Chiamate in attesa (19)
a cura di Tolentino Mendonça.

cane di Goya

Non so se arriviamo mai a comprendere per davvero. Possediamo esperienze, abbiamo accesso alla cateratta delle notizie, ci avvaliamo di miriadi di spiegazioni. Ricorriamo a formule che incasellano o che scompongono. Ci basiamo su opinioni. Viviamo con ansietà dal tempo modellate, credendo siano da esso moderate. Ma non so se arriviamo a comprendere veramente. Forse perché comprendere è un’altra cosa, esige da noi un altro tempo, diverso da quello che siamo abituati a usare, ci espone nella nostra povertà, incammina la nostra intelligenza e il nostro cuore verso territori forse più vicini al silenzio che alla parola.

Mi viene spesso in mente quel dipinto di Goya che ritrae un cane. Non sappiamo che cosa esattamente il cane stia lì a fare: vediamo appena il suo muso spuntare, solitario, contro un cielo vuoto. Si direbbe che annusi non tanto il mondo quanto la frontiera del mondo, alla stregua di un detective metafisico. Quando penso al cane di Goya mi accade di associarlo a una frase della scrittrice Maria Gabriela Llansol a proposito del lavoro di comprensione di un testo (che non dev’essere poi differente dal lavoro di comprensione del mondo e di noi stessi). La frase dice: «Comprendere un testo è come comprendere un cane…/ ossia/ è accettare che non ci si parla/ che non ci si comprende, eccettuato che attraverso la compagnia».

Ci siamo armati di sofisticati strumenti di analisi, stratifichiamo, scomponiamo, osserviamo attraverso lenti che reputiamo infallibili, e ci dimentichiamo di una verità basilare: la comprensione passa necessariamente per un avvicinamento, per una mutua scoperta che solo la reciprocità va tessendo e chiarendo. La comprensione è un gioco giocato nella coscienza di stare dinanzi al vivente, che si dà a vedere tra le pieghe, nell’intervallo, nell’interazione affettiva, nell’incalcolabile deduzione di quanto ciascuno porta nascosto in sé, senza lasciarci catturare dalle aspettative, senza imporre nulla di ciò che sappiamo o pretendiamo di sapere. Llansol ha ragione: non comprendiamo niente e nessuno se non attraverso la compagnia.

Ci sono tre dimensioni fondamentali (e dimenticate), nell’arte della compagnia, che è importante ricordare: la gratuità, l’accettazione e la capacità di condividere il silenzio.

Di fatto la compagnia può avere anche finalità secondarie, che dipendono dalle circostanze, ma essa necessita, nel fondo, di non avere altro fine che sé stessa. «È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante». Che significa: dobbiamo accettare di “perdere” perché la relazione valga. E perdere vuol dire proprio perdere: non solo del tempo ma anche previe rappresentazioni, aspirazioni, progetti, utilità, vita. L’obiettivo sta nel poter raggiungere quella piena libertà insita nella definizione che Montaigne propone: «Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: “Perché era lui; perché ero io”».

La compagnia si costruisce poi nell’accettazione. Accettare, accettare, esercizio così difficile. Accettare la notte e il nulla, il silenzio e il ritardo, accettare la grazia e la debolezza, la differenziazione e il distacco. Di tutto fare un cammino. Accettare di vedere il tutto solamente nella parte, nella visione incompleta, nel gesto incompiuto. L’ansia di dominare è un equivoco. La compagnia è un’altra cosa: è accettare che tutto è passaggio, epifania, rivelazione che non si tocca.

E infine, la condivisione del silenzio. Come possiamo capire che due persone stanno bene insieme? Dal modo in cui conversano? Certamente. Ma forse ancor più dal modo in cui accolgono il silenzio l’una dell’altra. Tra conoscenti, il silenzio è un imbarazzo, proviamo subito il bisogno di attaccare discorso. Ma quando siamo amici, il silenzio è comprensione che unisce.

Avvenire 14/1/2016