Schiavi a vita per un debito.
Pakistan, madri e figli nelle fabbriche di mattoni.

A nulla valgono le denunce di alcune organizzazioni non profit. La vita degli operai nelle fabbriche di mattoni è nelle mani dei padroni delle fornaci. Da rifugiati a schiavi, intere famiglie afghane sono vincolate a tempo indeterminato a saldare un debito che passa ai figli. E di fatto non si estingue mai. I proprietari dei forni negano che esistano condizioni di schiavitù. La legge, che pure vieta il lavoro sotto i 14 anni, non intercetta la particolare condizione dei minori che vivono al fianco dei genitori all’interno delle cittadelle operaie, e lascia un vuoto in cui chi vuole può arricchirsi senza scrupoli. Il lavoro di una famiglia per un intero giorno vale poco più di dieci dollari. Soldi che vengono scomputati da un debito che cresce comunque di giorno in giorno perché qualunque cosa, dal cibo alle medicine alla baracca in cui vivere, deve essere pagato al datore di lavoro.

Le giornate lavorative durano dodici e più ore, e si lavora tutti i giorni dell’anno. Nella polvere, tra i fumi nocivi dei forni, accovacciati nella terra con lo sguardo allucinato, bambini di pochi anni imparano presto i gesti compiuti senza sosta i genitori. Le foto dell’Associated Press scattate da Muhammed Muheisen, nella fabbrica di Mandra, vicino Rawalpindi, provano a raccontare tutto questo. La loro angosciante monocromia, la fissità delle pose, l’infanzia annerita dallo strato di polvere che ricopre i bambini sono l’ennesima denuncia, rivolta a chi può cambiare le cose.

Annalisa Guglielmino

 

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