VI Domenica del Tempo Ordinario (B)
– 15 febbraio 2015 –

Mc 1,40-45:
Voglio, sii mondato!

VI Domenica del Tempo Ordinario (B) El_Greco

Commento al Vangelo di Silvano Fausti.

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1. Messaggio nel contesto.

“Voglio, sii mondato!”, risponde Gesù. Per questo è uscito: per mondare l’uomo dalla sua lebbra.

Il lebbroso, già mentre vive, è un morto civile e religioso, tagliato fuori dalla società e dal culto. Espulso nel deserto, senza relazioni con nessuno, è l’uomo gettato da vivo nell’inferno della solitudine. L’unica legge che è tenuto ad osservare, è quella di autoescludersi gridando il suo male a chi inavvertitamente lo avvicinasse (Lv 13,45). La vita non deve avvicinarsi alla morte; la sua presenza la contamina.

Guarire un lebbroso è come risuscitare un morto: solo Dio può farlo (2 Re 5,7). La lebbra, col suo disfarsi della carne, rappresenta visibilmente ciò che ognuno teme e sa come suo futuro; è specchio di ogni vita, infetta di morte.

La legge, che discerne tra puro e impuro, tra bene e male, tra giusto e peccatore, non può che giustamente distinguere, dividere e segregare. Nel vano tentativo di difendere la vita, non può far altro che costatare la morte.

Gesù invece è la “buona notizia” di uno che tocca il lebbroso guarendolo, perdona il male sanandolo, assolve il peccatore giustificandolo (brano seguente). Gli esclusi dalla legge – addirittura i suoi trasgressori – sono i destinatari di questo dono. Infatti è il medico, venuto per i malati e non per i sani (2,17).

Questo miracolo introduce una sezione di cinque dispute sulla differenza tra la legge e il vangelo. Alla fine sarà decretata la morte di Gesù stesso (2,1-3,6).

Il lebbroso mondato rappresenta il passaggio dall’uomo vecchio, che la legge relega nella morte, a quello nuovo, che annuncia la “buona notizia”. È figura del battezzato che, come Nahaman il Siro, esce dal Giordano con la carne fresca di un bambino (2 Re 5,14). L’ex-lebbroso è il primo apostolo di fatto, che Gesù stesso invia al tempio, annuncio vivente del vangelo. Il secondo apostolo sarà l’ex-indemoniato, inviato presso i pagani (5,19).

Questo lebbroso, con pochi altri (5,25-34; 7,26 ss; 10,46-51), chiede un miracolo: sa cosa volere, e chiede ciò che vuole. Gli altri non sanno cosa volere o non possono o non osano chiedere. Ciò che Gesù fa a loro è un’istruzione per noi, che così sappiamo cosa volere e chiedergli: esattamente il dono che fa loro. I suoi prodigi servono a liberare le nostre aspirazioni profonde, lasciate sopite perché ritenute impossibili. Vedendo e invece realizza e, abbiamo il coraggio di sperare e cominciamo a chiedere, aprendo la mano per ricevere ciò che lui ci vuol donare.

Le parole brevi che Gesù aggiunge al miracoli sono un’educazione di questi desideri: spiegano cosa lui vuol darmi al di là dei miei stessi desideri, che restano sempre ambigui finché sono mossi più dalle mie paure che dalle sue promesse. Solo così posso rispondere correttamente alla sua domanda: “Cosa vuoi che io ti faccia?” (10,36.51), e chiedere ciò che voglio, volendo ciò che lui vuol darmi. Il desiderio è la facoltà più alta dell’uomo: non produce nulla, ma è capace di tutto, anche dell’impossibile – è capace di Dio stesso.

Nel miracolo non si dice né il nome né il luogo né il tempo, in modo che il nome sia il mio, il luogo sia qui e il tempo sia ora. Quando ascolto il vangelo – l’ex-lebbroso stesso lo proclama come Gesù – se mi converto e mi affido a Gesù, per me si realizza qui e ora ciò che viene raccontato.

Gesù esprime la sua volontà di “mondare” la nostra vita, liberandola dalla lebbra che la devasta. La legge dichiara il male. Lui lo guarisce.

Discepolo è colui che gli chiede questo dono. Ogni dono può essere fatto solo a chi lo desidera. Tutto ciò che Gesù fa e dice nel seguito del vangelo, è quanto vuol darmi e quanto posso, anzi devo, desiderare da lui, con umiltà e fiducia, chiedendolo con insistenza.

2. Lettura dei testo

40 viene a lui un lebbroso. Se qualcuno gli si avvicinava, il lebbroso doveva avvisarlo del pericolo che correva, in modo che lo evitasse, gridando: “Immondo, immondo” (Lv 13,45).

Costui invece viene da Gesù. Solo gli esclusi, i non aventi diritto e gli impossibilitati hanno accesso immediato a lui! Il mio diritto ad accostarmi al Signore non viene dal fatto che sono giusto e degno, bello e buono. Proprio perché ingiusto e immondo, brutto e peccatore, ho il diritto di andare da lui direttamente. Questo è il “vangelo”, la buona notizia che i salva: Dio mi ama perché mi ama; la mia miseria non è ostacolo, bensì misura della sua misericordia. Lui non è la legge che mi giudica né la coscienza che mi condanna: è il Padre che dà la vita, e mi ama più di se tesso, senza condizioni, così come sono. Il mio male, la mia non-amabiltà lo spingono verso di me con un amore che non conosce altro metro che quello del mio bisogno.

Gesù significa: Dio salva. Proprio e solo nella mia perdizione posso conoscerlo.

invocandolo e cadendo in ginocchio. Il pudore a invocare a salvezza e a mettersi in ginocchio davanti al Salvatore, è come quello di chi non osa dire al medico il suo male. È un falso pudore che viene dal nemico, una sprovveduta autosufficienza che maschera un’autoinsufficienza senza speranza.

All’invocazione con la voce, si accompagna il gesto del corpo: si inginocchia. L’invocazione esprime il bisogno. L’uomo ha bisogno di tante cose, che gli sembrano impossibili. Ma è soprattutto malato d’impossibile: è bisogno di Dio stesso. Per questo è invocazione. Questa ottiene l’impossibile. Ogni brano del vangelo mi fa vedere un mio bisogno, ed educa il mio desiderio a formularsi nell’invocazione corrispondente.

Se vuoi, puoi mondarmi. “Sei venuto a rovinarci!” è l’esclamazione del male, che si difende e cerca di identificarsi con l’uomo. Questa invece è la preghiera dell’uomo che conosce il male e vuol guarire. È la prima preghiera rivolta a Gesù: esprime un desiderio, unica possibilità per ricevere un dono. Dove manca, Gesù stesso lo provoca con la sua domanda: “Vuoi essere guarito?” (Gv 5,6).

Il lebbroso non solo desidera, ma sa che Gesù può guarirlo. A una simile domanda di guarigione dalla lebbra, il re d’Israele rispose: “Sono forse Dio per dare la morte o la vita?” (2Re 5,7). Così Marco prepara la domanda di tutto il vangelo che uscirà nel brano seguente: chi è costui, che fa tali cose?

Questo lebbroso sa cosa vuole – la sua lebbra è evidente! -, intuisce la possibilità nuova e chiede (cf il cieco di Gerico: 10,46 ss); ma ancora non sa se Gesù vuole. Il Signore rivelerà di non volere altro.

  1. 41 commosso. La parola indica un muoversi delle viscere. È l’attributo materno di Dio, che è amore per l’uomo. Dio si commuove davanti al nostro male, perché è Dio e non uomo (Os 11,9). “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il frutto delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”, dice Dio (Is 49,15).

Altri codici leggono “adiratosi”. L’ira di Dio è il suo intervento salvifico: è l’ira contro il male che uccide suo figlio.

tendendo la mano. La mano è segno di azione. La “mano tesa” è attributo di Dio che compie i prodigi dell’esodo (Es 4,4; 7,19; 8,l; 9,22; 14,16; 21,26 s). Qui il Signore compie più di un gesto creatore: con la sua potenza fece una vita per la morte; ora con la sua compassione cambia la morte in vita. È il suo gesto salvatore, che porterà a compimento quando tenderà tutte e due le braccia sulla croce.

lo toccò. Il contatto con Gesù, salvezza dell’uomo, è la fede, che mette comunione con lui (cf 5,25-34). Toccare suppone vicinanza estrema e ore. È importante notare che solo i malati toccano Gesù o sono toccati lui. Il nostro limite – il nostro male e il nostro peccato – è il luogo dove entriamo in contatto con lui. Dall’alto della nostra giustizia non toccheremo mai l’Altissimo. Solo nell’abisso della nostra miseria siamo toccati dalla sua infinita misericordia.

Voglio. La volontà di Gesù è la stessa di Dio, “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4). Gesù la esprime perché smettiamo di sperare, e desideriamo ciò che non osiamo sperare. Il suo desiderio è chiaro; e desidera che sia anche il nostro.

Sii mondato! La guarigione dalla lebbra significa non solo l’essere reintegrato nella società civile e religiosa; è figura anche della salvezza dalla morte, di cui il disfarsi della carne è un anticipo. La nostra vera lebbra è paura stessa della morte, che infetta tutta la nostra vita e sta all’origine della “febbre” del brano precedente.

  1. 42 E subito se ne andò la lebbra. Al nostro desiderio espresso come vocazione, viene sempre incontro il suo tocco; e la sua parola ci libera.
  2. 43 sbuffando con lui, lo mandò via. È strano questo gesto di sbuffare. Forse voleva stare con lui, come l’uomo di Gerasa, e fargli propaganda indesiderata. È un’espressione forte, e corrisponde allo “sgridare” di 3,12; 8,30; 10,48. Gesù vuole segretezza. L’ex-lebbroso ha una missione compiere, e lo “mandò via” (= gettò fuori) per questa, come lui stesso dopo il battesimo, fu “gettato fuori” dallo Spirito nel deserto (v. 12).
  3. 44 non dir nulla a nessuno. Gesù ha sbuffato contro di lui per sottolineare questa proibizione. Come in quasi tutti i miracoli, c’è il cosiddetto segreto messianico” (cf v. 35), che di solito viene trasgredito. Ma qui è trasgredito per ordine dello stesso che proibisce di parlare! La contraddizione manifesta sta forse a richiamare il lettore. Quest’ingiunzione al silenzio vale per lui, che sarà autorizzato a raccontare quanto ha udito solo quando, come l’ex-lebbroso, l’avrà sperimentato in prima persona (cf. anche l’indemoniato di Gerasa, 5,19).

ma va’, mostrati al sacerdote, ecc. Lo manda via per compiere questa missione presso i custodi della legge. La guarigione dalla lebbra, secondo Lv 13,49, deve essere costatata dai sacerdoti.

in testimonianza per loro. In questo modo il lebbroso testimonia che c’è o che fa ciò che alla legge è impossibile: tocca un lebbroso e lo monda. La legge può solo descrivere e segregare il male. Chi sarà costui che lo vince?