adesso siamo fluttuanti, sporadici, disancorati e vaghi. Ci sentiamo obbligati a vivere sette vite in un giorno solo, ci muoviamo ansiosi, come disincontrati.
Siamo diventati una generazione di insonni. Non sappiamo più cosa sia abitare serenamente il tempo. Dagli orari dilatati di lavoro alle sollecitazioni di una comunicazione praticamente ininterrotta, entriamo in un ciclo nervoso di attenzione, attività e consumo. «Sbrigati, sbrigati» è il comando di una voce che ci imprigiona e di cui non vediamo mai il volto… proprio mai. «Vai di qua, vai di là». Ma dove andiamo? Forse, se dovessimo spiegare le ragioni profonde dei nostri movimenti vertiginosi, della nostra crescente accelerazione, della permanente segmentazione in esperienze differenti, non sapremmo cosa dire. E anche da qui, da questo vuoto di risposte, preferiamo fuggire.
Il tempo più difficile da abitare è il presente. Non è il passato. Il passato è in gran parte un tempo confortevole, anche quando ci schiaccia. In fondo ci dà sollievo il fatto che il bambino che ha ancora paura dei cani si accorga che quello messosi ad abbaiare, proprio vicino a lui, in realtà è legato. Il passato sta in un suo posto ben definito, anche se ci spaventa quanto completamente sbagliato possa essere. Lo stesso possiamo dire del futuro. Quantunque ci pesi tutta la sua indeterminazione, o i cattivi pronostici, manteniamo nei suoi confronti un’aspettativa che non è mai totalmente chiusa. “Chissà?”, insistiamo tra noi e noi. Ma dal presente, dalla pressione del presente, dalla sua irrefutabile fattualità, come vorremmo fuggire!
La sapienza greca (che in un modo o nell’altro forma tutti noi) rappresenta l’esperienza del tempo con il mito di Kronos, il dio implacabile che mangia i suoi propri figli! Ed è questa, spesso, l’esperienza di consunzione, di divoramento, esperienza inesorabile di perdita, che noi facciamo. Nelle nostre vite è scomparso lo spazio per il presente, perché sentiamo il presente come una deglutizione infinita in cui siamo, nostro malgrado, presi. In verità ci accorgiamo del tempo solo quando è passato, così come ci rendiamo conto di cosa sono le cose quando esse non sono più. Ma gli stessi greci ritenevano che il kronos non esaurisce tutte le possibilità del tempo; utilizzavano infatti, accanto a questa, un’altra denominazione: kairós, ovvero il tempo come opportunità. Penso che la nostra vita oscilli molto tra queste due categorie: il kronos, il tempo che ci divora, e il kairós, questo tempo interiore che ci dice: è ora, può essere ora; è qui, può essere qui. Accetteremo il presente quando avremo compreso che questo tempo fragile, arido, volubile, incompiuto e vertiginoso, è attraversato da un’altra possibilità di intendere il tempo.
È forse necessario imparare a disapprendere, per avvicinarci a quello che Pessoa scrisse, quasi come una mappa: “La meravigliosa realtà delle cose/ E la mia scoperta di tutti i giorni./ Ogni cosa è ciò che è,/ È difficile spiegare a qualcuno come ciò mi rallegri,/ E quanto mi basti”. Per questo, la maniera più incisiva di pensare il futuro è pensare a quel che esso sarà quando sarà vissuto come presente.
Avvenire 18/2/2016