Farfalla-monarca-Danaus-plexippus

Chiamate in attesa (13)
a cura di Tolentino Mendonça.

Centocinquanta intellettuali di tutto il mondo, Orhan Pamuk e Margaret Eleanor Atowood in testa, hanno fatto giungere sulle scrivanie dei presidenti di Stati Uniti, Canada e Messico una singolare richiesta: scendere in campo per salvare una farfalla in via di estinzione. Sarà soltanto un’eccentricità da non prendere sul serio, quando tanti altri problemi, ben più drammatici, attendono risposte politiche coraggiose che invece tardano? Gli entomologi si affrettano a chiarirci le idee. Per quanto bizzarro possa apparire all’opinione pubblica, la realtà è questa: la scomparsa di una specie dovrebbe metterci in allarme perché, se stanno male le farfalle, vuol semplicemente dire che nemmeno il pianeta sta tanto bene.

Di quale farfalla parliamo? Della cosiddetta Monarca, la più celebre delle farfalle migratrici. Il suo nome scientifico è Danaus plexippus; è un insetto dal vistoso colore arancio, facilmente riconoscibile, con nervature nere e macchiette bianche; è molto resistente, con ali vigorose, ben intrecciate al torace, che le conferiscono un’eleganza unica quando plana sul paesaggio. Originaria dell’America (fu anche scelta, nel 1989, come insetto nazionale degli Stati Uniti), da molto tempo usa sorvolare anche l’Atlantico, fino all’Europa, lasciandosi condurre dai venti. Si è così stabilita anche da questa parte dell’oceano, dove ha trovato la sua pianta ospite (l’erba della bambagia) per deporvi le uova e della quale i bruchi si alimentano. Così è accaduto nell’isola di Madeira, nelle Azzorre e nelle Canarie, dove ha trovato un clima propizio per vivere e riprodursi più volte l’anno.

In autunno, milioni di esemplari di questa farfalla iniziano un viaggio di 4-6.000 chilometri verso sud. Lasciano le regioni fredde degli Stati Uniti e del Canada dirigendosi verso l’altopiano messicano. Quando torna primavera, riprendono il viaggio in senso inverso, per i territori da dov’erano partiti. Il meccanismo che usano per orientarsi durante questo lungo volo stagionale continua a essere oggetto di ricerca degli scienziati, anche perché ogni farfalla, nel corso della sua breve esistenza, compie il viaggio una volta appena. Come possono orientarsi sulla giusta rotta? Come pervengono a localizzare geograficamente la loro residenza invernale, che è un’area relativamente circoscritta? E come riesce, questa carovana di discendenti (nipoti o bisnipoti delle farfalle che in passato arrivarono fin là), a ritornare in un luogo che non ha mai visto prima, senza avere qualche anziano navigato che conosca la strada? La tesi oggi prevalente è che le farfalle siano in grado di spostarsi in questo modo spettacolare grazie agli odori emanati dalla vegetazione e ad altri punti di riferimento sul suolo. Qui sta il problema. Ciò che per millenni ha rappresentato la loro forza, costituisce oggi il punto debole che le minaccia inesorabilmente.

La situazione della farfalla Monarca è molto emblematica. Non è una fragile farfalla, è anzi tra le più resistenti. Ha superato la problematica era glaciale ed è arrivata fino a noi senza grandi trasformazioni, avvezza com’è a resistere alle più ostili condizioni atmosferiche e ambientali. Non a caso, per esempio, la Monarca si nutre delle foglie dell’erba della bambagia, pianta altamente tossica per gli altri insetti e che lei sola ha saputo colonizzare. Se è riuscita a resistere a tutto ciò, oggi non ce la fa, però, a resistere alla distruzione sistematica degli ambienti naturali, all’inquinamento e all’impatto dei pesticidi, sempre più letali.

Avvenire 3/11/2015